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Lucca Comics 2011: Giochi, Ospiti, Concerti. Più di 150.000 presenze (parte 2)

14 novembre 2011

Come precedentemente raccontato, all’interno degli stands gli appassionati di ogni età potevano trovare quanto di loro maggior gradimento: giochi, videogiochi, libri, conferenze, autori, disegnatori, scrittori …

L’esterno si accendeva ogni giorno dei colori degli abiti di decine e decine di cosplayers. In fondo all’articolo ne potrete scorrere qualche esempio, dai più riusciti…ai più improbabili.

La sera risuonava invece delle note delle più famose sigle degli anime degli anni ’80, interpretate dai cantanti di allora!

Il venerdì, 1° giorno della fiera, ha visto il ritorno sul palco dei Superobots, un gruppo originariamente “a componenti variabili” che oggi si esibisce ancora con la voce solista più nota, quel Douglas Meakin che tutti ricordano nelle sigle Blue Noah – Mare Spaziale, Forza Sugar, Babil Junior, Trider G7, Toriton, Super Robot 28, Ken il Falco, Daltanoius, Sampei, Candy Candy.

Eccone alcuni momenti tratti da affezionati spettatori*:

Forza Sugar

Trider G7

Sampei

Dei Rocking Horse, ma stessa voce solita, anche Lulù l’Angelo dei Fiori

Douglas ha fatto rivivere sensazioni fortissime e incredibili ad un pubblico partecipe e rapito, anche se non numeroso quanto quello delle due serate successive. Un pubblico che ha volentieri perdonato a Douglas qualche amnesia nel cantato…specie nell’interpretazione di Fantaman quando, per motivi ignoti, proprio il nome del cattivissimo Dottor Zero lasciava spazio ad imbarazzanti silenzi. Per chi voleva dominare il mondo un affronto non da poco… Del resto si ritiene che anche la non particolarmente fortunata Candy Candy non abbia particolarmente apprezzato la chiosa di Douglas dopo la sua sigla: “Adesso è una vecchia t…a“. 

Se già il venerdì era stato un perfetto mix di amarcord e buona musica, il sabato ha forse raggiunto i più alti livelli.

Erano sul palco infatti il maestro Vince Tempera e il paroliere Luigi Albertelli, personaggi notissimi che non abbisognano di grandi presentazioni.

Vince Tempera ha lavorato con Battisti, Mina, Bertè. Ha diretto l’orchestra di molti festival di SanRemo e ha preso il posto di Pregadio alla Corrida.

Luigi Albertelli ha scritto le parole di Zingara,  Piccola e fragile, Non voglio mica la luna,  Ricominciamo.

A Lucca Comics sono più noti però per essere i papà di Atlas Ufo Robot, con il quale vinsero il disco d’oro, più di un milione di copie vendute, nel 1978!

Tantissimi i successi di allora: Goldrake, Ape Maia, Capitan Harlock, Daitarn 3, Hello Spank,  Remì le sue avventure, Anna dai capelli rossi, nonché

Huck e Jim

Capitan Harlock

Con loro l’ottimo gruppo La mente di Tetsuya e una delle voci di allora Silvio Pozzoli.

Inutile dire che rivedere insieme voce e autori di alcune delle più belle sigle mai dimenticate ha destato nei moltissimi spettatori moti di sincera commozione.

Ottima l’idea di introdurre il concerto con un filmato rievocatore che dai giorni attuali, attraverso il richiamo ad oggetti divenuti mitici per aver segnato l’infanzia di molti (dal cellulare e dal lettore mp3 di oggi al gameboy e al mangiacassette di allora), riconduceva a quel 4 aprile del 1978 quando per la prima volta una “signorina buonasera” annunciava su Rai2 la proiezione di Atlas Ufo Robot.

Il cartone che segnò una generazione intera, significamente chiamata la Goldrake generation.

Qualche sorriso a margine anche per le scuse di Albertelli per i 18 “Tekkaman” di seguito contenuti nella sigla da lui scritta…ed il poco fantasioso “mi chiamo Mork su un uovo vengo da Ork” della sigla della fortunatissima serie Mork & Mindy.

La domenica successiva è stata la volta di Giorgio Vanni, cantante delle note sigle Naruto e Dragonball e la celeberrima Cristina D’Avena, arrivata un po’ in ritardo  e “gratificata” con una poco lusinghiera bordata di fischi quando ha iniziato il concerto con una delle sue nuove sigle (la “nuova” Mila e Shiro). Per fortuna (per lei), compreso l’errore, la vecchia Mila e Shiro le ha fatto subito seguito…

Personalmente non sono mai stato un estimatore di Cristina D’Avena e delle sue canzoni che, per quanto orecchiabili, erano diversi gradini sotto quelle di altri (vedi sopra). Non è quindi con particolare entusiasmo che segnalo la folla oceanica al suo concerto. Del resto quel giorno le presenze a Lucca avevano superano le 100.000.

Concludo con qualche foto ai cosplayer della rassegna…


[*Il sottoscritto ha a disposizione solo foto dei concerti e non filmati: ringrazia quindi coloro che consentiranno il mantenimento dei link]

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Lucca Comics 2011: Giochi, Ospiti, Concerti. Più di 150.000 presenze (parte 1)

4 novembre 2011

Si è conclusa martedì 1 novembre la 44esima edizione di Lucca Comics & Games, con un grande successo di pubblico ampiamente meritato: più di 150.000 prensenze, di cui  quasi 100.000 nella sola giornata di domenica!

Il programma della manifestazione, come sempre ricchissimo, spaziava dai concerti agli incontri con gli autori, offrendo ai visitatori la più ampia scelta: così, durante il giorno, ci si divideva tra acquisti, mostre, autografi, foto nei più disparati campi, dai fumetti ai giochi, dal fantasy alla fantascienza; la sera si tornava indietro nel tempo, allietati dalle voci e dalle firme più note nell’ambito delle sigle televisive degli anni 70-80-90, all’insegna del miglior amarcord.

Tanto che un’intera giornata, dalle 9.00 alle 22.00 (gli stands aprivano alle 9 e chiudevano alle 19.00, ma i concerti iniziavano alle 19.30 e duravano anche due ore) non sembrava bastare: vi era troppo da vedere, troppo a cui partecipare.

Il bel tempo, protrattosi per tutti i cinque giorni della manifestazione, ha poi dato un ulteriore mano: nessun evento cancellato o rimandato e nessuna coda sotto la pioggia scrosciante.

Belle giornate fuori, ancora meglio…dentro.

Il mio primo impatto con la fiera è stato vedere, all’interno di un antro affollato, le prime immagini commentate di Skyrim, di cui allego giusto un’idea:

So già che dall’11 novembre la mia vita a-sociale avrà una radicale svolta…

E’ uno dei giochi più attesi (uscita 11 novembre prossimo). Se già in Oblivion (il capitolo precedente) potevi spendere intere giornate a girare per boschi e montagne, pare che Skyrim moltiplichi all’infinito la possibilità di tali esperienze, con paesaggi particolareggiati e letteralmente mozzafiato. Un’avventura a tutto tondo dove l’esplorazione è solo uno dei punti di forza…

GLI OSPITI

Sempre all’interno di Lucca Games ho incontrato due veri miti viventi.

Il primo è Sandy Petersen, creatore di quel GdR “Il Richiamo di Cthulhu” che per gli appassionati rappresenta una vera e propria pietra miliare.

Eccolo qui, insieme ad un ammirato seguace…

 

Benché non privo di lacune (pochi dati sull’America anni 20, poche indicazioni sulla creazione e gestione degli incantesimi, carente la gestione delle attività svolte in collaborazione) il sistema di gioco, semplice e immediato, consente fin da subito di calarsi con efficacia nell’ambientazione cupa e tenebrosa del mondo creato da Lovecraft, rendendo possibile a chi guida il gioco di strutturare adeguatamente un’indagine angosciante sull’orlo della follia.

A pochi stands di distanza, si abbandonava l’orrore cosmico e ci avvicinava alla fantascienza e all’avventura. Tutti ricordano il telefim A-Team:

…e tutti (o almeno dovrebbero) ricordano Dirk Benedict, l’attore che interpretava Sberla nell’A-Team e Scorpio in Battle Star Galactica (qui con l’ammirato seguace di cui sopra)

Pecca non da poco l’esosità dell’esborso: 25 euro per autografo, poster e foto sembravano ex ante e sembrano ancora ora ex post davvero troppi. Però una foto con lui è una cosa che può capitare…quante volte nella vita? Una? Due? Alla fine cedere è stato forse uno dei minori mali… Del resto non è certo stato il prezzo a dissuadere dall’incontro. Pochi fan per l’esoso autografo di Benedict, ancor meno per quello gratuito di Petersen… Quasi chilometrica invece la fila per l’autografo della Troisi. Questione di gusti, suppongo: io ho girato bene al largo.

Questo personaggio qui invece è un po’ più difficile:

Riconosciuto? No? Non Vi biasimo. Eppure tutti ne conosciamo l’opera. E l’abbiamo apprezzata per anni. Ecco un aiutino (guardate bene le immagini nei fogli mostrati da gioiosi collaboratori):

Ebbene sì: si tratta dell’autore-disegnatore di Holly e Benji, Yoichi Takahashi! Anche lui prensente a Lucca Comics.

Se a questo breve elenco aggiungete David Lloyd, autore di V per Vendetta (il fumetto) del quale ho disegno autografato inizierete ad avere un’idea di cosa è Lucca Comics & Games…

 

 

 

 

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Le Fanu: Racconti di Vampiri e Fantasmi

4 settembre 2011

Joseph Sheridan Le Fanu (1814-1873) è principalmente noto per “Carmilla”, scritto nel 1872, cinquantatré anni dopo “il Vampiro” di Polidori (pubblicato nel 1819 e ritenuto l’iniziatore di quello che sarebbe divenuto un vero e proprio genere), ma ben venticinque anni prima del celeberrimo “Dracula” di Bram Stoker (1897).

Il racconto della contessa dalla pelle chiarissima e dai capelli scuri, misteriosa, sfuggente ed inquietante, che diviene notte tempo spietata assassina che dissangua le proprie vittime, si connota in effetti per la presenza di tutti quegli elementi che saranno ben più che di semplice ispirazione per il Dracula di Stoker: il fascino decadente ed ammorbante del mostro immortale che ammalia l’ingenua e candida fanciulla; la discesa in un incubo che sembra non avere fine, conducendo ogni scoperta ad un nuovo e angosciante orrore; la ricerca dell’esperto risolutore e poi la caccia senza tregua, sino alla distruzione purificatrice. In una cinquantina di pagine, Le Fanu rievoca e riassume con abilità e consapevolezza il tema del vampiro, riportando per primo, come nota Gianni Pilo nella prefazione all’antologia di che trattasi, la tradizione del risurgente nel suo territorio d’origine.

Proprio l’attenta lettura e rievocazione delle antiche leggende, con approfondita ricerca delle fonti, è punto focale però non solo di “Carmilla”, ma dell’intera opera di Le Fanu ed in particolare della maggioranza dei suoi racconti che, contrariamente ai convincimenti e forse le speranze del loro autore, gli diedero ben più lustro e fortuna dei suoi non pochi, ma totalmente dimenticati romanzi.

I racconti di Le Fanu attingono in effetti all’inesauribile tradizione dell’immaginario fantastico della sua terra natia, l’Irlanda, dove le Banshee (letteralmente: donna-fata) accompagnano le più antiche e nobili famiglie ed elevano il loro straziante canto quando una morte prematura è prossima; dove tra montagne disabitate e castelli in rovina può accadere di incontrare il Pooka, robusto destriero che parla con voce umana e che, interrogato, può dare responsi sui giorni futuri; e dove, in particolare, gli spiriti dei defunti si mostrano ai vivi e con essi interagiscono per i fini più vari, non sempre comprensibili, di rado commendevoli, ma spesso interpretabili alla luce di un disegno superiore che proprio per loro intervento viene a delinearsi.

Ne “Il Testamento del Gentiluomo Toby” (1868) il più giovane di due fratelli, dopo la morte improvvisa del nobile Toby, padre severo e collerico, accoglie nella casa di famiglia che quest’ultimo gli aveva lasciato in eredità con pregiudizio diretto dei diritti del primogenito, un bulldog dall’atteggiamento strano che sinistramente rievoca, per espressione e temperamento, proprio l’immagine del defunto. Il giovane signore viene presto tormentato da oscuri incubi nei quali l’inquietante animale, da prima amato e poi sempre più temuto e odiato, assume proporzioni gigantesche e a più riprese lo ammonisce del prossimo castigo, laddove al torto patito dal primogenito non si ponga rimedio. Lo spirito del padre che ritorna sotto forma animale tanto impaurisce e tormenta, quanto consiglia e ammonisce perché la verità sia disvelata e un male peggiore non venga a realizzarsi; purtroppo il tono cupo della narrazione suggerisce fin da subito che il monito non sarà adeguatamente ascoltato.

Al disvelamento della verità, crudele e terribile, è anche volta l’apparizione de “Il fantasma della signora Crowl” (1870): una fanciulla viene catapultata nella realtà di un’antica magione dove, accanto alla zia, dovrà badare all’anziana padrona inferma, depositaria unica di un inconfessabile segreto.

Ne “Il gatto bianco di Drumgunniol” (1870) la misteriosa apparizione di un animale, un gatto bianco appunto, preannuncia invece la prossima morte di colui che ha la sfortuna di vederla. Protagonista della storia è infatti una banshee legatasi alle tristi vicende di una famiglia.

Ne “I Racconti di fantasmi della Tiled House” è il tormento dei vivi lo scopo ultimo della presenza ultraterrena: non vi sono torti da riparare o futuri eventi oscuri sui quali mettere in guardia. Il Male si presenta sotto forma di una mano spettrale che inutilmente i proprietari cercano di tenere fuori dalla propria casa e lontana dal lettino del loro piccolo.

E il tormento di chi impunemente sceglie di vivere in quella che fu la sua casa è l’unico fine anche del fantasma di un giudice suicida protagonista oscuro di “Cronaca di alcune stranezze occorse in Augier Street” (1851). Due giovani studenti cercano la tranquillità e la comodità di una casa in affitto a buon prezzo e a poca distanza dall’università. La notte sarà insonne per entrambi, a causa di incubi inquietanti, apparizioni sconvolgenti, suoni angoscianti.

Il tormento come punizione ed espiazione è invece il tema centrale di “La Persecuzione”: un giovane capitano di mare, appena fidanzatosi, viene inseguito di notte in una strada deserta da passi che non paiono avere una fonte nota. Inutile tornare indietro, inutile scrutare le ombre. L’evento si ripete più volte, fin quando il tormentatore non assume una figura e una fisionomia definita. Ma in quel momento le cose volgeranno al peggio: perché il passato che si credeva dimenticato ritorna per gustare la sua agognata vendetta. E non vi sarà contromisura minimamente utile, non l’allontanamento volontario, l’affetto di amici, la chiusura di porte e finestre, il ritiro in luoghi angusti senza vie di accesso.

Il dolore, l’angoscia, il supplizio che gli spiriti arrecano ai vivi, per il tramite di apparizioni aberranti e rumori sinistri, non sono per il vero che il riflesso di quello che essi stessi patiscono in ragione della turpe condotta della loro biasimevole vita, talché il loro manifestarsi è anche doloroso e raccapricciante monito. Il tema (ben presente, come accennato, ne “Il Testamento del Gentiluomo Toby”) viene ampiamente già trattato ne “Il dissoluto capitano Walshawe di Wauling” (1864), ma è con “Il Giudice Harbottle” (comparso nella raccolta “In a Glass Darkly” l’ultima pubblicata da Le Fanu, nel 1872, e, per la tante somiglianze, probabilmente inteso quale seguito e rivisitazione di “Cronaca di alcune stranezze occorse in Augier Street”) che se ne ha la realizzazione più compiuta e convincente.

Il racconto “Il dissoluto capitano Walshawe di Wauling”, benché di poche pagine, ha una struttura articolata: la voce narrante riporta prima brevemente la storia del capitano Walshave che, dedito ad ogni sorta di turpe attività, aveva dilapidato l’ingente patrimonio del quale era venuto in possesso e si era reso responsabile della triste vita della moglie, dolorosamente segnata dalle sue mancanze e iniquità. Di tale insensibilità era capace che, persino nella notte del precoce trapasso della moglie, il capitano non mancava di compiere un atto empio: strappare dalle mani della defunta la candela santa che avrebbe dovuto accompagnarne l’anima in cielo. Questa volta tuttavia non resterà impunito. L’anima del capitano viene infatti maledetta da una delle anziane monache che vegliavano la salma: ”che tu possa venir chiuso nello stoppino di quella candela finché non brucerà completamente”. Il contrappasso di una vita dedita a vizi viene, per il vero, a colpire il dissoluto capitano ben prima che la maledizione possa esprimere la propria reale efficacia: la vecchiaia si accanisce infatti sul suo corpo e una congerie di malanni prima lo deturpa e poi lo costringe su una sedia a rotelle, senza però indurlo ad alcuna introspezione e ripensamento. Tanto che il capitano giunge a morte ancora impenitente. Dopo questa lunga premessa, la voce narrante dà conto di quanto uno zio ebbe a raccontargli in merito alla notte trascorsa nella sinistra abitazione del capitano Walshawe successivamente alla dipartita di quest’ultimo. Lo zio era giunto nella vecchia casa in tempo per il funerale e si era trattenuto, su invito dell’avvocato incaricato della successione, per risolvere talune problematiche afferenti a dei contratti di locazione che non sembravano trovarsi in nessun luogo. Costretto a fermarsi la notte e rimasto al buio, lo zio raggiunge il salotto dove ricordava di aver visto “un mozzicone di candela”, raggiunge la sua stanza e si prepara al meritato riposo. Le sue buone speranze verranno tuttavia sinistramente disattese.

Il racconto lega indissolubilmente fede e superstizione, cristianità e paganesimo: le monache non sono tanto spose di Cristo, quanto sinistre fattucchiere (e come tali vengono descritte), capaci di terribili maledizioni, come condannare le anime a rimanere prigioniere del mondo dei vivi.

L’incontro di superstizione e fede è un tratto saliente dell’opera di Le Fanu che non sembra vedervi alcuna reale e radicale incompatibilità, non escludendo la sussistenza dell’una quella dell’altra: il mondo dei vivi è nelle sue opere in egual misura aperto ad esperienze di fede come di orrore sovrannaturale, pericolosamente danzando l’uomo, quale un funambolo, sullo scivoloso crinale tra salvezza e dannazione eterna.

Significativamente, in alcuni racconti (“Il sogno dell’Ubriaco”, “Il Fantasma e il Conciaossa”), ad essere indagatore e testimone degno di fiducia del manifestarsi del sovrannaturale – da intendersi come l’insieme di quegli eventi che la scienza non è in grado di interamente spiegare se non con approssimazioni, silenzi di comodo e sviste – è proprio un reverendo, Francis Purcell.

La coesistenza non implica tuttavia, come ovvio, pari dignità, rivestendo il sovrannaturale un ruolo meramente servente rispetto alla superiore dimensione della religione e risultando il suo operare, per quanto misterioso e terribile, comunque interpretabile alla luce di un superiore disegno (con rare eccezioni: “I Racconti di fantasmi della Tiled House”).

Icasticamente il Vampiro cede di fronte alla Vera Fede di chi impugna un crocifisso; il Fantasma si dissolve se viene in contatto con l’acqua santa.

Il sovrannaturale al servizio di una Giustizia superiore è il tema portante del racconto “Il Giudice Harbottle” (traduzione per il vero non felice di “Mister Justice Harbottle”: il protagonista non è infatti un giudice, ma, come si comprende dalla narrazione, un avvocato della pubblica accusa).

Harbottle è un uomo abbietto e senza scrupoli, fatto invero già di per sé particolarmente grave ed increscioso in un uomo di Giustizia. Ma cosa può dirsi di un pubblico accusatore che crea ad arte le prove per far condannare un innocente e tutto ordisce perché venga condannato a morte? Quale pena dovrebbe patire? Prima ancora, i meno ingenui dubiterebbero della possibilità che effettivamente costui subisse la giusta pena: Harbottle è benestante, ha senza dubbio amici importanti e, soprattutto, conosce la legge e i suoi intoppi. Tuttavia una serie di inquietanti eventi faranno vacillare la sua sicumera. Per primo giunge uno sconosciuto a metterlo in guardia sull’esistenza di una congiura che ha lui come bersaglio. E poi, mentre è in udienza, l’uomo che ha fatto impiccare gli compare a poca distanza, mostrandogli i segni ben visibili della corda intorno al collo. Per Harbottle, la discesa nel sonno equivarrà a precipitare in un incubo…che non si dissolverà con il ritorno alla veglia. E finalmente per tutti i torti compiuti in vita, subirà la giusta punizione.

Ma se superstizione e fede hanno un loro equilibrio, con la scienza e con la ragione il rapporto è più conflittuale.

La scienza può spesso smascherare i truffatori e può facilmente dileguare le ombre che la paura ha fatto sorgere dal nulla: è la più immediata lettura de “Una notte alla locanda della Campana” dove la ricerca e la riflessione trasformano, per il tramite di una piana e (deludente) spiegazione empirica, l’evento apparentemente straordinario in uno assolutamente banale, per quanto improbabile; nonché di “La contessa assassinata”, dove la tenacia di una fanciulla, escludendo il coinvolgimento di qualsivoglia forza ultraterrena, saprà far luce sul mistero del ricorrente tema giallo dell’assassinio in una stanza chiusa fatto passare per suicidio.

Ma la scienza non è sempre in grado di risolvere ogni mistero.

Vi è in effetti qualcosa oltre la semplice porta che sbatte, l’improvvisa corrente fredda, il rumore di passi in stanze vuote, tale da sfuggire alla normale percezione e da essere compresa solo laddove si abbandonino gli usuali cammini e ci si avventuri in quel mondo oscuro che è ben più vicino di quanto non si pensi: dietro le nostre spalle in una via desolata (“La Persecuzione”), nel frutteto e nei giardini della casa in cui abitiamo (“I Racconti di fantasmi della Tiled House”), addirittura in un’alcova nella stanza accanto (“Cronaca di alcune stranezze occorse in Augier Street”).

Qualcosa che, se d’immediato offende vista e udito, dolorosamente ben di più colpisce mente e anima.

L’arrestarsi della scienza è riconoscimento di un limite e al contempo affermazione di una vastità sempre disorientante, spesso annichilente.

All’evidenza è un mondo ben cupo e sinistro quello di Le Fanu, costellato di case maledette e infestate, tormentato da vendette oltre la morte e anime in pena; all’apparenza il riflesso letterario dell’angoscia interiore dell’autore che, privato della vicinanza dell’amata sorella, morta improvvisamente nel 1841, e della moglie, venuta a mancare a seguito di una grave malattia nel 1858, sarà spesso preda di autodistruttive crisi depressive.

Così non vi sarà più traccia di quell’ironia scaltra e sorniona propria de “Il Fantasma e il Conciaossa”, il primo racconto pubblicato da Le Fanu e apparso sul Dublin University Magazine nel numero di gennaio 1838.

Qui un medico viene curiosamente costretto alla veglia da uno spirito disceso dalla cornice di un quadro con l’unico fine di farsi curare una gamba dolorante. Sarà una insensata distrazione dello spirito, che scambia per liquore una bottiglia di acqua santa, a porre un inaspettato termine alla vicenda.

Torneranno variamente declinate e con i vari accenti le tematiche quivi già presenti e si avrà sempre cura del recupero della tradizione percepita come perfettamente compatibile con la risalente fede cristiana.

Ma i toni saranno ben diversi, perfettamente adeguati alla realtà descritta nei racconti: accanto alla luce, esiste un’ombra eterna innanzi alla quale la mente dello sprovveduto come quella del saggio non può che vacillare.

E’ il tema che Lovecraft porterà al suo parossismo: il disorientamento di chi vive il quotidiano e si trova improvvisamente di fronte all’irrazionale diverrà follia, l’orrore sovrannaturale acquisirà dimensione cosmica e la fragilità umana verrà spogliata anche dell’ultima difesa di una fede in una divinità salvifica.

Di fronte ad un avversario di tale natura, gli eroi romantici senza macchia e senza paura sono evidentemente ben più che inadeguati. E così nei racconti di Le Fanu i protagonisti sono prevalentemente uomini di cultura, equilibrati, saggi (esattamente come nelle opere di Lovecraft) e pienamente degni di fiducia (tali, per loro stessa natura, da conferire credibilità a storie immaginarie). Destinati tuttavia, una volta posti di fronte al sovrannaturale, a notevolmente trasformarsi.

Fra i personaggi di Le Fanu merita un particolare rilievo il dott. Hesselius: le storie riunite da Le Fanu nell’antologia “In a Glass Darkly” (tra le quali: “La Persecuzione”, “Il Patto col Diavolo”, “Il Giudice Harbottle”, “Carmilla”) prendono in effetti tutte l’avvio dalle ricerche di questo medico esoterista che, ponendosi di fronte all’apparentemente inspiegabile con spirito prettamente analitico, divide le implicazioni soprannaturali da quelle ordinarie, formulando ipotesi, comprovando teorie, arrestandosi solo là dove alla scienza non è consentito procedere oltre.

Come ricorda Gianni Pilo il dott. Hasselius diede origine “ad un vero e proprio topos nell’ambito della narrativa fantastica” e servì da modello in Inghilterra per il Carnacki di Hodgson, l’Antiquario di Montague Rhodes James e, soprattutto, per il John Silence di Algernon Blackwood. In America fu modello di figure popolarissime come il Dottor Jules de Grandin di Seabury Quinn.

A Le Fanu devono quindi in sintesi ritenersi inscindibilmente legati la nascita della figura dell’investigatore dell’occulto, l’approfondito sviluppo del tema della sopravvivenza nel contemporaneo degli antichi mali, nonché l’evoluzione e la compiuta costruzione del mito dei vampiri.

Non pare dunque certo errare l’editore Derleth (lo stesso di Lovecraft e fondatore, non a caso, della casa editrice Arkham House) quando, presentando Le Fanu (senza per il vero aver allora compiuto le pur doverose ed opportune ricerche in ambito critico-letterario), lo descrive come “l‘equivalente britannico di Poe, in quanto ha avuto un influsso determinante sugli autori successivi”.

E l’antologia qui brevemente commentata ne fornisce fulgidi esempi.

[La presente recensione è anche pubblicata su Terre Di Confine]

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Apolicalisse Z: I Giorni Oscuri

30 aprile 2011

Sono solo in quattro: un avvocato, un pilota, una suora, una sedicenne. Hanno una discreta scorta di viveri, qualche arma, ma soprattutto un elicottero con il quale stanno cercando di raggiungere le Canarie, apparentemente l’unico luogo nel quale la razza umana abbia trovato sicuro rifugio. Il viaggio non è semplice: spesso si deve abbandonare la sicurezza dei cieli per fare rifornimento e ogni volta, per quante precauzioni si possano prendere, il rischio di essere assaliti e divorati dalle orde di non-morti che sono divenute signore di Europa e Africa è alto. Tuttavia, la fortuna sembra dalla loro parte: ecco finalmente la meta del loro viaggio. Purtroppo per loro quello che trovano è molto diverso da quello che si erano aspettati.

L’ultimo rifugio ha fame, mancano i medicinali, mancano ingegneri e medici. Tutto all’opposto non mancano intrighi, spie e sospetti. Il mondo può drasticamente cambiare, ma alcune cose non cambiano mai. E così i sopravvissuti di una catastrofe, speranzosi di aver trovato finalmente un riparo, sono costretti a lottare di nuovo, con tutte le loro forze, per sopravvivere.

E una volta ancora non avranno come nemici soltanto i non-morti, ma anche i loro simili.

Commento:

Il secondo capitolo di Apocalisse Z non corregge sfortunatamente gli errori già evidenziatisi nel primo: lo svolgimento della trama è legato unicamente alle azioni raccontate in presa diretta, senza lasciare particolare spazio alle riflessioni e alle vicissitudini interiori dei personaggi; si abbandona l’artificio del diario scritto da uno dei protagonisti, ma sorprendentemente non si abbandona la narrazione in prima persona, ancora una volta difficilmente spiegabile sotto il profilo logico; ben pochi ancora gli elementi di novità.

Al persistere di alcuni difetti, si aggiunge sorprendentemente ora la totale perdita di caratterizzazione (pur stereotipata) dell’unico personaggio, Viktor, che Manuel Loureiro si era sforzato di far emergere e distinguere dagli altri: nel primo libro l’ucraino indulgeva spesso all’alcool e si esprimeva con difficoltà, spesso non coniugando i verbi ed inserendo al termine delle frasi espressioni in russo; senza alcuna ragione Viktor utilizza invece ora perfettamente e senza esitazione i congiuntivi e sembra aver dimenticato la sua lingua madre.

D’altra parte, anche il gatto Lucullo, protagonista di tante scene e disavventure nel primo romanzo, viene lasciato totalmente al margine della narrazione degli eventi.

La sensazione è quella di una scelta consapevole dell’autore che difficilmente si può condividere.

Rispetto al primo romanzo, può valutarsi positivamente la struttura della storia, ora un poco più complessa: i protagonisti sono costretti a dividersi e le loro vicende sono narrate separatamente in prima ed in terza persona; l’ambientazione è più varia; si avverte una maggiore possibilità di movimento e, almeno in parte, si perde la sensazione opprimente di una riedizione letteraria di un film di Romero.

Positivo è anche il giudizio sulla scorrevolezza del romanzo che si legge ancora una volta tutto d’un fiato, mentre rapidamente si sprofonda di orrore in orrore, nella netta consapevolezza che all’incubo non ci sarà mai termine. La tensione è sempre mantenuta alta.

Loureiro è in effetti assai abile a costruire, come nel primo romanzo, scene dove la caduta nel baratro è a un passo e dove imprevisti positivi e negativi si alternano di continuo costringendo i protagonisti a scelte tragiche o ad azioni apparentemente folli.

I mostri, del resto, sono sempre gli stessi e, benché venga finalmente spiegato molto loro riguardo, appaiono sempre e comunque raccapriccianti incubi frutto di una mente perversa: basta la loro presenza per creare un mondo di viva angoscia nel quale si teme che qualsiasi azione possa essere l’ultima.

Personaggi: 5  Scarsa l’analisi psicologica dei personaggi. Viktor, unico personaggio per il quale è spesa qualche parola in più, ha perso persino la caratterizzazione stereotipata del primo romanzo

Ambientazione: 6  Nulla di particolarmente impegnativo.

Trama: 7 Benchè non possa definirsi innovativa è ben costruita.

Tensione: 8 Costante per tutto il romanzo: ansia ed angoscia non abbandonano mai il lettore.

Narrazione: 7 Poteva essere migliore, ma nel complesso soddisfacente

Voto Complessivo: 6.6

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Apocalisse Z: La fine dell’umanità per mano degli Zombie

28 aprile 2011

Apocalisse Z

Di Manuel Loureiro, Editrice Nord

E’ il 30 dicembre quando per la prima volta i media danno notizia di un attacco terroristico in Dagestan, repubblica ex sovietica del Caucaso, ai danni di una base militare segreta ancora sotto il diretto controllo russo. Si parla di centinaia di morti, ma le informazioni sono frammentarie ed imprecise: ai giornalisti stranieri sul posto viene impedita ogni libertà di movimento e poi, asseritamente per la loro sicurezza, imposto il trasferimento. Le prime immagini che giungono dal Dagestan sono quindi amatoriali, trasmesse da CNN+: si vedono unità speciali dell’esercito russo avanzare lungo una strada deserta di un paese vicino alla base presa d’assalto; i soldati, giovanissimi, appena scesi dal blindato, indossano maschere antigas; improvvisamente incominciano a sparare come pazzi contro qualcosa; poi fuggono in direzione del blindato da cui erano scesi solo poco prima. Dalle immagini non riesce a comprendersi altro, salvo che la situazione è grave.

Nei giorni successivi gli eventi precipitano: la popolazione civile del Dagestan viene evacuata; la Russia chiude le proprie frontiere e chiede l’aiuto straniero per far fronte ad una grave emergenza sanitaria. Pare infatti che l’attacco terroristico abbia causato la fuoriuscita di un gas tossico (forse Sarin) o di un qualche agente patogeno. Gli aiuti stranieri sembrano tuttavia impotenti: gli stessi medici inviati dall’OMS e dal Center for Desease Control and Prevention of Atlanta cadono vittima di non meglio precisati incidenti determinati dai contatti con i pazienti.

Su internet, ovviamente, si diffondono notizie tanto incredibili quanto allarmanti: sembra che il patogeno sfuggito ad ogni controllo sia un ceppo particolarmente resistente di ebola e che gli infettati muoiano tra atroci sofferenze, orribilmente deformati dalla malattia. Pare anche che la malattia scateni negli infetti improvvisi quanto incontrollabili attacchi di furia omicida. In alcuni siti si parla addirittura di raccapriccianti episodi di antropofagia…

Un giovane avvocato spagnolo, rimasto da poco vedovo, segue con attenzione quanto intorno a lui sta accadendo. Scrupolosamente riporta sul suo blog tutti gli avvenimenti della giornata, aggiungendo i suoi personali commenti. Sembra che il mondo stia impazzendo: oramai si parla di pandemia. Anche se probabilmente le sue preoccupazioni sono eccessive, è ben lieto che la sua casa gli possa garantire una quantomeno relativa sicurezza: ha provveduto da poco a montare alcuni pannelli solari che dovrebbero assicurargli un buon apporto di energia anche in caso di black out; i suoi surgelatori sono pieni; le mura del suo giardino sono alte e sicure. E a tenergli compagnia ha il suo Lucullo, un gatto che gli ha letteralmente salvato la vita…

Purtroppo per lui la sua casa non potrà a lungo proteggerlo dall’apocalisse.

Commento.

Apocalisse Z è romanzo che non riserva particolari sorprese per il lettore: anche se manca lo scontatissimo assalto al supermercato da parte dell’orda inarrestabile, ci si ritroverà infatti immersi spesso in situazioni che rievocheranno con facilità immagini e scene dei ben noti films di Romero. Si tratta certo spesso di richiami voluti, quasi vere e proprie “citazioni” (la ricerca di una barca per abbandonare la città, la salvezza insperata nell’utilizzo di un elicottero), ma la sensazione che domina è comunque quella dell’ennesima ripresa di un tema, quello della distruzione della civiltà umana da parte degli zombie, che sugli schermi cinematografici prima e televisivi poi (in ultimo con il telefilm The Walking Dead e l’anime High School of the Dead) pare già essere stato sufficientemente trattato e sfruttato.

Per il vero infatti, la sensazione del “già letto” non è determinata da una scarsa capacità immaginativa dell’autore – che si sforza al contrario di creare una storia tesa ed avvincente – quanto piuttosto dal limitato respiro che gli stessi ristretti margini del soggetto consentono.

Le stesse creature protagoniste non offrono infatti significative variabili: il non-morto può essere più o meno rapido nel suo inseguimento della preda; può avere una maggiore o minore forza fisica rispetto al vivente; può ignorare (come in Romero) o non disdegnare (come in The Walking Dead) il nutrimento che gli potrebbe derivare da esseri viventi diversi dall’uomo (cani, cervi, ratti). Ma si tratta fondamentalmente di dettagli poco incisivi: è certo che, pena il trasformare lo zombie in qualcosa di essenzialmente diverso, non potranno difettare nell’architettura della storia la facilità del contagio e l’inarrestabilità dell’avanzata delle orde. Questi sì elementi essenziali e imprescindibili, ma anche inevitabilmente caratterizzanti: ogni deviazione, ogni eccezione sarebbe evidente nota stonata.

Allo stesso modo le orde degli zombie non possono semplicemente uccidere i pochi sopravvissuti: devono lacerare, dilaniare, strappare, mordere. E devono farlo senza esitazioni, ripensamenti, moti di pietà o successivo pentimento. Per le medesime motivazioni or ora evidenziate sotto diverso profilo: altrimenti non sarebbero orde di zombie.

Il non-morto si connota infatti per differenza rispetto al vivente: il non-morto, in quanto non-vivo, non ha sovrastrutture psicologiche, non conosce gerarchie sociali, non riconosce neppure il simile (un altro non-morto) che semplicemente ignora (come verrà pur brevemente segnalato nel libro che segue Apocalisse Z: Apocalisse Z i Giorni Oscuri). In quanto tale, il non-morto, privo di qualsivoglia ricordo di ciò che era stato, deambula e attacca solo in ossequio a superstiti o ricreati bisogni primari, non per malvagità, della quale non è capace semplicemente perché privo della possibilità di distinguere tra bene e male. Lo zombie è in effetti un uomo destrutturato, senza convenzioni sociali e senza paradigmi etici, in altri termini: puro “es”, privo del controllo esercitato dal super-io e privo quindi del rimorso, dell’ansia, dell’inquietudine nascenti dalla loro contraddizione.

Per quanto possa apparire assurdo, in netto contrasto con la corruzione della sua carne – che significatamene però non si decompone – l’essenza del non-morto è pura: non pura malvagità, ma pura istintualità, come tale spinta al suo parossismo, che si materializza in una violenza cieca ed assoluta che, appunto, morde, lacera, disfa.

Indubitabilmente è un essere depauperato, privo di tutto quello che lo aveva reso completo: senso di famiglia, appartenenza sociale, valori, sentimenti.

Ma al contempo si è spogliato (o più correttamente: è stato spogliato), oltreché di tutti i valori morali positivi, anche di tutte le perversioni morali proprie dell’uomo contemporaneo che innescano stucchevoli processi giustificativi.

Da qui il senso stesso della sua letteraria esistenza: una denuncia radicale del nefasto, dell’oscuro, del marcio che si annida nella società moderna così come la sua fame cieca ed ingiustificata (lo zombie divora per quanto non abbia alcuna necessità di sostentarsi) diviene metafora dell’ottuso consumismo che ammorba la società moderna.

L’uomo-vivo, al suo cospetto, non può ovviamente che provare paura, irrefrenabile e incontrollabile, perché innanzi a sé non ha soltanto il monito concreto della prossima fine letta su un piano meramente individuale, ma anche la materializzazione tangibile dello sgretolamento inevitabile della sua società, di tutto ciò che ha saputo (malamente) creare.

Ma non di rado il savio ed il saldo nei propri principi morali riconoscerà anche nel mostro che ha di fronte il suo simile, il “buono” tormentato che non ha pace nemmeno nella morte. E ne avrà pietà. L’eliminazione della minaccia sarà atto necessitato, ma anche liberatorio e giusto.

In Apocalisse Z troviamo questo non-morto “puro”: e come sempre veniamo ghermiti dall’angoscia di fronte al suo lento ma inarrestabile avanzare e dall’orrore innanzi al parossismo della sua violenza.

Nessuna ingiustificata variazione sul tema, nessun cedimento verso soluzioni di comodo e nessun ignobile stravolgimento.

Ben apprezzabile nel complesso e nelle scelte, accettate come necessarie le scene di macabra ed assurda violenza in esso contenute, spesso grottesche, il romanzo appare tuttavia il frutto acerbo di una elaborazione non perfettamente compiuta.

Nato sulle pagine di un blog il romanzo avrebbe necessitato infatti ancora di un’ulteriore, generale rilettura, volta alla correzione di errori e sviste ed all’eliminazione di elementi sovrabbondanti e, se pur di rado, stucchevoli.

Sotto il primo riguardo non sfuggono al lettore le misteriose scomparse e ricomparse di elementi dell’equipaggiamento di volta in volta date per disperse o dimenticate.

Sotto il secondo, si rileva che, se pure la narrazione in prima persona appare senza dubbio di effetto consentendo al lettore nella prima parte del romanzo di ritrovarsi immediatamente nell’incubo del protagonista, il suo mantenimento per l’intera narrazione appare di ardua logica giustificazione: nessun superstite discenderebbe tanto nei dettagli, specie in quelli più raccapriccianti ed angoscianti, specie laddove la motivazione della tenuta del diario fosse, come dichiarato, espressamente quella di cercare di mantenere o recuperare il proprio equilibrio mentale. La soluzione appare vieppiù incongrua quando vengono riportati parola parola interi dialoghi, vengono create artificialmente pause e cesure e quando, per creare suspense, il protagonista conclude un paragrafo benedicendo o maledicendo la scoperta di qualcosa la cui natura viene disvelata solo qualche pagina dopo.

Nell’impalpabilità di tutti gli altri personaggi, trova una qualche dignità solo il pilota ucraino Viktor. Il suo indulgere alla facile bevuta e la sua scarsa padronanza del linguaggio (realizzata con l’utilizzo di verbi non coniugati e l’intercalare di espressioni in russo) ne rendono tuttavia la figura eccessivamente stereotipata e poco credibile.

Il confronto con il di poco successivo Il Passaggio dell’americano Cronin, anch’esso romanzo apocalittico, è sotto molti riguardi impietoso.

Nonostante gli evidente difetti, la storia scorre tuttavia rapidissima, di incubo in incubo: il lettore si ritrova d’immediato catapultato nel fetore della decomposizione, tra palazzi spettrali e infestati, tra città deserte disseminate di lamiere e pozze di sangue. Quasi trattiene il fiato, preso dalla vertigine dell’orrore e dall’ansia per il prossimo passo nella stanza buia ammorbata da un odore nauseante e dalla quale proviene un sinistro rumore; volta velocemente pagina, scappando dall’orda inarrestabile insieme a compagni verso i quali non può che nutrire sospetti; rabbrividisce con il protagonista mentre cerca scampo nelle acque gelide di un fiume.

Raramente si ha un momento di pausa e, in quelle circostanze, il lettore riprende fiato esattamente come i protagonisti del romanzo.

Le atmosfere sono perfette: vuoto e silenzio si alternano a versi angoscianti e urla terribili. Il lettore vede con nitidezza le mostruosità narrate e ne è partecipe. Soffre, teme, si rianima…per poi ripiombare nell’angoscia più nera. Da brividi l’ingresso in un ospedale apparentemente deserto; raccapriccianti gli incontri all’interno del reparto pediatrico.

Il ritmo è sempre incalzante, talché, laddove il romanzo avesse ricevuto una opportuna rivisitazione, il lettore avrebbe potuto godere al pieno di una terribile, angosciante e riuscita storia d’orrore.

Personaggi: 6 Scarsa l’analisi psicologica dei personaggi. Viktor, unico personaggio per il quale è spesa qualche parola in più, appare eccessivamente stereotipato.

Ambientazione: 6 Un mondo distrutto dalla follia e dalla contaminazione. Nulla di particolarmente impegnativo.

Trama: 7 Benchè non possa definirsi innovativa è be costruita, specie nella prima parte.

Tensione: 8 Costante per tutto il romanzo: ansia ed angoscia non abbandonano mai il lettore.

Narrazione: 6 1/2 Poteva essere migliore, ma nel complesso soddisfacente

Voto Complessivo: 6.7

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Il Passaggio di Justin Cronin

9 aprile 2011

Jeanette ha solo 19 anni quando dà alla luce Amy. Il padre è un viaggiatore di passaggio che si è fermato al ristorante nel quale lei lavora come cameriera e che, come scoprirà dolorosamente in seguito, è ben peggio di quello che sembra. La vita è spietata con Jeanette: viene picchiata, perde il lavoro, perde la casa; per racimolare qualcosa è costretta a prostituirsi. Tutto le pesa incredibilmente, ma tira avanti. Perché deve prendersi cura della sua Amy. Di quella bambina schiva, taciturna, che accetta i tanti trasferimenti senza lamentarsi, che si accontenta di quel poco che lei le può offrire, che sembra tanto delicata quanto intelligente. E che non dorme mai (ma è sufficientemente astuta da fingere di farlo). Ne è sicura: Amy è destinata a grandi cose.

L’agente dell’FBI Wolgast ha ricevuto un incarico insolito che mai avrebbe pensato di svolgere: offrire ad alcuni condannati a morte un’alternativa all’iniezione letale e alla sedia elettrica. Nemmeno lui sa di cosa si tratta esattamente: sa solo che i condannati, una volta apposta la loro firma, lasceranno il braccio della morte per un altro centro di detenzione, dall’ubicazione ignota, gestito dai militari. Non sembra per la verità una scelta difficile: da un lato c’è la morte certa, dall’altro una mera incognita. Chiunque, sano di mente, rischierebbe. Chiunque. Ma nei pensieri dell’agente nascono sospetti sempre più oscuri. Cosa sarà dei detenuti una volta arrivati nel centro? Perché la Sicurezza Nazionale si premura di cancellare ogni traccia della loro esistenza? Senza dubbio sono stati scelti per essere delle cavie. Ma di quale esperimento? Le cose già si complicano con Carter, il dodicesimo detenuto: qualcosa nella ricostruzione dei fatti per i quali è stato dichiarato colpevole non convince. Forse è addirittura innocente. Ma Wolgast, venendo a compromessi con la propria coscienza, tacita i propri dubbi ed esegue gli ordini. Carter firma e segna il suo destino. Wolgast sta ancora cercando di ritrovare un proprio equilibrio quando gli viene assegnato l’ultimo compito. La tredicesima cavia. Questa volta tuttavia non si tratta di un detenuto, ma di una civile. Di una bambina di appena sei anni.

E’ passato quasi un secolo da quando un esperimento sfuggito ad ogni controllo ha determinato la distruzione degli Stati Uniti di America. Sono morti milioni e milioni di individui. La civiltà è stata cancellata. I superstiti, meno di trecento anime, vivono in una Colonia, in quella che una volta era l’autoproclamatasi Repubblica della California. Le alte barricate e le potenti luci che cancellano le stelle proteggono la Colonia dagli assalti notturni dei Virali. Ma i viveri scarseggiano e i discendenti delle Prime Famiglie devono fare i conti con dissidi interni e pericoli di giorno in giorno più gravi. La vita di privazione e stenti, condotta al limite delle possibilità umane, tra pericolose sortite all’esterno per gli approvvigionamenti e terribili assalti notturni, non ha comunque preparato i sopravvissuti all’incontro che cambierà drasticamente il loro modo di vedere il mondo: quello con una Bambina Venuta dal Nulla che non sembra dormire mai…

Commento:

Laddove si ponesse attenzione a solo alcuni degli elementi caratterizzanti il poderoso tomo (quasi 900 pagine) de “Il passaggio” (peraltro soltanto il primo di una trilogia) non si troverebbero particolare novità: l’esperimento nato con le migliori intenzioni che viene però volto dai militari ad oscuri fini; il virus incontrollabile in grado di trasmutare le vittime in mostri sanguinari; la contaminazione inarrestabile che conduce morte, disgregazione sociale, perdita di valori e principi condivisi; l’inarrestabile caduta della civiltà che si accompagna alla perdita di ogni speranza; la sopravvivenza di pochi individui destinati a combattere e rischiare la vita per conquiste minime in altri tempi di ben scarso pregio quali fucili, scatolette di cibo, carburante.

La sensazione del “già letto” non è certo cancellata, ma semmai acuita, dalla presenza dei non pochi elementi soprannaturali che caratterizzano la storia: sogni premonitori, entità malefiche inarrestabili che sembrano in grado di leggere nei più profondi meandri dell’animo umano, grandi disegni che sovrastano le miserie dell’individuo. Il richiamo al ben noto libro di Stephen King, l’Ombra dello Scorpione, è immediato e spontaneo.

Persino la morte di uno dei personaggi meglio caratterizzati del romanzo richiama alla memoria la prematura dipartita di quell’Eddie che chi ha letto la saga della Torre Nera di King ben ricorda.

Tuttavia, anche il lettore che si sia più volte avvicinato a libri simili a “il Passaggio”, non si annoia nello scorrerne le pagine.

Cronin riesce in effetti nella assai ardua impresa di mantenere vivi interesse e tensione per l’intera lunghezza della narrazione. Un punto di forza è certo dato dai personaggi, numerosi ma non sovrabbondanti, intorno ai quali la storia viene creata agevolmente, senza scelte eccessivamente scontate o soluzioni di comodo. Credibili ed umanissimi, i sopravvissuti alla devastazione virale vengono travolti da situazioni angoscianti e raccapriccianti alle quali devono far fronte senza poter contare su nulla di realmente risolutore: non hanno poteri straordinari, non hanno armi devastanti, non sono neppure portatori si supremi valori morali o detentori di verità assolute.

Le azioni delle quali sono protagonisti, anche le più eroiche, sembrano in tal modo verosimili, dettate più dalla necessità di far fronte all’imprevisto che dal coraggio o dall’incoscienza.

La trama che li avviluppa è ben svolta, con appropriati e tempestivi cambi di prospettiva: perfettamente funzionale allo scopo risulta l’inserimento di pagine di diari, di documenti e di rapporti.

L’atmosfera è ben sorretta da colpi di scena ben preparati, da descrizioni attente e crude, dall’incalzare degli eventi.

A livello di struttura il romanzo è nettamente diviso in due parti: la prima, dedicata alla scoperta del virus, alla descrizione degli effetti della contaminazione, allo scoppio dell’epidemia; la seconda, ambientata quasi un secolo dopo gli avvenimenti in precedenza narrati, esclusivamente dedicata alla riscoperta dell’accaduto da parte dei sopravvissuti, alla loro quotidiana lotta contro i virali, alla loro ricerca di una nuova speranza.

In ragione di tale scelta pochi sono i flashback: lo svolgimento degli avvenimenti è quindi lineare, di facile lettura, ma non piatto. Non di rado la narrazione degli avvenimenti viene interrotta per seguire quanto accade nel medesimo momento ad altri protagonisti.

Sempre in ragione della scelta compiuta molto spesso il lettore è già a conoscenza di eventi e circostanze ignoti ai protagonisti, soluzione questa che consente di apprezzare maggiormente la perspicacia o l’ingenuità di questi ultimi. Al contempo il piacere della scoperta ed il dubbio di fronte all’ignoto sono sensazioni che non abbandonano il lettore: il Passaggio infatti fino alla fine offre spunti interessanti, alimenta dubbi e cela misteri.

Tanto da giustificare la speranza che il seguito non sia la stanca prosecuzione di un’opera che ha oramai detto tutto, ma l’occasione di nuove inquietudini, sorprese e rivelazioni.

Senza dubbio un horror teso, cupo ed inquietante fra i migliori recentemente pubblicati.

Personaggi: 8 Molto ben descritti, credibili, variegati.

Ambientazione: 7 Un mondo pressocché contemporaneo nella prima parte con alcuni elementi di variazione determinati dal verificarsi di eventi in realtà mai accaduti; un mondo post-apocalittico nella seconda parte, tetro, desolato, ammorbato. Comunque convincente.

Trama: 7 Benchè non possa definirsi innovativa, presenta caratteri di indubbio interesse

Tensione: 7 Costante per tutto il romanzo.

Narrazione: 7 Adatta alla storia narrata, con un ritmo azzeccato.

Voto Complessivo: 7.2

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Terre di Confine: il Nuovo Numero on-line da oggi!

8 dicembre 2010

E’ con sommo piacere che annuncio, con il presente post, la messa on-line del numero 10 della rivista Terre di Confine.

Il numero oggi on line affronta due tematiche ben distinte l’una a fondamento di una nutrita serie di film e libri di fantascienza, l’altra alle radici stesse del Fantasy: Post Atomico e Ciclo Arturiano.

Ecco la presentazione del numero 10 dell’Editoriale:

Cari Lettori, come sempre un ben ritrovati tra le pagine della Vostra affezionata TdC!

In questo nuovo numero vorremmo avventurarci con Voi a esplorare due temi molto seguiti dagli appassionati di Fantascienza e Fantasy. Il primo è drammatico e solitamente proiettato nel cuore di scenari catastrofici; il secondo evoca suggestioni epiche e romantiche. Si tratta di “Postatomico” e “Ciclo Arturiano”.

L’olocausto nucleare e l’idilliaca Camelot, una distopia e un’utopia, un accostamento forse ardito. Esiste però una chiave di lettura che può accomunare gli equipaggi dell’Enola Gay e del Bockscar e i nobili Cavalieri della Tavola Rotonda. Tibbets, Lewis, Ferebee, Van Kirk… Artù, Lancillotto, Tristano, Galahad… sono tutti soldati.

Il filo dell’analogia porta direttamente al modo di combattere una guerra, inteso sotto l’aspetto deontologico, in ragione di mezzi rapportati a fini, morale e utilitarismo, etica impartita al militare e risultato della derivante condotta. È un piano di analisi di cui due temi rappresentano esattamente le facce opposte: nella lotta senza quartiere tra Bene e Male per l’affermazione di sacri, superiori e universali principi, nel Ciclo Arturiano troneggia il baluardo di un’etica quasi mistica, rigorosa e inamovibile, mentre nel Postatomico si deformano gli evanescenti confini del Diritto bellico, un elastico che l’incedere del progresso rende sempre più teso.

La questione morale sull’uso della bomba atomica ha prodotto moltitudini di parole, scritte e pronunciate; altrettanto dicasi per il codice cavalleresco, che permea la Letteratura di varie epoche. Accostare i due argomenti, però, continua a stimolare la riflessione.

A memoria d’uomo, non si è mai sentito di una guerra capace di risparmiare gli innocenti, per cui il quesito astratto se possa o meno esistere una “guerra giusta” può essere scavalcato da uno più pragmatico: nell’intrinseca ingiustizia del combattere, esiste un modo giusto e uno sbagliato di farlo? O, se vogliamo, esiste un modo meno ingiusto di un altro?

In parole diverse: la sopravvivenza (propria, dei propri ideali, del proprio sistema di valori, del proprio modo di vivere) è un fine sempre inderogabile che prescinde dal mezzo con cui lo si consegue?

Negli ospedali moderni esiste una categoria di degenti che a questa domanda risponderebbe senza esitazione con un no. All’opposto, in alcuni luoghi di questo nostro vecchio e stanco mondo, luoghi in cui la propria sopravvivenza sfugge al novero delle opzioni, si tende addirittura a sostituirle come scopo dogmatico la non sopravvivenza altrui.

In un simile dedalo di alternative filosofiche, la tecnologia bellica oggi ha raggiunto sviluppi tali da rendere superfluo il concetto stesso di deontologia applicato alla guerra, cancellando di colpo qualsiasi contrapposizione dialettica tra mezzi e fini, riuscendo nell’iperbolica impresa di creare l’arma più inutile di tutte: l’arma che non si può usare altro che contro sé stessi.

In effetti, una malattia che imponesse la somministrazione di un farmaco termonucleare sarebbe, per questa stessa ragione, incurabile; e un’Umanità colpita da un simile morbo avrebbe già imboccato lo stadio terminale. Quel tipo di cura contiene dunque in sé la paradossale proprietà di rappresentare due opposti, eutanasia e al tempo stesso accanimento terapeutico.

Ci tornano in mente, inevitabili, le parole attribuite a uno Svizzero/Tedesco (un Signore che davvero sapeva quel che diceva): il suo pensiero su quali armi sia lecito immaginare utilizzate in una ipotetica quarta guerra mondiale, ammesso di sopravvivere a una terza”.

Ecco li link alla pagina del nuovo numero dove troverete tutti gli articoli ivi contenuti:

Terre di Confine: Numero 10

Rammento che la rivista è scaricabile nella sua totalità o nei singoli articoli di maggiore interesse IN MODO ASSOLUTAMENTE GRATUITO.

Rimando comunque per ogni maggiore informazione al sito di Terre di Confine.

Nel caso non lo aveste ancora visitato, vi consiglio caldamente di farlo! Oltra ad una nuova veste grafica, il sito di Terre di Confine si è arricchito nel tempo di rubriche e articoli di sicuro interesse ed ospita attualmente anche un notevole numero di racconti, dall’horror al fantasy nonché un valido forum attivo su tutte le materie legate al fantastico (manga ed anime compresi, ovviamente).

 

 

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Intrigo (gioco di carte) – Recensione

2 dicembre 2010

Ambientazione: Ogni giocatore prende le redini di una casata veneziana impegnata nella conquista dei maggiori vantaggi possibili nella competizione scatenatasi a Palazzo.

Commento: La difficoltà di un gioco non è legata soltanto alla complessità e al numero delle regole applicabili.

Intrigo ne è uno dei più chiari esempi.

(giocatori: 3-4; durata indicata 45′; consigliato: 13+)


Le regole di Intrigo sono infatti poche, perfettamente intelligibili e semplicemente memorizzabili: non vi è alcun bisogno di pro-memoria o schemi esemplificativi. Senza esagerazioni, può addirittura ben dirsi che la lettura delle istruzioni può essere tranquillamente sostituita dall’assistere ad una o due partite (al massimo).

Comprendere il meccanismo di gioco è tuttavia ben altra cosa che padroneggiare il gioco stesso.

Intrigo richiede infatti una notevole concentrazione e l’attento esame delle mosse altrui al fine di cercare di prevedere le prossime.

La scatola contiene un esiguo numero di carte, dalla inusuale forma quadrata, per comodità di descrizione quivi distinte in carte “portico” – che vengono a costituire nulla più che la plancia e l’ambientazione del gioco – e le carte personaggio. Un terzo gruppo di carte posizionato al centro è liberamente acquistabile dai giocatori grazie al denaro conquistato durante la partita.

All’inizio della partita le carte “portico” (che rappresentano il Palazzo degli Intrighi) vengono posizionate a formare un rettangolo (di varie dimensioni in ragione del numero di giocatori).

Su ogni carta “portico” viene poi posizionato  un simbolo “influenza” che indica in quale sfera di potere la famiglia sta cercando di acquistare importanza (clericale, militare, economico…) oppure, più direttamente, del denaro (un ducato). Al lato di ogni carta vi è lo spazio per inserire una carta personaggio contraddistinta con un numero da 2 a 4 che ne indica la capacità di intrigo: più è alto tale valore, maggiori saranno le possibilità che quel personaggio riesca a raggiungere il proprio obiettivo (acquistare influenza in una determinata sfera o accaparrarsi il ducato messo in palio).

Molto semplicemente: se la carta personaggio del giocatore A, a destra di una carta portico, reca un valore pari a 4 e la carta personaggio del giocatore B, a sinistra della carta portico, reca un valore pari a 2, il giocatore A conquisterà quanto posizionato sulla carta portico tra le due carte personaggio giocate.

Ovviamente, essendo tutte le carte portico affiancate, la stessa carta personaggio potrà conquistare il premio di entrambe le carte portico che le sono ai lati, purché abbia un valore sufficiente a superare quelle di entrambi i suoi diretti avversari. Altrimenti potrebbe risultare vincente solo in un portico e soccombente nell’altro. Oppure soccombente in entrambi.

Il pareggio nega la conquista ai contendenti.

Quando tutte le carte personaggio in mano ai giocatori sono state giocate o, comunque, quando non ci sono più spazi liberi, finisce il primo turno di gioco; si verificano quindi le conquiste e ha inizio un nuovo turno. Vince chi per primo riesce a ottenere quattro avanzamenti in una determinata sfera di potere o un avanzamento in ciascuna sfera di potere.

Nella sostanza il gioco sembra risolversi nel cercare di conquistare il migliore posizionamento in vista della più utile conquista. Cosa, ovviamente molto facile a dirsi, ben più difficile a realizzarsi.

Intanto sono necessarie alcune precisazioni:

- le carte personaggio vengono distribuite ad ogni turno  in modo casuale. Tra queste ve ne potranno essere anche alcune che appartengono ad una casata non controllata da nessuno dei giocatori. Se un personaggio di tale casata “neutrale” risultasse vincitore in un confronto la conquista non andrebbe a vantaggio di nessuno dei giocatori. Le carte della casata “neutrale” costituiscono sostanzialmente solo degli impedimenti per gli avversari: non consentono a chi le gioca di conquistare denaro o influenza ma mettono notevoli bastoni nelle ruote agli altri;

- ad ogni giocatore spetta un determinato numero di carte. Tra queste, il giocatore ne sceglie una e passa le rimanenti al giocatore alla sua sinistra. Questo, a sua volta, farà lo stesso. Terminato il primo scambio, si procederà di nuovo allo stesso modo: il giocatore tratterrà una nuova carta, fra quelle che gli sono pervenute, e passerà le altre appena ricevute al giocatore alla sua sinistra. E così via fin quando tutti avranno messo da parte 4 carte. In questa fase, evidentemente, in base allo sviluppo del gioco, sarà necessario valutare se trattenere le carte di più alto valore delle casate altrui per cercare di posizionarle contro l’ interesse dell’avversario o trattenere carte neutrali per bloccare il gioco avversario oppure ancora cercare di avere a disposizione le migliori carte della propria casata per avere maggiori possibilità di accaparrarsi le conquiste di maggior pregio;

- conquistare soldi potrebbe sembrare non particolarmente utile, posto che nelle condizioni di vittoria non si fa alcuna menzione alle monete conquistate durante la partita. Non è così. Il denaro è necessario per comprare alcune carte che, posizionate anch’esse ai lati delle carte portico, hanno speciali abilità. Ad esempio: l’assassino può uccidere (per quel turno) una carta di un’altra casata, eliminandola dalla competizione; il ladro può eliminare dal gioco (per quel turno) la ricompensa in palio in un determinato portico; il gondoliere consente di scambiare due personaggi già posizionati in gioco… e così via. Da notare che il prezzo per utilizzare le abilità di una carta speciale aumenta di volta in volta: l’assassino all’inizio della partita cosa 2 ducati; se qualcuno ne richiede i servigi, la volta successiva  il suo costo sarà di 3 ducati. Ogni carta speciale può essere giocata al massimo 3 volte;

- i simboli influenza vengono posizionati casualmente sulla plancia di gioco ed altrettanto casualmente estratti. Potrà così accadere che in un turno vi siano in gioco 3 simboli influenza clericale e magari nessuno il successivo. Alla strategia, al calcolo della scelta  e del posizionamento delle carte si aggiunge quindi la notevole variabile del caso.

Ovviamente il quadro è ulteriormente complicato dall’imprevedibilità dei piani altrui…

Per raggiungere i propri obiettivi, ogni giocatore dovrà evidentemente seguire una tattica non troppo scoperta per evitare che gli altri annullino le sue carte con quelle delle altre casate ed al contempo cercare di non avvantaggiare in alcun modo gli avversari. Sotto questo specifico riguardo deve sottolinearsi che il giocatore  (in ragione del meccanismo di gioco) potrebbe benissimo avere in mano le migliori carte degli avversari o viceversa!

Dai semplici rilievi sopra compiuti dovrebbe ben comprendersi di quale complessità sia il gioco Intrigo: mai nome fu più azzeccato.

Non ci credete? Non vi resta che provare….

Caratteristiche:

- lunghezza di una partita. Variabile, in ragione delle capacità dei giocatori. Solitamente superiore all’ora (comunque di più dei 45 minuti indicati sulla scatola).

- variabile fortuna: Senz’altro presente, ma non a livelli eccessivi.

- difficoltà: Variabile in ragione dell’abilità dei giocatori. Di per sè: di immediata comprensione.

Giudizi:

- accessibilità: 8 Assolutamente alla portata anche di non esperti.

E’ tuttavia evidente che lo sviluppo del gioco richiede concentrazione ed attenzione ben superiori a quella di una partita a briscola…

- componentistica: 7 gradevole.

I disegni delle carte sono discreti, sufficientemente evocativi. Adatta al tipo di gioco.

- meccanismo di gioco: 8 il vero punto di forza.

Tanto immediato nella comprensione quanto soggetto alle complicazioni derivanti dall’abilità dei giocatori.

- coinvolgimento: 8 Pari a quello di una partita di scacchi

Per gli appassionati, assolutamente da provare.

Giudizio del recensore: 8

Giudizio complessivo: 7.8

[Casa: Hazgard; sito del gioco: intrigo-thegame.com]

Confronti:

Il meccanismo di scelta delle carte e la necessità di prevedere le scelte altrui richiama un altro gioco, l’ottimo Citadel.

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Il seguito di Supercar (Knight Rider) su Italia 1

30 giugno 2010

Con colpevole ritardo segnalo agli affezionati lettori l’atteso approdo su Italia1 del seguito di Supercar, la serie cult anni ’80 che ha affascinato generazioni.

Dal 13 giugno scorso Italia1 trasmette infatti ogni domenica mattina alle 11.25 circa gli episodi della serie Knight Rider, ricchissima di effetti speciali, ma purtroppo priva della romantica poesia della prima e ben più longeva serie dalla quale ha tratto linfa vitale.

Ritroviamo Kitt, l’intelligenza artificiale della prima serie, ma molto è cambiato. Quando negli anni ’80 la macchina nera sfrecciava nel deserto, era sufficiente favoleggiare di una macchina capace di guidarsi da sola, invulnerabile ai proiettili, velocissima…e dotata di buon spirito. Il pubblico odierno, abituato ad effetti speciali ben più avanzati, probabilmente non sarebbe rimasto particolarmente affascinato da una semplice riedizione che si fosse limitata a svecchiare taluni tratti ed eleminare certe ingenuità di regia e sceneggiatura che invece abbondavano nell’originale.

Allla già ben nutrita serie di capacità diagnostiche, d’analisi, di deduzione (allora decisamente improbabili), Kitt aggiunge così abilità che evidentemente, nelle valutazioni dei produttori, avrebbero maggiormente colpito il pubblico di oggi (specie americano) notoriamente attratto o quantomeno incuriosito da giochi, films e programmi quali Fast & Furios o Pimp my Ride. Non è solo invulnerabile a colpi d’arma da fuoco leggera ed ora anche ai missili, ma è in grado di cambiare totalmente forma…tanto da poter diventare a suo piacimento persinanco un Suv o un Pick-up.

Anche nella forma base, comunque, le linee sono cambiate: più aggressive e sportive. Ecco il confronto:

Nell’ottica di rendere da un lato ancor più fantascientifico e strabiliante il compagno inseparabile del protagonista umano e, dall’altro,  verosimile l’esistenza di un simile prodotto della tecnologia,  la nuova serie costruisce una sovrastruttura para-statale controspionistica che ammicca molto a telefilms quali 24 e Alias.

Gli stessi episodi hanno impianto, toni e ritmi decisamente lontani dall’originale: sorprendentemente, all’Azione, vera protagonista, si affianca una trama complessa i cui risvolti vengono lentamente disvelati di puntata in puntata.

La nuova sigla è stata riveduta più volte, con gusto discutibile.

Questa la versione trasmessa da Italia1:

Ma ne esistono anche altre versioni, che hanno accompagnato in USA la serie nel 2008 e 2009:

Il protagonista umano della nuova serie si chiama Mike Traceur, figlio di Michael Knight del quale, per motivi spiegati nello svolgimento degli episodi, prenderà il nome. Al suo fianco Sarah Greiman, figlia dello scienziato Greiman che ha sostanzialmente riportato in vita Kitt.

Mike è un ex militare che, per ragioni misteriose, ha perso gran parte dei propri ricordi… La ricerca del suo passato lo condurrà verso segreti pericolosi che potrebbero mettere a repentaglio la nuova vita che con Kitt e Sarah sta lentamente ricostruendo.

Il giudizio è complessivamente buono, anche se non mancano le critiche.

Anche se una trama relativamente ricca e strutturata che si snoda per tutti gli episodi non più considerati a sè stanti introduce un elemento di certo pregio, non ci si può che rammaricare per il molto perduto: tratto saliente ed elemento caratterizzante del primo Supercar, come disvelato subito, nel primo episodio, era la visione “romantica” di un uomo che, da solo, con la forza dei suoi valori e l’aiuto di un amico inseparabile e fedele che mai lo avrebbe tradito, avrebbe potuto cambiare il mondo. In meglio. Nella nuova serie il singolo ha risalto ed ha un ruolo di assoluto rilievo, ma è comunque uno strumento di una macchina più grande e complessa che ne potrebbe presumibilmente prescindere. In Supercar c’erano Michael, Kitt, Devon e Bonnie; in Knight Rider un equipe composita della quale fanno parte CIA e FBI.

Il passaggio è tutt’altro che di poco conto (ed è pure icasticamente segnalato: in Supercar il simbolo delle Knight Industries era un cavallo degli scacchi; nella nuova serie non di rado Kitt sfoggia come simbolo sulla propria carozzeria un cobra !?!).

Quale ne sia la ragione – il cambio di prospettiva, la perdita del romanticismo cavalleresco – Knight Rider non ha per nulla convinto il pubblico americano. I bassi ascolti hanno fatto prematuramente finire la serie al 17° episodio (la serie completa di Supercar vanta ben 4 stagioni per un totale di 90 episodi).

h1

Tesori di Youtube: Sam Tsui e Kurt Schneider

11 maggio 2010

La genialità trove infinite forme di espressione. Lo abbiamo segnalato altre volte in questo blog.

Davvero degno di nota è questo tributo a Michael Jackson:

Mi permetto di segnalare ancora:

Impressionante!

[P.S.: Immagino che abbiate notato che si tratta sempre della stessa persona... ]

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