Archivio per la categoria ‘Thriller Horror’

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Le Fanu: Racconti di Vampiri e Fantasmi

4 settembre 2011

Joseph Sheridan Le Fanu (1814-1873) è principalmente noto per “Carmilla”, scritto nel 1872, cinquantatré anni dopo “il Vampiro” di Polidori (pubblicato nel 1819 e ritenuto l’iniziatore di quello che sarebbe divenuto un vero e proprio genere), ma ben venticinque anni prima del celeberrimo “Dracula” di Bram Stoker (1897).

Il racconto della contessa dalla pelle chiarissima e dai capelli scuri, misteriosa, sfuggente ed inquietante, che diviene notte tempo spietata assassina che dissangua le proprie vittime, si connota in effetti per la presenza di tutti quegli elementi che saranno ben più che di semplice ispirazione per il Dracula di Stoker: il fascino decadente ed ammorbante del mostro immortale che ammalia l’ingenua e candida fanciulla; la discesa in un incubo che sembra non avere fine, conducendo ogni scoperta ad un nuovo e angosciante orrore; la ricerca dell’esperto risolutore e poi la caccia senza tregua, sino alla distruzione purificatrice. In una cinquantina di pagine, Le Fanu rievoca e riassume con abilità e consapevolezza il tema del vampiro, riportando per primo, come nota Gianni Pilo nella prefazione all’antologia di che trattasi, la tradizione del risurgente nel suo territorio d’origine.

Proprio l’attenta lettura e rievocazione delle antiche leggende, con approfondita ricerca delle fonti, è punto focale però non solo di “Carmilla”, ma dell’intera opera di Le Fanu ed in particolare della maggioranza dei suoi racconti che, contrariamente ai convincimenti e forse le speranze del loro autore, gli diedero ben più lustro e fortuna dei suoi non pochi, ma totalmente dimenticati romanzi.

I racconti di Le Fanu attingono in effetti all’inesauribile tradizione dell’immaginario fantastico della sua terra natia, l’Irlanda, dove le Banshee (letteralmente: donna-fata) accompagnano le più antiche e nobili famiglie ed elevano il loro straziante canto quando una morte prematura è prossima; dove tra montagne disabitate e castelli in rovina può accadere di incontrare il Pooka, robusto destriero che parla con voce umana e che, interrogato, può dare responsi sui giorni futuri; e dove, in particolare, gli spiriti dei defunti si mostrano ai vivi e con essi interagiscono per i fini più vari, non sempre comprensibili, di rado commendevoli, ma spesso interpretabili alla luce di un disegno superiore che proprio per loro intervento viene a delinearsi.

Ne “Il Testamento del Gentiluomo Toby” (1868) il più giovane di due fratelli, dopo la morte improvvisa del nobile Toby, padre severo e collerico, accoglie nella casa di famiglia che quest’ultimo gli aveva lasciato in eredità con pregiudizio diretto dei diritti del primogenito, un bulldog dall’atteggiamento strano che sinistramente rievoca, per espressione e temperamento, proprio l’immagine del defunto. Il giovane signore viene presto tormentato da oscuri incubi nei quali l’inquietante animale, da prima amato e poi sempre più temuto e odiato, assume proporzioni gigantesche e a più riprese lo ammonisce del prossimo castigo, laddove al torto patito dal primogenito non si ponga rimedio. Lo spirito del padre che ritorna sotto forma animale tanto impaurisce e tormenta, quanto consiglia e ammonisce perché la verità sia disvelata e un male peggiore non venga a realizzarsi; purtroppo il tono cupo della narrazione suggerisce fin da subito che il monito non sarà adeguatamente ascoltato.

Al disvelamento della verità, crudele e terribile, è anche volta l’apparizione de “Il fantasma della signora Crowl” (1870): una fanciulla viene catapultata nella realtà di un’antica magione dove, accanto alla zia, dovrà badare all’anziana padrona inferma, depositaria unica di un inconfessabile segreto.

Ne “Il gatto bianco di Drumgunniol” (1870) la misteriosa apparizione di un animale, un gatto bianco appunto, preannuncia invece la prossima morte di colui che ha la sfortuna di vederla. Protagonista della storia è infatti una banshee legatasi alle tristi vicende di una famiglia.

Ne “I Racconti di fantasmi della Tiled House” è il tormento dei vivi lo scopo ultimo della presenza ultraterrena: non vi sono torti da riparare o futuri eventi oscuri sui quali mettere in guardia. Il Male si presenta sotto forma di una mano spettrale che inutilmente i proprietari cercano di tenere fuori dalla propria casa e lontana dal lettino del loro piccolo.

E il tormento di chi impunemente sceglie di vivere in quella che fu la sua casa è l’unico fine anche del fantasma di un giudice suicida protagonista oscuro di “Cronaca di alcune stranezze occorse in Augier Street” (1851). Due giovani studenti cercano la tranquillità e la comodità di una casa in affitto a buon prezzo e a poca distanza dall’università. La notte sarà insonne per entrambi, a causa di incubi inquietanti, apparizioni sconvolgenti, suoni angoscianti.

Il tormento come punizione ed espiazione è invece il tema centrale di “La Persecuzione”: un giovane capitano di mare, appena fidanzatosi, viene inseguito di notte in una strada deserta da passi che non paiono avere una fonte nota. Inutile tornare indietro, inutile scrutare le ombre. L’evento si ripete più volte, fin quando il tormentatore non assume una figura e una fisionomia definita. Ma in quel momento le cose volgeranno al peggio: perché il passato che si credeva dimenticato ritorna per gustare la sua agognata vendetta. E non vi sarà contromisura minimamente utile, non l’allontanamento volontario, l’affetto di amici, la chiusura di porte e finestre, il ritiro in luoghi angusti senza vie di accesso.

Il dolore, l’angoscia, il supplizio che gli spiriti arrecano ai vivi, per il tramite di apparizioni aberranti e rumori sinistri, non sono per il vero che il riflesso di quello che essi stessi patiscono in ragione della turpe condotta della loro biasimevole vita, talché il loro manifestarsi è anche doloroso e raccapricciante monito. Il tema (ben presente, come accennato, ne “Il Testamento del Gentiluomo Toby”) viene ampiamente già trattato ne “Il dissoluto capitano Walshawe di Wauling” (1864), ma è con “Il Giudice Harbottle” (comparso nella raccolta “In a Glass Darkly” l’ultima pubblicata da Le Fanu, nel 1872, e, per la tante somiglianze, probabilmente inteso quale seguito e rivisitazione di “Cronaca di alcune stranezze occorse in Augier Street”) che se ne ha la realizzazione più compiuta e convincente.

Il racconto “Il dissoluto capitano Walshawe di Wauling”, benché di poche pagine, ha una struttura articolata: la voce narrante riporta prima brevemente la storia del capitano Walshave che, dedito ad ogni sorta di turpe attività, aveva dilapidato l’ingente patrimonio del quale era venuto in possesso e si era reso responsabile della triste vita della moglie, dolorosamente segnata dalle sue mancanze e iniquità. Di tale insensibilità era capace che, persino nella notte del precoce trapasso della moglie, il capitano non mancava di compiere un atto empio: strappare dalle mani della defunta la candela santa che avrebbe dovuto accompagnarne l’anima in cielo. Questa volta tuttavia non resterà impunito. L’anima del capitano viene infatti maledetta da una delle anziane monache che vegliavano la salma: ”che tu possa venir chiuso nello stoppino di quella candela finché non brucerà completamente”. Il contrappasso di una vita dedita a vizi viene, per il vero, a colpire il dissoluto capitano ben prima che la maledizione possa esprimere la propria reale efficacia: la vecchiaia si accanisce infatti sul suo corpo e una congerie di malanni prima lo deturpa e poi lo costringe su una sedia a rotelle, senza però indurlo ad alcuna introspezione e ripensamento. Tanto che il capitano giunge a morte ancora impenitente. Dopo questa lunga premessa, la voce narrante dà conto di quanto uno zio ebbe a raccontargli in merito alla notte trascorsa nella sinistra abitazione del capitano Walshawe successivamente alla dipartita di quest’ultimo. Lo zio era giunto nella vecchia casa in tempo per il funerale e si era trattenuto, su invito dell’avvocato incaricato della successione, per risolvere talune problematiche afferenti a dei contratti di locazione che non sembravano trovarsi in nessun luogo. Costretto a fermarsi la notte e rimasto al buio, lo zio raggiunge il salotto dove ricordava di aver visto “un mozzicone di candela”, raggiunge la sua stanza e si prepara al meritato riposo. Le sue buone speranze verranno tuttavia sinistramente disattese.

Il racconto lega indissolubilmente fede e superstizione, cristianità e paganesimo: le monache non sono tanto spose di Cristo, quanto sinistre fattucchiere (e come tali vengono descritte), capaci di terribili maledizioni, come condannare le anime a rimanere prigioniere del mondo dei vivi.

L’incontro di superstizione e fede è un tratto saliente dell’opera di Le Fanu che non sembra vedervi alcuna reale e radicale incompatibilità, non escludendo la sussistenza dell’una quella dell’altra: il mondo dei vivi è nelle sue opere in egual misura aperto ad esperienze di fede come di orrore sovrannaturale, pericolosamente danzando l’uomo, quale un funambolo, sullo scivoloso crinale tra salvezza e dannazione eterna.

Significativamente, in alcuni racconti (“Il sogno dell’Ubriaco”, “Il Fantasma e il Conciaossa”), ad essere indagatore e testimone degno di fiducia del manifestarsi del sovrannaturale – da intendersi come l’insieme di quegli eventi che la scienza non è in grado di interamente spiegare se non con approssimazioni, silenzi di comodo e sviste – è proprio un reverendo, Francis Purcell.

La coesistenza non implica tuttavia, come ovvio, pari dignità, rivestendo il sovrannaturale un ruolo meramente servente rispetto alla superiore dimensione della religione e risultando il suo operare, per quanto misterioso e terribile, comunque interpretabile alla luce di un superiore disegno (con rare eccezioni: “I Racconti di fantasmi della Tiled House”).

Icasticamente il Vampiro cede di fronte alla Vera Fede di chi impugna un crocifisso; il Fantasma si dissolve se viene in contatto con l’acqua santa.

Il sovrannaturale al servizio di una Giustizia superiore è il tema portante del racconto “Il Giudice Harbottle” (traduzione per il vero non felice di “Mister Justice Harbottle”: il protagonista non è infatti un giudice, ma, come si comprende dalla narrazione, un avvocato della pubblica accusa).

Harbottle è un uomo abbietto e senza scrupoli, fatto invero già di per sé particolarmente grave ed increscioso in un uomo di Giustizia. Ma cosa può dirsi di un pubblico accusatore che crea ad arte le prove per far condannare un innocente e tutto ordisce perché venga condannato a morte? Quale pena dovrebbe patire? Prima ancora, i meno ingenui dubiterebbero della possibilità che effettivamente costui subisse la giusta pena: Harbottle è benestante, ha senza dubbio amici importanti e, soprattutto, conosce la legge e i suoi intoppi. Tuttavia una serie di inquietanti eventi faranno vacillare la sua sicumera. Per primo giunge uno sconosciuto a metterlo in guardia sull’esistenza di una congiura che ha lui come bersaglio. E poi, mentre è in udienza, l’uomo che ha fatto impiccare gli compare a poca distanza, mostrandogli i segni ben visibili della corda intorno al collo. Per Harbottle, la discesa nel sonno equivarrà a precipitare in un incubo…che non si dissolverà con il ritorno alla veglia. E finalmente per tutti i torti compiuti in vita, subirà la giusta punizione.

Ma se superstizione e fede hanno un loro equilibrio, con la scienza e con la ragione il rapporto è più conflittuale.

La scienza può spesso smascherare i truffatori e può facilmente dileguare le ombre che la paura ha fatto sorgere dal nulla: è la più immediata lettura de “Una notte alla locanda della Campana” dove la ricerca e la riflessione trasformano, per il tramite di una piana e (deludente) spiegazione empirica, l’evento apparentemente straordinario in uno assolutamente banale, per quanto improbabile; nonché di “La contessa assassinata”, dove la tenacia di una fanciulla, escludendo il coinvolgimento di qualsivoglia forza ultraterrena, saprà far luce sul mistero del ricorrente tema giallo dell’assassinio in una stanza chiusa fatto passare per suicidio.

Ma la scienza non è sempre in grado di risolvere ogni mistero.

Vi è in effetti qualcosa oltre la semplice porta che sbatte, l’improvvisa corrente fredda, il rumore di passi in stanze vuote, tale da sfuggire alla normale percezione e da essere compresa solo laddove si abbandonino gli usuali cammini e ci si avventuri in quel mondo oscuro che è ben più vicino di quanto non si pensi: dietro le nostre spalle in una via desolata (“La Persecuzione”), nel frutteto e nei giardini della casa in cui abitiamo (“I Racconti di fantasmi della Tiled House”), addirittura in un’alcova nella stanza accanto (“Cronaca di alcune stranezze occorse in Augier Street”).

Qualcosa che, se d’immediato offende vista e udito, dolorosamente ben di più colpisce mente e anima.

L’arrestarsi della scienza è riconoscimento di un limite e al contempo affermazione di una vastità sempre disorientante, spesso annichilente.

All’evidenza è un mondo ben cupo e sinistro quello di Le Fanu, costellato di case maledette e infestate, tormentato da vendette oltre la morte e anime in pena; all’apparenza il riflesso letterario dell’angoscia interiore dell’autore che, privato della vicinanza dell’amata sorella, morta improvvisamente nel 1841, e della moglie, venuta a mancare a seguito di una grave malattia nel 1858, sarà spesso preda di autodistruttive crisi depressive.

Così non vi sarà più traccia di quell’ironia scaltra e sorniona propria de “Il Fantasma e il Conciaossa”, il primo racconto pubblicato da Le Fanu e apparso sul Dublin University Magazine nel numero di gennaio 1838.

Qui un medico viene curiosamente costretto alla veglia da uno spirito disceso dalla cornice di un quadro con l’unico fine di farsi curare una gamba dolorante. Sarà una insensata distrazione dello spirito, che scambia per liquore una bottiglia di acqua santa, a porre un inaspettato termine alla vicenda.

Torneranno variamente declinate e con i vari accenti le tematiche quivi già presenti e si avrà sempre cura del recupero della tradizione percepita come perfettamente compatibile con la risalente fede cristiana.

Ma i toni saranno ben diversi, perfettamente adeguati alla realtà descritta nei racconti: accanto alla luce, esiste un’ombra eterna innanzi alla quale la mente dello sprovveduto come quella del saggio non può che vacillare.

E’ il tema che Lovecraft porterà al suo parossismo: il disorientamento di chi vive il quotidiano e si trova improvvisamente di fronte all’irrazionale diverrà follia, l’orrore sovrannaturale acquisirà dimensione cosmica e la fragilità umana verrà spogliata anche dell’ultima difesa di una fede in una divinità salvifica.

Di fronte ad un avversario di tale natura, gli eroi romantici senza macchia e senza paura sono evidentemente ben più che inadeguati. E così nei racconti di Le Fanu i protagonisti sono prevalentemente uomini di cultura, equilibrati, saggi (esattamente come nelle opere di Lovecraft) e pienamente degni di fiducia (tali, per loro stessa natura, da conferire credibilità a storie immaginarie). Destinati tuttavia, una volta posti di fronte al sovrannaturale, a notevolmente trasformarsi.

Fra i personaggi di Le Fanu merita un particolare rilievo il dott. Hesselius: le storie riunite da Le Fanu nell’antologia “In a Glass Darkly” (tra le quali: “La Persecuzione”, “Il Patto col Diavolo”, “Il Giudice Harbottle”, “Carmilla”) prendono in effetti tutte l’avvio dalle ricerche di questo medico esoterista che, ponendosi di fronte all’apparentemente inspiegabile con spirito prettamente analitico, divide le implicazioni soprannaturali da quelle ordinarie, formulando ipotesi, comprovando teorie, arrestandosi solo là dove alla scienza non è consentito procedere oltre.

Come ricorda Gianni Pilo il dott. Hasselius diede origine “ad un vero e proprio topos nell’ambito della narrativa fantastica” e servì da modello in Inghilterra per il Carnacki di Hodgson, l’Antiquario di Montague Rhodes James e, soprattutto, per il John Silence di Algernon Blackwood. In America fu modello di figure popolarissime come il Dottor Jules de Grandin di Seabury Quinn.

A Le Fanu devono quindi in sintesi ritenersi inscindibilmente legati la nascita della figura dell’investigatore dell’occulto, l’approfondito sviluppo del tema della sopravvivenza nel contemporaneo degli antichi mali, nonché l’evoluzione e la compiuta costruzione del mito dei vampiri.

Non pare dunque certo errare l’editore Derleth (lo stesso di Lovecraft e fondatore, non a caso, della casa editrice Arkham House) quando, presentando Le Fanu (senza per il vero aver allora compiuto le pur doverose ed opportune ricerche in ambito critico-letterario), lo descrive come “l‘equivalente britannico di Poe, in quanto ha avuto un influsso determinante sugli autori successivi”.

E l’antologia qui brevemente commentata ne fornisce fulgidi esempi.

[La presente recensione è anche pubblicata su Terre Di Confine]

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Apolicalisse Z: I Giorni Oscuri

30 aprile 2011

Sono solo in quattro: un avvocato, un pilota, una suora, una sedicenne. Hanno una discreta scorta di viveri, qualche arma, ma soprattutto un elicottero con il quale stanno cercando di raggiungere le Canarie, apparentemente l’unico luogo nel quale la razza umana abbia trovato sicuro rifugio. Il viaggio non è semplice: spesso si deve abbandonare la sicurezza dei cieli per fare rifornimento e ogni volta, per quante precauzioni si possano prendere, il rischio di essere assaliti e divorati dalle orde di non-morti che sono divenute signore di Europa e Africa è alto. Tuttavia, la fortuna sembra dalla loro parte: ecco finalmente la meta del loro viaggio. Purtroppo per loro quello che trovano è molto diverso da quello che si erano aspettati.

L’ultimo rifugio ha fame, mancano i medicinali, mancano ingegneri e medici. Tutto all’opposto non mancano intrighi, spie e sospetti. Il mondo può drasticamente cambiare, ma alcune cose non cambiano mai. E così i sopravvissuti di una catastrofe, speranzosi di aver trovato finalmente un riparo, sono costretti a lottare di nuovo, con tutte le loro forze, per sopravvivere.

E una volta ancora non avranno come nemici soltanto i non-morti, ma anche i loro simili.

Commento:

Il secondo capitolo di Apocalisse Z non corregge sfortunatamente gli errori già evidenziatisi nel primo: lo svolgimento della trama è legato unicamente alle azioni raccontate in presa diretta, senza lasciare particolare spazio alle riflessioni e alle vicissitudini interiori dei personaggi; si abbandona l’artificio del diario scritto da uno dei protagonisti, ma sorprendentemente non si abbandona la narrazione in prima persona, ancora una volta difficilmente spiegabile sotto il profilo logico; ben pochi ancora gli elementi di novità.

Al persistere di alcuni difetti, si aggiunge sorprendentemente ora la totale perdita di caratterizzazione (pur stereotipata) dell’unico personaggio, Viktor, che Manuel Loureiro si era sforzato di far emergere e distinguere dagli altri: nel primo libro l’ucraino indulgeva spesso all’alcool e si esprimeva con difficoltà, spesso non coniugando i verbi ed inserendo al termine delle frasi espressioni in russo; senza alcuna ragione Viktor utilizza invece ora perfettamente e senza esitazione i congiuntivi e sembra aver dimenticato la sua lingua madre.

D’altra parte, anche il gatto Lucullo, protagonista di tante scene e disavventure nel primo romanzo, viene lasciato totalmente al margine della narrazione degli eventi.

La sensazione è quella di una scelta consapevole dell’autore che difficilmente si può condividere.

Rispetto al primo romanzo, può valutarsi positivamente la struttura della storia, ora un poco più complessa: i protagonisti sono costretti a dividersi e le loro vicende sono narrate separatamente in prima ed in terza persona; l’ambientazione è più varia; si avverte una maggiore possibilità di movimento e, almeno in parte, si perde la sensazione opprimente di una riedizione letteraria di un film di Romero.

Positivo è anche il giudizio sulla scorrevolezza del romanzo che si legge ancora una volta tutto d’un fiato, mentre rapidamente si sprofonda di orrore in orrore, nella netta consapevolezza che all’incubo non ci sarà mai termine. La tensione è sempre mantenuta alta.

Loureiro è in effetti assai abile a costruire, come nel primo romanzo, scene dove la caduta nel baratro è a un passo e dove imprevisti positivi e negativi si alternano di continuo costringendo i protagonisti a scelte tragiche o ad azioni apparentemente folli.

I mostri, del resto, sono sempre gli stessi e, benché venga finalmente spiegato molto loro riguardo, appaiono sempre e comunque raccapriccianti incubi frutto di una mente perversa: basta la loro presenza per creare un mondo di viva angoscia nel quale si teme che qualsiasi azione possa essere l’ultima.

Personaggi: 5  Scarsa l’analisi psicologica dei personaggi. Viktor, unico personaggio per il quale è spesa qualche parola in più, ha perso persino la caratterizzazione stereotipata del primo romanzo

Ambientazione: 6  Nulla di particolarmente impegnativo.

Trama: 7 Benchè non possa definirsi innovativa è ben costruita.

Tensione: 8 Costante per tutto il romanzo: ansia ed angoscia non abbandonano mai il lettore.

Narrazione: 7 Poteva essere migliore, ma nel complesso soddisfacente

Voto Complessivo: 6.6

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Apocalisse Z: La fine dell’umanità per mano degli Zombie

28 aprile 2011

Apocalisse Z

Di Manuel Loureiro, Editrice Nord

E’ il 30 dicembre quando per la prima volta i media danno notizia di un attacco terroristico in Dagestan, repubblica ex sovietica del Caucaso, ai danni di una base militare segreta ancora sotto il diretto controllo russo. Si parla di centinaia di morti, ma le informazioni sono frammentarie ed imprecise: ai giornalisti stranieri sul posto viene impedita ogni libertà di movimento e poi, asseritamente per la loro sicurezza, imposto il trasferimento. Le prime immagini che giungono dal Dagestan sono quindi amatoriali, trasmesse da CNN+: si vedono unità speciali dell’esercito russo avanzare lungo una strada deserta di un paese vicino alla base presa d’assalto; i soldati, giovanissimi, appena scesi dal blindato, indossano maschere antigas; improvvisamente incominciano a sparare come pazzi contro qualcosa; poi fuggono in direzione del blindato da cui erano scesi solo poco prima. Dalle immagini non riesce a comprendersi altro, salvo che la situazione è grave.

Nei giorni successivi gli eventi precipitano: la popolazione civile del Dagestan viene evacuata; la Russia chiude le proprie frontiere e chiede l’aiuto straniero per far fronte ad una grave emergenza sanitaria. Pare infatti che l’attacco terroristico abbia causato la fuoriuscita di un gas tossico (forse Sarin) o di un qualche agente patogeno. Gli aiuti stranieri sembrano tuttavia impotenti: gli stessi medici inviati dall’OMS e dal Center for Desease Control and Prevention of Atlanta cadono vittima di non meglio precisati incidenti determinati dai contatti con i pazienti.

Su internet, ovviamente, si diffondono notizie tanto incredibili quanto allarmanti: sembra che il patogeno sfuggito ad ogni controllo sia un ceppo particolarmente resistente di ebola e che gli infettati muoiano tra atroci sofferenze, orribilmente deformati dalla malattia. Pare anche che la malattia scateni negli infetti improvvisi quanto incontrollabili attacchi di furia omicida. In alcuni siti si parla addirittura di raccapriccianti episodi di antropofagia…

Un giovane avvocato spagnolo, rimasto da poco vedovo, segue con attenzione quanto intorno a lui sta accadendo. Scrupolosamente riporta sul suo blog tutti gli avvenimenti della giornata, aggiungendo i suoi personali commenti. Sembra che il mondo stia impazzendo: oramai si parla di pandemia. Anche se probabilmente le sue preoccupazioni sono eccessive, è ben lieto che la sua casa gli possa garantire una quantomeno relativa sicurezza: ha provveduto da poco a montare alcuni pannelli solari che dovrebbero assicurargli un buon apporto di energia anche in caso di black out; i suoi surgelatori sono pieni; le mura del suo giardino sono alte e sicure. E a tenergli compagnia ha il suo Lucullo, un gatto che gli ha letteralmente salvato la vita…

Purtroppo per lui la sua casa non potrà a lungo proteggerlo dall’apocalisse.

Commento.

Apocalisse Z è romanzo che non riserva particolari sorprese per il lettore: anche se manca lo scontatissimo assalto al supermercato da parte dell’orda inarrestabile, ci si ritroverà infatti immersi spesso in situazioni che rievocheranno con facilità immagini e scene dei ben noti films di Romero. Si tratta certo spesso di richiami voluti, quasi vere e proprie “citazioni” (la ricerca di una barca per abbandonare la città, la salvezza insperata nell’utilizzo di un elicottero), ma la sensazione che domina è comunque quella dell’ennesima ripresa di un tema, quello della distruzione della civiltà umana da parte degli zombie, che sugli schermi cinematografici prima e televisivi poi (in ultimo con il telefilm The Walking Dead e l’anime High School of the Dead) pare già essere stato sufficientemente trattato e sfruttato.

Per il vero infatti, la sensazione del “già letto” non è determinata da una scarsa capacità immaginativa dell’autore – che si sforza al contrario di creare una storia tesa ed avvincente – quanto piuttosto dal limitato respiro che gli stessi ristretti margini del soggetto consentono.

Le stesse creature protagoniste non offrono infatti significative variabili: il non-morto può essere più o meno rapido nel suo inseguimento della preda; può avere una maggiore o minore forza fisica rispetto al vivente; può ignorare (come in Romero) o non disdegnare (come in The Walking Dead) il nutrimento che gli potrebbe derivare da esseri viventi diversi dall’uomo (cani, cervi, ratti). Ma si tratta fondamentalmente di dettagli poco incisivi: è certo che, pena il trasformare lo zombie in qualcosa di essenzialmente diverso, non potranno difettare nell’architettura della storia la facilità del contagio e l’inarrestabilità dell’avanzata delle orde. Questi sì elementi essenziali e imprescindibili, ma anche inevitabilmente caratterizzanti: ogni deviazione, ogni eccezione sarebbe evidente nota stonata.

Allo stesso modo le orde degli zombie non possono semplicemente uccidere i pochi sopravvissuti: devono lacerare, dilaniare, strappare, mordere. E devono farlo senza esitazioni, ripensamenti, moti di pietà o successivo pentimento. Per le medesime motivazioni or ora evidenziate sotto diverso profilo: altrimenti non sarebbero orde di zombie.

Il non-morto si connota infatti per differenza rispetto al vivente: il non-morto, in quanto non-vivo, non ha sovrastrutture psicologiche, non conosce gerarchie sociali, non riconosce neppure il simile (un altro non-morto) che semplicemente ignora (come verrà pur brevemente segnalato nel libro che segue Apocalisse Z: Apocalisse Z i Giorni Oscuri). In quanto tale, il non-morto, privo di qualsivoglia ricordo di ciò che era stato, deambula e attacca solo in ossequio a superstiti o ricreati bisogni primari, non per malvagità, della quale non è capace semplicemente perché privo della possibilità di distinguere tra bene e male. Lo zombie è in effetti un uomo destrutturato, senza convenzioni sociali e senza paradigmi etici, in altri termini: puro “es”, privo del controllo esercitato dal super-io e privo quindi del rimorso, dell’ansia, dell’inquietudine nascenti dalla loro contraddizione.

Per quanto possa apparire assurdo, in netto contrasto con la corruzione della sua carne – che significatamene però non si decompone – l’essenza del non-morto è pura: non pura malvagità, ma pura istintualità, come tale spinta al suo parossismo, che si materializza in una violenza cieca ed assoluta che, appunto, morde, lacera, disfa.

Indubitabilmente è un essere depauperato, privo di tutto quello che lo aveva reso completo: senso di famiglia, appartenenza sociale, valori, sentimenti.

Ma al contempo si è spogliato (o più correttamente: è stato spogliato), oltreché di tutti i valori morali positivi, anche di tutte le perversioni morali proprie dell’uomo contemporaneo che innescano stucchevoli processi giustificativi.

Da qui il senso stesso della sua letteraria esistenza: una denuncia radicale del nefasto, dell’oscuro, del marcio che si annida nella società moderna così come la sua fame cieca ed ingiustificata (lo zombie divora per quanto non abbia alcuna necessità di sostentarsi) diviene metafora dell’ottuso consumismo che ammorba la società moderna.

L’uomo-vivo, al suo cospetto, non può ovviamente che provare paura, irrefrenabile e incontrollabile, perché innanzi a sé non ha soltanto il monito concreto della prossima fine letta su un piano meramente individuale, ma anche la materializzazione tangibile dello sgretolamento inevitabile della sua società, di tutto ciò che ha saputo (malamente) creare.

Ma non di rado il savio ed il saldo nei propri principi morali riconoscerà anche nel mostro che ha di fronte il suo simile, il “buono” tormentato che non ha pace nemmeno nella morte. E ne avrà pietà. L’eliminazione della minaccia sarà atto necessitato, ma anche liberatorio e giusto.

In Apocalisse Z troviamo questo non-morto “puro”: e come sempre veniamo ghermiti dall’angoscia di fronte al suo lento ma inarrestabile avanzare e dall’orrore innanzi al parossismo della sua violenza.

Nessuna ingiustificata variazione sul tema, nessun cedimento verso soluzioni di comodo e nessun ignobile stravolgimento.

Ben apprezzabile nel complesso e nelle scelte, accettate come necessarie le scene di macabra ed assurda violenza in esso contenute, spesso grottesche, il romanzo appare tuttavia il frutto acerbo di una elaborazione non perfettamente compiuta.

Nato sulle pagine di un blog il romanzo avrebbe necessitato infatti ancora di un’ulteriore, generale rilettura, volta alla correzione di errori e sviste ed all’eliminazione di elementi sovrabbondanti e, se pur di rado, stucchevoli.

Sotto il primo riguardo non sfuggono al lettore le misteriose scomparse e ricomparse di elementi dell’equipaggiamento di volta in volta date per disperse o dimenticate.

Sotto il secondo, si rileva che, se pure la narrazione in prima persona appare senza dubbio di effetto consentendo al lettore nella prima parte del romanzo di ritrovarsi immediatamente nell’incubo del protagonista, il suo mantenimento per l’intera narrazione appare di ardua logica giustificazione: nessun superstite discenderebbe tanto nei dettagli, specie in quelli più raccapriccianti ed angoscianti, specie laddove la motivazione della tenuta del diario fosse, come dichiarato, espressamente quella di cercare di mantenere o recuperare il proprio equilibrio mentale. La soluzione appare vieppiù incongrua quando vengono riportati parola parola interi dialoghi, vengono create artificialmente pause e cesure e quando, per creare suspense, il protagonista conclude un paragrafo benedicendo o maledicendo la scoperta di qualcosa la cui natura viene disvelata solo qualche pagina dopo.

Nell’impalpabilità di tutti gli altri personaggi, trova una qualche dignità solo il pilota ucraino Viktor. Il suo indulgere alla facile bevuta e la sua scarsa padronanza del linguaggio (realizzata con l’utilizzo di verbi non coniugati e l’intercalare di espressioni in russo) ne rendono tuttavia la figura eccessivamente stereotipata e poco credibile.

Il confronto con il di poco successivo Il Passaggio dell’americano Cronin, anch’esso romanzo apocalittico, è sotto molti riguardi impietoso.

Nonostante gli evidente difetti, la storia scorre tuttavia rapidissima, di incubo in incubo: il lettore si ritrova d’immediato catapultato nel fetore della decomposizione, tra palazzi spettrali e infestati, tra città deserte disseminate di lamiere e pozze di sangue. Quasi trattiene il fiato, preso dalla vertigine dell’orrore e dall’ansia per il prossimo passo nella stanza buia ammorbata da un odore nauseante e dalla quale proviene un sinistro rumore; volta velocemente pagina, scappando dall’orda inarrestabile insieme a compagni verso i quali non può che nutrire sospetti; rabbrividisce con il protagonista mentre cerca scampo nelle acque gelide di un fiume.

Raramente si ha un momento di pausa e, in quelle circostanze, il lettore riprende fiato esattamente come i protagonisti del romanzo.

Le atmosfere sono perfette: vuoto e silenzio si alternano a versi angoscianti e urla terribili. Il lettore vede con nitidezza le mostruosità narrate e ne è partecipe. Soffre, teme, si rianima…per poi ripiombare nell’angoscia più nera. Da brividi l’ingresso in un ospedale apparentemente deserto; raccapriccianti gli incontri all’interno del reparto pediatrico.

Il ritmo è sempre incalzante, talché, laddove il romanzo avesse ricevuto una opportuna rivisitazione, il lettore avrebbe potuto godere al pieno di una terribile, angosciante e riuscita storia d’orrore.

Personaggi: 6 Scarsa l’analisi psicologica dei personaggi. Viktor, unico personaggio per il quale è spesa qualche parola in più, appare eccessivamente stereotipato.

Ambientazione: 6 Un mondo distrutto dalla follia e dalla contaminazione. Nulla di particolarmente impegnativo.

Trama: 7 Benchè non possa definirsi innovativa è be costruita, specie nella prima parte.

Tensione: 8 Costante per tutto il romanzo: ansia ed angoscia non abbandonano mai il lettore.

Narrazione: 6 1/2 Poteva essere migliore, ma nel complesso soddisfacente

Voto Complessivo: 6.7

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Il Passaggio di Justin Cronin

9 aprile 2011

Jeanette ha solo 19 anni quando dà alla luce Amy. Il padre è un viaggiatore di passaggio che si è fermato al ristorante nel quale lei lavora come cameriera e che, come scoprirà dolorosamente in seguito, è ben peggio di quello che sembra. La vita è spietata con Jeanette: viene picchiata, perde il lavoro, perde la casa; per racimolare qualcosa è costretta a prostituirsi. Tutto le pesa incredibilmente, ma tira avanti. Perché deve prendersi cura della sua Amy. Di quella bambina schiva, taciturna, che accetta i tanti trasferimenti senza lamentarsi, che si accontenta di quel poco che lei le può offrire, che sembra tanto delicata quanto intelligente. E che non dorme mai (ma è sufficientemente astuta da fingere di farlo). Ne è sicura: Amy è destinata a grandi cose.

L’agente dell’FBI Wolgast ha ricevuto un incarico insolito che mai avrebbe pensato di svolgere: offrire ad alcuni condannati a morte un’alternativa all’iniezione letale e alla sedia elettrica. Nemmeno lui sa di cosa si tratta esattamente: sa solo che i condannati, una volta apposta la loro firma, lasceranno il braccio della morte per un altro centro di detenzione, dall’ubicazione ignota, gestito dai militari. Non sembra per la verità una scelta difficile: da un lato c’è la morte certa, dall’altro una mera incognita. Chiunque, sano di mente, rischierebbe. Chiunque. Ma nei pensieri dell’agente nascono sospetti sempre più oscuri. Cosa sarà dei detenuti una volta arrivati nel centro? Perché la Sicurezza Nazionale si premura di cancellare ogni traccia della loro esistenza? Senza dubbio sono stati scelti per essere delle cavie. Ma di quale esperimento? Le cose già si complicano con Carter, il dodicesimo detenuto: qualcosa nella ricostruzione dei fatti per i quali è stato dichiarato colpevole non convince. Forse è addirittura innocente. Ma Wolgast, venendo a compromessi con la propria coscienza, tacita i propri dubbi ed esegue gli ordini. Carter firma e segna il suo destino. Wolgast sta ancora cercando di ritrovare un proprio equilibrio quando gli viene assegnato l’ultimo compito. La tredicesima cavia. Questa volta tuttavia non si tratta di un detenuto, ma di una civile. Di una bambina di appena sei anni.

E’ passato quasi un secolo da quando un esperimento sfuggito ad ogni controllo ha determinato la distruzione degli Stati Uniti di America. Sono morti milioni e milioni di individui. La civiltà è stata cancellata. I superstiti, meno di trecento anime, vivono in una Colonia, in quella che una volta era l’autoproclamatasi Repubblica della California. Le alte barricate e le potenti luci che cancellano le stelle proteggono la Colonia dagli assalti notturni dei Virali. Ma i viveri scarseggiano e i discendenti delle Prime Famiglie devono fare i conti con dissidi interni e pericoli di giorno in giorno più gravi. La vita di privazione e stenti, condotta al limite delle possibilità umane, tra pericolose sortite all’esterno per gli approvvigionamenti e terribili assalti notturni, non ha comunque preparato i sopravvissuti all’incontro che cambierà drasticamente il loro modo di vedere il mondo: quello con una Bambina Venuta dal Nulla che non sembra dormire mai…

Commento:

Laddove si ponesse attenzione a solo alcuni degli elementi caratterizzanti il poderoso tomo (quasi 900 pagine) de “Il passaggio” (peraltro soltanto il primo di una trilogia) non si troverebbero particolare novità: l’esperimento nato con le migliori intenzioni che viene però volto dai militari ad oscuri fini; il virus incontrollabile in grado di trasmutare le vittime in mostri sanguinari; la contaminazione inarrestabile che conduce morte, disgregazione sociale, perdita di valori e principi condivisi; l’inarrestabile caduta della civiltà che si accompagna alla perdita di ogni speranza; la sopravvivenza di pochi individui destinati a combattere e rischiare la vita per conquiste minime in altri tempi di ben scarso pregio quali fucili, scatolette di cibo, carburante.

La sensazione del “già letto” non è certo cancellata, ma semmai acuita, dalla presenza dei non pochi elementi soprannaturali che caratterizzano la storia: sogni premonitori, entità malefiche inarrestabili che sembrano in grado di leggere nei più profondi meandri dell’animo umano, grandi disegni che sovrastano le miserie dell’individuo. Il richiamo al ben noto libro di Stephen King, l’Ombra dello Scorpione, è immediato e spontaneo.

Persino la morte di uno dei personaggi meglio caratterizzati del romanzo richiama alla memoria la prematura dipartita di quell’Eddie che chi ha letto la saga della Torre Nera di King ben ricorda.

Tuttavia, anche il lettore che si sia più volte avvicinato a libri simili a “il Passaggio”, non si annoia nello scorrerne le pagine.

Cronin riesce in effetti nella assai ardua impresa di mantenere vivi interesse e tensione per l’intera lunghezza della narrazione. Un punto di forza è certo dato dai personaggi, numerosi ma non sovrabbondanti, intorno ai quali la storia viene creata agevolmente, senza scelte eccessivamente scontate o soluzioni di comodo. Credibili ed umanissimi, i sopravvissuti alla devastazione virale vengono travolti da situazioni angoscianti e raccapriccianti alle quali devono far fronte senza poter contare su nulla di realmente risolutore: non hanno poteri straordinari, non hanno armi devastanti, non sono neppure portatori si supremi valori morali o detentori di verità assolute.

Le azioni delle quali sono protagonisti, anche le più eroiche, sembrano in tal modo verosimili, dettate più dalla necessità di far fronte all’imprevisto che dal coraggio o dall’incoscienza.

La trama che li avviluppa è ben svolta, con appropriati e tempestivi cambi di prospettiva: perfettamente funzionale allo scopo risulta l’inserimento di pagine di diari, di documenti e di rapporti.

L’atmosfera è ben sorretta da colpi di scena ben preparati, da descrizioni attente e crude, dall’incalzare degli eventi.

A livello di struttura il romanzo è nettamente diviso in due parti: la prima, dedicata alla scoperta del virus, alla descrizione degli effetti della contaminazione, allo scoppio dell’epidemia; la seconda, ambientata quasi un secolo dopo gli avvenimenti in precedenza narrati, esclusivamente dedicata alla riscoperta dell’accaduto da parte dei sopravvissuti, alla loro quotidiana lotta contro i virali, alla loro ricerca di una nuova speranza.

In ragione di tale scelta pochi sono i flashback: lo svolgimento degli avvenimenti è quindi lineare, di facile lettura, ma non piatto. Non di rado la narrazione degli avvenimenti viene interrotta per seguire quanto accade nel medesimo momento ad altri protagonisti.

Sempre in ragione della scelta compiuta molto spesso il lettore è già a conoscenza di eventi e circostanze ignoti ai protagonisti, soluzione questa che consente di apprezzare maggiormente la perspicacia o l’ingenuità di questi ultimi. Al contempo il piacere della scoperta ed il dubbio di fronte all’ignoto sono sensazioni che non abbandonano il lettore: il Passaggio infatti fino alla fine offre spunti interessanti, alimenta dubbi e cela misteri.

Tanto da giustificare la speranza che il seguito non sia la stanca prosecuzione di un’opera che ha oramai detto tutto, ma l’occasione di nuove inquietudini, sorprese e rivelazioni.

Senza dubbio un horror teso, cupo ed inquietante fra i migliori recentemente pubblicati.

Personaggi: 8 Molto ben descritti, credibili, variegati.

Ambientazione: 7 Un mondo pressocché contemporaneo nella prima parte con alcuni elementi di variazione determinati dal verificarsi di eventi in realtà mai accaduti; un mondo post-apocalittico nella seconda parte, tetro, desolato, ammorbato. Comunque convincente.

Trama: 7 Benchè non possa definirsi innovativa, presenta caratteri di indubbio interesse

Tensione: 7 Costante per tutto il romanzo.

Narrazione: 7 Adatta alla storia narrata, con un ritmo azzeccato.

Voto Complessivo: 7.2

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Il Bravo Ragazzo (The Good Guy)

24 agosto 2009

Un nuovo Thriller da uno dei più grandi maestri: Dean Koontz.

koontz il_bravo_ragazzo

Per chi conosce Koontz, il romanzo non presenta particolari sorprese: la novità è tutta nell’accattivante inizio.

Direttamente dalla presentazione del libro:

È una sera come tante. Dopo il lavoro Timothy Carrier entra nel solito bar. Sta bevendo una birra quando uno sconosciuto lo avvicina con aria circospetta.
«È lei?»
«Chi altri dovrei essere?»
«Ha un’aria così… normale.»
«Faccio il possibile. »
Senza aggiungere altro, l’uomo gli consegna una busta.
«Qui ce n’è metà. Diecimila. Il resto quando sarà andata. »
Dentro ci sono diecimila dollari, la foto di una bella donna e il suo indirizzo.
Dev’esserci un equivoco. Ma prima che Tim possa ribattere lo sconosciuto si dilegua. Poco dopo un altro cliente gli si siede accanto, fissando la busta. All’improvviso tutto diventa drammaticamente chiaro: Tim ha ricevuto per sbaglio l’incarico di uccidere la donna. Quello di fianco a lui è il vero killer, che ora lo sta scambiando per il mandante. Reagendo prontamente al beffardo scherzo del destino, Tim gli dice di aver cambiato idea: toglie dalla busta la foto e invita il sicario a tenere il contante «per il disturbo». L’uomo accetta e se ne va, ma Tim sa che l’errore verrà presto scoperto. La vittima designata ha le ore contate e lui è l’unico che può salvarla. Inizia così una disperata corsa contro il tempo che stravolgerà la sua  esistenza — di normale bravo ragazzo — Costringendolo a trovare il coraggio per mettere a rischio la propria vita e diventare, suo malgrado, un eroe.”

Segue una storia nel miglior stile di Koontz: narrazione serrata, descrizioni brevi ma efficaci, personaggi ironici ai quali è facilissimo affezionarsi.

La trama si risolve essenzialmente in un inseguimento senza posa che avvince il lettore costringendolo ad avidamente proseguire. Con abilità Koontz introduce poi una serie di incognite che incuriosiscono al punto giusto senza discendere troppo nel banale.

Il passato di Tim è infatti volutamente lasciato nell’oscurità; misterioso è il motivo dell’accanimento con cui il killer insegue la sua vittima designata e tutto induce a ritenere che la stessa vittima nasconda qualcosa…

Il disvelamento del mistero giunge rapidamente, seguendo il ritmo serrato della storia.

Come sempre, un romanzo che si legge tutto d’un fiato, senza mai deludere e senza cadute di stile.

Giudizio: 7

Solo chi “è abtituato a Koontz” si attenderebbe qualcosa di più…

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Odd Thomas di Koontz: prossima la realizzazione del film

3 agosto 2008

I romanzi di Dean Richard Koontz solitamente sono autoconclusivi. Raramente il lettore ha incontrato richiami espliciti ai romanzi precedenti: sotto questo particolare riguardo, i romanzi che hanno per specifico oggetto progetti di modificazione genetica sfuggiti al controllo dei propri creatori rappresentano, nel complesso, eccezioni.

In uno dei primi romanzi, Mostri, si nomina per la prima volta il progetto Francis, nome che richiama immediatamente alla memoria una serie di film in bianco e nero dove un irriverente mulo, di nome Francis appunto, sapeva parlare.

Ecco, per i nostalgici una foto esplicativa:

…e per gli affezionati ecco il link ad una scheda critica accurata.

In Mostri, protagonista era un Golden Retriever dall’intelligenza assolutamente fuori dal comune: era l’unico vero e proprio successo di una serie di esperimenti volti a migliorare l’intelligenza animale per scopi militari.

Del progetto Francis si parla anche, con brevi cenni, in due romanzi successivi ambientati nella tutt’altro che ridente cittadina di Moonlight Bay: L’uomo che amava le tenebre e Tracce nel Buio (il terzo libro della trilogia Ride the Storm non è ancora stato terminato*). In questi due libri Koontz presenta al lettore Christopher Snow, un ragazzo costretto a vivere di notte in ragione di una terribile malattia (reale), lo xeroderma pigmentoso, che rende per lui mortali i raggi di luce troppo intensi, tra i quali, ovviamente, quelli del sole.

Snow è per molto tempo l’unico protagonista che in Koontz ha conosciuto il ritorno.

L’unico, fino a Odd Thomas che, almeno nelle intenzioni dell’autore, dovrebbe essere protagonista di ben sette romanzi (l’ultimo uscito, Brother Odd non è ancora stato tradotto in Italia).

Odd compare per la prima volta ne Il Luogo delle Ombre e poi ne Il labirinto delle Ombre (clicca per la recensione su questo blog).

Odd Thomas è cuoco di un piccolo ed insignificante ristorante fast-food in una cittadina anonima spersa nel deserto…e vede e parla con i morti.

Odd è un personaggio, di là dall’abilità sua propria, particolare: uno spirito candido, buono e particolarmente ironico. Talchè i toni tutti dei romanzi dei quali è protagonista ne rimangono indelebilmente segnati.

E’ di pochi giorni or sono la notizia che Odd Thomas diverrà un film, non il primo e non certo l’ultimo dei films tratti dai romanzi di Koontz (a solo titolo esemplificativo sono stati tratti films da: Mostri, Il Volto della Paura, Phantoms, Cuore Nero, Intensity).

Al momento l’autore ha rivisitato la sceneggiatura e trovato l’attore protagonista.

Non resta che aspettare.

[fonte: Horror Magazine]

[*testualmente, dall'autore: I fully intend to finish the third book, God willing. The problem has been that when I started RIDE THE STORM, I quickly saw that it was going to be different from and potentially much longer than the first two books, and I wanted to take time to consider it carefully before continuing. Then an unprecedented flood of story ideas washed over me, all of which I was passionate about, and I have been busy realizing them for the past few years. Writing talent is a gift that sometimes controls the recipient].

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Dead Space Downfall (primi video) – Il gioco uscirà ad Halloween…il cartone molto prima!

28 luglio 2008

Non amo i giochi che si basano sul semplice spara-ammazza (sparatutto). Neanche quando ci sono alieni e mostri (odio Doom, per esempio) e lascio aperta giusto giusto una porticina per amenità come Silent Hill.

Inoltre non apprezzo nemmeno i giochi in terza persona.

Quando però vedo questo tipo di cose qui subito di seguito, qualche dubbio mi viene…:

(attenzione: immagini forti: è un gioco horror)

E dal momento che Ea ha pensato di fare le cose in grande, ecco anche il simpatico trailer del lieto cartone che fa da apripista:

Sì: mostri-zombie, alieni bavosi, mostruosità ammorbanti, chimere impazzite, probabilmente virus mutanti, ecc. Sembra un misto di Alien, Silent Hill e cose simili.

Quindi potrebbe essere bellissimo…

Comunque, per i più esigenti, ecco alcune immagini del gioco:

Qui la fonte della notizia: Eletronics Arts Italia

Segnalo che Ea ha voluto pubblicizzare tanto Dead Space da realizzare, prima ancora del cartone, anche un fumetto (ovviamente sempre horror).

Anticipazioni e chiarimenti: Nel fumetto e nel cartone si narrano gli eventi che precedono l’arrivo sulla nave spaziale Ishimura, il cui equipaggio è stato trasformato in orribili zombie (come si è potuto vedere nel video). Ruolo determinante per la tragedia è svolto dal ritrovamento dell’oscuro artefatto alieno (di cui al cartone).

Questo il link al sito ufficiale del gioco dove protete trovare altri nauseanti filmati…da non perdere (per entrare dovete digitare la vostra data di nascita): deadspace.com

Ahimé: al momento il gioco è previsto solo per X-box 360 e PS3

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“Il Marito”: L’ultimo Thriller firmato Koontz

6 luglio 2008

Teso ed avvincente

Con “Il Marito” Koontz ritorna al genere che gli ha dato forse maggior successo e notorietà: il Thriller puro, diretto, rapido, avvincente.

Non che, per il vero, negli altri suoi romanzi, il brivido teso e l’azione rapida siano assenti (con l’unica eccezione, forse, di Sussurri). Ma gli amanti di Koontz ben conoscono quale rilevante distanza separi romanzi quali Là fuori nel buio, L’uomo che amava le tenebre o Fuoco Freddo, da altri quali Intensity o Velocity.

Come noto, le tamatiche care a Koontz sono varie: mutazioni genetiche fuori controllo (Mostri, Mezzanotte, L’Uomo che amava le Tenebre); manipolazioni mentali e del subconscio (La Casa del Tuono, Quando scendono le tenebre, Falsa Memoria); mostri dai temibili poteri psichici (Il posto del Buio, Incubi, Fuoco Freddo, Sopravvissuto) e più raramente creature sovrannaturali (Là Fuori nel Buio, Phantoms) e alieni (Strangers, L’ultima porta del cielo).

In questi romanzi l’elemento “fantanscientifico” o “sovrannaturale” è preponderante, ma la narrazione è comunque incentrata su quanto accade in pochi giorni, a volte in una sola notte, talché gli eventi si susseguono incalzanti, senza inutili pause, digressioni, cadute di intensità. Si tratta, in poche parole, di veri e propri Thriller-Horror.

In altri romanzi l’elemento sovrannaturale viene lasciato ai margini, a volte appena palpabile, e tutto ruota intorno ad un ristretto numero di personaggi, coinvolti, spesso per caso, negli oscuri piani di invincibili ed astuti serial killers o assassini di professione (Intensity, Velocity).

Il Marito“, agile romanzo di solo 359 pagine, appartiene a questa ultima linea narrativa.

L’elemento sovrannaturale, come anticipato, non dispare totalmente, ma rimane ai margini dello sguardo: si stratta al più di percezioni, presentimenti, tali da aggiungere “un qualcosa in più” alla narrazione, senza però divenire elemento focale.

L’affezionato lettore ritrova qui i tanti elementi oramai distintivi: l’ironia accattivante (anche se non ai livelli forse eccessivi di Thomas Odd), l’azione fotografata nel dettaglio, il colpo di scena convincente mai forzato.

E ritrova ovviamente la descrizione minuziosa di giardini e piante californiane, le battute, i personaggi curiosi. Immancabile la presenza, seppur qui defilata, di un golden retriever*.

Della trama non posso però davvero anticipare nulla, se non giusto l’inizio:

Mitch è un giardiniere. Lunedì 14 maggio si trova al lavoro, come tutti gli altri giorni, con l’amico Iggy, buono, disponibile, ma certo non molto perspicace. Inattesa, alle 11.43, giunge la telefonata di Holly, la moglie di Mitch. Poche parole. Poi alla sua si sostituisce la voce di uno sconosciuto. E ha inizio l’orrore…

Altro non potrebbe da parte mia davvero aggiungersi: pagina dopo pagina, in un vorticare continuo di eventi, il lettore non ha mai modo “di tirare il fiato”.

Le sorprese ed i colpi di scena non mancano certo.

Lo devo ammettere: una volta sono davvero stato colto di sorpresa anche io.

Voto: 8

[* Per chi ancora non lo sapesse, il riferimento è all'affezionato amico di una vita, Trixie, il golden retriever di Koontz, morto qualche tempo fa]

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Alien VS Predator – Requiem

1 dicembre 2007

Vi trovate in una ridente cittadina americana. Poche anime, poche possibilità di sviluppo, pochi svaghi. Tra questi, il migliore è andare a caccia. Non è proprio uno svago innuoco, è vero, ma in fondo c’è di peggio. Anche se l’uomo non ha più bisogno di andare a caccia e le città pullulano di negozi alimentari, perché privarsi di un po’ di sano divertimento a contatto con la natura?

La caccia è solo uno svago. Niente più di questo.

E le cose, in fondo, non cambiano più di tanto, anche quando le prede siete voi.

Forse, proprio a voler guardar capello, l’unica diversità risiede nel fatto che i nuovi cacciatori sanno fare il loro mestiere meglio di voi… e si divertono ancora di più.

Ma in fondo sono solo dettagli. E non avrete tempo di pensarci sopra più di tanto. Probabilmente sarete già morti.

Eh già… Nella ridente cittadina precipita un’astronave….quella che alla fine del primo Alien VS Predator avevamo visto lasciare il pianeta infettata da un Alien. E cosa ne esce? Un simpatico alieno bavoso che ha la forza ed i poteri anche di un Predator. Ed ovviamente non è solo.

Amo i films natalizi…

Non avendo visto altro che trailers, non posso dare un giudizio in merito. Generalmente i films dove alla fine muoiono pressocché tutti li apprezzo più di altri. Quindi, quando uscirà in Italia, andrò senz’altro a vederlo. In fondo ho visto il primo, dove una delle cose migliori era vedere finalmente morire Raul Bova spappolato da un Alien che gli usciva dalla pancia…

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Sanitarium…

23 novembre 2007

Non ho finito molti videogiochi nella mia vita, semplicemente perché sono di gusti molto difficili ed è raro che mi appassioni tanto a qualcuno di essi per comprarlo e mettermici d’impegno. Fondamentalmente, le eccezioni si contano su una mano. E sono tutti giochi abbastanza datati. Alcuni sono da archeologia computeristica (Amiga 500).

Il primo, inarrivabile, è l’indimenticato DungeonMaster (FTL) al quale, un giorno o l’altro dedicherò un approfondito post: è il primo videogioco al quale mi sono davvero appassionato. Difficile, claustrofobico, geniale.

Uno degli ultimi è Morrowind: The elder scroll III (Oblivion “non mi gira” come si suol dire, quindi…)

All’incirca nel mezzo c’è:

SANITARIUM (ASC Games)

Un point-and-click adventure “vecchio” (1998), ma indimenticabile.

Un gioco da incubo: folle, visionario, sconvolgente.

Vi destate in un luogo terribile. Odore di sangue e di urina. Intorno urla agghiaccianti, versi pressocché inumani ed un allarme che non smette di suonare. Avete poca libertà di movimento… ma è già troppa per chi non ha idea di dove andare. Siete privi di memoria…e privi di volto. Probabilmente sfigurati, non potete vedere quanto vi è intorno se non attraverso un bendaggio approssimativo. E tral prime cose che vedete c’è un uomo che si frantuma la testa contro un muro. Quando riuscite a prendere un minimo in più di consapevolezza, riuscite a capire di trovarvi dentro un manicomio… E voi ovviamente siete un ospite di tutto riguardo…

E la follia prosegue…vi ritrovate in un villaggio di dannati, dove la popolazione è composta solo di bambini che hanno ricevuto doni particolari da una mamma molto speciale…

…mi fermo qui.

Ma non fatevi ingannare dalle apparenze: c’è molto di più. Fidatevi. Ma svelare altro sarebbe controproducente.

Su youtube c’è l’intera partita, giocata dall’inizio alla fine. NOn fosse per il fatto che risultano tagliati molti filmati intermedi, potreste godervela come fosse un film (purtroppo tutto in inglese non sottotitolato). Sono davvero indimenticabili il circo, la casa di infanzia, la lotta con il doloroso passato…

Grottesco, pazzo, Sanitarium è un gioco horror che avvince, con una trama splendida, curata, che ha al contempo la forza dell’incubo e quella della follia.

Solo gli ultimi 2 capitoli non sono all’altezza dei primi…un vero peccato. Per il resto: perfetto. I rompicapo poi sono a volte davvero diabolici.

Da non perdere!

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