Addio Babilonia


“Ahi Babilonia”
: due sole parole al termine di un cablogramma. Eppure Randy Braggs comprende immediatamente che, da quel momento in poi, nulla sarebbe stato come prima: se il fratello Mark, ufficiale del controspionaggio americano, gli ha mandato un messaggio del genere, è perché teme che tutto stia per volgere al peggio. Due sole parole, l’allusione fatidica a un versetto dell’Apocalisse di Giovanni, 18, 9-10: “Ahi Babilonia, la grande città, la possente città! In un’ora sola è giunta la tua condanna!”. Nel codice che hanno concordato, questo è l’annuncio che sta per scoppiare la terza guerra mondiale. Improvvisamente, una giornata come tante altre si trasforma in un incubo.

L’unica speranza è che Fort Repose, la cittadina nella quale vive Randy, priva del minimo valore strategico e lontana dai grandi centri, venga risparmiata. Ma la casa di Randy, dove presto giungerà la famiglia di Mark, non ha rifugi antiatomici, e mancano provviste sia di cibo sia di medicinali adeguate per far fronte all’emergenza. Organizzarsi è una lotta contro il tempo, nella consapevolezza che ogni sforzo potrebbe essere vano, perché non è possibile prepararsi alla fine del mondo.

Nel 1959, ben sei anni prima della pubblicazione di Cronache del dopobomba di Philip K. Dick, Harry Hart Frank (alias Pat Frank), giornalista, scrittore e consigliere del governo americano, pubblica il suo Addio Babilonia (Alas, Babilonia). Alcune delle tematiche affrontate dai due romanzi coincidono: il bombardamento atomico, le vicende di un gruppo di sopravvissuti, l’obiettivo focalizzato su una singola comunità (in Dick situata nella California Settentrionale, in Frank in Florida, in una cittadina dove le distinzioni razziali contano ancora molto: l’immaginaria Fort Repose, modellata sulla realmente esistente Mount Dora).

Le differenze sono però marcate.

Sulla causa scatenante della distruzione nucleare i due romanzi già divergono: in Cronache del dopobomba non è dato sapere nulla riguardo i reali responsabili; in Addio Babilonia, invece, la genesi del conflitto è raccontata dettagliatamente. Il grande nemico è la Russia Sovietica, la cui espansione sembra inarrestabile. Proprio nel momento di massima tensione, un missile convenzionale lanciato da un aereo americano provoca la reazione russa su scala mondiale e il ricorso alle armi atomiche.

Nazionalità del nemico, occasione del conflitto e sua conclusione hanno tuttavia ben poca importanza nella struttura delle due opere, e ancor meno ai fini di una loro corretta lettura (significativa a questo riguardo la conclusione di Addio Babilonia, dove l’esito della guerra comunicato ai sopravvissuti viene espressamente definito irrilevante).

Molto più importante è volgere lo sguardo ai protagonisti dei due romanzi e in particolare alla comunità nella quale si trovano a muoversi.

Il romanzo di Dick, nel quale hanno fondante rilievo personaggi dotati di poteri sovrannaturali, è privo di eroi veramente positivi, e alla distruzione atomica segue la ricostruzione di una società che non si è liberata di nessuna delle sue colpe, che non progredisce, che non supera le originarie discriminazioni ma semplicemente le traveste: il diverso, prima, era il negro; dopo la pioggia atomica è lo straniero, il mutante.

Addio Babilonia, al contrario, ha i suoi eroi: sono coloro che, all’indomani dello scoppio delle bombe atomiche che hanno ucciso milioni di persone, raso al suolo tutte le città più importanti e popolose e, di fatto, cancellato gli Stati Uniti come realtà politica e sociale, si riuniscono intorno a Randy Braggs, un uomo come tanti, diversamente dai personaggi di Dick, senza nulla di soprannaturale, non un genio e neppure una carismatica guida.

Prima di quello che verrà definito semplicemente “il Giorno”, Randy Braggs è infatti soltanto un avvocato di provincia che, per le sue idee troppo progressiste in materia razziale, ha visto miseramente fallire il proprio tentativo di scendere in politica e ha attirato su di sé l’antipatia dei suoi concittadini.

Successivamente all’attacco nucleare russo, Randy si ritrova però, suo malgrado, responsabile della vita di tutti coloro che si sono trasferiti in casa sua: i pochi parenti superstiti, la sua fidanzata, uno dei suoi più cari amici. Il nuovo ruolo lo costringe per la prima volta a prendere davvero in mano le redini della sua vita. E Randy, sorprendendo persino sé stesso, risulterà all’altezza delle aspettative di tutti.

Fuori dalle mura di casa, intanto, il mondo muta radicalmente e con esso la società: il denaro perde ogni valore, merci da sempre considerate di uso quotidiano divengono rare e preziose, il cibo e l’acqua scarseggiano; iniziano i saccheggi, giungono in città i primi profughi colpiti dalle radiazioni; i vecchi e i malati cronici, privi delle cure necessarie, muoiono.

La mano di Pat Frank, con brevi descrizioni e toni asciutti, spesso con ritmo incalzante, è abile nel tratteggiare qui un quadro assolutamente credibile e convincente, sia nella descrizione delle conseguenze immediate dell’esplosione, sia nell’analisi delle dinamiche sociali che vengono successivamente a crearsi.

Quando i banchieri si suicidano perché il denaro non conta più; quando il maneggiare oro e preziosi produce rischi mortali, posto che i gioielli dei profughi sono radioattivi; quando, simbolicamente, due fontanelle dei giardini pubblici di Fort Repose, l’una con la scritta “Solo Bianchi” l’altra con quella “Solo gente di colore”, smettono entrambe di funzionare, ci si accorge che molte differenze, un tempo marcate, non hanno più senso: ricchi possidenti e nullatenenti, bianchi e neri devono oramai collaborare per avere qualche speranza di sopravvivere. E quando finalmente i bambini torneranno a scuola, neri e bianchi siederanno su banchi vicini.

Sotto questo specifico aspetto (la riconciliazione razziale) Addio Babilonia anticipa di ben cinque anni il Civil Rights Act del 1964 e risulta essere molto più positivo del pressoché coevo Il buio oltre la siepe (1960) di Harper Lee, dove nella comunità della piccola provincia sconvolta dalla colpa, da un omicidio, il pur innocente uomo di colore non conosce la salvezza.

Dall’espiazione nucleare parrebbe quantomeno sorgere dunque una società più giusta, più equa.

Addio Babilonia rifugge tuttavia dai facili moralismi e dal lieto fine tranquillizzante. Se l’esplosione della bomba atomica catalizza l’attenzione del lettore e le vicissitudini narrate rendono interessante l’evolversi della storia, le ansie e le meschinità del quotidiano, con le quali anche i più puri dei sopravvissuti dovranno confrontarsi, rimangono le vere protagoniste.

Certo, nella piccola comunità di Randy, che da subito racchiude una famiglia di colore e che viene a costituire un immediato modello di come dovrebbe essere la società nuova, tutto sembra andare per il meglio pure tra le mille difficoltà: le piantagioni di famiglia, risparmiate dal fallout, fornisco un minimo sostentamento; un acquedotto di fortuna garantisce l’indispensabile rifornimento d’acqua; le batterie delle macchine vengono convertite in alimentatori per l’unica radio ancora funzionante in grado di captare i bollettini del governo provvisorio; quando merci essenziali vengono a mancare, vengono trovati adeguati sostituti; per far fronte agli assalti dei razziatori viene istituita una forza di sicurezza.

Ma nulla garantisce che l’esempio possa essere esportato su ampia scala.

In effetti la società nuova, dove i più deboli sono destinati a morire, è più dura, non necessariamente più pulita: neppure la distruzione nucleare può eliminarne totalmente e in un sol momento tutti i lati oscuri.

[Questo commento comparve per la prima volta sulla rivista Terre di Confine, a novembre 2010]

Le Fanu: l’Edgar Allan Poe britannico

Joseph Sheridan Le Fanu (1814-1873) è noto principalmente per Carmilla, pubblicato nel 1872, cinquantatré anni dopo Il Vampiro di John Polidori (1819, ritenuto l’iniziatore di quello che sarebbe divenuto un vero e proprio genere), ma ben venticinque prima del celeberrimo Dracula di Bram Stoker (1897).

Il racconto della contessa dalla pelle chiarissima e dai capelli scuri, misteriosa, sfuggente e inquietante, notte tempo spietata assassina che dissangua le proprie vittime, si connota in effetti per la presenza di tutti quegli elementi che saranno ben più che di semplice ispirazione per il Dracula di Stoker: il fascino decadente e ammorbante del mostro immortale che ammalia l’ingenua e candida fanciulla; la discesa in un incubo che sembra non avere fine, in cui ogni scoperta conduce a un nuovo e angosciante orrore; la ricerca dell’esperto risolutore e poi la caccia senza tregua, sino alla distruzione purificatrice. In una cinquantina di pagine, Le Fanu rievoca e riassume con abilità e consapevolezza il tema del vampiro, riportando per primo (come nota Gianni Pilo nella prefazione all’antologia Carmilla e altri racconti di fantasmi e vampiri) la tradizione del risurgente nel suo territorio d’origine.

Proprio l’attenta lettura e rievocazione delle antiche leggende, con approfondita ricerca delle fonti, è punto focale non solo di Carmilla, ma dell’intera opera di Le Fanu, in particolare della maggioranza dei suoi racconti che, contrariamente ai convincimenti e forse le speranze del loro autore, gli diedero ben più lustro e fortuna dei suoi non pochi ma totalmente dimenticati romanzi.

I racconti di Le Fanu attingono in effetti all’inesauribile tradizione dell’immaginario fantastico della sua natia Irlanda, dove le banshee (letteralmente: donna-fata) accompagnano le più antiche e nobili famiglie e elevano il loro straziante canto quando una morte prematura è prossima; dove tra montagne disabitate e castelli in rovina può accadere di incontrare il pooka, robusto destriero che parla con voce umana e che, interrogato, può dare responsi sui giorni futuri; e dove, in particolare, gli spiriti dei defunti si mostrano ai vivi e con essi interagiscono per i fini più vari, non sempre comprensibili, di rado commendevoli, ma spesso interpretabili alla luce di un disegno superiore che proprio per loro intervento viene a delinearsi.

Nel racconto Il testamento del gentiluomo Toby, che Le Fanu scrisse nel 1868, il più giovane di due fratelli, dopo la morte improvvisa del nobile Toby, padre severo e collerico, accoglie nella casa di famiglia, ereditata con pregiudizio ai diritti del primogenito, un bulldog dall’atteggiamento strano che sinistramente rievoca, per espressione e temperamento, proprio l’immagine del defunto. Il giovane signore viene presto tormentato da oscuri incubi nei quali l’inquietante animale, da prima amato e poi sempre più temuto e odiato, assume proporzioni gigantesche e a più riprese lo ammonisce del prossimo castigo, laddove al torto patito dal primogenito non si ponga rimedio. Lo spirito del padre che ritorna sotto forma animale tanto impaurisce e tormenta, quanto consiglia e avverte, perché la verità sia disvelata e un male peggiore scongiurato; mentre il tono cupo della narrazione lascia subito intuire che al monito non verrà dato ascolto.

Alla rivelazione di una verità, crudele e terribile, è anche volta l’apparizione dello spettro ne Il fantasma della signora Crowl (1870): una fanciulla viene catapultata nella realtà di un’antica magione dove, accanto alla zia, dovrà badare all’anziana padrona inferma, depositaria unica di un inconfessabile segreto.

Ne Il gatto bianco di Drumgunniol (1870) la misteriosa apparizione di un animale, un gatto bianco appunto, preannuncia invece la prossima morte di colui che ha la sfortuna di vederlo. Protagonista della storia è infatti una banshee legatasi alle tristi vicende di una famiglia.

Ne I racconti di fantasmi della Tiled House è la persecuzione dei vivi lo scopo ultimo della presenza ultraterrena: non vi sono torti da riparare o futuri eventi oscuri sui quali mettere in guardia. Il Male si presenta sotto forma di una mano spettrale che inutilmente i proprietari cercano di tenere fuori dalla propria casa e lontana dal lettino del loro piccolo.

E il tormento di chi impunemente sceglie di vivere in quella che fu la sua casa è l’unico fine anche del fantasma di un giudice suicida protagonista oscuro di Cronaca di alcune stranezze occorse in Augier Street (1851)Due giovani studenti cercano la tranquillità e la comodità di una casa in affitto a buon prezzo e a poca distanza dall’università. La notte sarà insonne per entrambi, a causa di incubi inquietanti, apparizioni sconvolgenti, suoni angoscianti.

Il tormento come punizione ed espiazione è invece il tema centrale di La persecuzione: un giovane capitano di mare, appena fidanzatosi, viene inseguito di notte in una strada deserta da passi che non paiono avere una fonte nota. Inutile tornare indietro, inutile scrutare le ombre. L’evento si ripete più volte, fin quando il tormentatore non assume una figura e una fisionomia definita. Ma in quel momento le cose volgeranno al peggio e un passato che si credeva dimenticato ritornerà per gustare un’agognata vendetta. Non vi sarà contromisura efficace, non l’allontanamento volontario, l’affetto di amici, la chiusura di porte e finestre, il ritiro in luoghi angusti senza vie di accesso.

Il dolore, l’angoscia, il supplizio che gli spiriti arrecano ai vivi, per il tramite di apparizioni aberranti e rumori sinistri, non sono in realtà che il riflesso di ciò che gli spettri stessi patiscono in ragione della turpe condotta della loro biasimevole vita, talché il loro manifestarsi è anche doloroso e raccapricciante monito. Il tema (ben presente, come accennato, ne Il testamento del gentiluomo Toby) viene ampiamente trattato ne Il dissoluto capitano Walshawe di Wauling (1864), ma se ne ha la realizzazione più compiuta e convincente ne Il Giudice Harbottle (racconto comparso nella raccolta In a Glass Darkly, l’ultima pubblicata da Le Fanu, nel 1872), per la tante somiglianze probabilmente inteso quale seguito e rivisitazione di Cronaca di alcune stranezze occorse in Augier Street.

Il dissoluto capitano Walshawe di Wauling, benché di poche pagine, ha una struttura articolata. La voce narrante inizia col riportare brevemente la storia del capitano Walshawe, il quale, dedito a ogni sorta di turpe attività, aveva dilapidato l’ingente patrimonio di cui era venuto in possesso e si era reso responsabile della triste vita della moglie. Di tanta insensibilità era capace che, nella notte del precoce trapasso della consorte, il capitano strappava dalle mani della defunta la candela santa che avrebbe dovuto accompagnarne l’anima in cielo, un atto così empio che una delle anziane monache che vegliavano la salma si lascia sfuggire una maledizione: “che tu possa venir chiuso nello stoppino di quella candela finché non brucerà completamente”. La vita dedita a vizi si chiude con la vecchiaia e una congerie di malanni che prima deturpano il capitano e poi lo costringe su una sedia a rotelle, senza però indurlo ad alcun ravvedimento, tanto che la morte lo coglie ancora impenitente. Dopo questa lunga premessa, la voce narrante dà conto di quanto uno zio ebbe a raccontargli in merito alla notte trascorsa nella sinistra abitazione del capitano Walshawe successivamente alla dipartita di quest’ultimo. Lo zio era giunto nella vecchia casa in tempo per il funerale e si era trattenuto, su invito dell’avvocato incaricato della successione, per risolvere talune problematiche afferenti a dei contratti di locazione che non sembravano trovarsi in nessun luogo. Costretto a fermarsi la notte e rimasto al buio, lo zio raggiunge il salotto dove ricordava di aver visto “un mozzicone di candela”, raggiunge la sua stanza e si prepara al meritato riposo. Le sue buone speranze verranno tuttavia sinistramente disattese…

Il racconto lega indissolubilmente fede e superstizione, cristianità e paganesimo: le monache non sono tanto spose di Cristo, quanto sinistre fattucchiere (e come tali vengono descritte), capaci di terribili maledizioni, come condannare le anime a rimanere prigioniere del mondo dei vivi.

L’incontro di superstizione e fede è un tratto saliente dell’opera di Le Fanu, che non sembra vedervi alcuna reale e radicale incompatibilità, non escludendo la sussistenza dell’una quella dell’altra: il mondo dei vivi è nelle sue opere in egual misura aperto a esperienze di fede come di orrore sovrannaturale, pericolosamente danzando l’uomo, quale un funambolo, sullo scivoloso crinale tra salvezza e dannazione eterna.

Significativamente, in alcuni racconti (Il sogno dell’ubriacoIl fantasma e il conciaossa), a essere indagatore e testimone affidabile del manifestarsi del sovrannaturale – da intendersi come l’insieme di quegli eventi che la scienza non è in grado di spiegare interamente, se non con approssimazioni, comodi silenzi o sviste –­­ è proprio un reverendo, Francis Purcell.

La coesistenza non implica tuttavia, come ovvio, pari dignità, rivestendo il sovrannaturale un ruolo meramente servente rispetto alla superiore dimensione della religione e risultando il suo operare, per quanto misterioso e terribile, comunque interpretabile alla luce di un superiore disegno (con rare eccezioni: I racconti di fantasmi della Tiled House). Icasticamente il Vampiro cede di fronte alla Vera Fede di chi impugna un crocifisso, e il Fantasma si dissolve se viene in contatto con l’acqua santa.

Il sovrannaturale al servizio di una Giustizia superiore è il tema portante del racconto Il Giudice Harbottle (traduzione non troppo felice di Mister Justice Harbottle, dato che il protagonista non è un giudice ma un avvocato della pubblica accusa). Harbottle è un individuo abbietto e senza scrupoli, fatto già di per sé grave, ma ancor più se riguarda un uomo di Giustizia. Cosa può dirsi di un pubblico accusatore che crea ad arte le prove per incastrare un innocente, e tutto ordisce affinché quest’ultimo venga condannato a morte? Quale pena dovrebbe patire? Prima ancora, i meno ingenui dubiterebbero della possibilità che effettivamente costui subisse la giusta pena: Harbottle è benestante, ha senza dubbio amici importanti e, soprattutto, conosce la Legge e sa sfruttare i suoi cavilli. Tuttavia una serie di inquietanti eventi faranno vacillare la sua sicumera.

Per primo giunge uno sconosciuto a metterlo in guardia sull’esistenza di una congiura che ha lui come bersaglio. Poi, mentre è in udienza, l’immagine dell’uomo che ha fatto impiccare gli compare a poca distanza, mostrandogli i segni ben visibili lasciati dal cappio intorno al collo. Da quel momento, per Harbottle la discesa nel sonno equivarrà al precipitare in un incubo che nemmeno il risveglio riuscirà più a dissolvere. E finalmente, per tutti i torti arrecati in vita, subirà la giusta punizione.

Ma se superstizione e fede hanno un loro equilibrio, con la scienza e con la ragione il loro rapporto è più conflittuale. La scienza può spesso smascherare i truffatori e può facilmente dileguare le ombre che la paura ha fatto sorgere dal nulla: è la più immediata lettura de Una notte alla Locanda della Campana, dove la ricerca e la riflessione trasformano, per il tramite di una piana e di una (deludente) spiegazione empirica, l’evento apparentemente straordinario in uno assolutamente banale, per quanto improbabile; accade anche ne La contessa assassinata, dove la tenacia di una fanciulla, escludendo il coinvolgimento di qualsivoglia forza ultraterrena, saprà far luce sul mistero del ricorrente tema giallo di un omicidio compiuto in una stanza chiusa e fatto passare per suicidio.

La scienza tuttavia non è sempre in grado di risolvere ogni mistero.

Vi è in effetti qualcosa oltre la semplice porta che sbatte, l’improvvisa corrente fredda, il rumore di passi in stanze vuote… qualcosa tale da sfuggire alla normale percezione e da poter essere compresa solo abbandonando gli usuali cammini e avventurandosi in quel mondo oscuro che è ben più vicino di quanto non si pensi: dietro le nostre spalle in una via desolata (La persecuzione), nel frutteto e nei giardini della casa in cui abitiamo (I racconti di fantasmi della Tiled House), addirittura in un’alcova nella stanza accanto (Cronaca di alcune stranezze occorse in Augier Street). Qualcosa che, se d’immediato offende vista e udito, dolorosamente ben di più colpisce mente e anima.

L’arrestarsi della scienza è riconoscimento di un limite e al contempo affermazione di una vastità sempre disorientante, spesso annichilente.

All’evidenza, quello di Le Fanu è un mondo cupo e sinistro, costellato di case maledette e infestate, tormentato da vendette oltre la morte e anime in pena; all’apparenza e il riflesso letterario dell’angoscia interiore dell’autore che, privato della vicinanza dell’amata sorella morta improvvisamente nel 1841, e della moglie, venuta a mancare a seguito di una grave malattia nel 1858, sarà spesso preda di autodistruttive crisi depressive.

Così non andrà via via sparendo ogni traccia di quell’ironia scaltra e sorniona propria de Il fantasma e il conciaossa, il primo racconto pubblicato da Le Fanu e apparso sul Dublin University Magazine nel numero di gennaio 1838. Qui un medico viene curiosamente costretto alla veglia da uno spirito disceso dalla cornice di un quadro con il fine di farsi curare una gamba dolorante. Sarà una insensata distrazione dello spirito, che scambia per liquore una bottiglia di acqua santa, a porre un inaspettato termine alla vicenda.

Torneranno variamente declinate e con i vari accenti le tematiche lì già presenti, e si avrà sempre cura di recuperare la tradizione, percepita come perfettamente compatibile con la risalente fede cristiana; ma i toni saranno ben diversi, adeguati alla realtà descritta nei racconti: accanto alla luce, esiste un’ombra eterna innanzi alla quale la mente dello sprovveduto come quella del saggio non può che vacillare.

È il tema che H.P. Lovecraft porterà al suo parossismo: il disorientamento di chi vive il quotidiano e si trova improvvisamente di fronte all’irrazionale diverrà follia, l’orrore sovrannaturale acquisirà dimensione cosmica e la fragilità umana verrà spogliata anche dell’ultima difesa di una fede in una divinità salvifica.

Di fronte ad un avversario di tale natura, gli eroi romantici senza macchia e senza paura sono evidentemente inadeguati. E così nei racconti di Le Fanu i protagonisti sono prevalentemente uomini di cultura, equilibrati, saggi (esattamente come nelle opere di Lovecraft) e pienamente attendibili (tali, per loro stessa natura, da conferire credibilità a storie immaginarie). Destinati tuttavia, una volta posti di fronte al sovrannaturale, a trasformarsi.

Fra i personaggi di Le Fanu merita un particolare rilievo il dottor Hesselius: le storie riunite da Le Fanu nell’antologia In a Glass Darkly (tra le quali: La persecuzioneIl patto col DiavoloIl Giudice Harbottle, Carmilla) prendono tutte l’avvio dalle ricerche di questo medico esoterista che, ponendosi di fronte all’apparentemente inspiegabile con spirito prettamente analitico, divide le implicazioni soprannaturali da quelle ordinarie, formulando ipotesi, comprovando teorie, arrestandosi solo là dove alla scienza non è consentito procedere oltre.

Come ricorda Gianni Pilo, il dottor Hasselius diede origine “ad un vero e proprio topos nell’ambito della narrativa fantastica” e servì da modello in Inghilterra per il Carnacki di William Hope Hodgson, l’Antiquario di Montague Rhodes James e, soprattutto, per il John Silence di Algernon Blackwood. In America fu modello di figure popolarissime come il Dottor Jules de Grandin di Seabury Quinn.

A Le Fanu devono quindi ritenersi inscindibilmente legati la nascita della figura dell’investigatore dell’occulto, l’approfondito sviluppo del tema della sopravvivenza nel contemporaneo degli antichi mali, nonché l’evoluzione e la compiuta costruzione del mito dei vampiri.

Non pare dunque certo errare l’editore Derleth (lo stesso di Lovecraft e fondatore, non a caso, della casa editrice Arkham House) quando, presentando Le Fanu (senza per il vero aver allora compiuto le pur doverose e opportune ricerche in ambito critico-letterario), lo descrive come l’equivalente britannico di Poe, in quanto ha avuto un influsso determinante sugli autori successivi.

E l’antologia Carmilla e altri racconti di fantasmi e vampiri ne fornisce fulgidi esempi.

[Il presente Saggio comparve per la prima volta sulla rivista on-line Terre di Confine nell’agosto del 2011]

L’Orda del Vento [Recensione]

Un viaggio a piedi iniziato da più di tre decadi, senza l’ausilio di alcun mezzo di locomozione e marciando sempre controvento. Diciotto uomini e cinque donne: la trentaquattresima Orda; gli ultimi a tentare l’impresa che in otto secoli nessuno è riuscito a portare a termine, e che nessuno, dopo di loro, tenterà più: scoprire l’origine del Vento che segna e domina il loro mondo. In ragione di questo obiettivo e delle modalità sacralmente seguite per raggiungerlo, sono divenuti un mito vivente: gli ultimi, ma anche i migliori. Sono in grande vantaggio rispetto alle altre orde: a parità di tempo hanno percorso più miglia di quanto avessero fatto tutti i predecessori, compresi i loro genitori che li attendono alle pendici dell’Ultima Vetta, la loro meta. Lassù la fine del mondo conosciuto. Forse l’inizio di un altro. Forse la fine di tutto. Hanno già superato infinite insidie, ma sono ben consapevoli che davanti ai loro passi se ne pareranno altrettante e di ancor maggior difficoltà. Lo avevano previsto. Lo avevano accettato. Ciò che non potevano aspettarsi era di avere un inseguitore, agguerrito e temibile, pronto a fare ricorso a ogni espediente per prendersi le loro vite e impedire il successo della missione.

Oramai lettore di lunga carriera, ben di rado chiedo informazioni: solitamente, dopo la lettura della scheda di presentazione, mi basta leggere la prima pagina e una casuale a metà per comprendere se il romanzo mi possa dare soddisfazioni. Ma quando per la prima volta ebbi tra le mani l’Orda del Vento rimasi perplesso e ritenni di non disporre di indizi sufficienti. Anche per l’esperta libraia però si trattava di un oggetto misterioso: l’autore non le era altrimenti conosciuto, la storia appariva “fumosa”, le recensioni erano limitate e ben poco esplicative. Così, quella volta, pur con qualche dubbio, passai oltre. Ma alcune caratteristiche dell’opera – ben evidenti a chiunque pur brevemente ne scorra le pagine – mi erano rimaste impresse. Così, benché fossi nel frattempo approdato su altri lidi, dopo qualche tempo, rieccomi a riconsiderare la precedente scelta e a farne una di segno opposto. Inutile tergiversare: nel lasciare sullo scaffale quel libro ho corso il rischio di perdere una delle migliori avventure librarie nelle quali mi sia imbattuto.

L’Orda del Vento (La Horde du Contrevent, 2004) è un romanzo particolarissimo che si connota per l’originalità della struttura, prima ancora che dell’ambientazione. Singolare è già la numerazione delle pagine, che inizia da 625 e termina a 0; oltre a questo, a far subito capire che si tratta di qualcosa di nuovo è sufficiente l’incipit: incomprensibile, composto da una serie apparentemente casuale di virgole, punti e apostrofi e, laddove intelligibile, da toni criptici, quasi profetici.

Né l’impatto straniante viene davvero attenuato una volta che si superi il prologo: l’autore, Alain Damasio, intesse una prosa a tratti difficile, quasi aulica, che utilizza con mano copiosa neologismi, termini rari o accezioni inusuali. Si entra subito in medias res, con l’Orda appiattita a terra per resistere alle raffiche violente di quella che solo dopo molte pagine il lettore comprenderà essere una delle forme del vento; ed è inutile cercare una chiara spiegazione degli eventi pregressi o una chiave di lettura per quelli in corso di svolgimento.

Sorprendente, fin da subito, è il continuo cambio di voce narrante.

Sì perché il viaggio verrà raccontato attraverso gli occhi dei membri dell’Orda, in prima persona, con cambio di toni, profondità di pensiero e analisi, nonché di sintassi, lessico e forme espressive. Ventitré membri dell’Orda, ventitré voci narranti. Ognuna con sua propria specifica connotazione.

È la caratteristica principe del libro, il suo punto di forza, ma a volte anche la sua debolezza.

Aiuta il lettore il fatto che ogni personaggio è identificato da uno specifico simbolo, posto all’inizio di paragrafo al cambio di voce narrante. Il segnalibro che accompagna il testo offre una legenda sintetica e pratica: una grande omega individua il tracciatore Golgoth; il pi-greco è riservato al principe Pietro; la parentesi tonda è per lo scriba Sov; il punto interrogativo rovesciato con apostrofo introduce il trovatore Caracollo, e così via.

All’inizio, il segnalibro è indispensabile, ma l’abilità di caratterizzazione di Damasio è tale che il lettore si accorgerà molto presto di poter fare a meno dei simboli, riuscendo a riconoscere d’immediato ogni personaggio, dal pensiero e dal modo di esprimersi: il riflessivo Sov comunicherà tramite frasi complesse, descrizioni accurate, esplicitazione di dubbi e ripensamenti; Golgoth, il capo duro e inflessibile, all’opposto, sarà riconosciuto per le espressioni spesso triviali e le frasi brevi e dirette; Caracollo, sempre incontenibile e trascinante, userà di preferenza termini preziosi e giochi di parole.

Opportunamente, Damasio all’inizio riduce il numero dei cambi di prospettiva, limitandoli ai personaggi principali; altrettanto opportunamente inserisce, dopo non molte pagine, un intero capitolo dedicato alla presentazione dell’Orda, ai suoi singoli membri e alle loro abilità. Viene così almeno in parte illustrato il fine del viaggio; viene dato conto di quanto i protagonisti abbiano già perso e acquisito; viene tratteggiato, quantomeno nell’essenziale, il mondo straordinario nel quale vivono. Soprattutto viene spiegato il perché del loro lungo marciare a piedi controvento, quando navi dotate di straordinari motori eolici solcano veloci le pianure come i velieri l’oceano.

La comprensione è però in realtà nulla più che una fuggevole impressione. Vengono infatti introdotte ed elaborate tematiche filosofiche che conducono di nuovo al disorientamento: per esempio, le molto complesse (apparenti) digressioni sul ‘vivo’caratterizzante ogni uomo (qualcosa di diverso dall’anima e dal corpo) troveranno spiegazione solo nelle ultime pagine, per bocca di uno dei personaggi. E così sarà ogni qualvolta il lettore riterrà di aver finalmente compreso, di essere sulla corretta via. Come accadrà ai personaggi dell’Orda: ogni qualvolta raggiungeranno un terreno sicuro, si ritroveranno gettati di nuovo in balia del vento.

Anche sul piano più squisitamente descrittivo, il mondo de L’Orda del Vento ha margini e tratti ‘volatili’ quasi fossero essi stessi spazzati dall’aria imperiosa.

La ricerca dell’origine del Vento è in effetti ricerca del significato stesso dell’esistenza, posto che il mondo tutto è plasmato sulle sue forme; e una tale ricerca non può avere punti saldi, ma solo provvisori, fragili appigli che consentono, dopo titanici sforzi, di procedere soltanto un poco oltre, verso la meta che pare comunque irraggiungibile.

Il procedere per gradi è un tratto saliente anche della ricerca scientifica dell’Orda: per descrivere le forme del Vento, le Orde delle ultime decadi hanno elaborato uno specifico sistema, strutturato sui simboli con i quali si apre il romanzo. Ecco allora pian piano spiegate le tante righe apparentemente incomprensibili: sono trascrizioni delle forme del vento. Accurate. Precise. Per catturare le diverse folate, l’intensità, il variare della direzione, la potenza, il ritmo… Perché il Vento si può leggere e interpretare.

Il romanzo slitta così di continuo tra filosofia e avventura, spesso inscindibilmente tra loro fuse, con forme espressive e sintassi che ricalcano il singolare ritmo del testo e della narrazione.

Sbaglierebbe tuttavia chi temesse noia e dispersività: per quanto le digressioni non manchino, L’Orda del Vento non dimentica l’essenza propria del viaggio. Damasio crea luoghi magici e terribili, città straordinarie e montagne dolorosamente invincibili; avviluppa la storia attorno a personaggi credibili e perfettamente delineati; concede spazio all’azione e alla tensione.

Purtroppo, a volte, il repentino cambio di voce narrante, parallelo nelle intenzioni all’incalzante succedersi degli eventi, confonde idee e disperde immagini, così come l’utilizzo di termini inconsueti e di neologismi si pone spesso come ostacolo alla fluidità e alla comprensione.

È però certo che nella maggioranza delle occasioni l’effetto cercato è pienamente conseguito: indimenticabili restano le estenuanti lotte dell’Orda con il Vento delle pianure, come pure le dolorose perdite alle pendici dell’Ultima Vetta. Una nota a parte merita il singolare duello che vede protagonista Caracollo, incentrato sull’utilizzo della lingua, tanto complesso e di elevato livello da prevedere una prova di costruzione di un intero dialogo per il tramite di complessi palindromi (alcuni dei quali non perfetti per limite della traduzione dal francese).

Il sovrapporsi di più temi, di più voci narranti, di più chiavi di lettura, nonché di più forme espressive, rende L’Orda del Vento senza dubbio uno dei libri più originali e interessanti ai quali la narrativa contemporanea abbia dato luce.

E il lettore non può che restarne affascinato, mentre viene trascinato da un vento impetuoso o accarezzato da una lieve brezza… Fino allo sconvolgente epilogo, dove molte domande troveranno finalmente risposta.ente risposta.

[Questa recensione è comparsa anche sulla rivista Terre di Confine, nell’ottobre del 2011]

Un Cantico per Leibowitz [Recensione]

Il romanzo Un cantico per Leibowitz si compone di tre parti, corrispondenti agli originari tre racconti lunghi A Canticle for LeibowitzAnd the Light is Risen e The Last Canticle pubblicati sulla rivista The Magazine of Fantasy & SF tra il 1955 e il 1957, che avevano consentito all’autore, Walter Miller, di raggiungere un notevole quanto meritato successo.

Nella prima parte, “Fiat Homo”, il novizio Francis, in ritiro spirituale quaresimale fuori dalle mura dell’Abbazia dell’Ordine di Leibowitz, impegna il tempo pregando e costruendosi un riparo per trascorrere le notti. La ricercata solitudine e il silenzio meditativo vengono turbati dall’arrivo di un misterioso pellegrino, il quale, dopo qualche fraintendimento, prima di proseguire verso l’Abbazia aiuta il giovane frate segnalandogli una pietra utile a colmare l’ultimo vuoto rimasto nella precaria struttura del rifugio.

Sollevata la pietra da terra, Francis scopre inaspettatamente il passaggio per una grotta sotterranea dove rinviene, semisepolto, un cartello in “inglese prediluviale” con la scritta “Rifugio Sopravvivenza Fallout Posti 15”.

Francis conosce il Fallout solo dalle leggende che gli sono state raccontate: è un demone che egli immagina “metà salamandra… e metà incubo che contaminava le vergini nel sonno”. In effetti i mostri deformi del mondo non erano forse chiamati figli del Fallout? Fattosi coraggio, il novizio avanza nell’ombra e, con suo sommo stupore, trova alcune reliquie del Beato Leibowitz, il martire che fu tra i primi a cercare di preservare la conoscenza scritta dalla distruzione…

Attraverso gli episodi salienti della vita di un monaco dall’animo semplice, che si ritroverà catapultato, suo malgrado, nella complicata dimensione della politica ecclesiastica, il lettore viene lentamente accompagnato nella realtà terribile venutasi a creare in seguito a una guerra atomica scoppiata secoli prima. Le radiazioni hanno reso inabitabili regioni sconfinate e generato veri e propri mostri; l’odio verso i responsabili della distruzione globale ha accecato i superstiti, inducendoli a eliminare chiunque detenesse conoscenze potenzialmente pericolose, fino a bruciare tutti i libri e perseguitare addirittura chi sapesse leggere

La Chiesa di Nuova Roma cerca di salvare il salvabile. Ma coloro che abbracciano la fede sono semplici copisti senza conoscenza, ostinati conservatori di opere delle quali però non capiscono minimamente il significato.

Nella seconda parte del romanzo, “Fiat Lux”, si assiste a un nuovo Rinascimento che conduce infine alla riscoperta dell’energia elettrica. Mentre risorgono le monarchie e proliferano gli intrighi di palazzo per la conquista dell’egemonia, l’opera amanuense dell’Abbazia di Leibowitz prosegue imperterrita.

Ma la Chiesa di Nuova Roma non è più l’unica depositaria del sapere umano. Un individuo ambizioso e capace, il Thon Taddeo, da completo autodidatta, sta recuperando conoscenze che si credevano perdute. Per completare le sue ricerche necessita di poter visionare gli antichi scritti conservati nell’Abbazia di Leibowitz, quei memorabilia ai quali gli uomini di fede hanno dedicato l’intera loro esistenza.

L’Abate don Paulo ammira il Thon Taddeo, riconoscendone il grande valore di studioso e ricercatore. Teme tuttavia che la sua ricerca, condotta al di fuori della fede, alla luce della sola ragione, possa ricondurre l’uomo ai medesimi nefandi risultati del passato, quando la razza umana aveva rischiato l’estinzione. Inoltre, la confidenza del Thon Taddeo con la nuova monarchia, induce al sospetto che la sua missione non sia solo di ricerca…

L’ultima parte del romanzo, “Fiat Voluntas Tua”, è ambientata in un mondo tornato agli antichi fasti e agli oscuri pericoli. La razza umana ha raggiunto altri pianeti, ma non ha rinunciato alla costruzione di armi atomiche di distruzione di massa. L’Abbazia di Leibowitz è sopravvissuta ai millenni, ma il suo ruolo è notevolmente mutato: la Scienza è di nuovo alla portata di tutti (o almeno di coloro che possono permettersela) e la Chiesa è relegata ai margini della vita quotidiana. La tensione è altissima: il timore che gli eserciti mondiali si scontrino ancora induce Nuova Roma alla realizzazione di un piano quanto mai ambizioso. Viene infatti predisposta un’astronave pronta a partire per la colonia di Alpha Centauri, dove iniziare un nuovo cammino di fede e di evangelizzazione.

Una visione d’insieme

Con Un cantico per Leibowitz, pubblicato nel 1959, Walter Miller vinse il Premio Hugo nel 1961.

Prima di allora l’autore si era segnalato per una quarantina di racconti di fantascienza apparsi su varie riviste a partire dal 1951. Dopo quella data, purtroppo, il nulla.

La stampa di quello che è universalmente riconosciuto come il suo capolavoro coincise infatti con la fine della sua carriera: ritiratosi a vita privata, avrebbe inspiegabilmente smesso di pubblicare.

Forse il livello del “Cantico” era parso a Miller stesso ineguagliabile.

Allontanatosi successivamente anche dalla sua numerosa famiglia e afflitto da depressione, morì suicida nel 1996, dopo aver dedicato gli ultimi anni della sua vita alla stesura del seguito del suo capolavoro originario: Saint Leibowitz and the Wild Horse Woman. L’opera, lunghissima, fu terminata da Terry Bisson (a sua volta vincitore dei premi Nebula e Hugo) e pubblicata postuma nel 1997 (in Italia nel 2010, con il titolo San Leibowitz e il Papa del giorno dopo).

Quale che fosse il giudizio che Miller riservava al suo romanzo è fuori dubbio che Un Cantico per Leibowitz sia opera tanto complessa, per lo sviluppo della trama e per i temi trattati, quanto straordinariamente riuscita, per la profondità delle riflessioni e per la qualità dell’esposizione, con una prosa mai banale, precisa, attenta ai particolari, ai dialoghi e alle descrizioni; che non teme di concedere largo spazio al latino ecclesiastico (spesso non tradotto); che si compiace di ricollegare eventi anche cronologicamente molto lontani fra loro; che varia con ingannevole semplicità dall’ironia spesso affettuosa all’amaro disincanto.

Non possono che suscitare sorrisi l’ingenuità disarmante di Frate Francis all’inizio dell’opera, le follie imprevedibili del Poeta nella seconda, lo strano duello tra un perseverante anziano Abate, Don Zerchi, e una avveniristica macchina (“l’Abominevole Autoscrivano”) all’inizio della terza. Eppure il lettore non dimentica le aride distese radioattive fuori dall’Abbazia, il dolore di Don Paulo, il mistero che avvolge una parte degli avvenimenti narrati, presagendo la prossima tragedia e la mancanza di un lieto fine.

All’ironia riservata ad atteggiamenti e debolezze, si affianca il rispetto per l’uomo, per i suoi valori e per le sue scelte: di fronte all’aridità del mondo e alla follia delle masse, di fronte al dolore e alla prevaricazione, i singoli individui, per quanto umili nelle capacità e negli obiettivi, si ergono quali coerenti modelli morali. Così, senza quasi accorgersene, rapito dal ritmo degli eventi che, in un cerchio tristemente perfetto, ripercorrono per molti aspetti quelli del passato, il lettore si ritrova a confrontarsi con gli stessi dilemmi e a tentare di dirimere i medesimi conflitti – quanto mai attuali e presenti – dei protagonisti del romanzo, mai soltanto passive vittime del contrasto tra fede e ragione, tra religione e scienza.

Nel romanzo, Miller ha in effetti trasfuso le proprie esperienze, i propri dubbi, il proprio dissidio interiore. Nato da genitori cattolici, si arruolò nell’aviazione americana durante il secondo conflitto mondiale, partecipando così a più di cinquanta missioni su territorio italiano e balcanico. Particolarmente traumatici risultarono per lui il bombardamento e la distruzione dell’Abbazia di Montecassino.

Nella realtà storica, un centro di sapere religioso viene distrutto dalla furia cieca e irrazionale della guerra; nell’immaginario del romanzo, proprio un’abbazia è tra le pochissime strutture superstiti dopo la distruzione nucleare.

Come nel Medioevo, l’Abbazia diviene luogo di recupero e così di salvezza per conoscenze di ogni ordine e tipo. La conservazione è parziale e portata avanti da uomini che non comprendono se non in minima parte quello che hanno tra le mani: significativamente, tra i memorabilia finiscono non solo libri, ma anche appunti, disegni tecnici, grafici. Viene addirittura considerata reliquia del beato Leibowitz una lista della spesa.

Ma se, da un lato, l’incapacità di comprendere può essere metaforicamente letta come abissale distanza tra due mondi che non hanno modo di incontrarsi, la disperata lotta dei monaci che, a rischio della propria vita, tentano di porre al sicuro ciò che un domani potrebbe riportare agli uomini sicurezza e benessere, illumina, dall’altro la possibilità di un rapporto, di un contatto, di una sinergia.

Il punto di vista della Chiesa è apparentemente semplice; è il precetto sinteticamente espresso da Don Paulo nella seconda parte del romanzo: la scienza che non sappia riconoscere i propri limiti è destinata a ripercorrere le medesime tragiche tappe che hanno rischiato di privare l’umanità del proprio futuro. A definire questi limiti non può essere chiamata che la superiore coscienza dell’uomo donata da Dio, sotto l’ala protettrice e maestra della Chiesa.

Ma se nella seconda parte del romanzo l’incontro tra scienza e fede è evidentemente caldeggiato, nella terza parte la possibilità di un equilibrio diviene punto critico, come appare evidente in uno degli ultimi temi affrontati: l’eutanasia. I contaminati dalle radiazioni sono destinati a indicibili sofferenze; Don Zerchi, ultimo Abate dell’Abbazia di Leibowitz ne è consapevole e ha pietà per loro. Tuttavia, trovatosi di fronte ad una giovane madre che vuole porre fine alla sua vita e a quella della figlia in tenera età oramai condannata, lotterà con ogni sua forza per impedire loro il gesto estremo. La tensione di quelle pagine è vibrante d’angoscia: il conflitto tra il voler risparmiare dolore all’innocente per antonomasia e la strenua difesa di un principio assoluto è evidente e irrisolvibile.

Del resto, sebbene l’ottica attraverso la quale il lettore si trova a leggere gli avvenimenti sia prevalentemente quella cattolica – i protagonisti sono in maggioranza monaci – invano si cercherebbe nell’opera un’imposizione dottrinale o fideistica. Se Miller ben comprende le ragioni della Chiesa – se non sotto il profilo meramente logico, quantomeno in virtù della coerenza verso princìpi saldi – non può abbracciarle certo acriticamente.

Ciò non stupisce: Miller non ha creato un quadro geometrico perfetto che chiude e obbliga. Ha dato voce a dissidi interiori, ad aporie, a conflittualità irriducibili: l’individuo è sospeso tra una realtà che si analizza, misura e pesa, e un’altra che si può distinguere solo con un atto di fede. E, al margine, il mistero, l’incomprensibile.

Ecco allora, nella terza parte del romanzo, ricomparire un personaggio già apparso nella prima pagina (il pellegrino) e protagonista di diversi episodi nella seconda parte, migliaia di anni prima. Si direbbe un immortale, un santo. Ma qual è il suo soteriologico ruolo? Anche i più illuminati tra gli Abati non saranno in grado di comprenderne i segreti. E con loro neppure il lettore.

L’immortalità appare semplicemente attesa fedele della realizzazione di una promessa, forse di nulla più che un segno.

Di fronte alla tragedia umana, il lettore, privo di sicuri baluardi, si ritrova allora nuovamente e improvvisamente solo.

Il mondo del romanzo di Miller, dopo il dolore e l’angoscia, dopo il dubbio che ha travolto almeno apparentemente ogni certezza, si apre tuttavia alla speranza, quella che evidentemente il suo creatore non avrebbe invece saputo trovare. Una speranza lontana, in un altro mondo, dove tutto può ricominciare o ripercorrere ciclicamente i medesimi passi.

La complessità dell’opera risulta poi accentuata, sotto più profili, dall’ingombrante presenza di alcuni personaggi, per esempio la signora Grales, mutante bicefala che sembra, per alcuni aspetti, riunire in sé la dualità che segna l’intera opera: equilibrio e follia, salvezza e condanna, purezza e contaminazione.

Assoluta è infine l’attualità del romanzo, il quale, rifuggendo da descrizioni stucchevoli di improbabili realizzazioni tecnologiche, tratteggiando un mondo credibile per nulla appiattito su stereotipi, mantiene ancora oggi, a cinquant’anni dalla sua prima pubblicazione, tutta la forza persuasiva e l’originalità di allora.

(questo contributo è stato pubblicato per la prima volta sulla rivista Terre di Confine, il 6 novembre 2010)

Thomas Covenant: l’antieroe [Recensione]

Ho un nitido ricordo del primo incontro con Donaldson, autore molto noto fuori dai confini nazionali e fonte di ispirazione per lo stesso Stephen King (come espressamente dichiara, in premessa, ne L’ultimo Cavaliere, primo libro della potente saga de La Torre Nera).

Dopo Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli ero ancora affamato di fantasy; non ero però rimasto appagato dalla lettura de Il Silmarillion e non particolarmente convinto né dai Racconti Perduti, né dai Racconti Ritrovati. Orfano di Tolkien (siamo nel 1989), a 13 anni mi ero trovato in seria difficoltà: mi fu proposto Dune, di Herbert, ma non ero ancora pronto per approdare alla fantascienza – non sapendo, allora, quanta epicità si può trovare anche in alcune pagine di quest’altro mondo…ma non divagherò – e lo scorrere i vari titoli nella carto-librerie dove ordinavo i libri scolastici non mi consentiva di superare lo scoglio della sfiducia. In effetti, cosa avrei mai potuto trovare di meglio di Tolkien?

La domanda era effettivamente mal posta. Ancora oggi, a più di trent’anni di distanza e diverse migliaia di pagine di libri fantasy (e horror) lette (come mi ricorda Anobii), riconosco ne Il Signore degli Anelli un punto di arrivo, un arresto pressoché invalicabile: grazie anche alla traduzione della Alliata, quel libro rapiva e rapisce immergendo ogni descrizione in una dimensione “magica”, che agli occhi di un lettore adolescente diveniva – e diviene senz’altro ancora – esperienza irripetibile. Non era certo un caso se, passeggiando per la mia città, trasfiguravo piazze e vie di consueto transito nei luoghi della mia più grande avventura: il parco dove si temeva l’incontro con i bulli di scuola era Bosco Atro; la casa dell’amico di sempre assurgeva ad ultimo baluardo contro il Male, tanto da venir direttamente nominata durante le telefonate (con il grigione SIP – che ho ancora) Minas Tirith; la scuola diventava ora Mordor, ora Minas Morgul. Persino nelle passeggiate nei boschi i luoghi più ameni prendevano sempre il nome di Agrifogliere e Lothlòrien.

Senza contare ovviamente il fatto che, quando si giocava all’Amiga con pietre miliari del mondo videoludico quali The Eye of the Beholder e l’indimenticabile Dungeon Master della FTL, il nano si chiamava immancabilmente Gimli, l’elfo Legolas, il Mago Gandalf, ecc…

Non ho mai trovato, in effetti, qualcosa di meglio di Tolkien. Ma mi sono imbattuto, diverse volte, in qualcosa di diverso che mi ha fatto vivere avventure di pari livello e che ha senza dubbio comunque influenzato il mio modo di scrivere, di guidare campagne durante le partite nei giochi di ruolo, di rapportarmi con le più svariate letture e, senza tema di caduta nella facile retorica, di “vedere” il mondo.

Se la memoria non mi è fallace, negli anni avrei poi successivamente fatto la conoscenza delle saghe di Jordan (i primi volumi de La Ruota del Tempo, nella edizione mai portata a termine della Mondadori – Interno Giallo), Williams (per anni sono stato neanche troppo segretamente innamorato di Miriamele), Gemmel (che con L’Eco del Grande Canto raggiunse forse una delle vette più alte), Eddings, Lawhead, Brooks (per il tramite de Il Magico Mondo di Landover e non Shannara) fino ad approdare a Goodkind, Turtledove e poi, molto più recentemente, a Erikson, Wexler e Ruthfuss.

Il primo incontro con “qualcosa” che poteva ricordare Tolkien (ambientazione latu sensu medievaleggiante, grande uso della magia, varie razze ad affiancare quella umana), ma che se ne differenziava per altri tratti grandemente, avvenne, come ho anticipato, un pomeriggio del secondo semestre della terza media.

Mia mamma era rientrata dal lavoro e, come al solito, “aveva fatto un passo” nella consueta cartolibreria (La Liguria – c’è ancora, se vi può interessare) e aveva comprato “La Guerra dei Giganti” di Stephen Donaldson, volume de Le Cronache di Thomas Covenant, l’Incredulo.

La copertina dell’edizione Mondadori interno giallo era splendida e, unita a quelle degli altri due volumi, La Conquista dello Scettro e L’Assedio della Rocca, avrebbe composto una immagine molto evocativa e accattivante.

Benché mi fossi accorto di quanto a mia mamma era invece sfuggito (ossia che si trattava del secondo volume di una trilogia della quale non possedevo il primo tassello) diedi comunque una opportunità a quanto veniva sottoposto alla mia attenzione (i compiti, svolti come al solito con accesa la televisione o con le cuffie nelle orecchie, avrebbero potuto attendere).

Una rapida occhiata, una breve lettura dell’incipit…e tempo qualche minuto eccomi sprofondato nella Landa, la terra oltre il mondo “del quotidiano” nella quale sono ambientate le “gesta” del più inusuale degli anti-eroi.

Ero abituato ad Aragorn. A scuola (e a casa) leggevo con avidità di Achille ed Ettore. Avevo ancora vivido il ricordo delle letture mattutine con le quali, fino a non molti anni prima, mia mamma mi avvicinava all’epica e ai miti di tutto il mondo. Conoscevo Gilgamesh, Orlando, diverse varianti dei miti arturiani. Mi ritrovai a seguire i grossolani errori, gli atti vili e gli scostanti atteggiamenti di un uomo sconfitto dalla vita e per questo arido, freddo e caustico e che, giunto nel nuovo mondo, non ne riconosce la reale esistenza, ritenendolo frutto soltanto di una complessa allucinazione. Tanto da guadagnarsi l’appellativo, appunto, di Incredulo. Tanto da comportarsi e agire come se nulla avesse reale importanza ed effettive conseguenze, per sé e per gli altri. Un incontro, in una parola, disorientante.

Così, mentre gli amici, anch’essi alla ricerca del dopo-tolkien, affrontavano Lovecraft (al quale mi sarei accostato poco dopo) e Shea (La Leggenda di Nifft), io conoscevo Donaldson, tutt’ora tra i miei preferiti.

L’autore, che aveva vissuto fino ai 16 anni in India, insieme al padre missionario, per anni occupatosi della cura dei lebbrosi, plasma l’antieroe per “eccellenza”. Thomas Covenant è infatti uno scrittore fallito che, contratta la lebbra in America e perse a causa dell’infezione alcune dita della mano, viene lasciato dalla moglie e trattato come un reietto dalla comunità della quale fa parte, ritrovandosi così costretto a vivere da solo, isolato, macerandosi tra rimpianto, amarezza e disillusione, e tenendo a stento a freno una grande rabbia che rischia di deflagrare in ogni momento.

Poi, d’improvviso, a seguito di un incidente, si ritrova catapultato in un luogo ignoto, la Guglia di Kevin, scambiato per un antico eroe (Berek Mezzamano) e fatto oggetto delle speranze, presto disattese, di chi giunge a prestargli soccorso.

Ne La Guerra dei Giganti Covenant raggiunge per la seconda volta la Landa, questa volta a seguito di un gesto altruistico del quale neppure si riteneva più capace. E’ costretto ad affrontare le conseguenze dei gesti più turpi compiuti nel primo romanzo (tra i quali lo stupro di una giovane innocente), ma anche a farsi carico di responsabilità che non vorrebbe e di decisioni fondamentali per il Destino della Landa relativamente alle quali si sente totalmente inadeguato.

Come in Tolkien, il mondo teatro degli avvenimenti, dominato dalla magia, è abitato da creature fiabesche, che ricordano le leggende nordiche, ma con tratti psicologici più complessi, declinati più al rimpianto o al dolore (come appunto i Giganti) che alla rettitudine e all’eroismo.

I toni della narrazione sono molto più cupi, i nemici ben più terribili di banali orchi e soprattutto l’antagonista è ben più abile dello “sprovveduto” Sauron. Il Sire Immondo, precipitato nella Landa e qui bloccato dall’Arco del Tempo, è un fine ingannatore, un vero genio del male, capace di prevedere ogni mossa delle eterogenee forze legate all’equilibrio e di predisporre conseguentemente le trappole più efficaci perché siano gli stessi “buoni” ad auto annientarsi. Come avrà modo di dire uno dei personaggi più importanti della saga, l’Alto Signore Morham, è infatti impossibile fuggire alle sue trappole, perché ognuna è circondata da molteplici altre.

Nel quadro di una quantomai avvincente partita a scacchi, dove la posta in gioco, come si comprenderà ben presto, non è certo la sola Landa, vengono narrate grandiose battaglie di pari livello a quelle Tolkeniane (anche se di minor numero), ma anche avventure di ricerca e scoperta dalle atmosfere significativamente più “gotiche”, quando non direttamente “horror”.

Ancora oggi, benché non abbia più ripreso tra le mani questo testo, non mi è difficile richiamare alla mente l’inquietudine che avvertii nell’affrontare le pagine dedicate alla missione di alcuni Signori della Rocca partiti alla volta delle lontane città dei Giganti. Rivivo con facilità la potenza di alcune immagini, dal Posseduto che cerca di controllare il mare con il Sasso della Malaterra, all’atroce morte di alcune delle imperturbabili Guardie del Sangue.

Allora, quanto davvero mi sorprese, ammaliandomi, fu la capacità di creare una forte tensione che non veniva mai realmente risolta, se non in eventi che si appalesavano, poco dopo, quali occasione di nuovi scenari ancor più tetri.

Persino quando Covenant riesce a scatenare, grazie alla rabbia e all’oro bianco del suo anello nuziale, il potere primordiale e ad avere la meglio su minacce apparentemente insormontabili, ecco manifestarsi una trappola del Sire Immondo, lo Spregiatore, che spariglia di nuovo le carte e conduce verso nuovi abissi.

Tensione, gioco intellettuale, atmosfere cupe, avventure: un libro in abile equilibrio.

Eppure, leggendo qua e là, le recensioni di lettori più o meno esperti, è facile trovare giudizi assai negativi. Molti dichiarano di aver faticato a portare a termine la lettura del primo libro, La Conquista dello Scettro, e di non aver neppure tentato di leggere La Guerra dei Giganti.

Arrivando direttamente al punto, non si tratta di giudizi così “campati in aria”. Chissà se l’errore di mia mamma non sia stato determinante! Il primo libro manca in effetti di molti punti di forza del seguito. Spesso è lento, a tratti decisamente noioso. Eppure è proprio in questo romanzo che facciamo la conoscenza di uno dei personaggi meglio riusciti, il memorabile Salcuore Seguischiuma, il Gigante che, nonostante le abissali differenze, riuscirà a stringere amicizia con Covenant e a cambiarne, lentamente, assieme ad altri, visione e comportamento. Qui ancora si prende confidenza con l’abilità annichilente dell’antagonista, si inizia a comprendere di quale profondità è il racconto e si ricevono indizi su quanto complessi possano essere i successivi sviluppi.

Se una critica davvero si può muovere a Donaldson è di non aver saputo mantenere al medesimo livello interesse e coinvolgimento in tutti i libri della saga.

A mio sommesso parere, l’opera avrebbe potuto concludersi con il terzo libro, l’Assedio della Rocca.

Purtroppo, spinte di vario tipo – in particolare il successo dei primi romanzi e l’insistenza degli editori – hanno obbligato alla stesura di due successive trilogie (l’ultima delle quali inedita in Italia e, si aggiunge, senza particolari rimpianti).

Il Sole Ferito, immediatamente successivo a L’Assedio della Rocca non manca di introdurre buone idee, ma le diluisce in un impianto che, dopo il primo impatto, non affascina. Il seguito, L’Albero Magico, è forse uno dei peggiori libri che abbia mai letto. Mentre la conclusione della seconda trilogia, ne L’Oro Bianco, non riesce né a sorprendere (come invece quella della prima), né a destare interesse per successivi sviluppi. Senza contare, in questa trilogia, l’introduzione di uno dei personaggi per me più detestabili della narrativa, quella Linden Avery che pare avere tutti i difetti di Covenant, ma non gli innegabili pregi.

Ma questo già condurrebbe a dire troppo, spiegando troppo poco. E non pare davvero questa la sede.

Conclusione sintetica (giudizio)

  • La Conquista dello Scettro: 7 (originalità)
  • La Guerra dei Giganti: 9 (coinvolgimento)
  • L’Assedio della Rocca: 7 (degna conclusione)

L’intera trilogia è stata pubblicata recentemente da Fanucci (la traduzione apporta modifiche ad alcuni dei nomi più rilevanti, pure qui ricordati).

Bibliografia dell’autore:

STEPHEN R. DONALDSON

Romanzi

Ciclo “Le Cronache di Thomas Covenant, l’Incredulo” (The Chronicles of Thomas Covenant, the Unbeliever)

Le Prime Cronache

  • La Conquista dello Scettro (Lord Foul’s Bane – 1977)
  • La Guerra dei Giganti (The Illeath War – 1978)
  • L’Assedio Della Rocca (The Power that preserves – 1979)

Le Seconde Cronache

  • Il Sole Ferito (The Wounded Land – 1980)
  • L’Albero Magico (The One Tree – 1982)
  • L’Oro Bianco (White Gold Wielder – 1983)

Le Ultime Cronache

  • The Runes of the Earth – 2004
  • Fatal Revenant – 2007
  • Against All Things Ending – 2010
  • The Last Dark (previsto per il 2013)

Ciclo The Gap

  • La Scatola della Follia (The Gap into Conflict: The Real Story – 1991)
  • The Gap into Vision: Forbidden Knowledge – 1991
  • The Gap into Power: A Dark and Hungry God Arises – 1993
  • The Gap into Madness: Chaos and Order – 1994
  • The Gap into Ruins: This Day All God Dies – 1996

Ciclo “Mordant” (Mordant’s Need)

  • Lo Specchio dei Sogni (The Mirror of Her Dreams – 1986)
  • I Cavalieri dello Specchio (A Man Rides Through– 1987)

Racconti

Ciclo The Gap

  • Gilden Fire – 1981

Altri Racconti e Saggi

  • The Lady in White (in The Year’s Finest Fantasy 2 – 1979)
  • Cinderella vs The Publishing Business (in Wooster Alumni Magazine – 1981)
  • Doughters of Regals and Other Tales – 1984
  • What makes us Human (in The 1985 Annual World’s Best SF – 1985)
  • Elegy (in The Wooster Review – 1985)
  • Animal Lover (in Tin Stars – 1986)
  • Epic Fantasy in the Modern Wolrd: A Few Observations – 1986
  • The Books That Made a Difference (in American Bookseller 1986)
  • Unworthy of the Angel (in A Very Large Array 1– 1987)
  • The Djinn Who Watches Over the Accursed (in Arabesques 2 – 1989)
  • The Conqueror Worm (in I Shudder at Your Touch – 1991)
  • Reave the Just (in After the King – 1992)
  • The Live Poets Society (in Thinker Review – 1992, volume No. II)
  • The Woman Who Loved Pigs (in Full Spectrum 4 – 1993)
  • The Kings of Tarshish Shall Bring Gifts (in The Book of Kings – 1995)
  • Reave the Just and Other Tales – 1999
  • The Aging Student of the Martial Arts (in Shotokan Karate Magazine – 2004)

Opere scritte originariamente come Reed Stephens

Romanzi

Ciclo “The Man Who

  • The Man Who Killed His Brother – 1980
  • The Man Who Risked His Partner – 1984
  • The Man Who Tried to Get Away – 1990
  • The Man Who fought Alone – 2001

Trilogia dell’Area X [Recensione]

Una foresta di pini neri, poi pianure salmastre e canali naturali; infine un faro spento in riva all’oceano. È quanto racchiude la misteriosa Area X, un territorio degli Stati Uniti oramai disabitato e tagliato fuori dal resto del mondo, in cui gli esseri viventi e le stesse leggi naturali paiono aver subito una radicale trasformazione.

Il suo confine è sorvegliato da trent’anni dall’agenzia governativa Southern Reach, incaricata di celarne l’esistenza e al contempo indagarne i più reconditi segreti, a iniziare dall’origine. Ora, due anni dopo l’ultima spedizione, quattro donne, che non conoscono nulla l’una dell’altra se non le aree scientifiche di competenza (antropologia, topografia, biologia e psicologia), vengono inviate oltre quel confine. Non portano con sé bussole, né orologi, né apparecchiature sofisticate come dispositivi di rilevamento, computer, videocamere, telefoni cellulari… Dispongono solo di una strana scatola nera che ciascuna di loro porta appesa alla cintura; se la spia presente in quegli apparecchi dovesse accendersi, l’ordine è di trovare un riparo sicuro, entro trenta minuti. Non è noto tuttavia cosa possano effettivamente rilevare le scatole o quale sia il pericolo dal quale doversi riparare, né tanto meno quali luoghi possano considerarsi sicuri. Poche anche le armi: solo alcune pistole e un fucile da combattimento. Eppure l’Agenzia sa bene che l’Area X tende insidie di ogni tipo. Tanto è vero che tutte le precedenti spedizioni si sono concluse con un fallimento: pochi sono tornati – in circostanze e con modalità non chiare – e anche quei pochi sono presto deceduti. In quanto alle cittadine inghiottite dall’Area X, di esse non rimangono che tracce desolanti: automezzi arrugginiti ed edifici crollati.

Le componenti della spedizione sono quindi comprensibilmente preoccupate: più che credere alla possibilità di una qualche soteriologica scoperta, la loro sensazione è quella d’essere destinate a fare la stessa inquietante fine di chi le ha precedute.

“Ci chiedevano soltanto di prendere appunti, come questi, su un diario, come questo: leggero ma praticamente indistruttibile, di carta impermeabile, copertina flessibile bianca e nera, righe blu orizzontali per scrivere e riga rossa a sinistra a segnare il margine. I diari avrebbero fatto ritorno con noi o sarebbero stati recuperati dalla spedizione seguente”.

Tra meraviglia e straniamento, il lettore viene condotto per la prima volta nell’inquietante Area X proprio attraverso le pagine di uno di questi diari, quello della biologa (della quale non viene mai svelato il nome). È lei l’unica voce narrante in Annientamento (Annihilation), primo volume di questa Trilogia dell’Area X (Southern Reach Trilogy, 2014), scritta da Jeff VanderMeer.

L’autore trasfigura e sublima gli ambienti naturali che ha visitato e che più lo hanno colpito in gioventù: la Georgia rurale, l’Isola di Vancouver, ma soprattutto i boschi di conifere che digradano nelle paludi e nelle spiagge del St. Marks National Wildlife Refuge, un’area di circa 280 km2 in Florida, a mezz’ora d’auto da Tallahassee dove VandeerMeer risiede. Lì è situato un antico faro, in cui l’autore s’imbatté per la prima volta nel corso di una delle sue frequenti escursioni nella regione, e accadde per puro caso durante una tempesta: dello stupore e del timore che allora lo sopraffecero rimane ben più che una semplice traccia nelle pagine della trilogia. Non si tratta all’evidenza soltanto del riconoscere nell’antefatto del romanzo non pochi elementi caratterizzanti la storia di quel faro (dall’amore contrastato consumato tra le sue mura, alla solitudine appartata eppur appagante del più longevo custode), quanto piuttosto della facilità con cui si percepisce la drammaticità esistenziale di quell’incontro.

Citando la descrizione che Paolo Rumiz (ne Il Ciclope) fornisce del faro di Pelagosa: vi sono luoghi che ti fanno capire che “oltre al lumino della tua esistenza, c’è l’incommensurabile nulla… Quello strapiombo è la rappresentazione del mistero, sei davanti a qualcosa che ridicolizza le miserie degli umani…”.

È quanto, seppur con toni e immagini diverse, comunica anche VanderMeer. La realtà viene deformata: l’autore plasma apparizioni bizzarre, trasmuta oggetti noti in inquietanti alieni, soffondendoli di un alone di mistero e alterità, in un’atmosfera di irriducibile decadenza.

Annientamento procede in effetti tanto per suggestioni e per immagini evocative quanto per minuziose descrizioni, giustapponendo elementi naturalistici e sovrannaturali. Ma anche quando i limiti dell’oggetto di osservazione sono definiti o comunque definibili, egualmente l’essenza pare estranea. Ogni cosa nell’Area X, vegetale, animale o minerale che fosse in origine, è oramai trasformata in modo irreversibile e partecipa di una diversità che tanto è immanente quanto incomprensibile per l’uomo.

Così la biologa, esperta in ambienti di transizione, che da subito sembra avere un modo tutto particolare di rapportarsi con l’Area X, trasmette di pagina in pagina un senso di resa inesorabile innanzi a qualcosa di indefinito, che soverchia la fragilità umana. La metafora ecologista, dove la natura nella sua essenza appare immensa, assoluta e inarrivabile, non è evidentemente estranea al romanzo. Dei dieci libri che hanno giocato un ruolo fondamentale nella stesura, VanderMeer –  figlio di attivisti – cita per primo Under the Sea-Wind (1941), della biologa Rachel Carson, un vero e proprio manifesto ambientalista.

Non a caso, nel romanzo, la Southern Reach impedisce l’accesso all’Area X ricorrendo all’espediente di un finto e non meglio specificato disastro ecologico. Eppure in Annientamento non si parla di ricomporre un dialogo interrotto tra uomo e ambiente – tema abusato –, o di recuperare un’identità perduta attraverso il contatto con la natura; è anzi l’opposto: incomunicabilità insuperabile e trasformazione irreversibile, icasticamente rappresentate dal ritorno inutile di qualcuno dei precedenti esploratori, identico nell’aspetto ma cambiato in modo radicale, e incapace di trasmettere informazioni utili su quanto vissuto; o dalla biologa stessa (già senza nome), ogni cui passo all’interno dell’Area X l’allontana da ciò che è per condurla a qualcosa di diverso.

Nonostante le limpide immagini offerte da albe e tramonti che fanno trasognare nella loro assolutezza, oltre il limite dell’orizzonte non c’è la Natura, tantomeno Dio, quanto piuttosto il Nulla. Il nichilismo del primo romanzo non sembra lasciare spazio a rassicurazioni.

L’ineluttabilità della resa innanzi all’ignoto incomprensibile è rimarcata in Autorità (Authority), secondo volume della trilogia.

Attraverso gli occhi di un nuovo protagonista, John Rodriguez, il lettore viene ora rapidamente immerso nelle trame di rivalità, antipatie, avversioni personali, tutte interne alla Southern Reach, in teoria baluardo dell’umanità contro l’ignoto, in realtà rovina inquietante e insidiosa tanto quanto l’attigua Area X.

Incaricato di sostituire la precedente direttrice, Rodriguez, soprannominato ‘Controllo’, pare invece non riuscire a ‘controllare’ proprio nulla, a cominciare dalla sua vita. Schiacciato dall’ombra opprimente della madre che da tempo ricopre ruoli di responsabilità nei servizi segreti, e avvilito per una carriera prematuramente compromessa da un imperdonabile errore, vorrebbe trovare nel nuovo incarico l’occasione per riabilitarsi, ma a mancargli sono speranza, obiettivi e persone di fiducia. In effetti, tutti i ricercatori nella Southern Reach paiono svuotati di ogni energia e si aggirano all’interno dell’istituto come fantasmi in un vascello alla deriva.

Abbandonato il ritmo incalzante del primo romanzo, VanderMeer ne mantiene l’atmosfera rarefatta e decadente, non riuscendo tuttavia a rapire il lettore, benché nello sviluppo della storia vengano forniti nuovi indizi su quanto accaduto nell’Area X, si disveli il risultato di inquietanti esperimenti e il destino delle precedenti spedizioni, si pongano nuovi interrogativi e si presentino nuovi misteri.

Il colpo di scena improvviso, che sostanzialmente chiude il secondo volume della trilogia – troppo lungo e lento –, riaccende fortunatamente tutto l’interesse che Annientamento aveva saputo destare e amministrare.

Lo stile cambia ancora nel terzo volume, Accettazione (Acceptance): frequenti flashback ricostruiscono quanto avvenuto prima e durante la spedizione delle quattro donne narrata in Annientamento. Così viene fatta luce sui reali intenti della direttrice scomparsa, sulla sua vita, sul perché delle sue scelte e delle sue azioni; si viene coinvolti nelle vicende del guardiano del faro e condotti all’origine dell’Area X. Intanto, con Controllo, si cerca di porre argine a ciò che pare inarrestabile.

Come spiega l’autore stesso, se nel primo romanzo viene narrata l’ultima spedizione nell’Area X e l’intero secondo romanzo funge esso stesso da diario di spedizione all’interno della Southern Reach, nel terzo non potevano che porsi a confronto le testimonianze raccolte nelle precedenti esperienze per fornire un quadro complessivo della storia.

Alla fine l’impressione è che VanderMeer dia effettivamente spiegazione a tutti i misteri, intessendo trame strutturate e convincenti. La conclusione è logica conseguenza delle premesse, l’accettazione dell’inevitabile, una riformulazione di un corollario del tetrafarmaco epicureo riassumibile nel pensiero di una delle protagoniste: “Non c’era nulla da temere. Perché temere quello che non puoi evitare? Che non vuoi evitare?”.

Dalla fantascienza all’horror, dal thriller alla spy story, la Trilogia dell’Area X abbraccia generi molto diversi tra loro, ricombinandone elementi e tratti, e presentandosi, nelle intenzioni dell’autore, quale compiuto esempio di quel particolare genere chiamato new weird, di cui VanderMeer e la moglie Ann (curatrice per anni della nota rivista Weird Tales) hanno cercato di fornire definizione nell’introduzione all’antologia The New Weird (2008). Le caratteristiche principali sono appunto la contaminazione di più generi, la presenza di elementi bizzarri funzionali alla creazione del ‘senso del meraviglioso’ e, al contempo, la particolare cura della coerenza e verosimiglianza nella struttura della storia.

Definizioni a parte, il viaggio nel quale VanderMeer conduce il lettore è totalmente appagante grazie a stili e forme adeguati ai contenuti, a un afflato immaginifico vigoroso, a una capacità evocativa sorprendente. Ci si lascia catturare dal vortice degli enigmi e dalla ricchezza di indizi, tutti indecifrabili, alieni, stranianti; come quella scritta astrusa e contorta che licheni luminosi disegnano sulle pareti di un tunnel (che non è un tunnel). Nel confronto con la scrittura lineare, pulita, essenziale propria della mano dell’autore, pare più aliena delle creature immonde che popolano la sua immaginazione: “Dove giace il frutto soffocante che giunse dalla mano del pescatore io partorirò i semi dei morti per dividerli con i vermi che si raccolgono nelle tenebre e circondano il mondo col potere delle loro vite mentre dagli antri oscuri di altri luoghi forme che non potrebbero mai essere si contorcono impazienti per i pochi che non hanno mai visto o non sono mai stati visti…”

Negli occhi della mente rimangono immagini suggestive che sono tutte metafora dell’esistenza umana, disfatta in una ricerca priva di utilità e annichilita innanzi all’ineluttabile e all’incommensurabile. Nessuno dei protagonisti può uscire vincente, o si tradirebbe il senso stesso della storia. Eppure, in ultimo, una speranza si apre, inaspettata e, sostanzialmente, incomprensibile. Non tanto un cedimento alla necessità aprioristica di un happy end, quanto piuttosto un ultimo interrogativo rivolto al lettore…

La presente Recensione è comparsa per la prima volta sulla Rivista Terre di Confine, il 25 ottobre 2015).

L’Uomo che cuciva anime [Racconto]

«Vuole decidersi?» insistette, insofferente.

«È ancora dell’idea di non uscire dalla stanza, Sara?» le chiese il prete, che invece di eseguire il suo volere se ne restava seduto.

Crede forse che io possa rimanere impressionata?

Braccia conserte, Sara accennò col mento verso il letto: «Lo guardi, ha mai veduto cosa più patetica?»

«È suo padre…»

Avrebbe dovuto significare qualcosa? «Proceda» comandò.

Il prete, nel fruscio delle vesti nere, si alzò lentamente, riponendo il rosario – con il quale, era sicura, non aveva recitato nulla, sebbene si trovasse in quella stanza fin dal mattino. Nessuno poteva contraddire una Meridia: avrebbe ubbidito, come chiunque altro, e avrebbe impartito a suo padre l’estrema unzione. Così forse suo padre si sarebbe finalmente deciso a morire.

Tuttavia ne dubitò quando don… come ha detto di chiamarsi?… si accostò al letto senza stringere in mano alcun simbolo della sua fede.

«Gabriel Meridia, io ti conosco…»

L’uomo nel letto, improvvisamente, sgranò gli occhi incavati, e l’attimo dopo fu colto da una terribile crisi: tossì sangue scuro sulle maleodoranti lenzuola ricamate, cercando invano di inspirare.

Il rumore la disgustò. Muori! MUORI!

La consunzione lo divorava insaziabile.

«E tu, mi riconosci?»

Suo padre iniziò a scalciare. Ad artigliare l’aria. Squassato dalla tosse, soffocato dal proprio sangue.

Indifferente, il prete tracciò con le mani strani segni, sui polsi e sui piedi e poi sul petto e sulle spalle dell’infermo. Non erano croci: sembrava piuttosto che le dita stessero tirando fili invisibili e disfacendo trame. E ad ogni gesto pareva che suo padre patisse dolori più atroci. Il viso, di un giallo malsano, si ricoprì di un velo untuoso di sudore, stravolto dal dolore. Dalla bocca aperta uscivano gorgoglii raccapriccianti e lamenti soffocati.

Il prete cominciò… a tirare! E il petto di suo padre si gonfiò, anche se non c’era aria nei suoi polmoni; e la schiena prese a inarcarsi, tra gli spasmi, quasi che un artiglio invisibile lo stesse strappando via dal suo letto, da quella vita cui ostinatamente restava abbarbicato.

Poi accadde qualcosa di inatteso: suo padre la supplicò.

Non ricordava di averlo mai visto piangere, né implorare: erano le sue vittime a farlo, non lui. Ma quella volta gli occhi del potente Meridia piangevano e supplicavano che qualcuno – lei? – ponesse termine a quel supplizio.

All’improvviso ci fu lo strappo. Insieme alle vesti del sangue di Nesso intrise, brandelli della sua carne…

L’urlo fu agghiacciante… Ma non era suo padre a urlare.

Infine, silenzio.

Il prete uscì da casa Meridia poco dopo. Chiuse gli occhi e assaporò il dolore che il capofamiglia aveva fatto patire a ogni uomo e donna che aveva incontrato, specie a sua figlia. Gustò le torture e le violenze. E per ultimo assaporò il dolore dello stesso Meridia.

Il brandello di anima corrotta che gli aveva cucito addosso poco dopo la sua nascita aveva attecchito bene. Tanto nel profondo da trasferirsi nella figlia. Evento inatteso e foriero di inimmaginabili, future delizie.

Tornò alla cappella che tutti veneravano non sapendo che fosse sconsacrata da anni.
Quando la coppia bussò alla sua porta era pronto.

«Padre siamo qui per …»

«Lo so. Come intendete chiamarlo?»

«Marco» risposero senza esitazione.

Il prete prese tra le proprie le mani del bambino. Che iniziò a piangere. E poi i suoi piedi.

E intanto cuciva…

«Marco. Lieto di fare la tua conoscenza.»

[Racconto pubblicato nel 2014, sulla Rivista on line Terre di Confine]