Archive for febbraio 2007

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GIORNO II

28 febbraio 2007

Non abituato a tenere un diario, ho deciso che quanto verrà in questa sede scritto vivrà di una essenza particolare: non si tratterà tanto di un resoconto di quanto accaduto durante il giorno, quanto piuttosto di un breve libro di viaggio che accompagni lungo i tortuosi sentieri dei ricordi e delle estemporanee riflessioni. Del resto, perché ritornare alla fine del giorno a rivivere eventi che non hanno nulla di particolare o interessante, che verranno presto dimenticati del tutto, senza lasciare traccia o rimpianto? Soprattutto, perché metterne a parte altri?

Certo, la domanda altrettanto valida che ci si potrebbe porre è perché mai qualcuno dovrebbe trovare interesse nel leggere quanto di personale altri ha vissuto e che, ad onor del vero, importante può apparire solo agli occhi di quest’ultimo. La relatività di un giudizio in materia di tal natura mi pare indiscutibile, ma se lo scrittore è vincolato dal suo personale criterio e non può spesso fare a meno di scrivere quello che sente importante, non così è per il lettore, il quale non ha difficoltà certo a cambiare pagina e passare oltre. Sicché…

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Capitolo II – Il Pazzo

28 febbraio 2007

Leilani… Leilani…Leilani

– Taci – sussurrò al vento.

Leilani…Leilani…Leilani…

Sorien accelerò il passo, per quanto pienamente consapevole che non sarebbe servito a nulla: Elaiath era nella sua mente per torturarlo fin quando non fosse morto. O forse in eterno, indifferente, per quel demone inquieto, valicare o meno il limite ultimo della vita. Sorien non sarebbe riuscito a trovare scampo, nemmeno se sua meta fosse stato un imponente castello o un focolare caldo ed accogliente: un ambiente raccolto, una ristretta cerchia di sicuri amici; in realtà nemmeno la folla avrebbe allontanato o dissuaso i suoi orridi persecutori.

E là dove stava andando non avrebbe trovato nulla di tutto questo. Il pensiero lo colpì con forza, ma non lo fermò: il suo passo divenne presto corsa. Anche se non sarebbe mai riuscito a sfuggire.

Leilani...

Sorien seguì nella notte un tortuoso sentiero, guidato da una memoria attenta e da abilità innate. Non si sarebbe perso, non almeno nella terra degli uomini, dove gli alberi erano alberi e dove le pietre erano pietre. No, per quanto tetra e buia fosse la notte. No, per quanto sconvolti fossero i suoi pensieri.

Si fermò solo quando la luce del fuoco apparve tra le forme contorte e cupe di antiche querce.

Aveva detto al ragazzo che non sarebbe stato via a lungo; che sarebbe tornato. Ma ignorava quale effetto avrebbero avuto in realtà le sue parole su quella mente sconvolta. Non avrebbe fatto del male alla donna, ma ben di poco altro avrebbe potuto dirsi sicuro.

Fece alcuni passi, strappando volutamente alle foglie e ai rami secchi risentiti lamenti.

– Sono io. – disse con voce ferma.

Dal campo non gli giunse alcuna risposta. Non ne fu sorpreso, nè allarmato. Il ragazzo, ne era certo, non avrebbe rivelato la sua presenza fino a quando non fosse stato più che sicuro di non avere nulla di cui preoccuparsi.

Dopo qualche momento, muovendosi lentamente lungo una via diretta, entrò nel cerchio di luce. La donna era dove ricordava fosse quando si era allontanato: leggermente distesa su un fianco, contemplava immobile la fiamma persa in oscuri pensieri. Del ragazzo non v’era apparente traccia.

La cosa non gli piaceva: quale che fosse il luogo in cui aveva deciso di montare la guardia non avrebbe avuto difficoltà ad accorgersi del fatto che era tornato solo e che nessuno lo aveva seguito. Si guardò attorno: le ombre, più vicine, danzanti nel ritmo della fiamma, non gli rivelarono la presenza di alcuno; quelle più lontane, confuse in un oceano di silenzio profondo, non tradirono l’oscuro patto che avevano conchiuso con l’Inganno.

Il tormento per Leilani lo aveva costretto ad intorpidire i propri sensi ed i propri pensieri: poteva essere stato un errore fatale. Aveva dato per scontato che in quelle terre così lontane dagli insediementi umani non vi sarebbe stato nessuno intenzionato ad assalirli. Per questo aveva lasciato che il ragazzo accendesse un fuoco. Per questo aveva lasciato sole quelle due anime disfatte.

Un brivido percorse la sua schiena.

Percepì il pericolo. Dietro le sue spalle.
Ma in ritardo.

Quando si voltò, si ritrovò a fissare la punta lucente di un micidiale dardo.

(…continua…)

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Sulla possibilità di una Teodicea (1)

23 febbraio 2007

Una volta, tra amici, accadde che la discussione, improvvisamente, cambiò oggetto e se fino a pochi minuti prima si era parlato del perché la bruschetta con pomodoro, olio e aglio era meglio di quella con il prosciutto, si giunse a parlare dell’esistenza di Dio. Tra atei e credenti, tra allievi del classico ed allievi dello scientifico, lo scontro prese toni accesi, come sempre quando tra amici dispiace cedere la vittoria all’interlocutore avversario.

In quell’occasione, di là del banale, l’obiezione che molti persuase aveva questo tono: “ma come fai a credere in Dio, con tutto quello che succede di brutto nel mondo?”. Chi aveva posto la domanda allora era parecchio a digiuno di filosofia ed ancor di più di religione e molto di quanto aggiunse ritengo davvero non meritasse gran seguito.

Ma la prima domanda, il suo vero contributo, avrebbe meritato allora maggior attenzione: purtroppo il tema era un po’ fuoriluogo alle 23 di un sabato sera…

Così, a distanza di anni, mi permetto di riprendere l’argomento.

E dunque:

“SI PUO’ CREDERE IN UN DIO CHE CONSENTE IL MALE?”

e su piano diverso

” SI PUO’ ASSOLVERE DIO DALL’ACCUSA DI ESSERE RESPONSABILE DEL MALE NEL MONDO?”

Il problema della compatibilità tra Dio ed il male ha particolare rilievo nella tradizione giudaico-cristiana: in una religione monoteista non esistono altre entità pari a Dio alle quali possa imputarsi la responsabilità del male; inoltre, se Dio è infinitamente buono e infinitamente potente, come può esistere qualcosa al di fuori di Lui, contrario a Lui e che possa al contempo limitarLo?

Pare chiaro infatti che:

Dio o vuole togliere i mali, ma non può; oppure può, ma non vuole; oppure non vuole e non può; oppure vuole e può. Se vuole, ma non può, non è onnipotente; il che è inammissibilie in Dio. Se può, ma non vuole, è invidioso; il che pure è alieno da Dio. Se non vuole e non può, allora è invidioso e non onnipotente; e anche questo non può predicarsi di Dio. Se vuole e può, il che soltanto è predicabile di Dio, allora da dove vengono i mali e perché non li elimina?” (Epicuro)

Il difficile ruolo di difensore di Dio fu nella storia della filosofia (ma non solo di questa) assunto da molti, sebbene il termine “teodicea” [dal greco theos (dio) e dike (giustizia)] da intendersi come “render giustizia a Dio” – assolvendolo dall’accusa di essere Egli stesso cagione del male -, sia stato adoperato solo nel 1710, quando apparve l’opera leibniziana “Saggi di teodicea sulla bontà di Dio, la libertà dell’uomo e l’origine del Male“.

Vedremo nei giorni prossimi qualcuno di questi contributi.

[Nota: i toni iniziali possono indurre a ritenere che la trattazione dell’argomento in oggetto avvenga in maniera superficiale: non è così, almeno nelle intenzioni dello scrivente. I posts successivi al presente indulgeranno poco alla divagazione e cercheranno di essere il più precisi possibile. La sede (un blog) non è ovviamente la sede più appropriata per lunghi saggi di Teodicea; l’inevitabile conseguenza è che a volte si preferirà la sintesi alla profonda disamina. Quando ciò accadrà, sarà sempre intesa la riserva di maggior approfondimento in seguito]

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Antichi ricordi…

22 febbraio 2007

Ci sono film e canzoni che segnano nel profondo e non svaniscono mai del tutto dai propri ricordi. Nella mia personale classifica non v’è dubbio che questo sia al primo posto:

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Capitolo I – Sorien

21 febbraio 2007

Sorien contemplò in silenzio la piana superficie del lago scuro che aveva di fronte, incapace di distinguere il confine tra il suo cupo cuore e quella notte priva di luna e di stelle. Perso in una dimensione sospesa, di impenetrabile oblio e arcano silenzio, placatasi oramai anche la voce del vento, non avrebbe saputo certo reagire alla sorpresa di un attacco, né questa consapevolezza sarebbe certo riuscita a scuoterlo. Con tale bramosia aveva cercato un solo momento di pace, che certo in lui nessun particolare interesse destava il pressante allarme che i suoi pur intorpiditi sensi continuavano a lanciare. Non si sarebbe mosso, non avrebbe il pensiero seguito nuovamente il ritmo incalzante dell’inesorabile trascorrere del tempo: fosse pure per lui giunto il momento del trapasso. Se pure dietro le antiche querce, ora anch’esse ombre indistinguibili, si celava la presenza del nemico, lui nulla avrebbe fatto per porsi al riparo; si tendesse pure la corda dell’arco: la freccia, se questo era il suo destino, avrebbe colpito il bersaglio. E tutto sarebbe finito. Con probabilità il suo corpo sarebbe sprofondato nelle acque scure e sarebbe scomparso, dimenticato e presto consumato. Non gli importava.

– Ti inganni. P er te non sarà così facile lasciare questo mondo – sussurrò però Elaiath nella sua mente ed il suo cuore vacillò.

– No. – si sentì mormorare appena, privo di forze.

Ma già nell’aria immobile e pesante della palude si diffondeva ora una fragranza conosciuta che fece mancare al cuore un battito e vacillare tutta la sua determinazione.

Leilani.

Pochi attimi dopo, ecco: i suoi passi. Non v’era possibilità di errore. Ben li conosceva ed ovunque il avrebbe riconosciuti.

Leilani era quanto di più prezioso il destino aveva posto di fronte al suo cammino: una gemma rara, il primo raggio di sole che dissipa la tenebra e riconduce il giorno. Non conosceva persona più gentile, animo più forte, mente più acuta. Leilani non era di nobile origine: non aveva ricevuto il tipo di educazione che le sue capacità avrebbero richiesto. Non aveva precettori, né alcuno che potesse al suo posto compiere tutte quelle attività che le rubavano il prezioso tempo che le era stato concesso: le sue mani si rovinavano nel lavoro, mentre avrebbero potuto carezzare con maestria sublime le corde dell’arpa; il suo corpo si affaticava, mentre avrebbe potuto seguire il vento in leggiadre evoluzioni di danza.

Ma certo non vi era nobildonna che potesse con lei competere: aveva letto più di loro, aveva più talento di loro. Incomparabili sensibilità e animo.

Ed il cuore di Sorien aveva sussultato ogniqualvolta i loro sguardi, anche per breve momento, si erano incontrati; la sua mente si era aperta a nuovi pensieri; la sua anima aveva dispiegato ali grandiose.

No: non poteva ingannarsi. Colei che si stava avvicinando era Leilani. Lo sentiva. Lo sapeva.

Sai che è Leilani. –

Due passi. Dietro di lui. Come sempre leggeri, eppur risoluti. Leilani era una ragazza dolce, ma dalla volontà ferma. Differentemente da lui, il dubbio non le era proprio. Quando la decisione era presa, nulla l’avrebbe fermata.

Ancora qualche passo. Poi, se si fosse voltato, avrebbe potuto anche soltanto tendere la mano.

E avrebbe accarezzato il suo viso. Avrebbe dimenticato l’oscurità che era il suo destino.

Ma non era il tempo. Non ancora.

Il suo respiro si fece affannoso; le gambe si fecero deboli.

La mano scivolò lungo il fianco. Tormento era lì. La spada era pronta: non avrebbe disubbidito al suo comando, non avrebbe esitato. Non appena la mano ne sfiorò l’elsa, la fredda consapevolezza del potere letale dell’arma gli gelò il sangue nelle vene.

Ma non lo fermò. Nemmeno lui avrebbe avuto esitazione alcuna nel ripetere i gesti che l’ossessivo addestramento aveva reso quasi innaturalmente veloci e precisi.

Leilani gli aveva insegnato a perseverare, quando la scelta era compiuta, e per quanto cercasse ancora di ingannarsi, ben prima di arrivare sulla sponda di quel lago, Sorien aveva già compiuto la sua scelta. Ora avrebbe dovuto proseguire sulla via che aveva intrapreso. Era stata una delle cose più importanti che Leilani gli aveva insegnato. E sarebbe dovuta divenire una sua ragione di vita.

Poiché la decisione aveva valicato il crinale per lui sempre arduo del dubbio, ora il corpo semplicemente eseguì, con maestria, lo spartito tante volte, fino allo sfinimento, provato.

Ruotò il busto, ma non colpì di taglio, all’altezza del capo, così come tante volte aveva saputo fare senza lasciare scampo al nemico. Sapeva che questa volta avrebbe dovuto colpire al cuore.

E così fece.

Chiuse gli occhi, per non incontrare il volto di lei, gli occhi colmi di dolorosa sorpresa in una muta domanda che non avrebbe avuto risposta. Del resto, non aveva bisogno di vedere: conosceva alla perfezione quel corpo che pure la sua mano non aveva mai sfiorato; così tante volte nel dettaglio lo aveva misurato nel tempo di un incauto sospiro.

E colpì. Tormento aveva una lama perfetta: penetrò in profondità rapida, diretta, mortale. Sorien quasi nemmeno sentì la lieve resistenza che gli opposero le costole che scheggiò nell’affondo. Poi, data una vigorosa spinta, lasciò la presa sull’arma che seguì Leilani nella caduta all’indietro. In ogni modo avrebbe evitato che il suo ultimo respiro raggiungesse il suo volto.

Leilani cadde con un tonfo sordo: nell’aria si spanse un odore pungente di resina e fango. Dalla sua bocca proruppe un gorgoglio doloroso che si placò quasi subito.

Per qualche momento Sorien riuscì a rimanere in piedi. Poi le gambe cedettero del tutto. Trovò ancora la forza di voltarsi dall’altra parte: poi, percorso da violenti spasmi e conati, si ritrovò a terra. Solo dopo qualche tempo aprì gli occhi.

Non aveva ancora finito. Lo sapeva. Ma dove avrebbe trovato la forza?

Eppure, quasi a guidarlo non fosse la sua volontà, si ritrovò in piedi, accanto al corpo della donna che unica aveva profondamente amato. Dopo qualche tempo, riuscì anche ad estrarre la spada, che scivolò via senza alcuna difficoltà.

Aveva deciso. Aveva ucciso. Non era la prima volta. Certo non sarebbe stata l’ultima. E quello che aveva appena fatto, non era nulla di fronte a quello che ancora lo aspettava.

Sentì lontana la risata di Elaiath

Era stato via troppo a lungo. Ora doveva tornare al campo, dove lo aspettavano il ragazzo pazzo e la donna ammorbata.

Se ne andò senza dare sepoltura alcuna a quello che era stato il suo unico amore.

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GIORNO I

17 febbraio 2007

Non ho mai tenuto un diario: non certo perché alla fine della giornata, lasciato chiuso il libro della settimana, non mi sia mai capitato di riflettere su quanto accaduto durante il giorno. Tutto all’opposto, persona riflessiva forse ben più del dovuto, ho ritenuto superfluo “cristalizzare” nello scritto quello che vivo è sempre rimasto negli occhi della mia memoria. Questo è quindi nulla più che un timido passo al quale probabilmente non farà seguito alcun altro. Ma chissà…

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Questo è il primo post

15 febbraio 2007

BENVENUTI.

Per chi non conoscesse i Blind Guardian ed in particolare questa canzone, eccone le parole:

Titolo: Bard’s Song

Now You all know
The bards and their songs
When hours have gone by
I’ll close my eyes
In a world far away
We may meet again
But now hear my song
About the dawn of the night
Let’s sing the bards’ song

Ref.:
Tomorrow will take us away
Far from home
Noone will ever know our names
But the bards’ songs will remain
Tomorrow will take it away
The fear of today
It will be gone
Due to our magic songs

There’s only one song
Left in my mind
Tales of a brave man
Who lived far from here
Now the bard songs are over
And it’s time to leave
Noone should ask You for the nameOf the one
Who tells the story

Ref.:
Tomorrow will take us away
Far from home
Noone will ever know our names
But the bards’ songs will remain
Tomorrow all will be known
And You’re not alone
So don’t be afraid
In the dark and cold
‘Cause the bards’ songs will remain
They all will remain

In my thoughts and in my dreams
They’re always in my mind
These songs of hobbits, dwarves and men
And elves
Come close Your eyes
You can see them, too

Chissà perché avrò scelto questa canzone…

( La precedente versione del post, mantenuta per diversi giorni, era frutto dell’opera di Death Lord, mentore del mentore, che mi ha fatto capire cosa sia un blog; qualsiasi mio errore non è a lui riconducibile in alcun modo)