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Capitolo III – La Megera (2)

26 maggio 2007

La megera ascoltò un poco la storia che il Pazzo aveva assoluta voglia di raccontare, cercando chiaramente al contempo di comprendere se la strana luce che pareva ardere negli occhi dell’improvvissato narratore fosse conseguenza del morbo o segno palese di una malattia diversa, ma certo non meno terribile: la follia. Quale che fosse la sua impressione, non lo interruppe, lasciando che una serie di apparentemente sconclusionate frasi fosse posta di seguito ad un’altra.

Sorien si interrogò sul motivo per il quale il folle si stesse dando tanto da fare per raccontare una storia che nella migliore delle ipotesi non sarebbe stata creduta, nella peggiore avrebbe potuto attirare loro contro ulteriori pericoli ed insidie. Non trovò che una risposta: aveva bisogno di farlo. Il ragazzo non doveva aver parlato per giorni prima che lui li trovasse: aveva forse urlato o pianto, ma certo non parlato. Dopo il loro incontro, quello che poteva avvicinarsi di più all’idea di discorso era stato lo scambio di battute della notte precedente, quello che si era concluso con il folle a terra boccheggiante, alla ricerca di respiro, come un pesce rapito all’acqua.

– Di notte scompare… – stava blaterando il Pazzo in quel momento – ieri l’ho cercato, mentre lui era via. Ma non l’ho visto da nessuna parte…ed io ho occhi buoni. Oh sì, buoni davvero. Me lo hanno detto sempre tutti. Sei una lince. Sì sì. Ma niente. Niente! Capite? Si era dissolto…e poi questa mattina, poco lontano dal campo… eccolo là. A fissarmi con quegli occhi… strani….-

La vecchia stava ascoltando apparentemente senza particolare interesse. La postura tradiva però una tensione crescente. Sorien se ne accorse, ma rimase impassibile. Quando la megera volse lo sguardo nella sua direzione, lo contraccambiò senza lasciar trasparire alcuna reazione.

– Oh … quegli occhi! Sembra che ti scrutino dentro. Ti senti… non so: come se le viscere… si stessero rivoltando dentro. Sì sì. Le viscere rivoltate. E poi è come se non avessi peso. Come se la tua mente fosse vuota. E’ una bestia dannata. Ve lo dico io.-

L’espressione della megera non era facilmente decifrabile. Stava cercando di capire fino a che punto il suo interlocutore fosse pazzo. Questo era chiaro. Ma a giudicare dall’attenzione che rivolgeva a quell’incontrollato fiume di parole, sembrava stesse anche cercando di comprendere quanta verità vi fosse, dietro i turbamenti di una mente malata.

– …E’ dannata vi dico. Ora non si vede. Ma è qui. Qui. Da qualche parte, anche se per il momento non riesco a vederla. Io: che sono una lince. Mi chiamavano così. Ero bravo. Lo dicevano sempre…-

Sorien non aveva idea a chi si riferisse. Certo non a quelli che erano con lui quando lo aveva trovato. Quelli che Tormento aveva sventrato con rapidità, senza esitazione alcuna. Il passato del ragazzo era oscuro: prima o poi avrebbe parlato. Perché voleva farlo. Era chiaro. Ma dubitava che quello sarebbe stato il momento.

Infatti il Pazzo proseguì: – Se non lo avessi visto con questi occhi… Io non ci crederei. Lo so. Anche voi potreste non credermi…Ma io ho visto. Ho visto! Quella…bestia. Arriva senza fare rumore. Alcun rumore. Si muove tra le ombre come se fosse un pezzo di notte che riesce a resistere al giorno. E ti arriva vicino senza che tu possa fare niente. Come la morte. E’ una bestia dannata.-

Sorien, che non aveva distolto un momento lo sguardo dalla vecchia, si chiese quale effetto avrebbe avuto su di lei il sentirsi dare del “voi”. Al più, senza dubbio, negli ultimi anni era stata presa a male parole, le poche volte in cui qualcuno le aveva parlato. I rari viandanti non le avevano certo riservato quel minimo riguardo.

– … E’ dannata. Non fa rumore. No. Come la notte. Scende, senza che tu possa fare nulla per impedirlo….- ripetè il folle.

La megera sembrava avvinta dal farneticare del ragazzo, talché Sorien valutò l’opportunità di interromperlo. Era ovviamente ben più che probabile che le sue preoccupazioni fossero infondate: certo la megera non era solita credere a tutto quello che le veniva detto e men che mai a quanto, con così tanto trasporto, le veniva riferito da qualcuno che aveva quella sinistra luce negli occhi. Avrebbe forse avuto qualche dubbio, ma indubbiamente nessuna certezza. L’unica ipotesi di qualche consistenza era che la vecchia potesse farsi l’idea che lui stesso avesse indottrinato il pazzo perché ripetesse quelle frasi… e se ciò da un lato avrebbe tolto forza persuasiva al racconto, dall’altro le avrebbe fatto comprendere che chi le stava davanti non era persona che poteva essere facilmente ingannata.

Ma poteva anche essere che qualche verità riuscisse a carpire… quella che c’è sempre dietro le storie raccontate dai folli.

– Ora basta così. Hai parlato abbastanza. – Disse alla fine. La vecchia aveva iniziato ad ascoltare perchè voleva farlo: senza dubbio da parecchio non vedeva persone che la pagavano e le parlavano. Ma l’attenzione che rivolgeva ora a quelle parole era cambiata in intensità: non poteva permetterlo.

– Ma io non ho ancora detto…-

– E non lo dirai. Quale che sia l’argomento. Questa donna è stata pagata per fare un lavoro. Non per ascoltare. Non è forse vero? –

La megera lo scrutò per qualche momento. Sospirò: – E’ vero. Tu hai pagato. Quindi, bella signora, perché non scendi, che vediamo cosa possiamo fare? –

La donna sul carro non si mosse, né diede segno di avere alcun interesse a farlo.

La megera guardò Sorien con aria interrogativa.

– Falla scendere. – disse al Pazzo.

E questi ubbidì.

(…continua…)

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