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Il Campo di Pietre (Il Canto) (1)

1 giugno 2007

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Anche quella volta l’ultima eco si spense quando ormai il giorno moriva e l’ultimo sole, discendendo oltre l’Alma, spariva dietro i monti d’Occidente.

Aveva vibrato a lungo il Canto, eppure tanto fuggevole era sembrato alla gente del villaggio che non pochi quasi credettero che il tempo si fosse dissolto ed il tutto si fosse compiuto nel momento di un respiro. Invece il suono si era più volte rincorso, risalendo controcorrente il Grande Fiume, superando inostacolato le intricate distese di insidiosi e spinosi arbusti, su su, oltre i boschi, spandendosi per strade e sentieri, raggiungendo i campi che coraggiosamente l’uomo aveva strappato ai fianchi delle montagne, e poi di là le sue fattorie e i suoi recinti, le sue case e le sue piazze. Solenne, aveva indugiato nelle selve come nelle strade, quasi un ospite gradito che guardi all’ora dell’inevitabile commiato con dispiacere e volontariamente s’inganni, quasi che nell’artificio persino il tempo si confonda: ad eco si era aggiunta eco, a nota nota, tanto che la voce che era di uno, era sembrata la voce di molti.

E la gente delle montagne aveva ascoltato, rapita, misurando il tempo con un respiro che aveva involontariamente trattenuto, quasi che per la prima volta si fosse lasciata sommergere da un miracolo che si fosse compiuto improvviso davanti ai suoi occhi.

Se quello fosse stato un giorno come gli altri, Udèn non aveva certo problemi ad immaginare cosa ora sarebbe successo: qualcuno avrebbe indugiato sulla via che aveva intrapreso, contemplando la grandiosa valle; altri avrebbe ritardato il ritorno all’ultimo lavoro che avrebbe potuto ricavare dal giorno; altri ancora si sarebbe intrattenuto coi vicini in futili chiacchiere. Tutti, pur in diversa misura, come ogni altra volta, si sarebbero inutilmente interrogati sull’origine del Canto. E come ogni altra volta sarebbero riusciti a concordare solo su un punto: che nulla su quelle montagne vi era di così meraviglioso e che certo felicissimi dovevano essere gli abitanti delle Terre dell’Oltre, giù a valle, che così vicino avevano un simile prodigio e potevano goderne ogni qualvolta volessero. Mentre a loro non era dato che vivere di luce riflessa. Solo dopo essersi commiserati vicendevolmente per le proprie sfortune – sulle quali prima fra tutte quella di non essere nati nelle Terre dell’Oltre – avrebbero ripreso il cammino.

Ma quello non era un giorno come gli altri. L’aria fremeva in modo palpabile del profondo senso di anticipazione che ghermiva tutti i presenti.
Udén sospirò.
Ad un uomo pratico che non aveva mai amato troppo fantasticare quei discorsi non erano mai piaciuti.
Aveva anzi sempre trovato inutile abbandonarsi ad assurde teorie: le nebbie poste in fondo alla valle dagli Antichi sarebbero state per sempre un limite invalicabile che avrebbe precluso ogni accesso alle Terre dell’Oltre; quindi, per quante ipotesi avrebbero potuto essere fatte, nessuno avrebbe mai potuto accertarne la veridicità.
Invece…

Invece quel confine aveva finito per assottigliassi ed il Canto per divenire metro della vita di tutte le persone che vivevano lassù: così vi era chi aspettava il suo arrivo per celebrare le proprie nozze e chi per dare il primo bacio. Non era mancato persino chi quel canto aveva atteso per dare alla luce il proprio bambino.

Il Canto non si era limitato a cambiare le abitudini delle persone: aveva finito con il segnare i momenti più importanti della vita. Aveva cambiato le persone.

All’inizio, chi come lui aveva saputo resistere al fascino del Canto, aveva ritenuto che tutto si sarebbe al fine risolto, se solo si fosse riusciti ad affrontarne i contrattempi: certo molti, dopo quel canto, tarnavo a lavorare di malavoglia o non vi tornavano affatto, ma in un luogo come quello, nessuno ne avrebbe riportato serio danno.

Del resto, prima o poi il Canto sarebbe tornato ad essere paesaggio, un ricordo, un elemento fra tanti, sbiadito e sfuocato, ai margini dello sguardo: una presenza di secondo piano alla quale prima o poi ci si abitua…

Ma le cose erano andate ben diversamente da come lui ed altri avevano pensato.

All’improvviso il Canto aveva preso a farsi ammirare, più che semplicemente notare. Aveva preso a dominare la notte e poi il giorno. E a divenire evento quotidiano.

Udèn aveva sperato che quell’inattesa abbondanza avrebbe dissolto gli entusiasmi ed accellerato la disaffezione. Ma aveva sbagliato di nuovo.

Gli spiriti più accesi avevano arringato le folle: “Qualcuno ci sta chiamando” avevano detto alcuni. “Qualcuno ci sta invitando alla felicità suprema” avevano affermato con incrollabile certezza altri. E presto il Consiglio si era trovato nell’obbligo di chiedere agli Illuminati che ogni sforzo fosse compiuto per trovare negli antichi sacri testi il modo di arrivare alla fonte del Canto.

E così ora, a qualche mese di distanza, tutto il paese si trovava ai piedi della miracolosa macchina ubrisambarica che avrebbe permesso di superare le nebbie.

(…continua…)

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