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Amarcord…e attualità: Transformers e Diaclone (e Micronauti)

2 luglio 2007

E’ da poco nelle sale il film sui Transformers, un mito anni ’80 (prima uscita 1984) che molti ricorderanno così:

the Transformers
More than meets the eye

Autobots wage their battle to
destroy the evil forces of
the Decepticons

the Transformers
Robots in Disguise

the Transformers
More than meets the eye

the Transformers

In vena di sottigliezze ecco anche la sigla della seconda serie:

Molti ricorderanno però anche la serie pressocché coeva dei

Go-bots

La storia delle 2 serie televisive e delle rispettive linee di giocattoli merita qualche cenno in più. Partiamo dall’inizio.

Qualcuno di Voi ricorda i Diaclone? Probabilmente no: se si parla di giochi “antichi” che possono richiamare alla memoria qualcosa di simile ai Transformers i più penseranno ai Micronauti… Sono sicuro che questo nome Vi dice già qualcosa di più. Eppure, ad essere precisi, sono i Diaclone ad avere i maggiori legami con i Transformers. Ma si proceda con ordine.

I Micronauti furono distribuiti in Italia dalla GIG e con grande successo, tanto che per anni i cataloghi di questa casa avevano in primo piano proprio l’immagine di uno dei Micronauti:

toy-micro1_copy.jpg

Quelli che in Italia conoscemmo come “Micronauti” avevano lo stesso nome di un altro giocattolo, “Micronauts“, che però da questi ultimi si differenziava non poco.

La Casa giapponese Takara inventa negli anni ’70 un prodotto che ha dall’inizio subito un buon successo: i micromen. Nella sostanza si trattava di personaggi umanoidi, in plastica, snodati, con parti lucide anche trasparenti che mettevano in evidenza finti circuti robotici. Nel progetto iniziale dovevano essere gli scheletri di action figures dai volti interscambiabili: i micromen, nella sostanza, avrebbero poi avuto i volti e le sembianze di personaggi televisivi di serie animate e telefilms allora molto noti. La casa produttrice aveva così creato tutta una serie di veicoli e playsets di ambientazione.

In America i micromen vengono chiamati dalla casa Mego “micronauts“: i veicoli che sono loro affiancati spesso non hanno nulla a che fare con gli originali giapponesi.

Intanto, in Giappone, la Takara ottiene un successo incredibile: costruisce il modellino di Jeeg, robot d’acciaio! La particolarità del giocattolo è quella di riprendere la giuntura magnetica delle parti come nell’anime: gambe e braccia sono legate al corpo da magneti ed intercambiabili con tutta una serie di accessori presi direttamente dalle invenzioni di Go Nagai (le potentissime trivelle, il cavallo robot…). Sfruttando il richiamo d’immagine, questi stessi accessori vengono girati su un nuovo prodotto: i Micronauti Magnetici (1977). Nascono così il bianco Force Commander (cavallo Oberon) ed il nero Baron Karza (cavallo Andromeda):

micronauti2.jpg

micronauti12.jpg

Le somiglianze non si fermavano tuttavia a Jeeg: erano gli anni di Guerre Stellari…ed ecco allora i chiari richiami a Darth Vader.

Il successivo passo sono i Diaclone: la GIG, che già aveva distribuito in Italia i Micronauti, annunciò trionfale: “Nel mondo dei Micronauti arrivano i Diaclone!” Ma i Diaclone nulla avevano a che fare con i Micronauti Magnetici!

toy-diaclone18.jpg

I Diaclone (altro prodotto Takara) nascono con un background ben definito (diversamente dai micronauti dove solo i colori potevano indirizzare i bambini alla scelra dei buoni e dei cattivi): l’alieno impero di Warda attacca la Terra per trovare le risorse di cui abbisogna. La tecnologia è molto avanzata e l’unico modo per i terrestri di salvarsi è creare le squadre Diaclone (sfruttando una nuova fonte di energia da poco scoperta).

Per i giocattoli vengono riutilizzati i micromen, con piedini magnetici. I robots sono il risultato di trasformazioni di basi spaziali e mezzi meccanici di vario genere – vi dice niente? 🙂 –

I Diaclone erano senz’altro un buon prodotto, ma la Takara in quegli stessi anni creò i Transformers...riprendendo molti modelli Diaclone.

E i Gobots?

Sono un prodotto della giapponese Popy (poi Bandai): vennero importati in Usa dalla Tonka (negli stessi anni in cui la Hasbro importava i Transformers). Rispetto all’originale giapponese la Tonka fornisce i robots trasformabili della Popy di un background di un qualche spessore: in particolare il divide in due fazioni avverse, seleziona i comandanti ed i luogotenenti. La Hanna&Barbera, qualche tempo più tardi darà vita a 66 episodi di 22 minuti ciascuno, ispirati dalle innovazioni apportate dalla Tonka.

Per quanto gli iniziale successi avessero fatto ben sperare, i Gobots vennero presto surclassati dal dominio Transformers.

Per una disamina completa di TUTTE (ma proprio tutte) le serie dei Transformers rimando al link qui subito di seguito alL’isola che non c’è“.

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9 commenti

  1. hei luca, ho beccato un ragazzino su youtube che ha tutti gli episodi di elfen lied sottotitolati in italiano!
    è proprio un bell’anime! baci
    giorgia


  2. Felice che Ti sia piaciuto! 🙂 Ogni tanto segnalo qualcosa che incontra anche i Tuoi gusti…


  3. [OT]
    Scusa eh, sfrutto questo post.
    Ti ho aggiunto al mio blogroll. 😉


  4. Grazie! Non posso contraccambiare…perché ti ho già messo qualche tempo fa nel mio! 😉


  5. Si, avevo notato, grazie anche a te.


  6. a volte sei anche simpatico. fai le faccette…… mmmm…sei un animale curioso. eppoi, tu che ne sai dei Miei gusti????? nemmeno leggi il mio blog quindi cosa ne vuoi sapere? io il tuo invece lo leggo sempre.


  7. Ti ringrazio per la costanza…e per “a volte sei anche simpatico”.Ma chi Ti dice che io non legga quello che scrivi sul Tuo blog? 😉


  8. hei luca, ma sai niente se in giappone è uscita la seconda serie di elfen lied? visto che l’ultima puntata lascia un po’ così…sulle spine. sempre su youtube mi sono vista anche il fumetto, però i disegni sono molto meno curati che nella serie, peccato.
    guarda che ogni tanto puoi pure scrivermelo un commento! o tipo rispondermi via mail, invece che farmi venire sempre sui tuoi vecchi post per trovare le risposte!
    SMACK! (le voglio fare pure io le faccine!)
    giorgia


  9. […] E mi sento sempre più vecchio e fuori dal mondo. Un po’ come mio nonno, quando guardava i robot magnetici con cui mi baloccavo da bambino, scuotendo la […]



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