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Il Circolo Dante

27 agosto 2007

Tra le mie ultime letture vi è stato Il Circolo Dante, di Matthew Pearl.

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Esistendo un sito ufficiale ben fatto che diffusamente ne tratta, non mi sembra sinceramente il caso di aggiungere molto, nè tantomeno di smentire le buone recensioni riportate.

In effetti il libro è di piacevole lettura e coinvolgente. Alcune scene sono sapientemente descritte e di gran forza; la trama è buona, con colpi di scena ponderati e personaggi credibili.

Giudizio: 7

Non posso dire molto riguardo alla ricerca effettuata dall’autore, non conoscendo sufficientemente la storia della letteratura americana.

Mi permetto solo una breve nota alla lettura.

Nel romanzo si tratta spesso dei canti della Divina Commedia. Per non disvelare nulla della trama, altro non aggiungerò di specifico. Nemmeno quello che può facilmente leggersi nei risvolti della copertina. Mi limiterò solo a rilevare come ad un certo punto si tratti della pena sofferta dagli ignavi e come alcuni dei protagonisti identifichino il “colui che fece per viltà il gran rifiuto” in Celestino V.

In effetti i commentatori più antichi (Iacopo della Lana, Pietro di Dante) ritenevano che il personaggio nominato da Dante fosse l’eremita Pier da Morrone che divenne appunto papa nel 1294 con il nome di Celestino V e solo cinque mesi dopo l’investitura rinunciò all’ufficio, lasciando via aperta a quel Bonifacio VIII causa, a giudiizo di Dante, di tutte le sue pene e della rovina della stessa Firenze.

Già il Boccaccio aveva qualche perplessità in merito a tale identificazione (“chi costui si fosse, non si sa con certezza“) tant’è vero che il Benvenuto riconosceva nell’ignavo invece Esaù, che rinunciò al diritto di primigenitura in favore di Giacobbe.

In realtà molto induce a non ritenere valida l’identificazione con Celestino V: l’attacco di Dante è forte, del tutto ingiustificato se sol pensiero si volge al fatto che l’eremita rinunciò all’ufficio per consapevole scelta e fermo umile riconoscimento dei propri limiti, non certo per vile rinuncia. Per i nemici di Bonifacio VIII, Celestino V, canonizzato già nel 1313, era addirittura segno di virtù da contrapporsi al papa “politico” suo successore.

Personalmente ho sempre ritenuto che l’ignavo che fece il gran rifiuto fosse Pilato, sia per la gravità intrinseca che per la rinomanza proverbiale del suo atto.

Ovviamente tale interpretazione in nulla vuol porsi contro quella mirabile dottrina che vede nello stesso Pilato uno strumento del Gran Disegno di Salvazione e Redenzione.

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