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Playstation…e Tribunale Penale: “Chippare” la console era (ed è) reato…

3 settembre 2007

“Chippare” la console perché legga cd masterizzati è reato…e lo era anche prima dell’espressa previsione legislativa del 2003.

E’ stata pubblicata oggi, 3 settembre, una sentenza della Suprema Corte di Cassazione che si pone in una linea interpretativa innovativa (Cass. Pen. numero 33768).

La fattispecie in esame è la seguente: un ragazzo di 28 anni nel 2002 detiene e vende chips che modificano le playstations e le rendono in grado di leggere cd masterizzati.

In primo grado il Tribunale lo condanna; la Corte di Appello lo assolve; in ultimo, la Cassazione, modifica completamente i principi ai quali si è tenuta la Corte di Appello e ne cassa la sentenza con rinvio.

In effetti la normativa in tema di diritto di autore è stata oggetto di successive stratificazioni, sicchè è tutt’altro che facile orientarsi. La normativa di riferimento è la seguente:

Nel 2002 erano (già) in vigore le seguenti disposizioni:

Art. 171 ter lett. d legge 633 del 1941 (così come introdotto dalla legge numero 248 del 2000), il quale punisce

chiunque produce, utilizza, importa, detiene per la vendita, pone in commercio, vende, noleggia o cede a qualsiasi titolo, sistemi atti ad eludere, decodficare o rimuovere le misure di protezione del diritto di autore o dei diritti connessi

Art. 171 bis legge 633 del 1941 (così come introdotto dall’art. 10 del dlgs numero 518 del 20 dicembre 1992 e come modificato, in ultimo, dalla legge numero 248 del 2000), il quale vieta:

qualsiasi mezzo inteso unicamente a consentire o facilitare la rimozione arbitraria o l’elusione funzionale di dispositivi applicati a protezione di un programma per elaboratore

Nel 2003 vengono introdotte nuove disposizioni:

Art. 171 ter lett. f bis) legge 633 del 1941

Chiunque per uso non personale e a fini di lucro fabbrica, importa, distribuisce, vende, noleggia, cede a qualsiasi titolo, pubblicizza per vendita o noleggio, detiene per scopi commerciali, attrezzature, prodotti o componenti ovvero presta servizi che abbiano la prevalente finalità o l’uso commerciale di eludere efficaci misure tecnologiche di protezione di cui all’art. 102 quater [vedi sotto] ovvero siano principalmente progettati, prodotti, adattati o realizzati con finalità di vendere o facilitare l’elusione delle predette misure

Art. 102 quater

1. I titolari di diritti d’autore e di diritti connessi nonché del diritto di cui all’art. 102-bis, comma 3, possono apporre sulle opere o sui materiali protetti misure tecnologiche di protezione efficaci che comprendono tutte le tecnologie, i dispositivi o i componenti che, nel normale corso del loro funzionamento, sono destinati a impedire o limitare atti non autorizzati dai titolari dei diritti.
2. Le misure tecnologiche di protezione sono considerate efficaci nel caso in cui l’uso dell’opera o del materiale protetto sia controllato dai titolari tramite l’applicazione di un dispositivo di accesso o dì un procedimento di protezione, quale la cifratura, la distorsione o qualsiasi altra trasformazione dell’opera o del materiale protetto, ovvero sia limitato mediante un meccanismo di controllo delle copie che realizzi l’obiettivo di protezione.
3. Resta salva l’applicazione delle disposizioni relative ai programmi per elaboratore di cui al capo IV sezione VI del titolo I.

Come noto, in diritto penale, vale il sommo principio: “nullum crimen, sine lege“: perché un soggetto possa essere punito dalla legge penale deve aver posto in essere un fatto che per la legge, al momento della sua commissione, costituisce reato. Esempio: nel 2020 entra in vigore una legge che vieta totalmente di bere alcolici. Chi dopo il 2020 berrà alcolici, sarà punito dalla legge penale. Ma chi fino al 2020 avrà bevuto, non sarà punibile.

Per la Corte di Appello, nel 2002 era in vigore la sola lettera d) dell’art. 171, la quale da un lato non sarebbe stata applicabile ai videogiochi (i quali diventerebbero categoria autonoma di software con apposita tutela solo con l’introduzione nel 2003 dell’art. 102 quater); dall’altro avrebbe punito le sole modifiche ai supporti e non le modifiche agli apparecchi che li leggevano. Conseguentemente la Corte di Appello ha ritenuto non punibile il fatto commesso dall’imputato in quanto al momento della sua commissione non era previsto come reato.

La Suprema Corte di Cassazione si pone su diverso piano interpretativo.

Per la Suprema Corte, l’art. 171 ter lett f) bis non ha introdotto una fattispecie crimonosa nuova, ma ha soltanto “introdotto un elemento di chiarezza rispetto ad una formulazione che poteva prestarsi ad una lettura non più al passo con l’evoluzione tecnologica e dei diritti digitali“. Insomma, per la Corte l’art. 171 lett ter d) sanzionava già di per sè “l’elusione e la rimozione di sistemi integrati fra supporto informatico ed apparato destinato ad essere utilizzato” (senza necessità di alcuna successiva norma: quella introdotta nel 2003 ha solo valore interpretativo).

[il presente post ha mero valore introduttivo; ben più approfondite osservazioni le potete trovare qui: punto.informatico. A prossimi posts i necessari approfondimenti. Per allora spero di poter essere più preciso ed esauriente. Al momento il tempo è tiranno!]

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2 commenti

  1. c’è un errore nel link a P.I. 😉


  2. In origine funzionava, non so perché ora non sia così. Effettuerò ricerca… Ciao e a presto!



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