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Capitolo IV – Ombre nella luce (2)

1 ottobre 2007

Un suono lontano. Troppo. Quasi la sua mente fosse mano disperata che si slanciasse a ghermire la salvezza che altri le offriva, così, per un attimo, in quel suono cercò la fuga dal ricordo. Ma era troppo lontano. Troppo lontano. E la sua mente scivolò ancora.

Tormento aveva già conosciuto il sangue. Già si era inebriata del suo sapore, della forza e della sofferenza di cui si sostanziava, e quali che fossero state le sue vittime, condottieri o mendicanti, non avrebbe mai conosciuto pietà alcuna.

Perché mai sarebbe stata sazia, perchè mai avrebbe trovato termine la trepidante sua bramosa cerca.

Ogni ferita che veniva aperta era una porta schiusa sul dolore, sull’essenza vera della vita della quale Tormento era scrupolosa indagatrice, chiamata dalla sua più profonda natura.

Uguale chiama uguale.

E nel dolore Tormento riconosceva irresistibile richiamo, perché era nel dolore la chiave della sua stessa esistenza.

Assetata, la spada non si lasciò semplicemente sguainare, volle essere sguainata, chiamata dalla sofferenza che permeava l’aria, dalla malattia, dalla fame, ma soprattutto dalla miseria umiliata senza possibilità di riscatto.

E cantò il suo canto di morte.

La lama distrusse quel che rimaneva di famiglie e amicizie con la stessa bramosia con cui recise arti e trafisse corpi.

Vibrò dell’inebriante sapore della linfa vitale che scorreva via, dell’effimero che si disperdeva nel vento gelido che aveva preso a soffiare dal nord, trasportando urla e richieste d’aiuto che sarebbero rimaste inascoltate.

Prigioniero di un ricordo che si stava di momento in momento rendendo più vivido e forte, cercò la salvezza in una nuova eco. Si slanciò nella sua direzione, smarrito, incapace di comprendere se fosse realtà od inganno, se l’immaginazione avesse teso una nuova trappola al suo fragile equilibrio. Ma il salto non raggiunse la solida riva e nuovamente la sua mente prese vorticosamente a cadere tanto velocemente quanto profondo era il dolore che tutto il suo essere provava.

Da qualche parte, lontano, il suo corpo rabbrividì. Ma la sua mente già vagava lontana, chiamata dalla strage e dalla condanna.

Sangue. Nel freddo era l’unica cosa che sembrava emanare calore. In qualche casa baluginava una pallida luce che non sarebbe mai stata capace di allontanare il gelo cupo che il vento aveva scatenato: il fuoco che, dopo innumerevoli tentativi, aveva preso ad ardere, era più inganno che promessa. Eppure c’era ancora chi si ostinava a sopravvivere nella morta Lilith.

Ostinazione che non sarebbe stata sufficiente quella notte: non si sarebbe salvato nessuno.

Le sue Ombre si erano mosse con la stessa velocità del vento, scendendo silenziose da Dagoth Ur, la Maledetta, trasformata l’avida bramosia in accorto calcolo e fredda determinazione. Non avrebbero semplicemente ucciso, ma avrebbero tagliato e strappato, lacerato e straziato, fin quando la notte non avrebbe vibrato delle uniche note alle quali si erano abituate da secoli a danzare: le urla dei morenti.

Il veleno che da loro trasudava aveva in sè la forza di mille incanti, più antico dell’uomo stesso, tale da inaridire ogni forza, inibire ogni movimento, ma lasciare intatta la mente, sicché non una sola goccia di sofferenza sarebbe andata persa nell’obnubilamento della follia: ogni vittima sarebbe stata presente a sè stessa per tutto il tempo in cui la tortura, che l’avrebbe condotta alla morte, sarebbe durata.

E mentre le Ombre avrebbero compiuto il grande banchetto, la sete e la fame di Tormento sarebbero cresciute a dismisura, facendo strage di chi fosse riuscito a fuggire a quell’iniziale assalto.

Tormento aveva atteso, pronta, avida, là dove presto sarebbe stato il massacro più grande.

Nessuno aveva prestato attenzione alla figura scura al cui fianco era legata: era scivolata nella notte raggiungendo il cuore della vecchia città, come un veleno insidioso e malvagio. Si era posta al suo esatto centro, tra coloro che non erano riusciti a trovare alcun riparo all’interno delle case ed erano stati lasciati lì, a morire, soli nella moltitudine di molti altri infelici. Aveva camminato tra i cadaveri degli assiderati, reietti tra i reietti; aveva calpestato le membra bianche e i cenci luridi, immune a qualsiasi contaminazione.Ed ora restava immobile, assaporando l’inesorabile avvicinarsi del grande supplizio.

Quando le prime luci, lontane, si spensero, lei rimase là, ferma ed immobile. Quando si udì chiaro il sospiro mortale dei Riflessi di Tenebra, lei non si mosse, mentre intorno molti si alzavano e altri cercavano ancora disorientati un luogo dove ripararsi o qualcuno cui prestare o da cui ricevere protezione.

Non si mosse, quando le urla agghiaccianti presero ad elevarsi dalla case della periferia e quando la comprensione iniziò a dipingersi sui visi di coloro che gli stavano intorno.

Il suono lontano si ripetè, ma ormai era sprofondato nel gorgo inesorabile, e neppure se ne accorse.

La figura nemmeno si mosse quando intorno i profughi presero ad accattastare le povere miserie che avevano portato con loro ed alcuni soldati sguainavano le spade.

Non si mosse quando le urla divennero altissime, quando gli inorriditi presero a correre verso il centro da tutte le direzioni.

Non si mosse mentre le madri stringevano al petto gli infanti e gli uomini maledicevano il cielo che aveva loro riservato quella nuova tragedia.

Semplicemente attese. Fin quando oramai le sue Ombre non avevano raggiunto gli edifici più vicini alla piazza nella quale si trovava.

Poi estrasse Tormento.

E fu il Supplizio.

(…continua…)

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One comment

  1. Ottimi anche questi due ultimi capitoli!Attendo ora con ansia il nuovo!
    Saluti.DAN



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