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Capitolo V – Il Buio nella Mente (2)

28 ottobre 2007

– Entra, peste! E che il Vento disperda il tuo odore quando te ne sarai andato. Ma non portare quell’abominio in casa mia, o te ne pentirai.-

Sorien scrutò dall’alto la vecchia donna. Il Pazzo dietro di lui non si era mosso, quasi avesse compreso che in quel frangente l’unica cosa saggia da fare per lui era tacere. Anche Sorien avrebbe tratto notevole vantaggio dal proprio silenzio, ma il ruolo che aveva deciso di assumere lo costringeva a parlare.

– Questa spada ed io siamo inseparabili, strega. Se anche la lasciassi fuori dalla tua casa, entrando ne porterei comunque con me la parte più forte, quella più oscura.-

– Credi che non lo sappia? Ma almeno potrò illudermi che il veleno del metallo non abbia insozzato il luogo dove vivo! –

Sorien guardò l’interno della casa. L’Ammorbata era stesa su una larga, bassa panca di legno che tagliava, in senso longitudinale, il centro di una stanza lugubre, poco illuminata, disordinata e sporca. C’era del sangue raggrumato per terra, certo non della donna, né della strega. Probabilmente era di qualcuno che aveva osato troppo, nel momento sbagliato. Non se ne sorprese. Sulla stanza davano solo due porte, una delle quali socchiusa. Di là poteva scorgere una serie di vasi scuri e fasci di erbe appese alle travi del soffitto. Ovviamente una ben congegnata trappola: non era certo in quel luogo che la vecchia custodiva le sue piante curative e le sue pozioni.

Oltre alla panca, c’erano poi solo due sedie, delle quali una a dondolo, rovinata e lercia, un tavolo di non rilevanti dimensioni ed ingombro di oggetti anneriti e polverosi, uno sgabello. Era chiaro che da molto tempo nessuno si preoccupava più di pulire.

Sorien lasciò la spada all’ingresso, appoggiandola allo stipite della porta, e si accostò all’Ammorbata che, dopo le urla, era evidentemente tornata al suo stato di muta immobilità.

Era nuda. Le vesti erano state raccolte in un ammasso disordinato alla base del tavolo. La mancanza completa di riguardo per le sue cose non l’aveva certo disturbata, né pareva che la sua nudità e la presenza del cavaliere potessero distogliere la sua mente dal vagare di nuovo nel nulla.

Il corpo era martoriato.

Per quanto avesse fatto decisi progressi rispetto al momento in cui l’aveva trovata , il segno delle violenze subite era evidente e sarebbe rimasto tale ancora per molto tempo. Era magra. La pelle, dove non era tormentata da livide vesciche e arrossati tagli, aveva il pallore ed i segni inequivocabili del Morbo. Le ossa si erano quasi tutte rinsaldate, ma sarebbe stato necessario altro tempo perché ritrovassero una certa solidità e sarebbe stato ben difficile in un mondo dove il cibo era un bene che pochi potevano permettersi e quello davvero nutriente praticamente un miraggio.

Le ferite peggiori però, sapeva, erano altrove.

– Hai fatto quello che ti ho chiesto e per cui sei stata pagata? – chiese freddamente, senza distogliere lo sguardo dall’Ammorbata.

– Ho fatto quello che potevo. – Rispose l’altra, rimasta pochi passi dietro di lui, con la stessa freddezza ed il medesimo distacco. – L’hanno tormentata per giorni. Cosa hanno usato, cocci di vetro? –

– Ha importanza? –

Dopo un lieve sospiro la donna ammise: – No. In realtà no. Oramai no. Li hai uccisi tutti? –

Sorien non rispose.

– Hai fatto bene. Peccato tu non sia passato di lì prima. Hanno usato il peggio che hanno trovato, in modo da farla soffrire il più possibile. E anche quando non era sottoposta direttamente a quelle torture, certo non avrà conosciuto che tormenti. Sono brutte ferite. Che non guariscono mai bene, nemmeno quando si cerca di curarle subito. –

E quelle interiori non sarebbero guarite mai nemmeno in parte.

Potrà cavalcare? –

– Sei un povero idiota. E’ già tanto che stia in piedi. Anzi, mi chiedo come ci riesca. Anche se le hai dato del Fiore di Ulisia. L’hai fatto cavaliere? Non è vero?-

– Potrà cavalcare? –

La megera soppesò le parole. – Ho fatto tutto quello che potevo. Tutto quello che sono ancora in grado di fare, ora. Forse un tempo…Ma così…-

– Potrà cavalcare? –

– Le ferite non si rimargineranno mai del tutto. Forse per qualche giorno potrà anche non sentire dolore, ma poi… Non dovrebbe muoversi. Se la fai camminare, la tormenti. Se la fai cavalcare, la uccidi. –

– Dunque non sei riuscita a darmi l’aiuto che cercavo. Restituiscimi i soldi. –

La vecchia rise beffarda: – Ah! Povero pazzo! Pensi seriamente quello che hai detto? Credi davvero che io ti restituirò qualcosa? Per quello che potevo l’ho curata: non è mia colpa se le ferite sono troppo profonde e tu hai equivocato sulle mie reali possibilità. Prendi con te quello che un tempo era una donna e vattene da casa mia.-

Sorien valutò per qualche istante la situazione: poteva affrontare frontalmente la vecchia strega e scontrarsi con lei. Sarebbe riuscito ad ucciderla: non aveva molti dubbi al riguardo. Ovviamente non sopravvalutava il fatto che il tempo l’aveva indebolita: non sarebbe stato comunque facile avere la meglio. Lui poteva contare però su molte risorse delle quali era assai improbabile che la Megera si fosse accorta ed in quei frangenti la sopresa poteva fare davvero la differenza. Avrebbe quindi potuto riprendersi i soldi e, a suo modo di vedere, tutto sarebbe stato compiuto nel migliore dei modi. Un torto, un prezzo. Ma se così avesse fatto, non avrebbe risolto il problema principale per il quale era arrivato fino a quella casa. Se l’Ammorbata non avesse potuto stare in sella almeno per qualche ora e per più di qualche giorno consecutivo, avrebbero dovuto lasciarla indietro, così come aveva detto al Pazzo. Altrimenti, stando al suo passo, non sarebbero arrivati da nessuna parte. D’altro canto sentiva che abbandonare l’Ammorbata non sarebbe stata una scelta saggia: era lei che aveva pronunciato quel nome antico il giorno in cui l’aveva trovata, l’ultima parola prima di chiudersi nel più totale silenzio. Doveva pur significare qualcosa.

Ovviamente, potevano anche fermarsi lì dove erano: il non proseguire avrebbe loro risparmiato fatiche e dolori indicibili. Prima o poi, anche fermandosi, sarebbero morti tutti, non c’era dubbio, ma probabilmente avrebbero sofferto molto meno.

Leilani però non glielo avrebbe perdonato. Aveva preso una decisione e avrebbe dovuto comportarsi di conseguenza.

– Vecchia, tu non mi hai ascoltato. – Si voltò nella sua direzione e la fissò direttamente negli occhi: era chiaro che anche lei stava valutando la possibilità di ucciderlo. La cosa non lo soprese né impensierì. – Ho bisogno che quella donna possa cavalcare. Non ho il tempo né la voglia di spiegartene il motivo e tu non hai il diritto di chiederlo. Devi fare quello per cui sei stata pagata.-

– Altrimenti? – alzò dubbiosa un sopracciglio.

– Farmi lasciare la spada fuori da casa tua e metterti fra lei e me non ti salverà. Credi che non abbia modo di recuperarla se davvero lo volessi? –

La donna non si scompose: – Se il ragazzo la tocca, morirà.-

Sorien non guardò la reazione del Pazzo: – Non ho bisogno dell’internvento di nessuno. Immagino tu abbia capito di cosa si tratta, no? –

La donna, che sembrava aver già visto ogni sorta di maledizione, empietà, viltà e malignità, compiuta dagli uomini o da questi subita, non disse nulla. Era ovvio che avesse capito. Almeno in parte. E per Sorien era ora vitale che comprendesse appieno con cosa aveva a che fare.

– Donna, sappi che quella spada è già desta.-

La Megera impallidì.

(…continua…)

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One comment

  1. Ho letto tutti i capitoli!
    I miei complimenti! Hai un modo di scrivere veramente poetico, la storia poi sembra davvero buona!!
    Quindi non far aspettar troppo per il seguito!



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