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Capitolo V – Il Buio nella Mente (5)

27 dicembre 2007

In virtù del contatto con la mente della Megera, Sorien sapeva già cosa avrebbe trovato al di là della porta: non perse quindi tempo a frugare tra i tanti oggetti che erano stati appositamente là posti per disorientare e trarre in inganno, ma si diresse d’immediato verso un vecchio baule, a terra, spostato alla destra dell’ingresso e seminascosto da lenzuoli tarlati e maleodoranti. Ne studiò forma e particolari per qualche momento, soffermandosi sulla serratura arruginita ed i vecchi cardini. Da quello che aveva percepito, nel baule si trovava la fonte segreta alla quale la strega attingeva solo per i suoi ineluttabili e pressanti bisogni e l’unica possibile cura per l’Ammorbata.

Sorien si interrogò sulla sua reale natura.

Guardò verso sinistra: là, su mensole malferme, erano nascoste, tra pozioni nocive e specchi per allodole, erbe curative rare delle quali la donna si serviva con moderazione e solo nei casi che riteneva meritevoli secondo giudizi non sempre comprensibili. Non v’era dubbio alcuno che Sorien avrebbe fatto buona scorta dei fiori di An, del Bacio di Casia e del Soffio di Amantio: piante che, quando ancora il mondo sembrava retto da una superiore ragione capace di risolvere in se stessa ogni apparente contraddizione, apparivano tesori preziosi ed ora, quando l’Incubo aveva sovvertito ogni legge, dissolvendo il confine tra logica e follia, erano divenute vere e proprie reliquie. Non prenderle sarebbe equivalso a scacciare la buona sorte e probabilmente inimicarsela per tutti i tempi a venire. Ma tali insperate risorse non sarebbero venite incontro alle loro necessità: la Megera se ne era già servita con l’Ammorbata senza successo.

Nel baule doveva quindi trovarsi qualcosa di ancora più potente e raro.

Sorien lo studiò ancora per qualche momento, si assicurò che non nascondesse ulteriori insidie, dopodiché ne forzò la serratura.

Al suo interno rinvenne solo una tunica ingiallita e poi, tra le sue pieghe, due scuri involti. A parte il penetrante odore della muffa e quello irriconoscibile delle lenzuola non ne percepì alcun altro che gli potesse essere d’aiuto. Non avvertendo la presenza di alcuna minaccia aprì il primo involto.

Artiglio Rosso

Inutile per i suoi scopi immediati. Prezioso per i pazzi ed i suicidi. Lo prese con sè.

Soppesò nell’altra mano il secondo involto. Leggero. Quasi fosse vuoto. Lo aprì.

Dopo tutto quello che aveva vissuto e visto, immaginava che nulla sarebbe più riuscito a stupirlo. Aveva ritenuto un tempo che solo gli uomini potessero riservare sempre qualche sorpresa, mostrando del proprio carattere un nuovo aspetto fino a quel momento celato; dei propri sentimenti, nuovi impulsi taciuti financo a se stessi; del proprio animo, un nuovo catartico afflato. Ma quelli erano i giorni in cui ancora, rapito, attentamente osservava la pioggia tamburellare sui tetti, scivolare lungo gli spioventi, levarsi in mirabili esili castelli nelle vie e nelle piazze; quando la foglia danzava nel vento senza mai posarsi e la luna sembrava potesse essere imprigionata nel riflesso di un lago.

Erano giorni in cui aveva ancora una meta ed una speranza, quando il sorgere del sole era la promessa di un futuro da scegliere e non la condanna che perpertuava nella luce l’insostenibile inquietudine della notte; quando il vento recava le storie di popoli lontani e non ruggiva la sofferenza dei suppliziati. Quando la parola sogno non equivaleva a morte.

Quando Leilani era ancora viva.

Ora, di tutto quello che era stato, non v’era che un’eco lontana della quale non poteva liberarsi, inscindibile il vincolo che la legava al suo tormento. Una traccia. Una pallida ombra.

Eppure fu per questa riminescenza antica e quantomai dolorosa che Sorien si scoprì a trattennere il respiro davanti a quanto l’involto custodiva.

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