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Capitolo VI – Il Mondo d’Incubo (2)

6 maggio 2008

Quando la luce del giorno abbandonò senza alcun rimpianto la terra, Sorien si inoltrò nell’oscurità che circondava il luogo nel quale si erano accampati, ogni passo più pesante del precedente: anni di sofferenza straziante gli avevano forse indurito il cuore, ma non lo avrebbero mai reso indifferente alla tormentosa pena che ogni notte gli era riservata.

S’incamminò tra alberi scuri e contorti, forme sgraziate e nodose, finché anche la luce del fuoco divenne ricordo.

Lentamente il gelo mortale racchiuso in Tormento risalì lungo il fianco fino a stringere in una morsa feroce il suo cuore. Fece ancora qualche passo. Poi, in attesa, tanto lontano perché il Pazzo non potesse certo vedere quello che sarebbe accaduto, si fermò.

Intorno tutto era immobile.

La voce di Elaiath squarciò in quel momento la coltre scura dei decenni, insinuandosi con avidità e bramosia nelle profondità altrimenti inarrivabili del suo essere. Sentì il suo fetido respiro dentro i polmoni, nella testa i suoi esecrabili pensieri, nelle membra scorrere la sua gelida linfa. Solo il cuore rimase uno, poiché, nell’antico Norith, della pulsante e suadente energia che l’uomo spesso chiamava vita non era rimasta traccia da tempo immemorabile.

– Loro ci hanno maledetto – sibilò nell’antica sua odiosa lingua, quella che alcun mortale avrebbe più compreso.

– La tua condanna, la mia pena. – si limitò indifferente a rispondere.

Ah, insulso mortale. Vagheggi ancora di individualità e responsabilità. Uomini, Inari, Cheteri. Tutti uguali per loro. Solo giochi dei quali prima o poi disfarsi.

Sorien non commentò. Sapeva oramai da molto della follia di Elaiath ed altrettanto bene sapeva che quella malattia avrebbe disfatto in lui stesso ogni ultimo precario equilibrio.

Non siamo ancora morti. –

– Tu lo sei. Io vorrei esserlo. –

Un Norith sa sempre come tornare dalla Soglia

Sorien non replicò. Sapeva bene che la necromanzia nota agli Antichi aveva reso loro possibile atti più blasfemi ancora dell’inganno perpetrato a discapito delle leggi della vita e della morte. Ugualmente per Elaiath non vi sarebbe stato alcun ritorno, nella stessa misura in cui per lui non era contemplata la possibilità di qualsiasi redenzione.

Un leggero fruscio in lontananza lo distolse dai suoi pensieri ed attirò la sua attenzione.

Sorien si pose in attento ascolto, pronto ad estrarre la spada non appena la minaccia si fosse resa palese.

Il rumore si ripetè, accompagnato da passi irregolari, a tratti strascicati.

Sorien contemplò le ombre; poi, in lontananza, intravvide una debole, sinistra luce. Si spostava lentamente verso oriente, in direzione opposta rispetto a quella dell’accampamento dove aveva lasciato il Pazzo e l’Ammorbata. Non aveva tuttavia dubbio alcuno in merito al fatto che quella potesse comunque rappresentare una possibile minaccia: erano davvero lontani gli anni in cui gli avvenimenti inattesi potevano rivelarsi latori di novità gradite.

Decise dunque di avvicinarsi.

Scorse la piccola figura qualche momento dopo.

Un tortuoso sentiero si snodava tra le vecchie piante e le radici affioranti, costeggiando una scoscesa riva irta di rovi. La figura, apparentemente utilizzando la fioca luce di una lanterna, avanzava lentamente, con andatura scomposta.

Sorien immaginò trattarsi di una vecchia donna: ingobbita, evidentemente storpia, priva di quei poteri che avrebbero potuto mettere in allarme i sensi di Sorien, non sembrava certo rappresentare una minaccia, né sembrava al momento essere reclamata da Tormento.

Benché dunque ingnorasse il motivo per il quale la donna si trovasse in quei luoghi e a quell’ora, Sorien sarebbe certo tornato sui suoi passi, se non avesse avvertito in quel momento un forte senso di anticipazione.

Come poche ore prima, nei pressi della stele nera, avvertiva con chiarezza l’atmosfera tesa ed inquieta, ma non era in grado di individuare fonte e natura del pericolo.

La donna si fermò al limitare di una radura insignificante, contornata da piante parassite, la cui sagoma, nella luce precaria della lampada, sembrava danzare ad un ritmo arcano, ammaliante e ingannatore; quindi, poggiata a terra la lampada, si inginocchiò davanti ad un grande albero morto, quasi si trovasse al cospetto di una antica divinità.

Sorien si immobilizzò, sicuro che un qualche oscuro evento avrebbe avuto modo di manifestarsi da lì a poco.

Non si mosse per diverso tempo, ombra tra le ombre. Dalla sua posizione non poteva vedere bene quello che la donna stava facendo, ma quando oramai iniziava a credere che le sue preoccupazioni al riguardo fossero infondate, la vide con chiarezza estrarre dalla cinta un coltello, liberare dal mantello lacero e sporco un braccio ossuto dalla pelle chiarissima ed avvicinarvi la lama.

Con gesto lento, misurato e sicuro, la donna praticò un taglio trasversale, poco al di sotto del gomito. Pochi attimi dopo, mentre il sangue sgocciolava sinistramente a terra con suono molle e disgustoso, prese a recitare una misteriosa litania le cui parole risultarono a Sorien del tutto incomprensibili. Non pensò nemmeno per un momento di intervenire.

Prese invece ad osservare con maggiore attenzione la radura, gli occhi oramai del tutto abituati all’oscurità.

Solo allora si accorse dei bassi tumoli che la circondavano.

(…continua…)

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