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Capitolo VI – Il Mondo d’Incubo (3)

14 maggio 2008

Sorpreso, lasciò per qualche momento vagare lo sguardo: i tumuli, in un ritmo irregolare, coprivano un’area notevole, elevandosi muti, ma inquieti, tra sterpi e rovi.

Il loro numero era nettamente superiore alla prima impressione. Sorien ne contò venti, ma la consapevolezza che solo l’orrore del reale era in grado di superare i peggiori incubi gli suggeriva che, al di là del confine oltre il quale il suo sguardo non riusciva a spingersi, ve ne fossero molti altri.

Erano tombe misere ed indegne: le ossa, chiaramente umane, che le pietre scure avrebbero dovuto con rispetto custodire, erano ben visibili attraverso le grandi fessure ed in gran numero sparse nel terreno circostante. Nessuno all’evidenza si era preoccupato della loro sorte e nulla sospingeva a ritenere che in futuro sarebbe stato loro riservato un trattamento migliore.

Femori, costole, vertebre. Di dimensioni anche molto diverse.

Uomini, donne, bambini.

Sconosciuti, famiglie, amici.

Poveri resti che la pioggia spargeva nel fango e gli animali tormentavano nell’ombra.

Da molto tempo.

Tornò a guardare in direzione della vecchia.

La sua posizione era innaturale.

Voltata di spalle, inginocchiata, tendeva ora in avanti, con gran sforzo, il braccio sinistro, quasi che con orgoglio mostrasse l’insano gesto della sua follia ad un pubblico ammirato ed avvinto. La tensione dei muscoli di schiena, gambe e spalle era evidente nonostante l’oscurità e la distanza, come pure il dolore che di questa posizione era diretta conseguenza. Eppure la donna non sembrava intenzionata a cambiare postura, la mente forse rapita dalle litanie che non aveva smesso nemmeno per un momento di recitare.

Sorien sentì aumentare il senso di disagio e di preoccupazione, improvvisamente ed incomprensibilmente sicuro che la sua vita avrebbe potuto terminare in quello stesso luogo, tra resti dimenticati e tormentati.

Un dito gelido gli percorse la schiena. La tensione aumentò ancora sensibilmente.

La vecchia prese a muovere l’ingobbito busto al ritmo sonnolento del suo stesso sterile canto. La sua voce, debole e lontana, unica nel mondo sospeso, penetrante e odiosa.

Ed improvvisamente Sorien prese a riconoscere, nel disennato susseguirsi di prolungati lamenti e striduli versi, oscure parole che mai un tempo avrebbe immaginato pronunciare in un simile luogo da un’anima tanto umile quanto folle.

Impiegò solo pochi momenti per risolversi all’azione, per calcolare la distanza fra sè ed il luogo nel quale la donna era inginocchiata ed immaginare la forza necessaria allo slancio.

Fu troppo.

Mentre il sangue si gelava nelle vene, mentre la mano si stringeva con maggior forza intorno all’elsa, gli occhi scorsero uno sgraziato movimento oltre la sagoma della donna.

I contorni del suo corpo vibrarono per qualche momento, mentre la luminosità maligna ed ancestrale dell’Incubo emergeva dalle ombre.

La cosa non aveva una forma definita e nel profondo Sorien ben sapeva che quello che stava vedendo altro non era se non un’illusione, un’immagine fittizia che la sua mente creava per resistere all’abominio che, altrimenti, nella sua tracontante immanente malignità, avrebbe sovvertito ed annientato ogni razionale equilibrio.

Nondimeno Sorien barcollò pericolosamente sul confine dell’incoscienza, prima di aggrapparsi al dolore pulsante della mano rabbiosamente stretta intorno all’elsa della sua temibile spada. La sofferenza fisica lo sottrasse almeno per il momento alla malia, ancorandolo al mondo dei vivi.

Se non fosse però riuscito ad intervenire in qualche modo, presto le sue ossa si sarebbero confuse con quelle intorno sparse.

Cercò di creare il vuoto nei propri pensieri, tentando di vincere l’orrore che gli impediva qualsiasi movimento.

Ma sembrava che ogni energia fosse stata dissipata dall’apparizione e che la sua mente trovasse oltremodo difficile ripercorrere i sentieri che il ferreo addestramento di tanti anni avrebbe dovuto rendere sicuri.

Più avanti, la cosa aveva raggiunto la vecchia, la quale ancora protendeva avanti a sè lo scheletrico insanguinato braccio.

Ed ecco…

la creatura che pare un cervo si muove su zampe oblunghe che variano in numero di momento in momento. Ora avanza quasi lateralmente, spingendo il petto in avanti quasi un maligno stendardo. I suoi untuosi umori colano sulle piante vicine, consumandone gli strati esterni e penetrando nel profondo.

Protende innanzi una vischiosa appendice, una sorta di orribile proboscide che voluttuosamente si avvinghia intorno al braccio della vecchia e inizia con spasmi regolari a sottrarle il dolciastro nettare.

La donna non si sottrae al contatto, benchè questo non possa che esserle fonte di indicibili dolori: i medesimi umori che intorno bruciano le piante, raggiungono la ferita aperta ed un odore acre e penetrante si diffonde nell’aria.

La donna si contorce, preda degli spasmi che percorrono il suo corpo, ma non si divincola né cerca di fuggire. Folle, si abbandona ancora di più al mortale contatto.

E il veleno si diffonde nel suo corpo, brucia come fuoco nelle sue vene, consuma la sua carne, distrugge la sua mente.

E Sorien non riesce a muoversi.

(…continua…)

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2 commenti

  1. Bravo Mentore, continua cosi’. La tua follia non ha limiti.


  2. In effetti ho solo iniziato a far emergere un poco della mia follia. Andando avanti sarà sempre peggio. Molto peggio. Abbiate fiducia 😉



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