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Capitolo VI – Il Mondo d’Incubo (4)

26 maggio 2008

[ATTENZIONE: contenuti forti e “disturbanti”- racconto horror]

D’improvviso, quasi davvero fosse avvinto dal medesimo ritmo incalzante e dalla medesima folle e dolorosa danza dei quali è prigioniera la donna, l’Incubo viene colto da violenti spasmi e la forma sua diviene instabile, mentre la pelle nodosa e cupa trema, e lungo il dorso s’aprono crepe con odioso sibilo e disgustoso rumore.

E mentre Sorien lotta contro il torpore che ne immobilizza ogni movimento, da quelle aperture insensate ed altrimenti mortali germinano vagiti, e poi pianti, e poi inumane urla: tale il prezioso dono che l’Incubo riserva ai suoi adoratori.

La bestia immonda si accosta ancora, non paga della sofferenza che elargisce ed ancor più strettamente cinge la donna, ora anche con strani arti, simili al contempo ad artigli e zoccoli, che poggia avidamente sul suo capo chino.

E dalle crepe fumanti del corpo germina un nuovo orrore: pallidi ovali, escrescenze martoriate, che sotto gli increduli occhi del Cavaliere divengono stravolti visi.

Benchè il dolore abbia per sempre segnato quei lineamenti, ugualmente il Cavaliere riesce a riconoscere in essi una giovane donna ed un uomo non molto più avanti in età: le bocche sono aperte in un muto eterno lamento, le guance consumate e disfatte, la pelle cadente e lacera, la carne scavata.

In quel momento, è chiaro, la vecchia storpia sta soffrendo se possbile ancor più di prima: le gambe e le braccia tremano, i gemiti si trasformano in assordanti urla, la schiena sembra quasi pronta a spezzarsi. Eppure, improvviso, da quel corpo minuto prorompe una disperata invocazione, molto diversa da quella che Sorien avrebbe potuto attendersi.

– Mamma – urla la storpia – Mamma – ripete, ed il timbro della sua voce tanto stona con la figura dalla quale proviene che per un momento il Cavaliere spera che sia il suo udito ora ad ingannarlo e non le prime impressioni ad averlo condotto in errore.

Incapace di distogliere lo sguardo, vede l’orribile escrescenza che pare un volto di una donna agitarsi scomposto: pieghe si formano laddove la ragione vorrebbe una bocca e suoni inarticolati sgorgano gorgoglianti da una realtà diversa di eterno dolore, oltre la Soglia, sprofondata nell’Incubo.

La follia del Cavaliere per un momento lo sospinge a riconoscere un nome urlato nella disperazione, mentre nel mostro orribile compaiono occhi che paiono gemme, verdi come un lago montano in una selva antica. Belli e preziosi, sono stelle incastonate in una notte terribile e mostruosa.

E la storpia, verso quella che crede un’ancora di salvezza, tende implorante e disperato il braccio libero, in un gesto ardito agognante al contempo la liberazione dalla terrena sofferenza ed il ricongiungimento con il perduto amore.

Quasi il mondo riconoscesse al penitente la giusta ricompensa ed al tradito la sua soddisfazione.

L’odio di Sorien è abissale.

E Tormento risponde.

Prima una gamba. Poi l’altra.

Il movimento del Cavaliere non è fluido, ma inesorabile.

Ignora il dolore che ogni suo muscolo patisce in ragione dell’incantesimo.

Non si preoccupa del rumore.

La bestia immonda, la blasfemia incarnata si accorge di lui. Ma la sua fame è grande: ruba avida altri anni di vita alla creatura che alle sue ingannevoli spire si è lasciata; per ricompensa, elargisce inganno e sofferenza. Nulla le costa mostrare due delle anime che il suo Padrone tormenta. Il prezzo, sangue e ricordi, non è lei a versarlo.

E’ invaghita del gioco odioso. Si compiace. Così si attarda.

Del resto per lei il Cavaliere è poca cosa. La maledizione che l’ha resa senziente non le ha donato né saggezza né perspicacia. Essa compie solo la sua missione, esaudisce il coessenziale suo bramoso desiderio.

Ma anch’essa si pone in allarme quando scorge la snudata lama di Tormento.

La cosa nera che pulsa dentro di lei sa che il metallo Norith la può dissolvere; sa che quell’arma è tra le poche che la può distruggere.

Ed allora l’autoconservazione lotta con il compiacimento selvaggio e strappa, e tira, e si dibatte. La bestia non vuole più il contatto, deve allontanarsi dalla donna della cui sofferenza si nutre. Deve, ora, perchè altrimenti non potrà più farlo. Ma gli stessi lacci con la quale l’ha avvinta, ora le sono prigione. Richiama le anime delle quali si è fatta carnefice. Vuole indietro i suoi preziosi giochi.

Ma il legame che la donna viva ha con essi è forte: avrebbe in un mondo perfetto superato baratri ancestrali, si sarebbe innalzata a miracolo e avrebbe disfatto universi. Tale non è il suo potere, ma è comunque sufficiente a rubare alla sua fuga preziosi attimi.

La bestia allora lacera il contatto, pur consapevole delle ripercussioni.

La donna storpia urla impazzita e le anime gemono dilaniate.

E la bestia viene avvolta da verdi arcani fuochi.

Prima che possa tornare ferita alla sua dimensione però, Sorien è su di lei.

La spada trafigge l’aria, supera la barriera che la Bestia ha innalzato. Sorien viene investito dall’odore che non ha uguali, simile a quello di acqua stagnante intorpidita da centinaia di corpi in decomposizione.

La proboscide disgustosa schiaffeggia cieca invano l’aria; gli zoccoli schiantano sul terreno.

Ma il Cavaliere è agile. E potente.

Schiva e colpisce. E colpisce ancora.

La bestia immonda non ha scampo.

Benché ne sia consapevole, Sorien non esita, non dà pace alle proprie braccia che subiscono gli effetti dell’aurea demoniaca dell’Incubo, quasi che il dolore bruciante che percepisce, soteriologicamente purifichi le sue colpe.

Non pensa alla donna che gli è poco distante. Non pensa a quanto possa essere deviata, dal dolore e dalla follia, la sua mente.

Così non si avvede del suo slancio e, quando lei gli afferra una gamba, perde l’equilibrio, incespica e per un attimo, un attimo soltanto, perde l’occasione propizia.

E la Bestia si fa largo nelle sue difese ora approssimative e colpisce là dove la guardia non è pronta. La carne della gamba sinistra di Sorien si ustiona: il veleno entra immediatamente in circolo. La vista si appanna. Le forze lentamente lo abbandonano.

Ugualmente riesce a scalciare con l’altra gamba la donna della quale per poco scorge il volto, e nuovamente si lancia in avanti: anche questa volta l’affondo è preciso.

E poi colpisce. E colpisce ancora. E taglia.

L’untuosa appendice mollemente cade a terra, flaccido brandello, eppur per qualche momento ancora si dimena spargendo siero ed indicibili sostanze, uccidendo la terra circostante.

Cedono sotto i colpi gli artigli famelici.

Mentre Tormento, fendendo l’aria, sembra gemere d’implacabile piacere.

L’Incubo trema, vibra nell’aria quasi un’illusione. Il verde fuoco lo divora.

E poi dispare.

Ma Sorien sa che non è finita.

Il dolore è pulsante e intenso.

Si avvicina, zoppicando, alla donna storpia.

Quest’ultima, impazzita, gli si avventa contro, il braccio sinistro semiparalizzato.

E Sorien comprende ora appieno la verità dolorosa del sortilegio al quale poco prima ha assistito. Vede una storpia, ma non una vecchia. La sua pelle è macchiata, i suoi arti deformi, la sua carne consumata.

Ma gli occhi verdi, profondi e bellissimi, tradiscono la sua giovane età.

Non più di quindici anni.

In altre circostanze vi sarebbe da gridare al miracolo. Prima il Pazzo e l’Ammorbata. Ora lei. Tutti e tre giovani. Quasi che il mondo avesse ancora una speranza…

…deviata e disfatta.

Cosa le mostrava l’Incubo in cambio del suo sangue, dei suoi anni, della sua forza vitale? Cosa oltre le deformità ed il dolore?

Sorien sa già che la risposta è in quegli stessi occhi verdi che mirabili ha visto nascere sul corpo della bestia.

Gli stessi occhi. La stessa famiglia.

La storpia lo tempestò di colpi inutili.

Sorien la guardò dall’alto.

Non avrebbe sbagliato di nuovo. No. Non lo avrebbe più fatto.

E Tormento tagliò ancora.

(…continua…)

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