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Capitolo VI: Il Mondo d’Incubo (6)

17 ottobre 2008

Sono sussulti e spasmi: non vi è davvero traccia alcuna di una mente razionale che le membra comandi per un prestabilito fine.

Eppure Sorien sa che quel che i suoi occhi vedono è pur sempre il segno di una volontà: il frutto della follia di una mente devastata che nella disarmonia cacofonica di rantoli e gorgoglii intesse arcani messaggi e nell’arida devastazione di un mondo morto riconosce ancora la possibilità della sua esistenza.

Il suo dominio è lontano, oltre quella Soglia che l’uomo ha sempre ritenuto invalicabile ma che qualcosa, condannando il mondo all’eterna dannazione, ha saputo irrimediabilmente corrompere.

Sorien non sa quali oscuri maledizioni abbiano potuto rendere possibile quella blasfemia; ignora come la legge della vita e della morte possa essere stata impunemente violata e come tale empietà possa perpetuarsi.

Ha sospetti, vaghi ed imprecisi. Troppo vasto il disegno e troppo miseri gli aiuti.

Ma una cosa sa certa: il peso doloroso che gli è compagno, questa volta più di altre, può essere l’unica salvezza.

Mentre le braccia e le gambe del corpo straziato si stanno piegando ed incurvando, con disgustoso rumore di muscoli che vengono lacerati e ossa che si frantumano, forte stringe l’elsa di Tormento e si prepara a colpire di nuovo.

Trafiggerà. Taglierà.

E porrà fine a quell’ignominia angosciante contro natura.

In quel momento si accorge, con la coda dell’occhio, di un movimento rapido dietro le sue spalle.

Già la spada era pronta ad elevarsi a perpendicolo sopra l’immonda creatura, ma ora la minaccia più grave sembra altra.

Si volta per affrontarla…

…E con sua sorpresa vede avanti a sè soltanto uomini.

Benchè non riesca a comprendere come questi abbiano fatto ad avvicinarsi senza che lui se ne accorgesse prima, non ha esitazioni: riconosce nel buio il riflesso di una lama, calcola in un respiro distanza, movimenti e velocità. Con maestria evita così l’affondo, fa perno sulla gamba sana, cambia presa sulla spada e colpisce con l’abilità che l’esperienza ha reso infallibile.

Un altro corpo cade senza vita nella radura.

Ma non ha tempo di ritornare ad occuparsi della creatura che dietro alle sue spalle sente tentare pervicacemente di alzarsi.

Un altro uomo gli si avventa contro. Non può rappresentare una seria minaccia: privo anche della sorpresa non può in alcun modo nemmeno sperare di sopravvivere alla prima risposta.

Sorien lo elimina con semplicità e rapidità, con il fermo intento di dissuadere le ombre che al limitare della radura sembrano comparse dal nulla.

Non possono essere che briganti, tanto ignobili quanto stolti.

Immagina che la dimostrazione di pochi attimi prima li induca a ritirarsi.

Invece, sorprendentemente, avanzano di un passo.

Sorien li scruta valutando l’opportunità di un riparo.

Ma non hanno balestre.

Perfetto.

Dietro, la cosa si muove di nuovo.

Conta mentalmente i passi che separano lui dagli aggressori. Dovrebbe farcela senza problemi.

Eliminare la minaccia più grave…

Ma non ha tempo di passare all’azione. Come se gli uomini gli avessero letto nella mente, in cinque si avventano su di lui.

Si muovono senza particolare agilità e con movimenti prevedibili. Tuttavia, agli occhi di Sorien, sono ben più rapidi di quello che poteva sperare.

Deve affrontare prima loro…

…e con loro, come tante altre volte prima, inizia la mortale danza.

A movimento risponde movimento, a disordine equilibrio, ad esitazione risolutezza.

La mente è libera.

E Tormento impietosa lacera e trafigge.

Sette.

Dopo poco solo lui rimane in piedi.

Ma un brivido freddo gli percorre la schiena.

Potrebbe essere oramai troppo tardi.

Muove un passo, ma non ha tempo di fare altro.

Apparentemente dagli stessi insondabili abissi del nulla, giunge il suono orribile che un tempo si diceva solo i suppliziati, nell’agonia della giusta condanna, mentre pativano il bando dalla pace eterna e venivano vincolati all’eterno dolore, potessero udire: latrati immondi che sembravano comporsi di vetri in frantumi, ossa spezzate, gemiti e pianti. Una cacofonia tanto irrazionale quanto perfidamente vorace.

Emerge, dalle spoglie della storpia, l’impossibile.

La notte sembra essersi fatta ancora più oscura. Un improvviso gelo sembra avere fermato il tempo.

Ma l’elsa di Tormento sembra essere divenuta fuoco: Sorien ha difficoltà a mantenere la presa, ma sa che nel momento in cui la spada gli cadesse di mano, per lui non ci sarebbe  più possibilità alcuna: l’immonda  bestia farebbe scempio del suo essere lentamente, assaporando ogni sua fibra, tendine, muscolo… ed ogni pensiero, ricordo, sensazione. Avrebbe cercati prima di mantenere viva il più a lungo possibile la sua vittima gustandone al contempo la sofferenza profondissima della carne ed il disfacimento logorato di una mente che scivolava nella follia;  poi, per l’eterno, avrebbe assaporato il dolore assoluto ed infinito del rimpianto di un’anima condannata.

La cosa nera, nell’antro oscuro dal quale è emersa, sembra attendere la sua prima mossa , pregustando il momento della ricompensa.

Sorien sa che l’essenza nella quale Tormento è stata forgiata non è debole: è in grado di vincere anche ciò che è tornato dalla Soglia. Ma sa anche che l’essere che ha di fronte ora è intriso di un male viscerale la cui natura distorta tanto è mutata che il potere della spada potrebbe non essere sufficiente.

E quindi, senza esitazione, compie un gesto molto simile a quello che poco tempo prima aveva visto compiere alla giovane storpia: fa scorrere la lama di Tormento poco sotto l’incavo del braccio e questa assaggia, non per la prima volta, il suo sangue.

La sensazione è strana e terribile: un vuoto profondissimo lo ghermisce, mentre un freddo glaciale percorre tutto il suo corpo. Tutto diviene silenzio, profondissimo e raggelante.

Poi sente il cuore.

Pulsa, violento, nelle sue tempie.

Ed il gusto nel sangue si libera nella sua bocca. Forse si è mortalmente morso: non può escluderlo. Ma la razionalità umana cede alla ferina brama.

La gamba è tornata completamente sana; il suo braccio è forte; il suo corpo d’acciaio; i suoi occhi vedono meglio di come mai abbia potuto.

E la natura blasfema dell’essere immondo che ha di fronte, travalicante ogni possibilità di comprensione umana, si rende per qualche attimo nitidamente percepibile.

Sorien scorge nell’oscurità tumultuante qualcosa di simile ad un lupo gigantesco, ma non sembra esservi alcuna razionalità ed equilibrio nella composizione delle sue membra: pare il frutto incompiuto di una mano inesperta, incapace o inetta. Nel mondo che fu dell’uomo, una cosa simile non avrebbe mai potuto vivere e forse nemmeno essere pensata. E’ un insulto per il cielo e per la terra. Il frutto abortito di una mente distorta.

Mentre ora, Sorien, è perfetto.

E’ bestia che si nutre di sè stessa. Dolore che si autoalimenta.

E’ un cerchio.

Indissolubile. Per sempre uguale a se stesso.

Perfetto.

La perfezione capace di distruggere l’immondo.

Quando la cosa gli si avventa contro, quasi non si muove: sa che per quanto malata e pazza, non è stolta. Ed infatti il suo attacco si dimostra nulla più che un falso affondo, una finta mirata a fargli abbassare la guardia.

La cosa si ritrae, pronta a balzare di nuovo in avanti; Sorien si sposta di lato.

La cosa è un turbine violento pronto a divenire tempesta.

Sorien è il gelido metallo. Distruttivo come il Krall che ha dato vita a Tormento.

Fa ancora un passo. Scruta con attenzione il suo avversario: sa che ha un punto debole, ma non riesce a scorgerlo. Quella cosa è già morta: non ha un vero e proprio cuore e se anche questo ci fosse, non avrebbe alcun senso trafiggerlo. Nemmeno ha una vera e propria mente: si muove grazie al potere che la pervade e segue sentieri che l’Incubo ha per lei tracciato. Anche colpire la testa non avrebbe miglior sorte.

E’ un frammento impazzito di un mondo lontano che non dovrebbe esistere.

Ed è questa sua diversità assoluta a costringerla forse ad una scelta inattesa.

La bestia pare fissarlo. Sorien non vede i suoi occhi. Ignora persino se li abbia.

Eppure immagina che lo sguardo della cosa incontri il suo.

E’ un momento.

E poi la cosa svanisce nel nulla che l’ha generata.

Rimane solo il corpo orribilmente deturpato della storpia.

Sorien è incapace di muoversi. Non comprende quanto accaduto.

RImane in piedi sentendo ogni forza lentamente abbandonarlo.

La perfezione gelida del Krall che si ritrae.

La mano che stringe Tormento è debole.

Ma l’elsa è ancora rovente.

Il colpo giunge improvviso.

Sorien non ha il tempo di fare nulla.

Si ritrova a terra, sanguinante. Percepisce un movimento e i riflessi duramente allenati gli consentono di evitare il fendente altrimenti mortale. Sconcertato cerca con lo sguardo il suo assalitore.

Sconcertato vede in piedi, intorno a lui, sette uomini.

Gli avversari che pensava di aver abbattuto.

Tormento gli ha colpiti. Ne è certo.

Come possono allora essere ancora in piedi?

Sette.

Un nuovo brivido gli percorre la schiena.

E la risata di Elaiath gli gela il sangue nelle vene.

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2 commenti

  1. E no! Non vale! Non puoi sempre troncare sul più bello! Sei peggio dei vecchi sceneggiatori di Martin Mystère!!!


  2. Non sono molti i lettori de Il Battito d’ali… Quei pochi è giusto che soffrano! Sai che in fondo in fondo, sono molto cattivo…



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