Archive for aprile 2011

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Apolicalisse Z: I Giorni Oscuri

30 aprile 2011

Sono solo in quattro: un avvocato, un pilota, una suora, una sedicenne. Hanno una discreta scorta di viveri, qualche arma, ma soprattutto un elicottero con il quale stanno cercando di raggiungere le Canarie, apparentemente l’unico luogo nel quale la razza umana abbia trovato sicuro rifugio. Il viaggio non è semplice: spesso si deve abbandonare la sicurezza dei cieli per fare rifornimento e ogni volta, per quante precauzioni si possano prendere, il rischio di essere assaliti e divorati dalle orde di non-morti che sono divenute signore di Europa e Africa è alto. Tuttavia, la fortuna sembra dalla loro parte: ecco finalmente la meta del loro viaggio. Purtroppo per loro quello che trovano è molto diverso da quello che si erano aspettati.

L’ultimo rifugio ha fame, mancano i medicinali, mancano ingegneri e medici. Tutto all’opposto non mancano intrighi, spie e sospetti. Il mondo può drasticamente cambiare, ma alcune cose non cambiano mai. E così i sopravvissuti di una catastrofe, speranzosi di aver trovato finalmente un riparo, sono costretti a lottare di nuovo, con tutte le loro forze, per sopravvivere.

E una volta ancora non avranno come nemici soltanto i non-morti, ma anche i loro simili.

Commento:

Il secondo capitolo di Apocalisse Z non corregge sfortunatamente gli errori già evidenziatisi nel primo: lo svolgimento della trama è legato unicamente alle azioni raccontate in presa diretta, senza lasciare particolare spazio alle riflessioni e alle vicissitudini interiori dei personaggi; si abbandona l’artificio del diario scritto da uno dei protagonisti, ma sorprendentemente non si abbandona la narrazione in prima persona, ancora una volta difficilmente spiegabile sotto il profilo logico; ben pochi ancora gli elementi di novità.

Al persistere di alcuni difetti, si aggiunge sorprendentemente ora la totale perdita di caratterizzazione (pur stereotipata) dell’unico personaggio, Viktor, che Manuel Loureiro si era sforzato di far emergere e distinguere dagli altri: nel primo libro l’ucraino indulgeva spesso all’alcool e si esprimeva con difficoltà, spesso non coniugando i verbi ed inserendo al termine delle frasi espressioni in russo; senza alcuna ragione Viktor utilizza invece ora perfettamente e senza esitazione i congiuntivi e sembra aver dimenticato la sua lingua madre.

D’altra parte, anche il gatto Lucullo, protagonista di tante scene e disavventure nel primo romanzo, viene lasciato totalmente al margine della narrazione degli eventi.

La sensazione è quella di una scelta consapevole dell’autore che difficilmente si può condividere.

Rispetto al primo romanzo, può valutarsi positivamente la struttura della storia, ora un poco più complessa: i protagonisti sono costretti a dividersi e le loro vicende sono narrate separatamente in prima ed in terza persona; l’ambientazione è più varia; si avverte una maggiore possibilità di movimento e, almeno in parte, si perde la sensazione opprimente di una riedizione letteraria di un film di Romero.

Positivo è anche il giudizio sulla scorrevolezza del romanzo che si legge ancora una volta tutto d’un fiato, mentre rapidamente si sprofonda di orrore in orrore, nella netta consapevolezza che all’incubo non ci sarà mai termine. La tensione è sempre mantenuta alta.

Loureiro è in effetti assai abile a costruire, come nel primo romanzo, scene dove la caduta nel baratro è a un passo e dove imprevisti positivi e negativi si alternano di continuo costringendo i protagonisti a scelte tragiche o ad azioni apparentemente folli.

I mostri, del resto, sono sempre gli stessi e, benché venga finalmente spiegato molto loro riguardo, appaiono sempre e comunque raccapriccianti incubi frutto di una mente perversa: basta la loro presenza per creare un mondo di viva angoscia nel quale si teme che qualsiasi azione possa essere l’ultima.

Personaggi: 5  Scarsa l’analisi psicologica dei personaggi. Viktor, unico personaggio per il quale è spesa qualche parola in più, ha perso persino la caratterizzazione stereotipata del primo romanzo

Ambientazione: 6  Nulla di particolarmente impegnativo.

Trama: 7 Benchè non possa definirsi innovativa è ben costruita.

Tensione: 8 Costante per tutto il romanzo: ansia ed angoscia non abbandonano mai il lettore.

Narrazione: 7 Poteva essere migliore, ma nel complesso soddisfacente

Voto Complessivo: 6.6

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Apocalisse Z: La fine dell’umanità per mano degli Zombie

28 aprile 2011

Apocalisse Z

Di Manuel Loureiro, Editrice Nord

E’ il 30 dicembre quando per la prima volta i media danno notizia di un attacco terroristico in Dagestan, repubblica ex sovietica del Caucaso, ai danni di una base militare segreta ancora sotto il diretto controllo russo. Si parla di centinaia di morti, ma le informazioni sono frammentarie ed imprecise: ai giornalisti stranieri sul posto viene impedita ogni libertà di movimento e poi, asseritamente per la loro sicurezza, imposto il trasferimento. Le prime immagini che giungono dal Dagestan sono quindi amatoriali, trasmesse da CNN+: si vedono unità speciali dell’esercito russo avanzare lungo una strada deserta di un paese vicino alla base presa d’assalto; i soldati, giovanissimi, appena scesi dal blindato, indossano maschere antigas; improvvisamente incominciano a sparare come pazzi contro qualcosa; poi fuggono in direzione del blindato da cui erano scesi solo poco prima. Dalle immagini non riesce a comprendersi altro, salvo che la situazione è grave.

Nei giorni successivi gli eventi precipitano: la popolazione civile del Dagestan viene evacuata; la Russia chiude le proprie frontiere e chiede l’aiuto straniero per far fronte ad una grave emergenza sanitaria. Pare infatti che l’attacco terroristico abbia causato la fuoriuscita di un gas tossico (forse Sarin) o di un qualche agente patogeno. Gli aiuti stranieri sembrano tuttavia impotenti: gli stessi medici inviati dall’OMS e dal Center for Desease Control and Prevention of Atlanta cadono vittima di non meglio precisati incidenti determinati dai contatti con i pazienti.

Su internet, ovviamente, si diffondono notizie tanto incredibili quanto allarmanti: sembra che il patogeno sfuggito ad ogni controllo sia un ceppo particolarmente resistente di ebola e che gli infettati muoiano tra atroci sofferenze, orribilmente deformati dalla malattia. Pare anche che la malattia scateni negli infetti improvvisi quanto incontrollabili attacchi di furia omicida. In alcuni siti si parla addirittura di raccapriccianti episodi di antropofagia…

Un giovane avvocato spagnolo, rimasto da poco vedovo, segue con attenzione quanto intorno a lui sta accadendo. Scrupolosamente riporta sul suo blog tutti gli avvenimenti della giornata, aggiungendo i suoi personali commenti. Sembra che il mondo stia impazzendo: oramai si parla di pandemia. Anche se probabilmente le sue preoccupazioni sono eccessive, è ben lieto che la sua casa gli possa garantire una quantomeno relativa sicurezza: ha provveduto da poco a montare alcuni pannelli solari che dovrebbero assicurargli un buon apporto di energia anche in caso di black out; i suoi surgelatori sono pieni; le mura del suo giardino sono alte e sicure. E a tenergli compagnia ha il suo Lucullo, un gatto che gli ha letteralmente salvato la vita…

Purtroppo per lui la sua casa non potrà a lungo proteggerlo dall’apocalisse.

Commento.

Apocalisse Z è romanzo che non riserva particolari sorprese per il lettore: anche se manca lo scontatissimo assalto al supermercato da parte dell’orda inarrestabile, ci si ritroverà infatti immersi spesso in situazioni che rievocheranno con facilità immagini e scene dei ben noti films di Romero. Si tratta certo spesso di richiami voluti, quasi vere e proprie “citazioni” (la ricerca di una barca per abbandonare la città, la salvezza insperata nell’utilizzo di un elicottero), ma la sensazione che domina è comunque quella dell’ennesima ripresa di un tema, quello della distruzione della civiltà umana da parte degli zombie, che sugli schermi cinematografici prima e televisivi poi (in ultimo con il telefilm The Walking Dead e l’anime High School of the Dead) pare già essere stato sufficientemente trattato e sfruttato.

Per il vero infatti, la sensazione del “già letto” non è determinata da una scarsa capacità immaginativa dell’autore – che si sforza al contrario di creare una storia tesa ed avvincente – quanto piuttosto dal limitato respiro che gli stessi ristretti margini del soggetto consentono.

Le stesse creature protagoniste non offrono infatti significative variabili: il non-morto può essere più o meno rapido nel suo inseguimento della preda; può avere una maggiore o minore forza fisica rispetto al vivente; può ignorare (come in Romero) o non disdegnare (come in The Walking Dead) il nutrimento che gli potrebbe derivare da esseri viventi diversi dall’uomo (cani, cervi, ratti). Ma si tratta fondamentalmente di dettagli poco incisivi: è certo che, pena il trasformare lo zombie in qualcosa di essenzialmente diverso, non potranno difettare nell’architettura della storia la facilità del contagio e l’inarrestabilità dell’avanzata delle orde. Questi sì elementi essenziali e imprescindibili, ma anche inevitabilmente caratterizzanti: ogni deviazione, ogni eccezione sarebbe evidente nota stonata.

Allo stesso modo le orde degli zombie non possono semplicemente uccidere i pochi sopravvissuti: devono lacerare, dilaniare, strappare, mordere. E devono farlo senza esitazioni, ripensamenti, moti di pietà o successivo pentimento. Per le medesime motivazioni or ora evidenziate sotto diverso profilo: altrimenti non sarebbero orde di zombie.

Il non-morto si connota infatti per differenza rispetto al vivente: il non-morto, in quanto non-vivo, non ha sovrastrutture psicologiche, non conosce gerarchie sociali, non riconosce neppure il simile (un altro non-morto) che semplicemente ignora (come verrà pur brevemente segnalato nel libro che segue Apocalisse Z: Apocalisse Z i Giorni Oscuri). In quanto tale, il non-morto, privo di qualsivoglia ricordo di ciò che era stato, deambula e attacca solo in ossequio a superstiti o ricreati bisogni primari, non per malvagità, della quale non è capace semplicemente perché privo della possibilità di distinguere tra bene e male. Lo zombie è in effetti un uomo destrutturato, senza convenzioni sociali e senza paradigmi etici, in altri termini: puro “es”, privo del controllo esercitato dal super-io e privo quindi del rimorso, dell’ansia, dell’inquietudine nascenti dalla loro contraddizione.

Per quanto possa apparire assurdo, in netto contrasto con la corruzione della sua carne – che significatamene però non si decompone – l’essenza del non-morto è pura: non pura malvagità, ma pura istintualità, come tale spinta al suo parossismo, che si materializza in una violenza cieca ed assoluta che, appunto, morde, lacera, disfa.

Indubitabilmente è un essere depauperato, privo di tutto quello che lo aveva reso completo: senso di famiglia, appartenenza sociale, valori, sentimenti.

Ma al contempo si è spogliato (o più correttamente: è stato spogliato), oltreché di tutti i valori morali positivi, anche di tutte le perversioni morali proprie dell’uomo contemporaneo che innescano stucchevoli processi giustificativi.

Da qui il senso stesso della sua letteraria esistenza: una denuncia radicale del nefasto, dell’oscuro, del marcio che si annida nella società moderna così come la sua fame cieca ed ingiustificata (lo zombie divora per quanto non abbia alcuna necessità di sostentarsi) diviene metafora dell’ottuso consumismo che ammorba la società moderna.

L’uomo-vivo, al suo cospetto, non può ovviamente che provare paura, irrefrenabile e incontrollabile, perché innanzi a sé non ha soltanto il monito concreto della prossima fine letta su un piano meramente individuale, ma anche la materializzazione tangibile dello sgretolamento inevitabile della sua società, di tutto ciò che ha saputo (malamente) creare.

Ma non di rado il savio ed il saldo nei propri principi morali riconoscerà anche nel mostro che ha di fronte il suo simile, il “buono” tormentato che non ha pace nemmeno nella morte. E ne avrà pietà. L’eliminazione della minaccia sarà atto necessitato, ma anche liberatorio e giusto.

In Apocalisse Z troviamo questo non-morto “puro”: e come sempre veniamo ghermiti dall’angoscia di fronte al suo lento ma inarrestabile avanzare e dall’orrore innanzi al parossismo della sua violenza.

Nessuna ingiustificata variazione sul tema, nessun cedimento verso soluzioni di comodo e nessun ignobile stravolgimento.

Ben apprezzabile nel complesso e nelle scelte, accettate come necessarie le scene di macabra ed assurda violenza in esso contenute, spesso grottesche, il romanzo appare tuttavia il frutto acerbo di una elaborazione non perfettamente compiuta.

Nato sulle pagine di un blog il romanzo avrebbe necessitato infatti ancora di un’ulteriore, generale rilettura, volta alla correzione di errori e sviste ed all’eliminazione di elementi sovrabbondanti e, se pur di rado, stucchevoli.

Sotto il primo riguardo non sfuggono al lettore le misteriose scomparse e ricomparse di elementi dell’equipaggiamento di volta in volta date per disperse o dimenticate.

Sotto il secondo, si rileva che, se pure la narrazione in prima persona appare senza dubbio di effetto consentendo al lettore nella prima parte del romanzo di ritrovarsi immediatamente nell’incubo del protagonista, il suo mantenimento per l’intera narrazione appare di ardua logica giustificazione: nessun superstite discenderebbe tanto nei dettagli, specie in quelli più raccapriccianti ed angoscianti, specie laddove la motivazione della tenuta del diario fosse, come dichiarato, espressamente quella di cercare di mantenere o recuperare il proprio equilibrio mentale. La soluzione appare vieppiù incongrua quando vengono riportati parola parola interi dialoghi, vengono create artificialmente pause e cesure e quando, per creare suspense, il protagonista conclude un paragrafo benedicendo o maledicendo la scoperta di qualcosa la cui natura viene disvelata solo qualche pagina dopo.

Nell’impalpabilità di tutti gli altri personaggi, trova una qualche dignità solo il pilota ucraino Viktor. Il suo indulgere alla facile bevuta e la sua scarsa padronanza del linguaggio (realizzata con l’utilizzo di verbi non coniugati e l’intercalare di espressioni in russo) ne rendono tuttavia la figura eccessivamente stereotipata e poco credibile.

Il confronto con il di poco successivo Il Passaggio dell’americano Cronin, anch’esso romanzo apocalittico, è sotto molti riguardi impietoso.

Nonostante gli evidente difetti, la storia scorre tuttavia rapidissima, di incubo in incubo: il lettore si ritrova d’immediato catapultato nel fetore della decomposizione, tra palazzi spettrali e infestati, tra città deserte disseminate di lamiere e pozze di sangue. Quasi trattiene il fiato, preso dalla vertigine dell’orrore e dall’ansia per il prossimo passo nella stanza buia ammorbata da un odore nauseante e dalla quale proviene un sinistro rumore; volta velocemente pagina, scappando dall’orda inarrestabile insieme a compagni verso i quali non può che nutrire sospetti; rabbrividisce con il protagonista mentre cerca scampo nelle acque gelide di un fiume.

Raramente si ha un momento di pausa e, in quelle circostanze, il lettore riprende fiato esattamente come i protagonisti del romanzo.

Le atmosfere sono perfette: vuoto e silenzio si alternano a versi angoscianti e urla terribili. Il lettore vede con nitidezza le mostruosità narrate e ne è partecipe. Soffre, teme, si rianima…per poi ripiombare nell’angoscia più nera. Da brividi l’ingresso in un ospedale apparentemente deserto; raccapriccianti gli incontri all’interno del reparto pediatrico.

Il ritmo è sempre incalzante, talché, laddove il romanzo avesse ricevuto una opportuna rivisitazione, il lettore avrebbe potuto godere al pieno di una terribile, angosciante e riuscita storia d’orrore.

Personaggi: 6 Scarsa l’analisi psicologica dei personaggi. Viktor, unico personaggio per il quale è spesa qualche parola in più, appare eccessivamente stereotipato.

Ambientazione: 6 Un mondo distrutto dalla follia e dalla contaminazione. Nulla di particolarmente impegnativo.

Trama: 7 Benchè non possa definirsi innovativa è be costruita, specie nella prima parte.

Tensione: 8 Costante per tutto il romanzo: ansia ed angoscia non abbandonano mai il lettore.

Narrazione: 6 1/2 Poteva essere migliore, ma nel complesso soddisfacente

Voto Complessivo: 6.7

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Il Passaggio di Justin Cronin

9 aprile 2011

Jeanette ha solo 19 anni quando dà alla luce Amy. Il padre è un viaggiatore di passaggio che si è fermato al ristorante nel quale lei lavora come cameriera e che, come scoprirà dolorosamente in seguito, è ben peggio di quello che sembra. La vita è spietata con Jeanette: viene picchiata, perde il lavoro, perde la casa; per racimolare qualcosa è costretta a prostituirsi. Tutto le pesa incredibilmente, ma tira avanti. Perché deve prendersi cura della sua Amy. Di quella bambina schiva, taciturna, che accetta i tanti trasferimenti senza lamentarsi, che si accontenta di quel poco che lei le può offrire, che sembra tanto delicata quanto intelligente. E che non dorme mai (ma è sufficientemente astuta da fingere di farlo). Ne è sicura: Amy è destinata a grandi cose.

L’agente dell’FBI Wolgast ha ricevuto un incarico insolito che mai avrebbe pensato di svolgere: offrire ad alcuni condannati a morte un’alternativa all’iniezione letale e alla sedia elettrica. Nemmeno lui sa di cosa si tratta esattamente: sa solo che i condannati, una volta apposta la loro firma, lasceranno il braccio della morte per un altro centro di detenzione, dall’ubicazione ignota, gestito dai militari. Non sembra per la verità una scelta difficile: da un lato c’è la morte certa, dall’altro una mera incognita. Chiunque, sano di mente, rischierebbe. Chiunque. Ma nei pensieri dell’agente nascono sospetti sempre più oscuri. Cosa sarà dei detenuti una volta arrivati nel centro? Perché la Sicurezza Nazionale si premura di cancellare ogni traccia della loro esistenza? Senza dubbio sono stati scelti per essere delle cavie. Ma di quale esperimento? Le cose già si complicano con Carter, il dodicesimo detenuto: qualcosa nella ricostruzione dei fatti per i quali è stato dichiarato colpevole non convince. Forse è addirittura innocente. Ma Wolgast, venendo a compromessi con la propria coscienza, tacita i propri dubbi ed esegue gli ordini. Carter firma e segna il suo destino. Wolgast sta ancora cercando di ritrovare un proprio equilibrio quando gli viene assegnato l’ultimo compito. La tredicesima cavia. Questa volta tuttavia non si tratta di un detenuto, ma di una civile. Di una bambina di appena sei anni.

E’ passato quasi un secolo da quando un esperimento sfuggito ad ogni controllo ha determinato la distruzione degli Stati Uniti di America. Sono morti milioni e milioni di individui. La civiltà è stata cancellata. I superstiti, meno di trecento anime, vivono in una Colonia, in quella che una volta era l’autoproclamatasi Repubblica della California. Le alte barricate e le potenti luci che cancellano le stelle proteggono la Colonia dagli assalti notturni dei Virali. Ma i viveri scarseggiano e i discendenti delle Prime Famiglie devono fare i conti con dissidi interni e pericoli di giorno in giorno più gravi. La vita di privazione e stenti, condotta al limite delle possibilità umane, tra pericolose sortite all’esterno per gli approvvigionamenti e terribili assalti notturni, non ha comunque preparato i sopravvissuti all’incontro che cambierà drasticamente il loro modo di vedere il mondo: quello con una Bambina Venuta dal Nulla che non sembra dormire mai…

Commento:

Laddove si ponesse attenzione a solo alcuni degli elementi caratterizzanti il poderoso tomo (quasi 900 pagine) de “Il passaggio” (peraltro soltanto il primo di una trilogia) non si troverebbero particolare novità: l’esperimento nato con le migliori intenzioni che viene però volto dai militari ad oscuri fini; il virus incontrollabile in grado di trasmutare le vittime in mostri sanguinari; la contaminazione inarrestabile che conduce morte, disgregazione sociale, perdita di valori e principi condivisi; l’inarrestabile caduta della civiltà che si accompagna alla perdita di ogni speranza; la sopravvivenza di pochi individui destinati a combattere e rischiare la vita per conquiste minime in altri tempi di ben scarso pregio quali fucili, scatolette di cibo, carburante.

La sensazione del “già letto” non è certo cancellata, ma semmai acuita, dalla presenza dei non pochi elementi soprannaturali che caratterizzano la storia: sogni premonitori, entità malefiche inarrestabili che sembrano in grado di leggere nei più profondi meandri dell’animo umano, grandi disegni che sovrastano le miserie dell’individuo. Il richiamo al ben noto libro di Stephen King, l’Ombra dello Scorpione, è immediato e spontaneo.

Persino la morte di uno dei personaggi meglio caratterizzati del romanzo richiama alla memoria la prematura dipartita di quell’Eddie che chi ha letto la saga della Torre Nera di King ben ricorda.

Tuttavia, anche il lettore che si sia più volte avvicinato a libri simili a “il Passaggio”, non si annoia nello scorrerne le pagine.

Cronin riesce in effetti nella assai ardua impresa di mantenere vivi interesse e tensione per l’intera lunghezza della narrazione. Un punto di forza è certo dato dai personaggi, numerosi ma non sovrabbondanti, intorno ai quali la storia viene creata agevolmente, senza scelte eccessivamente scontate o soluzioni di comodo. Credibili ed umanissimi, i sopravvissuti alla devastazione virale vengono travolti da situazioni angoscianti e raccapriccianti alle quali devono far fronte senza poter contare su nulla di realmente risolutore: non hanno poteri straordinari, non hanno armi devastanti, non sono neppure portatori si supremi valori morali o detentori di verità assolute.

Le azioni delle quali sono protagonisti, anche le più eroiche, sembrano in tal modo verosimili, dettate più dalla necessità di far fronte all’imprevisto che dal coraggio o dall’incoscienza.

La trama che li avviluppa è ben svolta, con appropriati e tempestivi cambi di prospettiva: perfettamente funzionale allo scopo risulta l’inserimento di pagine di diari, di documenti e di rapporti.

L’atmosfera è ben sorretta da colpi di scena ben preparati, da descrizioni attente e crude, dall’incalzare degli eventi.

A livello di struttura il romanzo è nettamente diviso in due parti: la prima, dedicata alla scoperta del virus, alla descrizione degli effetti della contaminazione, allo scoppio dell’epidemia; la seconda, ambientata quasi un secolo dopo gli avvenimenti in precedenza narrati, esclusivamente dedicata alla riscoperta dell’accaduto da parte dei sopravvissuti, alla loro quotidiana lotta contro i virali, alla loro ricerca di una nuova speranza.

In ragione di tale scelta pochi sono i flashback: lo svolgimento degli avvenimenti è quindi lineare, di facile lettura, ma non piatto. Non di rado la narrazione degli avvenimenti viene interrotta per seguire quanto accade nel medesimo momento ad altri protagonisti.

Sempre in ragione della scelta compiuta molto spesso il lettore è già a conoscenza di eventi e circostanze ignoti ai protagonisti, soluzione questa che consente di apprezzare maggiormente la perspicacia o l’ingenuità di questi ultimi. Al contempo il piacere della scoperta ed il dubbio di fronte all’ignoto sono sensazioni che non abbandonano il lettore: il Passaggio infatti fino alla fine offre spunti interessanti, alimenta dubbi e cela misteri.

Tanto da giustificare la speranza che il seguito non sia la stanca prosecuzione di un’opera che ha oramai detto tutto, ma l’occasione di nuove inquietudini, sorprese e rivelazioni.

Senza dubbio un horror teso, cupo ed inquietante fra i migliori recentemente pubblicati.

Personaggi: 8 Molto ben descritti, credibili, variegati.

Ambientazione: 7 Un mondo pressocché contemporaneo nella prima parte con alcuni elementi di variazione determinati dal verificarsi di eventi in realtà mai accaduti; un mondo post-apocalittico nella seconda parte, tetro, desolato, ammorbato. Comunque convincente.

Trama: 7 Benchè non possa definirsi innovativa, presenta caratteri di indubbio interesse

Tensione: 7 Costante per tutto il romanzo.

Narrazione: 7 Adatta alla storia narrata, con un ritmo azzeccato.

Voto Complessivo: 7.2