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Apocalisse Z: La fine dell’umanità per mano degli Zombie

28 aprile 2011

Apocalisse Z

Di Manuel Loureiro, Editrice Nord

E’ il 30 dicembre quando per la prima volta i media danno notizia di un attacco terroristico in Dagestan, repubblica ex sovietica del Caucaso, ai danni di una base militare segreta ancora sotto il diretto controllo russo. Si parla di centinaia di morti, ma le informazioni sono frammentarie ed imprecise: ai giornalisti stranieri sul posto viene impedita ogni libertà di movimento e poi, asseritamente per la loro sicurezza, imposto il trasferimento. Le prime immagini che giungono dal Dagestan sono quindi amatoriali, trasmesse da CNN+: si vedono unità speciali dell’esercito russo avanzare lungo una strada deserta di un paese vicino alla base presa d’assalto; i soldati, giovanissimi, appena scesi dal blindato, indossano maschere antigas; improvvisamente incominciano a sparare come pazzi contro qualcosa; poi fuggono in direzione del blindato da cui erano scesi solo poco prima. Dalle immagini non riesce a comprendersi altro, salvo che la situazione è grave.

Nei giorni successivi gli eventi precipitano: la popolazione civile del Dagestan viene evacuata; la Russia chiude le proprie frontiere e chiede l’aiuto straniero per far fronte ad una grave emergenza sanitaria. Pare infatti che l’attacco terroristico abbia causato la fuoriuscita di un gas tossico (forse Sarin) o di un qualche agente patogeno. Gli aiuti stranieri sembrano tuttavia impotenti: gli stessi medici inviati dall’OMS e dal Center for Desease Control and Prevention of Atlanta cadono vittima di non meglio precisati incidenti determinati dai contatti con i pazienti.

Su internet, ovviamente, si diffondono notizie tanto incredibili quanto allarmanti: sembra che il patogeno sfuggito ad ogni controllo sia un ceppo particolarmente resistente di ebola e che gli infettati muoiano tra atroci sofferenze, orribilmente deformati dalla malattia. Pare anche che la malattia scateni negli infetti improvvisi quanto incontrollabili attacchi di furia omicida. In alcuni siti si parla addirittura di raccapriccianti episodi di antropofagia…

Un giovane avvocato spagnolo, rimasto da poco vedovo, segue con attenzione quanto intorno a lui sta accadendo. Scrupolosamente riporta sul suo blog tutti gli avvenimenti della giornata, aggiungendo i suoi personali commenti. Sembra che il mondo stia impazzendo: oramai si parla di pandemia. Anche se probabilmente le sue preoccupazioni sono eccessive, è ben lieto che la sua casa gli possa garantire una quantomeno relativa sicurezza: ha provveduto da poco a montare alcuni pannelli solari che dovrebbero assicurargli un buon apporto di energia anche in caso di black out; i suoi surgelatori sono pieni; le mura del suo giardino sono alte e sicure. E a tenergli compagnia ha il suo Lucullo, un gatto che gli ha letteralmente salvato la vita…

Purtroppo per lui la sua casa non potrà a lungo proteggerlo dall’apocalisse.

Commento.

Apocalisse Z è romanzo che non riserva particolari sorprese per il lettore: anche se manca lo scontatissimo assalto al supermercato da parte dell’orda inarrestabile, ci si ritroverà infatti immersi spesso in situazioni che rievocheranno con facilità immagini e scene dei ben noti films di Romero. Si tratta certo spesso di richiami voluti, quasi vere e proprie “citazioni” (la ricerca di una barca per abbandonare la città, la salvezza insperata nell’utilizzo di un elicottero), ma la sensazione che domina è comunque quella dell’ennesima ripresa di un tema, quello della distruzione della civiltà umana da parte degli zombie, che sugli schermi cinematografici prima e televisivi poi (in ultimo con il telefilm The Walking Dead e l’anime High School of the Dead) pare già essere stato sufficientemente trattato e sfruttato.

Per il vero infatti, la sensazione del “già letto” non è determinata da una scarsa capacità immaginativa dell’autore – che si sforza al contrario di creare una storia tesa ed avvincente – quanto piuttosto dal limitato respiro che gli stessi ristretti margini del soggetto consentono.

Le stesse creature protagoniste non offrono infatti significative variabili: il non-morto può essere più o meno rapido nel suo inseguimento della preda; può avere una maggiore o minore forza fisica rispetto al vivente; può ignorare (come in Romero) o non disdegnare (come in The Walking Dead) il nutrimento che gli potrebbe derivare da esseri viventi diversi dall’uomo (cani, cervi, ratti). Ma si tratta fondamentalmente di dettagli poco incisivi: è certo che, pena il trasformare lo zombie in qualcosa di essenzialmente diverso, non potranno difettare nell’architettura della storia la facilità del contagio e l’inarrestabilità dell’avanzata delle orde. Questi sì elementi essenziali e imprescindibili, ma anche inevitabilmente caratterizzanti: ogni deviazione, ogni eccezione sarebbe evidente nota stonata.

Allo stesso modo le orde degli zombie non possono semplicemente uccidere i pochi sopravvissuti: devono lacerare, dilaniare, strappare, mordere. E devono farlo senza esitazioni, ripensamenti, moti di pietà o successivo pentimento. Per le medesime motivazioni or ora evidenziate sotto diverso profilo: altrimenti non sarebbero orde di zombie.

Il non-morto si connota infatti per differenza rispetto al vivente: il non-morto, in quanto non-vivo, non ha sovrastrutture psicologiche, non conosce gerarchie sociali, non riconosce neppure il simile (un altro non-morto) che semplicemente ignora (come verrà pur brevemente segnalato nel libro che segue Apocalisse Z: Apocalisse Z i Giorni Oscuri). In quanto tale, il non-morto, privo di qualsivoglia ricordo di ciò che era stato, deambula e attacca solo in ossequio a superstiti o ricreati bisogni primari, non per malvagità, della quale non è capace semplicemente perché privo della possibilità di distinguere tra bene e male. Lo zombie è in effetti un uomo destrutturato, senza convenzioni sociali e senza paradigmi etici, in altri termini: puro “es”, privo del controllo esercitato dal super-io e privo quindi del rimorso, dell’ansia, dell’inquietudine nascenti dalla loro contraddizione.

Per quanto possa apparire assurdo, in netto contrasto con la corruzione della sua carne – che significatamene però non si decompone – l’essenza del non-morto è pura: non pura malvagità, ma pura istintualità, come tale spinta al suo parossismo, che si materializza in una violenza cieca ed assoluta che, appunto, morde, lacera, disfa.

Indubitabilmente è un essere depauperato, privo di tutto quello che lo aveva reso completo: senso di famiglia, appartenenza sociale, valori, sentimenti.

Ma al contempo si è spogliato (o più correttamente: è stato spogliato), oltreché di tutti i valori morali positivi, anche di tutte le perversioni morali proprie dell’uomo contemporaneo che innescano stucchevoli processi giustificativi.

Da qui il senso stesso della sua letteraria esistenza: una denuncia radicale del nefasto, dell’oscuro, del marcio che si annida nella società moderna così come la sua fame cieca ed ingiustificata (lo zombie divora per quanto non abbia alcuna necessità di sostentarsi) diviene metafora dell’ottuso consumismo che ammorba la società moderna.

L’uomo-vivo, al suo cospetto, non può ovviamente che provare paura, irrefrenabile e incontrollabile, perché innanzi a sé non ha soltanto il monito concreto della prossima fine letta su un piano meramente individuale, ma anche la materializzazione tangibile dello sgretolamento inevitabile della sua società, di tutto ciò che ha saputo (malamente) creare.

Ma non di rado il savio ed il saldo nei propri principi morali riconoscerà anche nel mostro che ha di fronte il suo simile, il “buono” tormentato che non ha pace nemmeno nella morte. E ne avrà pietà. L’eliminazione della minaccia sarà atto necessitato, ma anche liberatorio e giusto.

In Apocalisse Z troviamo questo non-morto “puro”: e come sempre veniamo ghermiti dall’angoscia di fronte al suo lento ma inarrestabile avanzare e dall’orrore innanzi al parossismo della sua violenza.

Nessuna ingiustificata variazione sul tema, nessun cedimento verso soluzioni di comodo e nessun ignobile stravolgimento.

Ben apprezzabile nel complesso e nelle scelte, accettate come necessarie le scene di macabra ed assurda violenza in esso contenute, spesso grottesche, il romanzo appare tuttavia il frutto acerbo di una elaborazione non perfettamente compiuta.

Nato sulle pagine di un blog il romanzo avrebbe necessitato infatti ancora di un’ulteriore, generale rilettura, volta alla correzione di errori e sviste ed all’eliminazione di elementi sovrabbondanti e, se pur di rado, stucchevoli.

Sotto il primo riguardo non sfuggono al lettore le misteriose scomparse e ricomparse di elementi dell’equipaggiamento di volta in volta date per disperse o dimenticate.

Sotto il secondo, si rileva che, se pure la narrazione in prima persona appare senza dubbio di effetto consentendo al lettore nella prima parte del romanzo di ritrovarsi immediatamente nell’incubo del protagonista, il suo mantenimento per l’intera narrazione appare di ardua logica giustificazione: nessun superstite discenderebbe tanto nei dettagli, specie in quelli più raccapriccianti ed angoscianti, specie laddove la motivazione della tenuta del diario fosse, come dichiarato, espressamente quella di cercare di mantenere o recuperare il proprio equilibrio mentale. La soluzione appare vieppiù incongrua quando vengono riportati parola parola interi dialoghi, vengono create artificialmente pause e cesure e quando, per creare suspense, il protagonista conclude un paragrafo benedicendo o maledicendo la scoperta di qualcosa la cui natura viene disvelata solo qualche pagina dopo.

Nell’impalpabilità di tutti gli altri personaggi, trova una qualche dignità solo il pilota ucraino Viktor. Il suo indulgere alla facile bevuta e la sua scarsa padronanza del linguaggio (realizzata con l’utilizzo di verbi non coniugati e l’intercalare di espressioni in russo) ne rendono tuttavia la figura eccessivamente stereotipata e poco credibile.

Il confronto con il di poco successivo Il Passaggio dell’americano Cronin, anch’esso romanzo apocalittico, è sotto molti riguardi impietoso.

Nonostante gli evidente difetti, la storia scorre tuttavia rapidissima, di incubo in incubo: il lettore si ritrova d’immediato catapultato nel fetore della decomposizione, tra palazzi spettrali e infestati, tra città deserte disseminate di lamiere e pozze di sangue. Quasi trattiene il fiato, preso dalla vertigine dell’orrore e dall’ansia per il prossimo passo nella stanza buia ammorbata da un odore nauseante e dalla quale proviene un sinistro rumore; volta velocemente pagina, scappando dall’orda inarrestabile insieme a compagni verso i quali non può che nutrire sospetti; rabbrividisce con il protagonista mentre cerca scampo nelle acque gelide di un fiume.

Raramente si ha un momento di pausa e, in quelle circostanze, il lettore riprende fiato esattamente come i protagonisti del romanzo.

Le atmosfere sono perfette: vuoto e silenzio si alternano a versi angoscianti e urla terribili. Il lettore vede con nitidezza le mostruosità narrate e ne è partecipe. Soffre, teme, si rianima…per poi ripiombare nell’angoscia più nera. Da brividi l’ingresso in un ospedale apparentemente deserto; raccapriccianti gli incontri all’interno del reparto pediatrico.

Il ritmo è sempre incalzante, talché, laddove il romanzo avesse ricevuto una opportuna rivisitazione, il lettore avrebbe potuto godere al pieno di una terribile, angosciante e riuscita storia d’orrore.

Personaggi: 6 Scarsa l’analisi psicologica dei personaggi. Viktor, unico personaggio per il quale è spesa qualche parola in più, appare eccessivamente stereotipato.

Ambientazione: 6 Un mondo distrutto dalla follia e dalla contaminazione. Nulla di particolarmente impegnativo.

Trama: 7 Benchè non possa definirsi innovativa è be costruita, specie nella prima parte.

Tensione: 8 Costante per tutto il romanzo: ansia ed angoscia non abbandonano mai il lettore.

Narrazione: 6 1/2 Poteva essere migliore, ma nel complesso soddisfacente

Voto Complessivo: 6.7

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