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Le Fanu: Racconti di Vampiri e Fantasmi

4 settembre 2011

Joseph Sheridan Le Fanu (1814-1873) è principalmente noto per “Carmilla”, scritto nel 1872, cinquantatré anni dopo “il Vampiro” di Polidori (pubblicato nel 1819 e ritenuto l’iniziatore di quello che sarebbe divenuto un vero e proprio genere), ma ben venticinque anni prima del celeberrimo “Dracula” di Bram Stoker (1897).

Il racconto della contessa dalla pelle chiarissima e dai capelli scuri, misteriosa, sfuggente ed inquietante, che diviene notte tempo spietata assassina che dissangua le proprie vittime, si connota in effetti per la presenza di tutti quegli elementi che saranno ben più che di semplice ispirazione per il Dracula di Stoker: il fascino decadente ed ammorbante del mostro immortale che ammalia l’ingenua e candida fanciulla; la discesa in un incubo che sembra non avere fine, conducendo ogni scoperta ad un nuovo e angosciante orrore; la ricerca dell’esperto risolutore e poi la caccia senza tregua, sino alla distruzione purificatrice. In una cinquantina di pagine, Le Fanu rievoca e riassume con abilità e consapevolezza il tema del vampiro, riportando per primo, come nota Gianni Pilo nella prefazione all’antologia di che trattasi, la tradizione del risurgente nel suo territorio d’origine.

Proprio l’attenta lettura e rievocazione delle antiche leggende, con approfondita ricerca delle fonti, è punto focale però non solo di “Carmilla”, ma dell’intera opera di Le Fanu ed in particolare della maggioranza dei suoi racconti che, contrariamente ai convincimenti e forse le speranze del loro autore, gli diedero ben più lustro e fortuna dei suoi non pochi, ma totalmente dimenticati romanzi.

I racconti di Le Fanu attingono in effetti all’inesauribile tradizione dell’immaginario fantastico della sua terra natia, l’Irlanda, dove le Banshee (letteralmente: donna-fata) accompagnano le più antiche e nobili famiglie ed elevano il loro straziante canto quando una morte prematura è prossima; dove tra montagne disabitate e castelli in rovina può accadere di incontrare il Pooka, robusto destriero che parla con voce umana e che, interrogato, può dare responsi sui giorni futuri; e dove, in particolare, gli spiriti dei defunti si mostrano ai vivi e con essi interagiscono per i fini più vari, non sempre comprensibili, di rado commendevoli, ma spesso interpretabili alla luce di un disegno superiore che proprio per loro intervento viene a delinearsi.

Ne “Il Testamento del Gentiluomo Toby” (1868) il più giovane di due fratelli, dopo la morte improvvisa del nobile Toby, padre severo e collerico, accoglie nella casa di famiglia che quest’ultimo gli aveva lasciato in eredità con pregiudizio diretto dei diritti del primogenito, un bulldog dall’atteggiamento strano che sinistramente rievoca, per espressione e temperamento, proprio l’immagine del defunto. Il giovane signore viene presto tormentato da oscuri incubi nei quali l’inquietante animale, da prima amato e poi sempre più temuto e odiato, assume proporzioni gigantesche e a più riprese lo ammonisce del prossimo castigo, laddove al torto patito dal primogenito non si ponga rimedio. Lo spirito del padre che ritorna sotto forma animale tanto impaurisce e tormenta, quanto consiglia e ammonisce perché la verità sia disvelata e un male peggiore non venga a realizzarsi; purtroppo il tono cupo della narrazione suggerisce fin da subito che il monito non sarà adeguatamente ascoltato.

Al disvelamento della verità, crudele e terribile, è anche volta l’apparizione de “Il fantasma della signora Crowl” (1870): una fanciulla viene catapultata nella realtà di un’antica magione dove, accanto alla zia, dovrà badare all’anziana padrona inferma, depositaria unica di un inconfessabile segreto.

Ne “Il gatto bianco di Drumgunniol” (1870) la misteriosa apparizione di un animale, un gatto bianco appunto, preannuncia invece la prossima morte di colui che ha la sfortuna di vederla. Protagonista della storia è infatti una banshee legatasi alle tristi vicende di una famiglia.

Ne “I Racconti di fantasmi della Tiled House” è il tormento dei vivi lo scopo ultimo della presenza ultraterrena: non vi sono torti da riparare o futuri eventi oscuri sui quali mettere in guardia. Il Male si presenta sotto forma di una mano spettrale che inutilmente i proprietari cercano di tenere fuori dalla propria casa e lontana dal lettino del loro piccolo.

E il tormento di chi impunemente sceglie di vivere in quella che fu la sua casa è l’unico fine anche del fantasma di un giudice suicida protagonista oscuro di “Cronaca di alcune stranezze occorse in Augier Street” (1851). Due giovani studenti cercano la tranquillità e la comodità di una casa in affitto a buon prezzo e a poca distanza dall’università. La notte sarà insonne per entrambi, a causa di incubi inquietanti, apparizioni sconvolgenti, suoni angoscianti.

Il tormento come punizione ed espiazione è invece il tema centrale di “La Persecuzione”: un giovane capitano di mare, appena fidanzatosi, viene inseguito di notte in una strada deserta da passi che non paiono avere una fonte nota. Inutile tornare indietro, inutile scrutare le ombre. L’evento si ripete più volte, fin quando il tormentatore non assume una figura e una fisionomia definita. Ma in quel momento le cose volgeranno al peggio: perché il passato che si credeva dimenticato ritorna per gustare la sua agognata vendetta. E non vi sarà contromisura minimamente utile, non l’allontanamento volontario, l’affetto di amici, la chiusura di porte e finestre, il ritiro in luoghi angusti senza vie di accesso.

Il dolore, l’angoscia, il supplizio che gli spiriti arrecano ai vivi, per il tramite di apparizioni aberranti e rumori sinistri, non sono per il vero che il riflesso di quello che essi stessi patiscono in ragione della turpe condotta della loro biasimevole vita, talché il loro manifestarsi è anche doloroso e raccapricciante monito. Il tema (ben presente, come accennato, ne “Il Testamento del Gentiluomo Toby”) viene ampiamente già trattato ne “Il dissoluto capitano Walshawe di Wauling” (1864), ma è con “Il Giudice Harbottle” (comparso nella raccolta “In a Glass Darkly” l’ultima pubblicata da Le Fanu, nel 1872, e, per la tante somiglianze, probabilmente inteso quale seguito e rivisitazione di “Cronaca di alcune stranezze occorse in Augier Street”) che se ne ha la realizzazione più compiuta e convincente.

Il racconto “Il dissoluto capitano Walshawe di Wauling”, benché di poche pagine, ha una struttura articolata: la voce narrante riporta prima brevemente la storia del capitano Walshave che, dedito ad ogni sorta di turpe attività, aveva dilapidato l’ingente patrimonio del quale era venuto in possesso e si era reso responsabile della triste vita della moglie, dolorosamente segnata dalle sue mancanze e iniquità. Di tale insensibilità era capace che, persino nella notte del precoce trapasso della moglie, il capitano non mancava di compiere un atto empio: strappare dalle mani della defunta la candela santa che avrebbe dovuto accompagnarne l’anima in cielo. Questa volta tuttavia non resterà impunito. L’anima del capitano viene infatti maledetta da una delle anziane monache che vegliavano la salma: ”che tu possa venir chiuso nello stoppino di quella candela finché non brucerà completamente”. Il contrappasso di una vita dedita a vizi viene, per il vero, a colpire il dissoluto capitano ben prima che la maledizione possa esprimere la propria reale efficacia: la vecchiaia si accanisce infatti sul suo corpo e una congerie di malanni prima lo deturpa e poi lo costringe su una sedia a rotelle, senza però indurlo ad alcuna introspezione e ripensamento. Tanto che il capitano giunge a morte ancora impenitente. Dopo questa lunga premessa, la voce narrante dà conto di quanto uno zio ebbe a raccontargli in merito alla notte trascorsa nella sinistra abitazione del capitano Walshawe successivamente alla dipartita di quest’ultimo. Lo zio era giunto nella vecchia casa in tempo per il funerale e si era trattenuto, su invito dell’avvocato incaricato della successione, per risolvere talune problematiche afferenti a dei contratti di locazione che non sembravano trovarsi in nessun luogo. Costretto a fermarsi la notte e rimasto al buio, lo zio raggiunge il salotto dove ricordava di aver visto “un mozzicone di candela”, raggiunge la sua stanza e si prepara al meritato riposo. Le sue buone speranze verranno tuttavia sinistramente disattese.

Il racconto lega indissolubilmente fede e superstizione, cristianità e paganesimo: le monache non sono tanto spose di Cristo, quanto sinistre fattucchiere (e come tali vengono descritte), capaci di terribili maledizioni, come condannare le anime a rimanere prigioniere del mondo dei vivi.

L’incontro di superstizione e fede è un tratto saliente dell’opera di Le Fanu che non sembra vedervi alcuna reale e radicale incompatibilità, non escludendo la sussistenza dell’una quella dell’altra: il mondo dei vivi è nelle sue opere in egual misura aperto ad esperienze di fede come di orrore sovrannaturale, pericolosamente danzando l’uomo, quale un funambolo, sullo scivoloso crinale tra salvezza e dannazione eterna.

Significativamente, in alcuni racconti (“Il sogno dell’Ubriaco”, “Il Fantasma e il Conciaossa”), ad essere indagatore e testimone degno di fiducia del manifestarsi del sovrannaturale – da intendersi come l’insieme di quegli eventi che la scienza non è in grado di interamente spiegare se non con approssimazioni, silenzi di comodo e sviste – è proprio un reverendo, Francis Purcell.

La coesistenza non implica tuttavia, come ovvio, pari dignità, rivestendo il sovrannaturale un ruolo meramente servente rispetto alla superiore dimensione della religione e risultando il suo operare, per quanto misterioso e terribile, comunque interpretabile alla luce di un superiore disegno (con rare eccezioni: “I Racconti di fantasmi della Tiled House”).

Icasticamente il Vampiro cede di fronte alla Vera Fede di chi impugna un crocifisso; il Fantasma si dissolve se viene in contatto con l’acqua santa.

Il sovrannaturale al servizio di una Giustizia superiore è il tema portante del racconto “Il Giudice Harbottle” (traduzione per il vero non felice di “Mister Justice Harbottle”: il protagonista non è infatti un giudice, ma, come si comprende dalla narrazione, un avvocato della pubblica accusa).

Harbottle è un uomo abbietto e senza scrupoli, fatto invero già di per sé particolarmente grave ed increscioso in un uomo di Giustizia. Ma cosa può dirsi di un pubblico accusatore che crea ad arte le prove per far condannare un innocente e tutto ordisce perché venga condannato a morte? Quale pena dovrebbe patire? Prima ancora, i meno ingenui dubiterebbero della possibilità che effettivamente costui subisse la giusta pena: Harbottle è benestante, ha senza dubbio amici importanti e, soprattutto, conosce la legge e i suoi intoppi. Tuttavia una serie di inquietanti eventi faranno vacillare la sua sicumera. Per primo giunge uno sconosciuto a metterlo in guardia sull’esistenza di una congiura che ha lui come bersaglio. E poi, mentre è in udienza, l’uomo che ha fatto impiccare gli compare a poca distanza, mostrandogli i segni ben visibili della corda intorno al collo. Per Harbottle, la discesa nel sonno equivarrà a precipitare in un incubo…che non si dissolverà con il ritorno alla veglia. E finalmente per tutti i torti compiuti in vita, subirà la giusta punizione.

Ma se superstizione e fede hanno un loro equilibrio, con la scienza e con la ragione il rapporto è più conflittuale.

La scienza può spesso smascherare i truffatori e può facilmente dileguare le ombre che la paura ha fatto sorgere dal nulla: è la più immediata lettura de “Una notte alla locanda della Campana” dove la ricerca e la riflessione trasformano, per il tramite di una piana e (deludente) spiegazione empirica, l’evento apparentemente straordinario in uno assolutamente banale, per quanto improbabile; nonché di “La contessa assassinata”, dove la tenacia di una fanciulla, escludendo il coinvolgimento di qualsivoglia forza ultraterrena, saprà far luce sul mistero del ricorrente tema giallo dell’assassinio in una stanza chiusa fatto passare per suicidio.

Ma la scienza non è sempre in grado di risolvere ogni mistero.

Vi è in effetti qualcosa oltre la semplice porta che sbatte, l’improvvisa corrente fredda, il rumore di passi in stanze vuote, tale da sfuggire alla normale percezione e da essere compresa solo laddove si abbandonino gli usuali cammini e ci si avventuri in quel mondo oscuro che è ben più vicino di quanto non si pensi: dietro le nostre spalle in una via desolata (“La Persecuzione”), nel frutteto e nei giardini della casa in cui abitiamo (“I Racconti di fantasmi della Tiled House”), addirittura in un’alcova nella stanza accanto (“Cronaca di alcune stranezze occorse in Augier Street”).

Qualcosa che, se d’immediato offende vista e udito, dolorosamente ben di più colpisce mente e anima.

L’arrestarsi della scienza è riconoscimento di un limite e al contempo affermazione di una vastità sempre disorientante, spesso annichilente.

All’evidenza è un mondo ben cupo e sinistro quello di Le Fanu, costellato di case maledette e infestate, tormentato da vendette oltre la morte e anime in pena; all’apparenza il riflesso letterario dell’angoscia interiore dell’autore che, privato della vicinanza dell’amata sorella, morta improvvisamente nel 1841, e della moglie, venuta a mancare a seguito di una grave malattia nel 1858, sarà spesso preda di autodistruttive crisi depressive.

Così non vi sarà più traccia di quell’ironia scaltra e sorniona propria de “Il Fantasma e il Conciaossa”, il primo racconto pubblicato da Le Fanu e apparso sul Dublin University Magazine nel numero di gennaio 1838.

Qui un medico viene curiosamente costretto alla veglia da uno spirito disceso dalla cornice di un quadro con l’unico fine di farsi curare una gamba dolorante. Sarà una insensata distrazione dello spirito, che scambia per liquore una bottiglia di acqua santa, a porre un inaspettato termine alla vicenda.

Torneranno variamente declinate e con i vari accenti le tematiche quivi già presenti e si avrà sempre cura del recupero della tradizione percepita come perfettamente compatibile con la risalente fede cristiana.

Ma i toni saranno ben diversi, perfettamente adeguati alla realtà descritta nei racconti: accanto alla luce, esiste un’ombra eterna innanzi alla quale la mente dello sprovveduto come quella del saggio non può che vacillare.

E’ il tema che Lovecraft porterà al suo parossismo: il disorientamento di chi vive il quotidiano e si trova improvvisamente di fronte all’irrazionale diverrà follia, l’orrore sovrannaturale acquisirà dimensione cosmica e la fragilità umana verrà spogliata anche dell’ultima difesa di una fede in una divinità salvifica.

Di fronte ad un avversario di tale natura, gli eroi romantici senza macchia e senza paura sono evidentemente ben più che inadeguati. E così nei racconti di Le Fanu i protagonisti sono prevalentemente uomini di cultura, equilibrati, saggi (esattamente come nelle opere di Lovecraft) e pienamente degni di fiducia (tali, per loro stessa natura, da conferire credibilità a storie immaginarie). Destinati tuttavia, una volta posti di fronte al sovrannaturale, a notevolmente trasformarsi.

Fra i personaggi di Le Fanu merita un particolare rilievo il dott. Hesselius: le storie riunite da Le Fanu nell’antologia “In a Glass Darkly” (tra le quali: “La Persecuzione”, “Il Patto col Diavolo”, “Il Giudice Harbottle”, “Carmilla”) prendono in effetti tutte l’avvio dalle ricerche di questo medico esoterista che, ponendosi di fronte all’apparentemente inspiegabile con spirito prettamente analitico, divide le implicazioni soprannaturali da quelle ordinarie, formulando ipotesi, comprovando teorie, arrestandosi solo là dove alla scienza non è consentito procedere oltre.

Come ricorda Gianni Pilo il dott. Hasselius diede origine “ad un vero e proprio topos nell’ambito della narrativa fantastica” e servì da modello in Inghilterra per il Carnacki di Hodgson, l’Antiquario di Montague Rhodes James e, soprattutto, per il John Silence di Algernon Blackwood. In America fu modello di figure popolarissime come il Dottor Jules de Grandin di Seabury Quinn.

A Le Fanu devono quindi in sintesi ritenersi inscindibilmente legati la nascita della figura dell’investigatore dell’occulto, l’approfondito sviluppo del tema della sopravvivenza nel contemporaneo degli antichi mali, nonché l’evoluzione e la compiuta costruzione del mito dei vampiri.

Non pare dunque certo errare l’editore Derleth (lo stesso di Lovecraft e fondatore, non a caso, della casa editrice Arkham House) quando, presentando Le Fanu (senza per il vero aver allora compiuto le pur doverose ed opportune ricerche in ambito critico-letterario), lo descrive come “l‘equivalente britannico di Poe, in quanto ha avuto un influsso determinante sugli autori successivi”.

E l’antologia qui brevemente commentata ne fornisce fulgidi esempi.

[La presente recensione è anche pubblicata su Terre Di Confine]