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I Racconti di Gamara: “L’Ombra del Mercante” (II parte)

31 agosto 2013

Demian barcollò, rapito dalla vertigine che diveniva ogni momento più forte, man mano che l’occhio, seguendo l’inusuale ritmo di rilievi, concavità e linee irregolari che plasmava la facciata dell’edificio, incontrava, senza apparente soluzione di continuità e preciso disegno, figure vagamente antropomorfe, simboli arcani e ornamenti vegetali…
…E poi arti deformi, corna oblunghe, volti distorti dal dolore e membra squassate.
Forse una strage perpetrata da orde demoniache.
Forse il supplizio delle vittime sacrificate a dei pagani.
Distolse lo sguardo.
Ma ovunque lo volgesse, ad attenderlo non vi erano che altre ombre, se possibile più buie di quelle prima vedute, che rinnovavano senza posa la minaccia di nuovi orrori che non poteva immaginare se non più angoscianti.
Eppure non si gettava a terra, né fuggiva dal vicolo; nemmeno chiudeva gli occhi.
Fin quando d’improvviso, senza ragione, la minaccia gli apparve promessa e la fuga divenne insaziabile ricerca.
Quasi non osava guardare, ma voleva farlo.
E ogni volta che l’ombra assumeva nuove immonde forme, il suo sguardo si ritrovava ad indugiarvi, fin quando, del demone che si svelava, non aveva colto ogni turpe deformità, ogni sproporzione, ogni lineamento alieno; dell’atroce tormento, ogni gratuita sofferenza, ogni strazio, ogni muto lamento.
Riusciva ad allontanarsi dalla contemplazione solo quando veniva distratto da un improvviso movimento sospetto che non aveva ragion d’essere, da una forma che sembrava essersi fatta più vicina o più grande, da una massa che minacciava una ben prossima rovina.
Oppure, più spesso, da un’ombra più nera che non aveva prima notato.
Si sorprese di constatare che, per quanto disturbante fosse quanto andava mostrandosi e per quanto si sentisse spaventato e stanco, in misura decisamente maggiore era… affamato. Di orrore.
E di dolore.
Solo si rammaricava di non poter vedere di più.

buio grata

Non dubitava infatti che anche oltre il limite del suo sguardo, là dove neppure in minima parte giungeva la luce che l’ancella aveva lasciato accesa, egualmente bestie immonde e demoni affollassero i cornicioni, si avvinghiassero agli stipiti e ai davanzali delle finestre, protendessero artigli oblunghi e sgraziati busti fuori da alcove buie e nicchie profonde, dando prosecuzione al medesimo incoerente e folle ritmo.
Perché unica e tragicamente chiara doveva essere l’allucinata e perversa ispirazione che aveva costituito il progetto ardito e folle dell’Architetto di quell’edificio.
Tanto da arrivare persino a deformarne la stessa struttura, le fughe, le linee, gli spazi della facciata che pareva valicare i propri limiti e stendersi oltre il logicamente lecito.
Poi un nuovo lampo.
E solo allora, non prima, Demien riconobbe davvero l’incubo di una mente devastata.
Gli incroci bestiali erano forse eco di miti fanciulleschi, benché trasfigurati nel delirio di un età matura, e così le forme avizzite e sterili di piante morte, poco più che la riproposizione di studi rivisitati e reinterpretati nell’aridità di una anima che non conosce speranza.
Ma la congerie immonda che il lampo mostrò ai suoi occhi…quella no: non poteva essere semplice estro creativo, seppure deviato, né stanco ritorno; non poteva essere il frutto di una mente che seguiva ancora una logica ed una estetica; non poteva essere…l’opera di un uomo!
No!
Era delirio.
Era follia.
L’occhio smise di vagare.
E rimase imprigionato.
Per l’eternità del lampo.
La mente di Demien, per tutta la vita.
EleinEleinEleinEleinEleinElein…
Feti ciechi che dilaniavano le carni delle proprie madri nutrendosi dei loro corpi martoriati; donne che si trafiggevano l’utero, per tentare di uccidere gli abomini dei quali erano gravide; fanciulli che soffocavano bevendo da seni deformi e purulenti, altri che inutilmente si dibattevano mentre venivano inchiodati a strani troni sormontati da soli incandescenti che ne liquefacevano le carni… E bambini, che non erano bambini, con bocche che sembravano cicatrici là dove avrebbe dovuto trovarsi il naso e che si aprivano in senso longitudinale rispetto al viso; e altri imprigionati in una lastra ondulata che sembrava un lago, ma era verticale rispetto al terreno; donne che bruciavano vive in sale immense, mentre i loro mariti erano infilzati con nere lance conficcate nei sovrastanti soffitti.
Solo per breve attimo Demien si interrogò su come fosse possibile che tali dettagli fossero visibili e riconoscibili nei fregi e nelle sculture che aveva di fronte; solo per breve attimo dubitò della verità di quanto vedeva.
E intanto continuava a piovere.
E l’acqua, in rivoli rapidi e improvvisi zampilli, scivolava sulle linee contorte, negli avvallamenti, seguendo convessità e fregi, quasi che ogni cosa in quell’edificio piangesse per la propria miserevole natura.
Ma non c’era solo profondo dolore e ineguagliabile strazio.
Le deformità d’incubo, che Demian vedeva, comunicavano al contempo odio sempiterno e incontenibile ira.
E allora Demien comprese di essere tra anime a sé eguali.
– Non mi serve più la luce, ancella! – urlò alla notte: – Spegni pure, se devi: non subirò alcun male, qui. Poichè non vi sono demoni, ma giusti che io non ho tormentato! –
Ma l’ancella non rispose.
E la Luce non si spense.
Demien si voltò verso la porta che non lo aveva accolto.
Chiusa. Nella luce.
– E non ho bisogno di entrare nel palazzo che custodisci. Dillo alla Tua signora. – gridò ancora.
E incominciò a ridere.
– Fai finta di non sentire ancella? O hai paura di me?! –
L’uscio non si schiuse né l’ancella o altri rispose.
– Non mi serve il tuo aiuto. Lo sapevi vero? Nessuno mi giudica qui. Io sono tra amici. –
E si voltò di nuovo verso l’incubo per saziarsi dell’immonda sua natura.
Ma l’attenzione fu attirata esclusivamente dalla porta.
La porta che prima non c’era e che ora invece aveva innanzi.
Aperta.
Nell’oblio.

[ fine seconda parte ]

Luca Germano

[Leggi il seguito]

[Leggi la prima parte]

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2 commenti

  1. […] tamen quasi sint « I Racconti di Gamara: “L’uomo che cuciva anime” I Racconti di Gamara: “L’Ombra del Mercante” (II parte) […]


  2. […] Efficiunt daemones ut quae non sunt, sic tamen quasi sint « I Racconti di Gamara: “L’Ombra del Mercante” (II parte) […]



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