Archive for settembre 2013

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Il Ritorno di Sandy Petersen: Cthulhu Wars

18 settembre 2013

Pensi a Cthulhu (chi non lo fa almeno una volta al giorno) e ti viene in mente….

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AH! Ecco… No: non propriamente questo Cthulhu. Diciamo piuttosto questo…

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E inevitabilmente ripensi a quel Sandy Petersen che hai conosciuto di persona qualche tempo fa in Italia, a Lucca, e al quale hai fatto autografare un manuale de “Il Richiamo di Cthulhu” di circa 20 anni prima….

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Cerchi su internet…ed eccoti servito!

Un nuovo IMPERDIBILE GIOCO! Eccovene la presentazione:

Il gioco è del 2013 e, personalmente, non ho ancora avuto l’occasione di provarlo.

La meccanica sembra semplice; il gioco stesso sembra prendere le mosse dal noto Chaos in the old world della Fantasy Flight: si creano punti potere con i quali si evocano mostri, si muovono mostri, si fanno combattere mostri….e sì, si evocano portali, lanciano incantesimi e, soprattutto, si evocano Grandi Antichi!!!

La particolarità risiede nel fatto che, in questo caso, non si vestono i ruoli dei simpatici dei del Chaos di WarHammer, ma si combatte per una delle ridenti fazioni dell’orrorifico immaginario Lovecraftiano. Con tutto il suo lieto corredo di tentacoli.

Ogni giocatore ha una propria fazione, con mostri specifici, incantesimi specifici, abilità specifiche…e specifico Grande Antico.

Ecco la fazione di Cthulhu:

Notare la grandezza della mappa e, soprattutto, delle “miniature”.

Ma, ovviamente, per una recensione bisogna attendere.

Intanto qui trovate molte informazioni utili e, addirittura, le regole di gioco da scaricare:

Kickstarter

A presto!

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I Racconti di Gamara: “Un uomo buono si perdona sino a sette volte”

16 settembre 2013

Più Satrian guardava l’uomo inginocchiato ai suoi piedi, più il suo cuore si allargava, anche se anni di devoto sacerdozio lo avevano oramai abituato alle lacrime, alle suppliche e alle richieste di perdono: purtroppo non avrebbe potuto negare di essersi oramai stancato di quelle manifestazioni tanto ostentate di dolore.
Benché Satrian fosse un Giusto, sapeva infatti che molto spesso le persone, anche i suoi fedeli, non lo erano: troppo spesso le richieste di perdono erano state dettate dalla paura della punizione, piuttosto che dalla sofferenza interiore per il peccato commesso.
Talché, laddove non si fosse dato seguito alla condanna emessa, ci sarebbe stata una colpa in più, piuttosto che un reale ravvedimento.
Ma in questo caso…
Satrian guardò oltre le spalle dell’uomo: il corpo nudo della sua giovane figlia giaceva immobile, in una pozza scura che andava allargandosi, la lucente lama ancora piantata nel petto, dritta nel cuore.
La ragazzina non aveva sofferto.
– Vi prego…. Vi prego. Abbiate pietà di me. – supplicava tra i singhiozzi.
Satrian era indeciso, come ben di rado accadeva.
Quel pentimento sembrava così sincero…
– Mareb, guardami. – comandò.
– Non posso, mi vergogno tanto… –
– Guardami – comandò con voce più ferma.
Asciugandosi il volto con le mani, il supplice cercò di rendersi degno dello sguardo di Satrain. Ma non fece altro che spargere il sangue della figlia sulle guance e il mento.
L’orrida maschera del colpevole.
Poi guardò verso Satrian, mentre il suo corpo continuava ad essere percorso da spasmi incontrollabili.
– Negli occhi, Mareb. Guardami negli occhi. –
Tra le fila di adepti e sacerdoti, si diffuse un palpabile disagio e si levarono infiniti sussurri e superstiziose giaculatorie.
– Non posso! Vi contaminerei! Non posso! La Carne proibisce…-
E dicendo questo Merab si ritrasse, facendosi, se possibile, ancor più piccolo ed indifeso.
Satrian ne ebbe compassione.
– Guardami – comandò ancora, per l’ultima volta.
E Mareb ubbidì.
L’incontro di sguardi fu breve. Ma fu sufficiente per Satrian: ogni indugio fu immediatamente fugato.
Sincero. Quest’uomo è sincero. Il suo pentimento reale.
Mareb è un uomo buono.

Rivolgendosi ai suoi fedeli, tutti ora in assoluto silenzio, Satrian decretò: – La colpa è mondata. –
Poi fece cenno a Mareb di alzarsi: – La Carne riconosce la tua debolezza. E la perdona. Tu sei un giusto. Non ti è preclusa la via della redenzione. –
Mareb riprese a piangere. Cercò di alzarsi. Ma le gambe cedettero.

Cripta-ArcFotNaz

Compresa la sua reale difficoltà, Satrian fece segno a due neofiti di prestargli aiuto.
Questi, quasi sollevandolo di peso, condussero il supplice all’arcata meridionale, da dove avrebbero raggiunto la cripta superiore e dove Merab, neofita come loro, avrebbe potuto lavarsi del sangue della figlia e poi rivestirsi.
Satrian sospirò.
La morte della giovane era frutto di un grave peccato. Ma la morte anche di Mareb non vi avrebbe posto rimedio: sarebbe stata intollerabile. Due Carni perdute in un giorno solo… sarebbe stato davvero troppo.
La cosa Giusta è stata fatta.
Nella raggiunta certezza, Satrian si allontanò, consapevole degli sguardi malevoli del suo Secondo Prescelto che evidentemente non aveva condiviso la sua decisione, forse scandalizzato da quel comando che aveva consentito ad un neofita di guardare il Celebrante negli occhi.
Era un problema.
Avrebbe dovuto occuparsene.
Un improvviso vociare lo costrinse tuttavia ad abbandonare quegli scuri pensieri…
– E’ viva! E’ ancora viva! –
L’eccitazione pervase la navata centrale del Tempio della Carne.
Satrian si voltò verso la fanciulla.
E il suo cuore si allargò ancora…
– La Carne ci benedisce! – esclamò con gioia.
La cosa Giusta è stata fatta.
E la Carne ce ne offre ricompensa.

La giovane respirava.
Tossì. Emise un lungo lamento.
Si mosse. Ma il dolore la bloccò a terra.
Si guardò il petto. E vide la lama che la trafiggeva.
Urlò. Ma emise solo un altro rantolo.
Sconvolta, cercò aiuto.
I suoi occhi incontrarono però solo volti sconosciuti.
Decine di persone, nude sotto i mantelli bianchi, uomini e donne, che continuavano a guardarla. Senza osare muoversi.
Alcuni però presero a sorridere.
E qualcosa, illuminato dai fuochi rituali, parve accendersi in quelle bocche immonde.
Non avevano normali denti, ma zanne di metallo.
La giovane cercò di urlare ancora.
Ma non vi riuscì: del resto, sarebbe stato totalmente inutile. Quanto avveniva in quella cripta, cinque piani sotto il suolo, era noto solo agli adepti del Tempio della Carne. E ai suoi protettori nelle sfere più alte di Gamara. Nessuno l’avrebbe udita, nessuno sarebbe venuto a soccorrerla.
Il gesto empio del padre, che invece di infliggerle la Prima Ferita che avrebbe iniziato il Banchetto, aveva, in un ultimo ripensamento, deciso di ucciderla liberandola dal supplizio di venir divorata viva, come i precetti della Carne comandavano, aveva mancato di precisione e convinzione. La lama aveva leso gravemente un polmone, ma non aveva trafitto il cuore.
Così Marialena fu cosciente quando il Celebrante diede il comando.
Fu cosciente quando trenta, tra uomini e donne, giovani e vecchi, le si avventarono addosso, i mantelli bianchi, candidissimi, come era stato quello di suo padre, prima di accoltellarla.
Tutti preda della fame, la Fame della Carne.
E fu cosciente quando i primi morsi la raggiunsero. Sentì il metallo penetrare la sua pelle, i suoi muscoli, fino alle ossa. E sentì la propria vita fluire via, nel suo sangue, del quale tutti bevvero.
Anche il Secondo Prescelto, al quale il Celebrante concesse il cuore della vittima.
Un lampo di riconoscenza nei suoi occhi. E la promessa, muta, che per quel giorno almeno, nulla di grave sarebbe accaduto nell’ordine.
Per questo il Banchetto fu gradito anche al Celebrante, che non vi partecipò.
Guardò in silenzio. Ammirato. Felice per la gioia dei suoi fedeli che vedeva nutrirsi a sazietà.
Di Carne viva.
Se il gesto di Mareb avesse raggiunto il suo scopo, ora tutti avrebbero dovuto nutrirsi di quel corpo solo una volta che fosse stato lavato e purificato dal fuoco.
Invece, mentre la vita vi fluiva ancora, la Carne era sacra e benedetta. E tutti i fedeli ne avrebbero potuto gioire.
Quanta gioia aveva condotto a quel tempio la saggezza di lasciare in vita un uomo buono!
Satrian sorrise felice.

Qualche ora dopo, il Secondo Prescelto si avvicinò a Satrian, umilmente, il sangue della giovane che ancora rendeva lucido il suo corpo perfetto.
Satrian lo osservò con ammirazione ed eccitazione crescente.
Onorando la Carne.
– Avevate ragione a voler lasciare vivo Mareb. La Carne ci ha ricompensato. –
– La Carne non mente.-
– Ma se dovesse fallire di nuovo? Se alla prossima celebrazione di nuovo si riutasse di infliggere la prima ferita e di mordere il frutto della sua Carne? –
– La Carne dice di perdonare. –
– Ma non specifica quante volte. –
– Quanti figli ha ancora Mareb? – chiese quasi distrattamente.
– Sette. Compreso quello di cui è incinta sua moglie. –
– Allora sono disposto a perdonarlo ancora sette volte. –

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I Racconti di Gamara: “L’Ombra del Mercante” (III parte)

12 settembre 2013

Un gradino.
E poi un altro ancora.
Una lenta discesa. Mentre, intorno, la luce di una fiaccola coglie forme annerite, i cui contorni sembrano danzare nelle alcove delle pareti.
Statue. Antichi monumenti.
Ma paiono morti che si destano dalle loro nere cripte.
Un gradino. E ancora un passo.
Laggiù qualcosa attende…

…Poi la luce.
Oltre le palpebre chiuse.
E, lontano, il suono di una campana.
Quanti rintocchi?
Aprì gli occhi.
La luce filtrava oltre gli scuri delle finestre. Il sole era già alto.
Come aveva fatto a dormire così a lungo?
Fuori, le tante voci di uomini e donne rivelavano che Gamara era già ben desta.
Si alzò, ma senza avvertire alcuna reale urgenza, nonostante l’ora: era strano, ma in fondo piacevole.
Era abituato a lavorare fino a tardi e a destarsi con le prime luci dell’alba. Ogni giorno dell’anno. Quali che fossero le condizioni del tempo.
Del resto, il suo lavoro non prevedeva la necessità di sortite all’esterno.
A lui bastavano i suoi libri, qualche foglio di carta, meglio ancora se di preziosa pergamena, inchiostri e penne. Erano gli altri a cercarlo e a compiere per lui tutte quelle attività che avrebbero richiesto incontri, lunghi dialoghi, estenuanti contrattazioni…e pagamenti.
Sebbene un poco intontito, i ricordi del sogno appena lasciato che andavano sbiadendo rapidamente,
Demien si alzò; nudo, raggiunse la finestra, aprì in parte gli scuri e per qualche momento studiò la sottostante strada: alcuni volti noti, una moltitudine di sconosciuti. Eppure sembravano libri aperti, davanti ai suoi occhi, le loro storie così profondamente incise nel loro modo di muoversi, atteggiarsi e rapportarsi con il mondo, da essere tanto facilmente leggibili, quanto prive di reale importanza. Ecco i garzoni delle varie botteghe artigiane indaffarati a cercare di soddisfare le impossibili richieste dei loro padroni; le guardie cittadine che si facevano pagare un extra dai mercanti della via per la loro protezione e che la notte avrebbero esatto dai ladri la loro quota concordata sulla refurtiva; le madri di famiglia che conducevano le loro figlie più giovani dal ricco signore in fondo alla via al fine dichiarato di farle prendere a servizio come sguattere nella sua casa, ma nutrendo l’inconfessabile speranza che almeno quelle vergini stuzzicassero prima e soddisfacessero poi i suoi più reconditi e perversi appetiti in modo da incassare laute ricompense.
Demian sorrise.
Storie già lette.
Storie poco interessanti.

finestra buia
Abbandonò il proprio studio, già divenuto tedioso, e riportò il suo sguardo all’interno della stanza.
Lì vide gli abiti del giorno prima, fradici e sporchi, abbandonati sull’assito del pavimento.
Per qualche momento li osservò come se appartenessero ad un’altra persona: non sarebbe mai stato tanto sbadato e distratto da lasciarli in quelle condizioni. Poi però ne riconobbe il tessuto e il valore. Ricordò dove e a che prezzo li aveva comprati.
Cercò ugualmente di convincersi che l’ansia e l’allarme che andavano comunicandogli erano solo impressioni, probabilmente conseguenza di qualche bicchiere di troppo bevuto la notte precedente.
Poi vide gli strappi.
E le macchie scure.
E il cuore mancò un battito.
EleinEleinEleinElein
Alzò lo sguardo.
E si ritrovò davanti uno sconosciuto.
Sussultò.
Lunghi capelli neri, sciolti fino alle spalle, che non riuscivano a nascondere l’ovale sgraziato del volto di un colorito insano.
Occhi scuri, cerchiati ed incavati, come pozzi infetti.
Braccia troppo esili.
E spalle cadenti, di diseguale altezza.
L’odiosa gobba…
EleinEleinEleinElein
– Non sono così! Non sono più così! –
Si scagliò in avanti.
Ma inciampò negli abiti lasciati a terra.
E cadde bocconi, davanti allo specchio.
Il maledetto specchio che aveva lasciato scoperto.
Era…patetico.
Iniziò a piangere.
– Non è successo. Non è mai successo… –
Istintivamente si guardò il palmo delle mani.
Sporchi.
Di terra….e di…fuliggine?
Ma non di sangue.
Calma.
Pioveva. Molto forte. Ed era buio.
– Sì. Pioveva. –
Nessuno poteva aver sentito o visto qualcosa.
Certo non avrebbero mai potuto riconoscerlo.
EleinEleinEleinElein
Si rialzò.
Sedette sui talloni per qualche momento.
Poi si avvicinò di nuovo alla finestra, pensando di aprirla per prendere un po’ d’aria.
Ma cambiò idea: qualcuno avrebbe potuto accorgersi della sua presenza. Tornò al letto, senza coricarvisi, fissandone, inorridito, le lenzuola macchiate. Andò alla scrivania, ingombra di carte, ma non si sedette, incapace di rimanere fermo.
Nervoso, all’erta, come la sua mente, che valutava ipotesi, scartava vie d’uscite, analizzava altre soluzioni. Ancora annebbiata dalla speranza che si fosse trattato solo di un sogno.
Ma gli abiti erano sempre là, al centro della stanza,in un mucchio scomposto, i ricchi ornamenti e la preziosa stoffa rovinati.
Aveva speso in quegli abiti ben più di quanto fosse ragionevole fare. Ma gli accorgimenti di Namart, il miglior sarto di quella parte di Gamara, gli erano indispensabili.
Quando li indossava la gobba spariva e la sua figura guadagnava altezza, eleganza ed equilibrio.
Insieme alle scarpe, che cancellavano la diversa lunghezza delle gambe, lo trasformavano in un uomo distinto che tutti avrebbero creduto di nobili origini, anche se nel suo sangue non scorreva una sola goccia di nobiltà.
Del resto erano pochi anche nella ristretta cerchia degli Antichi Nobili dell’Aquila a potersi permettere gli abiti di Namart.
Quello che contava davvero erano i soldi. E a Demien non facevano certo difetto.
Ora però rischiava di perdere anche quello.
Tutto.
Calma.
Non c’erano testimoni.
Come potevano arrivare a lui?

[fine terza parte]

Luca Germano

[Leggi la seconda parte]