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I Racconti di Gamara: “L’Ombra del Mercante” (IV Parte)

22 ottobre 2013

Divorato dall’inquietudine che di momento in momento cresceva in intensità, si avvicinò di nuovo agli abiti, studiandone gli strappi: possibile che tra le mani di lei ne fosse rimasto qualche frammento? Possibile che qualcuno ricordasse di averlo visto indossare quei tessuti tanto ricercati? Aveva incontrato qualcuno mentre rientrava a casa, in quello stato?

Era sicuro che non ci fossero stati testimoni laggiù, con Elein…ma il ritorno a casa era avvolto nell’oblio.

I bottoni.

Quei preziosi, dannati bottoni.

Ne mancavano due.

EleinEleinEleinEleinElein

– Non ti è bastato strapparmi il cuore, maledetta?! – Urlò alla stanza vuota – Ora vuoi portarmi nella tomba con te?! –

Iniziò a piangere.

Non avrebbe dovuto finire così.

Era per lei che aveva fatto tutto.

Tutto.

Da quando quel giorno, tanti anni prima, l’aveva vista, ancora fanciulla, petalo che il vento del destino aveva trasportato in una terra disfatta e morente.

Il cocchiere della sua carrozza aveva imboccato una via sbagliata e, invece di raggiungere l’elegante maniero del padre, l’aveva condotta davanti alla conceria dove lavorava Demien. Uno sguattero tra tanti altri.

Peggio: un servo.

Non ci sarebbe mai stata libertà per lui. Né denaro. Né proprietà. E per questo aveva iniziato a rubare. Per mettere da parte qualcosa per sé stesso. Per quando il suo padrone si fosse stancato di lui. O le forze, già poche in quel corpo macilento e sgraziato, lo avessero abbandonato del tutto. Ma girava poco denaro nella conceria, almeno per quanto fino ad allora gli era dato sapere. E ancor meno nel lugubre tugurio dove dormiva, per poche ore, a notte fonda. Aveva messo da parte troppo poco. E correva ogni giorno il rischio che anche quel poco gli fosse rubato, da un disgraziato come lui o da qualche tagliagole, per fame o per tedio.

Non ce la avrebbe mai fatta.

Sarebbe morto lavorando, per un uomo infido che non avrebbe mai riconosciuto il suo sacrificio e si sarebbe disfatto di lui come di uno scarto di lavorazione.

Demien lo sapeva. Lo sapeva bene.

Ma fino a quel giorno la consapevolezza non aveva allontanato la rassegnazione.

Fino a quel giorno.

Quando la vide, su quella carrozza smarrita.

Gli occhi bellissimi, di un verde intenso e profondo, come il mare che di tanto in tanto gli capitava di sognare. Anche se, il mare, lui non lo aveva mai visto.

Quel giorno Elein incrociò il suo sguardo.

E per lui tutto cambiò.

Il mondo non finiva nella conceria.

C’era dell’altro oltre gli odori penetranti e nauseabondi, oltre i topi, le carcasse, i liquami. E quel qualcosa, di cui quella giovane era forse solo una parte, era splendido, più di quanto avesse osato immaginare.

Demien vide allora oltre i confine della propria vita, oltre l’incubo che quotidianamente viveva. E incominciò a sperare. E a quella speranza si avvinghiò come un naufrago ad un relitto galleggiante. Disperatamente e con ogni sua forza.

Al limite dell’umano. Al limite della ragione.

Sino all’ossessione.

Così nacque l’amore per quella che avrebbe scoperto poi chiamarsi Elein.

Così quel giorno nacque il nuovo Demien.

Quello che avrebbe finalmente abbandonato la conceria e sarebbe divenuto padrone della propria vita.

Elein lasciò quel luogo dannato dopo pochi momenti, non appena il cocchiere riuscì a imboccare un’altra via.

A Demien occorsero anni.

Ma non dimenticò mai.

Il viso di lei.

E li stemmi sulla sua carrozza.

Di una delle casate più in vista e potenti di Gamara.

Quella cui anche il Connestabile apparteneva.

Così come molti anni dopo, ricordava ancora bene le mille privazioni e le sofferenze indicibili che aveva patito in quel luogo.

Da solo.

Senza un aiuto, un sostegno, anche solo una parola di conforto.

Perché persino gli altri servi lo canzonavano per le sue diformità e si approfittavano di lui: “Vieni gobbo!” urlavano “lava le mie piaghe, gobbo!”, comandavano. E lui ubbidiva, troppo debole per opporsi, troppo codardo per reagire.

E così, dopo l’estanuante giorno di lavoro, quando ogni fibra del suo corpo era straziata dal dolore e ogni movimento era una pena, era costretto a spalmare unguenti, applicare cataplasmi, cambiare bendaggi, lenendo le ferite altrui, di rado curandole, sempre esacerbando le proprie.

Così ogni notte era un tormento e ogni giorno lo coglieva più esausto del precedente.

Ancora non riusciva a comprendere come fosse sopravvissuto, come avesse fatto a resistere, a non morire schiacciato sotto qualche cassa, asfissiato dalle esalazioni, bruciato dalle fiamme e dagli acidi.

Specie perché alla stanchezza, si aggiungeva il sopruso: toccavano a lui i lavori più pericolosi, i compiti più ingrati: “Vieni qui, gobbo! Pulisci questi secchi, gobbo! Lava la stalla, gobbo!”.

E il gobbo ubbidiva.

Servo dei servi.

Senza sosta. Senza riposo.

Nella conceria a trasportare, issare, mescolare, trascinare.

Nello studio del padrone a rassettare, pulire, lavare.

A volte ponendo un piedi innanzi all’altro senza sapere la meta, stordito e disorientato; quasi sempre digiugno da diverse ore o disidratato.

Mentre i veleni entravano nel suo corpo, attraverso il respiro, attraverso le ferite aperte.

Eppure lui resisteva.

Gli altri servi morivano.

E lui rimaneva in piedi.

E quando era sufficientemente lucido e vigile ascoltava.

I dialoghi oltre le porte chiuse, le frasi dei guardiani che non badavano mai a lui, i sussurri oltre gli angoli, le liti nelle cantine.

E rifletteva.

Fin quando i tanti frammenti colti non riuscirono a formare un disegno complesso.

Intanto rubava. Con discrezione.

Mai troppo, spesso troppo poco.

E accumulava. Anche se era difficile nascondere il denaro a quella folla immonda che riposava con lui. Anche se era stato tanto furbo da creare più nascondigli e di non condividere mai con nessuno i suoi segreti.

E poi comprava.

Ma nulla di materiale: no.

Le merci di cui faceva incetta erano informazioni. E silenzio.

pergamena e penna

E negli anni ne divenne ricco.

Fin quando tutto fu come lui aveva sperato.

E le porte di Gamara gli si aprirono innanzi.

Perché, come ogni mercante, sapeva che le merci avrebbero acquisito sempre maggior valore se conservate con cura e vendute al momento e alle persone giuste.

E anche ora erano molteplici i suoi clienti.

E ancor di più le mercanzie che conservava: avrebbe impiegato ore a contare le guardie e i giudici al suo soldo. E non avrebbe avuto difficoltà a pagare giurie e avvocati.

Demien se ne convinse presto: non sarebbero stati due bottoni a distruggergli la vita.

Poteva mettere a posto ogni cosa, se la necessità si fosse presentata.

Raccolse gli abiti e gli depose con cura nell’armadio.

Piuttosto era forse il caso di riscuotere qualche debito, come sempre faceva, senza far nascere dubbio in alcuno, foss’anche su una sua momentanea debolezza. Ma soprattutto era il caso di rammentare ad altri che le scadenza non sarebbero state prorogate e che presto sarebbe venuto il momento di onorare i propri debiti.

Raggiunse la scrivania.

Tenerli sulla corda. Non lasciarli mai tranquilli.

Sempre ricordare, mai far dimenticare.

E si mise a scrivere.

[FIne parte quarta]

[Leggi la parte terza]

[Leggi dall’inizio]

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