h1

I Racconti di Gamara: “Fillin di Gamara”

10 febbraio 2014

Quella mattina Fillin si era alzata di buon umore e, fino a quel momento almeno, nessuno era riuscito a rovinare l’idillio: la stanza aveva la giusta temperatura; l’aria profumava di un’essenza esotica, leggera e gradevole; la sottostante strada era adeguatamente silenziosa come si conveniva alle prime ore di veglia. Ne aveva dedotto che le donne di servizio, una volta tanto, avevano riattizzato i fuochi in orario, senza insopportabili ritardi; che le cameriere si erano preoccupate del ricambio dell’aria e della corretta distribuzione degli aromi negli ambienti prima che lei si coricasse; e che le sue guardie avevano diligentemente tenuto lontano dal palazzo mendicanti, preti e saltimbanchi.

Tutto perfetto. Anche la luce del sole che, filtrando dalle tende, non troppo fioca da impedire di riconoscere i mobili e i vasi ai quali era più affezionata, non troppo intensa da costringerla alla veglia ad un’ora che lei non avesse ritenuto conveniente per una donna del suo livello sociale, disvelava che la pioggia doveva aver finalmente deciso di concedere una tregua a Gamara.

Si era goduta il tepore delle coperte,  la carezza lieve della seta purissima sulla pelle, la comodità dei due guanciali; poi, con calma, nella disposizione d’animo di concedere il perdono almeno a quelle ancelle che si fossero macchiate solo di veniali colpe, aveva tirato due delle sette corde che aveva accanto alla testata del letto facendo trillare lontani campanelli, perché le designate venissero a lavarla, vestirla, pettinarla.

Anche in quell’occasione non aveva avuto necessità di fare appello alla propria pazienza e alla propria personalissima capacità di sopportazione: le ragazzine (una bionda, una bruna e una castana, come era d’uso) erano accorse tempestivamente ed erano state attente, premurose, diligenti, capaci, delicate; si era piacevolmente sorpresa di quanto era stata abile ad insegnare loro il corretto modo di comportarsi e di prestare servizio alle sue dipendenze. Contrariamente al solito non aveva dovuto redarguire con lo sguardo, rimproverare con una delle sue tanto note ramanzine o battere le mani per chiamare in aiuto una delle ancelle più anziane.

Alla fine, specchiandosi serena, aveva esaminato il risultato di tanta dedizione non rimanendone delusa: il vestito era perfetto, senza pieghe o sgualciture; il trucco era leggero, come piaceva a lei, con gli accenti appropriatamente distribuiti su occhi e  labbra; i capelli poi… erano semplicemente perfetti. Anche se questo, ovviamente, senza false modestie, non dipendeva dalle attenzioni riservatele delle sue ancelle, ma della lucentezza e morbidezza che la natura aveva conferito alla sua fluentechioma.

camera da letto 700

Aveva quasi sospirato deliziata.

Quasi.

Perché tutto fosse perfetto, mancava ancora lei, la sua cucciola.

– Fate entrare Zucchero! – ordinò allora, sorprendendosi lei stessa dell’urgenza che distintamente aveva avvertito in quelle parole.

Con solerzia, la ragazzina castana – non si era mai sforzata di ricordare il nome delle sue ancelle, benché fossero le uniche, tra le serve al suo servizio, ad aver ricevuto il sommo privilegio di poter accudire il suo corpo perfetto – corse alla porta del corridoio interno, come se fino a quel momento non avesse atteso altro ordine. Come le era stato insegnato, aprì la porta senza avvicinarsi alla Cucciola della padrona e si scostò di lato, rabbrividendo al freddo che penetrò nella stanza e istintivamente stringendosi nelle proprie braccia.

Zucchero non parve sulle prime accorgersi di nulla: rimase accoccolata sull’uscio,  tutta rattrappita e tremante, là dove per tutta la notte aveva probabilmente sfruttato il poco calore filtrato dalla porta. Tanto che la stessa Fillin iniziò a temere che la punizione inflitta fosse stata troppo severa. Sapeva infatti quanto poteva essere fredda quella casa, per quanto numerosi fossero i camini e pesanti i tendaggi alle finestre; comunque vi sarebbero state stanze che il sole e i focolari non sarebbero riusciti a liberare da umidità e freddo, e corridoi nei quali le gelide correnti dei venti rabbiosi che spesso battevano Gamara avrebbero sempre trovato il modo di infiltrarsi.

E il corridoio di servizio che portava alla sua stanza era forse uno dei peggiori.

Tuttavia la legge non ammetteva eccezioni: Zucchero non si era comportata bene, facendole fare una gran brutta figura prima con i suoi ospiti e poi con il medico. E una punizione, per quanto severa, come quella di lasciarla quasi all’addiaccio, senza il suo cappottino e lontana dalla sua cuccia, era stata senza dubbio necessaria. .

Poi però Zucchero si alzò, sebbene su zampe malferme, e guardò nella sua direzione, con occhi imploranti.

E Fillin ebbe un tuffo al cuore: era evidente quanto Zucchero anelasse il tepore rassicurante della camera da letto della padrona, eppure rimaneva fuori, non osando fare neppure un passo, finché non le fosse stato concesso il perdono.

Fillin sospirò, teatralmente: l’esempio, l’educazione e il rigore erano importanti nella vita e il dimostrarsi inflessibile nei confronti degli inferiori – così come degli amati animaletti da compagnia e- ra imprescindibile.  Mai contraddizioni negli insegnamenti, mai cedimenti nella disciplina, mai trattamenti di favore. In fondo, lo faceva per il loro stesso bene. Era tuttavia anche opportuno che tutti coloro che vivevano sotto il suo tetto avessero ben chiaro che ogni punizione irrogata, ogni privazione alla quale erano sottoposti, dipendeva dalla loro inettitudine e non dal suo capriccio. Fillin era infatti una donna giusta e buona, che sapeva anche dimostrarsi compassionevole, ricorrendone i presupposti: un sincero pentimento e l’impegno reale a non arrecarle più offesa.

Così, dopo qualche momento di assoluto silenzio in cui finse di star ancora valutando una scelta che aveva invece già ben compiuto, Fillin, chianatasi in avanti, battute due volte le mani, chiamò la sua Cucciola:  – Zucchero! Vieni! Su. Cosa fai ancora lì? Entra! –

La piccina, come improvvisamente rianimata, le corse incontro, ancora tremante e Fillin si ritrovò ad abbracciarla, sentendosi in pace: era davvero una buona padrona, per Zucchero, come per tutti gli inferiori che ospitava in casa.

Del resto non poteva certo permettere che la sua cucciola morisse assiderata, dopo gli anni che aveva dedicato al suo addestramento.

Una delle ancelle, quella bionda,  prese a piangere sommessamente, all’evidenza commossa: si era portata una mano alla bocca, si era voltata di lato, ma non poteva ingannare Fillin, anche se quest’ultima poteva scorgerla solo con la coda dell’occhio.

Non importava: anche se quel contegno non si addiceva ad una delle sue ancelle, quella volta avrebbe lasciato correre.

E, seppure si era imposta di non farlo, sorrise, con una leggerezza nel cuore che di rado sentiva: – Fatele fare un bagno caldo. – Osservò la sua cucciola dritta negli occhi, quasi attendendosi il segno che stesse realmente comprendendo quello che stava dicendo: – E datele poi qualcosa da mangiare. Qualcosa di buono. Come piace a lei.- L’ancella rossa corse al bagno di servizio a preparare la vasca riservata a Zucchero; quella bionda corse verso le cucine.

Fillin si rivolse poi alla ancella castana, rimasta accanto alla porta: – Ebbene? Tu cosa potresti fare? –

L’ancella rimase in silenzio.

-Ah già. Fammi controllare. – Fece segno a Zucchero di stendersi a pancia in su. La Cucciola ubbedì subito. Fillin storse il naso: – Mmmmm non ci siamo ancora. Tu! Mandami di nuovo il medico….quello là, il solito. La ferita mi pare ancora un pochino infiammata. Non vorrei che avesse una ricaduta. Dalla prima febbre si è rimessa…ma è stata così male…-

L’ancella castana imboccò il corridoio dileguandosi.

Fillin accarezzò Zucchero, confessandole il proprio disagio: – In effetti avrei dovuto pensarci prima. Sei qui da qualche anno. Mi ero proprio dimenticata che anche voi…diventate fertili. Forse mi sono arrabbiata troppo. Ma tutto quel sangue… In giro per la casa. Sai: non sta bene. Ma adesso…almeno non potrà più succedere. – Sospirò: se solo fosse stata più attenta, se solo si fosse ricordata di sterilizzarla prima! Non ci sarebbero stati problemi…e non ci sarebbe stata necessità di punizioni.

Ma oramai non si poteva tornare indietro.

– Vorrà dire che con le tue prossime sorelline starò più attenta, che dici? – chiese sorridendo, concedendole ancora qualche carezza. – In effetti è un po’ di tempo che non faccio visita alla cucciolata. Quanto? Due giorni? Tre? No, non così tanto. No. – Solleticò un poco Zucchero, che, uggiolando, parve gradire. – Alcuni di quei cuccioli sono stati un po’ disubbidienti, è vero, ma bisogna aver pazienza: impareranno –

Sempre di buon umore, determinata a condividere quello stato di grazia con il maggior numero possibile di creature al mondo, chiamò un’altra ancella, rossa di capelli, ordinò che la colazione le fosse preparata nel salone grande e che due guardie si facessero trovare pronte quando, alla fine del pasto, avesse deciso di raggiungere il Rifugio: – E poi sia chiaro: oggi non intendo ricevere visite. Da parte di nessuno. Nemmeno se sulla Soglia comparisse mio fratello. – L’ancella annuì, rispettosamente, e, assicuratasi di non poter far altro per la sua signora, guadagnò rapidamente l’uscita. Con un’urgenza che, per la verità, parve a Fillin eccessiva: in fondo non aveva ordinato nulla di insolito, né aveva preteso particolare celerità. Si strinse nella spalle: con tutta probabilità se la servitù fosse stata sempre così ubbidiente e premurosa le sue giornate sarebbero state diverse.

Lasciata Zucchero alla premurose cure delle ancelle, scese nel salone grande, dove assaporò una ricca colazione. Soddisfatta, e ancora di buon umore, ritenne opportuno impartire alla servitù tutte le direttive per la giornata.

Scrollò con forza il campanello posto accanto alla sua mano ed un gran numero di serve accorse in breve tempo nella sala.

Fillin riflettè per qualche attimo, ripassando mentalmente tutte le incombenze alle quali sarebbe stato opportuno provvedere quel giorno: stranamente, oltre a quelle che quotidianamente impegnavano sempre coloro che erano al suo servizio, come la pulizia delle stanze, la verifica delle dispense, la spesa e il riordino, non le sembrava vi fossero particolari urgenze alle quali far fronte.

Quindi, come spesso accadeva, decise di invertarne lei qualcuna.

Benché non avesse notizia dell’arrivo del fratello – né per la verità notizia alcuna al suo riguardo già da qualche tempo – ritenne opportuno che fossero correttamente allestite già quel giorno stesso, per il suo eventuale rientro, tutte le diciotto stanze di rappresentanza del primo piano e i suoi appartamenti privati.

In conseguenza, ordinò, senza concedere a nessuna delle serve presenti il dono pregiato di un suo sguardo, che tutto fosse ripulito e lavato con cura, che gli arredi e gli ornamenti fossero cambiati, in modo che negli appartamenti del fratello le tonalità dominanti fossero legno scuro, blu e oro (che lui adorava) e che nelle stanze di rappresentanza fossero preparate ceste di frutta e vassoi di pasticcini, in gran numero, nel caso in cui suo fratello avesse deciso di mostrare la loro casa ai suoi compagni di viaggio.

– …E preparate anche i bagni privati e la piscina, curate l’orto e riordinate le serre. Tutto deve essere splendente. –

Impartito l’ultimo ordine, come era stato loro insegnato, nessuna delle serve si mosse. Fillin assaporò l’assoluto silenzio per qualche momento.

Poi battè due volte le mani. E sempre in silenzio tutte le serve uscirono dalla grande sala, disponendosi in tre fila di sette ciascuna, il loro passo ordinato a scandire il tempo utile a raggiungere le loro svariate occupazioni.

Fillin battè quindi una volta ancora le mani e il suo maggiordomo di fiducia fu pronto alle sue spalle. Si alzò e la sedia fu spostata per consentirle i movimenti.

Contemplò la sala che avrebbe accolto più di duecento commensali, i grandi quadri e gli arazzi alle pareti, i cristalli, i preziosi marmi, i mobili intarsiati, i tappeti pregiati e annuì soddisfatta: stava davvero facendo un buon lavoro. Quando suo fratello fosse tornato sarebbe stato fiero di lei.

– Voglio visitare la cucciolata. –

Il maggiordomo si inchinò, le aprì la porta, e l’accompagnò lungo alcune delle sale di rappresentanza fino all’ingresso secondario del palazzo, in silenzio, pronto ad assecondare ogni richiesta che gli fosse stata rivolta, anche a riportarle tutte le notizie della notte e del mattino. Ma quella volta Fillin non ritenne opportuna nessuna notizia: da Gamara giungevano spesso voci che non le piacevano e quel giorno nulla avrebbe dovuto turbarla.

All’esterno, dove si sorprese di constatare che il sole era ben già alto e che, contrariamente a quanto aveva pensato, doveva essere già il primo pomeriggio, trovò ad attenderla come d’uso due guardie e ai loro piedi due ceste di polpette di pane, arricchite con spezie, ammorbidite con latte. Si assicurò che il contenuto delle due ceste apparisse identico, anche se in effetti non lo era proprio. Poi si avviò verso il Rifugio.

Come aveva temuto, dal tugurio nascosto nel cortile più stretto del palazzo proveniva un pessimo penetrante odore acido. Feci. Urina. Vomito.

Disgustata Fillin diede comunque ordine che la porta di metallo fosse aperta.

L’odore si fece ancora più forte. Le stesse guardie si portarono brandelli di tessuto al naso per cercare di resistere al fetore.

vicolo buio

– Qualcuno ha dato loro da mangiare? – chiese Fillin con voce stridula.

– No…. Mia signora. – rispose immediatamente una delle guardie, con evidente nervosismo.

– Allora come spiegate tutto questo….lerciume?! – insistette costernata.

– Nessuno ha dato loro da mangiare o da bere dall’ultima volta che siete venuta. Due giorni fa. Come avete ordinato. Tuttavia prima di allora qualcuno aveva mangiato, prima di entrare nel Rifugio. E come da ordini non è stato permesso a nessuno di uscire. Quindi…-

Alzata con leggiadria una mano delicata, Fillin ordinò il silenzio; come spesso le accadeva aveva dimenticato i nuovi arrivi. Con tutto quello che c’era da fare, anche a lei capitava di avere delle incertezze. In fondo non c’era nulla di male. I cuccioli che accoglieva erano abituati a vivere nelle strade di Gamara, a mangiare quello che trovavano, cibi avariati, ricoperti di muffa, e a dormire in posti sudici ben peggiori del Rifugio. Quella volta era successo che il tugurio si riempisse delle deiezioni di alcuni di quei piccolini. Pazienza. Non era il caso di farne un dramma.

Piuttosto era curiosa di vedere se quei cuccioli avessero o meno fatto dei progressi dall’ultima volta che era stata laggiù.

– Allentate le catene. Vediamo se hanno imparato. –

Nella sua magnanimità Fillin concedeva ai cuccioli che qualche anima pia le portava o a quelli che per suo ordine venivano raccolti dalla strada, un primo Rifugio dai mali dell’esterno, ma poi toccava ai cuccioli stessi rendersi degni della permanenza nella sua casa. Come era successo anni prima a Zucchero che, in effetti, sorvolando sull’incidente del sangue che l’aveva davvero fatta indignare, aveva mantenuto un comportamento quasi irreprensibile per tutto il periodo della sua permanenza sotto il suo tetto e aveva subito un numero ridottissimo di punizioni.

Purtroppo Zucchero si era rivelata quasi un’eccezione, tanto da essere l’ultima cucciola adottata. Ed oramai erano passati anni!

Dopo di lei le cucciolate successive si erano sempre dimostrate deludenti tanto da non consentirle di adottare più nessun animaletto a farle compagnia. La spiegazione che Fillin aveva trovato era duplice: da un lato era evidente che le cucciolate seguivano il declino che tutta la società di Gamara subiva da tempo immemore; dall’altro, l’intervento di Fillin arrivava oramai in ritardo, quando certe sciagurate abitudini si erano troppo radicate nei cuccioli perché lei potesse porvi reale rimedio. Di solito gli abitanti di Gamara si disfacevano infatti tardi dei compagni di gioco propri o dei loro figli, quando oramai non li trovavano più interessanti o divertenti o comunque quando iniziavano a crescere e ad avere esigenze che non volevano o non potevano soddisfare. Inoltre, piuttosto che abbandonarli nelle strade di Gamara nel timore che disdicevolmente ricordassero la via di casa o a portarli a lei, preferivano direttamente sopprimerli, affogandoli o strozzandoli con le proprie mani.

Era tristemente vero: a Gamara vivevano persone davvero senza cuore.

Fortunatamente non era di quella risma la donna che le aveva affidato Zucchero. Si era presentata alla sua porta con indosso solo stracci logori, denutrita e ammalata. Non avrebbe mai potuto badare anche a quel cucciolo piccolo piccolo che stringeva tra le braccia. Aveva così insistito, con le lacrime agli occhi, che l’umore di Fillin, quel giorno tutt’altro che buono, era subito cambiato. E che dono le era stato fatto!

Le aveva dato così tante soddisfazioni!

Purtroppo per i cuccioli più grandi non era stato e continuava a non essere così facile. Quelli che faceva raccogliere nelle strade ai suoi uomini dimostravano di avere resistenza e carattere, tanto da essere riusciti a cavarsela in un mondo ostile dove nessuno si occupava di loro. Ma, purtroppo, proprio quelle capacità che avevano loro garantito la sopravvivenza erano incompatibili con il suo insegnamento: così quei cuccioli non rispettavano le regole che lei fissava e non potevano così bearsi del suo grande, infinito amore.

Mentre una delle guardie, con riluttanza, provvedeva ad allentare le catene, Fillin si augurò che almeno questa volta gli ubbidienti fossero in maggior numero rispetto ai riottosi. Altrimenti avrebbe dovuto nuovamente richiudere la porta e attendere ancora per avere qualche altro animaletto in giro per il parco e per casa.

Il silenzio fu improvvisamente rotto dall’uggiolare straziante dei cuccioli.

Molti comparvero sulla soglia del piccolo edificio, annaspando nel terreno umido, impregnato del loro sterco. Altri rimasero nel posto che si erano ricavati, guardando speranzosi nella direzione della porta e delle ceste che le guardie avevano premurosamente posto innanzi ai piedi di Fillin. Altri ancora, sciaguratamente, stremati dal freddo, dalla fame e dalla sete, non si mossero né diedero alcun segno di essersi accorti dell’arrivo della loro nuova padrona.

Fillin sospirtò già scoraggiata: altre carcasse da bruciare. Era davvero un peccato.

Ma nulla avrebbe dovuto inscurire quella bella giornata, iniziata così bene! Così ammirò per qualche momento gli esemplari che aveva raccolto. Maschi. Femmine. Giovani. Cuccioli. Indubbiamente avrebbero potuto fare la sua felicità. Certo ora erano sporchi. E troppi magri. E puzzavano come nemmeno le cloache di Gamara nei giorni più umidi. Ma Fillin sapeva guardare oltre alle apparenze. Sapeva che fra loro c’erano gemme rare che avrebbero potuto arricchire notevolmente la sua personale collezione.

In cambio avrebbero avuto di cui nutrirsi e ripararsi dai capricci del tempo. Tutto quello che dei cuccioli avrebbero potuto desiderare.

Sarebbe stato sufficiente il superamento di un piccolo esame: avrebbero dovuto dimostrarle di poter essere ubbidienti. Nulla più. Poi sarebbero stati tutti felici, lei e i suoi amati cuccioli. Tutti insieme in quel grande palazzo.

Senza attendere oltre, Fillin prese alcune polpette dalla prima cesta segnata, ben attenta a non premere troppo, e le gettò nel Rifugio.

I cuccioli si avvicinarono. Annusarono. Ma nessuno si avventò sul cibo che aveva gettato loro.

Sembravano aver compreso.

Fillin battè le mani una sola volta e attese.

Immeditamente all’interno del Rifugio scoppiò una vera guerra. I cuccioli piangevano, ringhiavano, sbavavano, si buttavano gli uni sugli altri con gli occhi spiritati, le zampe che graffiavano il terreno e la schiena dei loro compagni. I più grandi e forti tra i maschi furono ovviamente i più lesti ad arrivare, ma tra loro riuscì a farsi largo anche una femmina minuta, liberatasi da un grande maschio scuro che aveva cercato di trattenerla.

Voraci, i primi arrivati si avventarono sulle polpette. Fillin si avvide che le guardie avevano distolto lo sguardo. Lei invece avrebbe guardato. Doveva farlo. Faceva parte dei suoi compiti.

E tra versi gutturali, dopo lotte dolorose, con le poche energie rimaste, qualcuno, dopo aver morso, graffiato o colpito qualche suo compagno, riuscì finalmente a iniziare il suo pasto.

Il volto di Fillin si rabbuiò. Guardò oltre i cuccioli che avevano iniziato a mangiare e incontrò lo sguardo del maschio scuro che aveva notato prima. Vicino a lui restavano un maschio più piccolo e due femmine, una delle quali incapace persino di muoversi.

Poi solo carcasse.

Troppo pochi. Davvero troppo pochi.

Intanto, ai versi e ai rumori disgustosi della masticazione, si aggiungeva il rumore di cocci che andavano in frantumi. E qualche attimo dopo iniziarono a levarsi lamenti atroci. Alcuni dei cuccioli, con il terrore negli occhi, presero a tossire e a sputare, mentre con le zampe cercavano di strappare i corpi estranei che si erano piantati nel loro palato, nelle loro gengive, tra i denti. Ma il vetro nascosto in quanto lanciato loro era spesso penetrato troppo in profondità talché ogni loro sforzo sembrava vano.

Il terreno iniziò a costellarsi di stomachevoli brandelli di cibo grondanti sangue e denti rotti.

Uno dei cuccioli si rotolò in quell’immondo pantano. Dalla sua bocca usciva solo un gorgoglio annaspante. Con le zampe artigliava la catena che aveva al collo, cercando di raggiungere la carne, quasi volesse strapparsela e raggiungere il vetro che gli si era conficcato in gola. Il maschio scuro si gettò su di lui, cercando forse di prestargli aiuto.

Ma cosa avrebbe potuto fare?

Gli altri feriti iniziarono a piangere e a gemere: avevano lacerazioni terribili in bocca; avevano perso alcuni denti, strappati via insieme a carne, vetro e sangue. Ma non ottennero alcunché da parte di quelli che ancora stavano mangiando: non tutte le polpette contenevano cocci di vetro infatti.

Ma come potevano non sentire? No: erano semplicemente indifferenti al dolore dei loro compagni. Esisteva solo il cibo. E nulla di altro. Dopo giorni di assoluto digiuno, al freddo, immersi nello sterco proprio e altrui, avrebbero continuato a mangiare, qualunque cosa fosse accaduta loro intorno.

Ma non avrebbero potuto sfamarsi ancora a lungo.

La femmina minuta che era riuscita ad avventarsi sulle polpette lanciò un’occhiata dietro di sé; sgranò gli occhi; comprese quello che stava accadendo e sputò immediatamente quello che aveva in bocca. Guardando con vero odio una costernata Fillin.

– Come osi tu guardarmi in questo modo…-

La femmina fece un balzo in avanti, ma la catena al collo la trattenne, facendole perdere l’equilibrio e costringendola ad accasciarsi sul terreno sporco di sangue. Cercò subito di rialzarsi.

Ma le zampe cedettero.

Disorientata, cercò di rialzarsi di nuovo. Ma le zampe cedettero ancora.

Il terrore si impossessò di lei.

Poi iniziarono i conati.

E la femmina iniziò a vomitare bile e sangue.

Il veleno la stava straziando dall’interno.

La stessa sorte, pochi attimi dopo, toccò ad altri due cuccioli.

Fillin non conosceva bene i veleni come suo fratello e non sapeva armoniosamente combinare le dosi. Talché i suoi veleni erano sempre mortali e causavano sempre dolori indicibili alle sue sventurate vittime. Anche quando infliggere dolore non era il suo scopo primario.

– Due battiti. Lo avevo detto. Lo avevo ripetuto. Potevate mangiare solo se avessi battuto due volte le mani. – Fillin scosse la testa, sinceramente addolorata.

Il cucciolo con il vetro in gola fece un verso inarticolato: dalla sua bocca gorgoglii disgustosi e risucchi. Poi una gran quantità di sangue eruppe dal naso e dalla bocca. Spasmi. Sussulti.

E poi rimase immobile.

Il maschio scuro ululò. Poi, davanti ad una inorridita Fillin, osò alzarsi sulle zampe posteriori. E prese a strattonare con violenza le catene con le zampe anteriori. Un anello cedette.

– Come osi…-

– MALEDETTO MOSTRO!! – ringhiò …e urlò improvvisamente quello: – MALEDETTO! TI UCCIDERO’! HAI CAPITO??! TI UCCIDERO’ –

Fillin non poteva credere a quello che stava vedendo e sentendo. Quella… bestia stava cercando di tradire la sua natura!

– Tu non sei umano! Non lo sei! Non puoi parlare! NON PUOI!!!-

Una delle guardie si precipitò all’interno. Bianco in volto per quello che aveva visto succedere innanzi ai suoi occhi, ebbe comunque la presenza di spirito di capire che, se non avesse fatto nulla, le cose avrebbero potuto mettersi ancora peggio. Molto peggio. Per tutti. Anche per lui.

Superò i ragazzini morenti, ridotti pelle e ossa, e assestò un violento manrovescio al ragazzo bruno che aveva osato parlare. Quello cercò di ripararsi in qualche modo, ma la catena e la debolezza non glielo consentirono. Stramazzò al suolo, piangendo, e la guardia lo prese a calci fino a fargli perdere i sensi.

Non sapeva esattamente quello che stava facendo.

Quando incontrò lo sguardo delle ragazzine vestite solo di stracci in fondo al tugurio – dei! Sono solo bambine! – si sentì lacerare nel profondo. Cosa era diventato?

Si voltò rapidamente e uscì dal tugurio, stordito dagli odori, dal sangue. Dai morti.

– Ripulite. – Ordinò fredda Fillin.

-Sì, mia signora. –

– Bruciate tutto. –

– Come…cosa dobbiamo fare dei feriti? –

Gli occhi di Fillin erano annebbiati. Guardò verso la cesta con le polpette buone. Fatte con ottimi avanzi. Senza vetri. Senza veleni.

Non dovevano andare sprecate.

– Date queste polpette ai cuccioli che troverete per strada questa notte. Sopprimete i feriti di questa cucciolata. Mi hanno stancata. Non impareranno mai ad ubbidire. –

– ….E per quelli che non sono feriti? – osò chiedere ancora una delle guardie.

Nonostante tutto, Fillin era ancora abbastanza lucida: non poteva ordinare alle guardie l’uccisione o il taglio della lingua di un animale sano. Esulavano dai loro compiti.

– Ci penserà mio fratello, non appena tornerà. Ora ho altre cose di cui occuparmi. –

Non aggiunse altro.

Ma la sua mente era in fervore.

La giornata era rovinata.

Per lei era divenuta davvero pessima.

Altri ora avrebbero condiviso la sua sofferenza.

Zucchero per prima.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: