Addio Babilonia


“Ahi Babilonia”
: due sole parole al termine di un cablogramma. Eppure Randy Braggs comprende immediatamente che, da quel momento in poi, nulla sarebbe stato come prima: se il fratello Mark, ufficiale del controspionaggio americano, gli ha mandato un messaggio del genere, è perché teme che tutto stia per volgere al peggio. Due sole parole, l’allusione fatidica a un versetto dell’Apocalisse di Giovanni, 18, 9-10: “Ahi Babilonia, la grande città, la possente città! In un’ora sola è giunta la tua condanna!”. Nel codice che hanno concordato, questo è l’annuncio che sta per scoppiare la terza guerra mondiale. Improvvisamente, una giornata come tante altre si trasforma in un incubo.

L’unica speranza è che Fort Repose, la cittadina nella quale vive Randy, priva del minimo valore strategico e lontana dai grandi centri, venga risparmiata. Ma la casa di Randy, dove presto giungerà la famiglia di Mark, non ha rifugi antiatomici, e mancano provviste sia di cibo sia di medicinali adeguate per far fronte all’emergenza. Organizzarsi è una lotta contro il tempo, nella consapevolezza che ogni sforzo potrebbe essere vano, perché non è possibile prepararsi alla fine del mondo.

Nel 1959, ben sei anni prima della pubblicazione di Cronache del dopobomba di Philip K. Dick, Harry Hart Frank (alias Pat Frank), giornalista, scrittore e consigliere del governo americano, pubblica il suo Addio Babilonia (Alas, Babilonia). Alcune delle tematiche affrontate dai due romanzi coincidono: il bombardamento atomico, le vicende di un gruppo di sopravvissuti, l’obiettivo focalizzato su una singola comunità (in Dick situata nella California Settentrionale, in Frank in Florida, in una cittadina dove le distinzioni razziali contano ancora molto: l’immaginaria Fort Repose, modellata sulla realmente esistente Mount Dora).

Le differenze sono però marcate.

Sulla causa scatenante della distruzione nucleare i due romanzi già divergono: in Cronache del dopobomba non è dato sapere nulla riguardo i reali responsabili; in Addio Babilonia, invece, la genesi del conflitto è raccontata dettagliatamente. Il grande nemico è la Russia Sovietica, la cui espansione sembra inarrestabile. Proprio nel momento di massima tensione, un missile convenzionale lanciato da un aereo americano provoca la reazione russa su scala mondiale e il ricorso alle armi atomiche.

Nazionalità del nemico, occasione del conflitto e sua conclusione hanno tuttavia ben poca importanza nella struttura delle due opere, e ancor meno ai fini di una loro corretta lettura (significativa a questo riguardo la conclusione di Addio Babilonia, dove l’esito della guerra comunicato ai sopravvissuti viene espressamente definito irrilevante).

Molto più importante è volgere lo sguardo ai protagonisti dei due romanzi e in particolare alla comunità nella quale si trovano a muoversi.

Il romanzo di Dick, nel quale hanno fondante rilievo personaggi dotati di poteri sovrannaturali, è privo di eroi veramente positivi, e alla distruzione atomica segue la ricostruzione di una società che non si è liberata di nessuna delle sue colpe, che non progredisce, che non supera le originarie discriminazioni ma semplicemente le traveste: il diverso, prima, era il negro; dopo la pioggia atomica è lo straniero, il mutante.

Addio Babilonia, al contrario, ha i suoi eroi: sono coloro che, all’indomani dello scoppio delle bombe atomiche che hanno ucciso milioni di persone, raso al suolo tutte le città più importanti e popolose e, di fatto, cancellato gli Stati Uniti come realtà politica e sociale, si riuniscono intorno a Randy Braggs, un uomo come tanti, diversamente dai personaggi di Dick, senza nulla di soprannaturale, non un genio e neppure una carismatica guida.

Prima di quello che verrà definito semplicemente “il Giorno”, Randy Braggs è infatti soltanto un avvocato di provincia che, per le sue idee troppo progressiste in materia razziale, ha visto miseramente fallire il proprio tentativo di scendere in politica e ha attirato su di sé l’antipatia dei suoi concittadini.

Successivamente all’attacco nucleare russo, Randy si ritrova però, suo malgrado, responsabile della vita di tutti coloro che si sono trasferiti in casa sua: i pochi parenti superstiti, la sua fidanzata, uno dei suoi più cari amici. Il nuovo ruolo lo costringe per la prima volta a prendere davvero in mano le redini della sua vita. E Randy, sorprendendo persino sé stesso, risulterà all’altezza delle aspettative di tutti.

Fuori dalle mura di casa, intanto, il mondo muta radicalmente e con esso la società: il denaro perde ogni valore, merci da sempre considerate di uso quotidiano divengono rare e preziose, il cibo e l’acqua scarseggiano; iniziano i saccheggi, giungono in città i primi profughi colpiti dalle radiazioni; i vecchi e i malati cronici, privi delle cure necessarie, muoiono.

La mano di Pat Frank, con brevi descrizioni e toni asciutti, spesso con ritmo incalzante, è abile nel tratteggiare qui un quadro assolutamente credibile e convincente, sia nella descrizione delle conseguenze immediate dell’esplosione, sia nell’analisi delle dinamiche sociali che vengono successivamente a crearsi.

Quando i banchieri si suicidano perché il denaro non conta più; quando il maneggiare oro e preziosi produce rischi mortali, posto che i gioielli dei profughi sono radioattivi; quando, simbolicamente, due fontanelle dei giardini pubblici di Fort Repose, l’una con la scritta “Solo Bianchi” l’altra con quella “Solo gente di colore”, smettono entrambe di funzionare, ci si accorge che molte differenze, un tempo marcate, non hanno più senso: ricchi possidenti e nullatenenti, bianchi e neri devono oramai collaborare per avere qualche speranza di sopravvivere. E quando finalmente i bambini torneranno a scuola, neri e bianchi siederanno su banchi vicini.

Sotto questo specifico aspetto (la riconciliazione razziale) Addio Babilonia anticipa di ben cinque anni il Civil Rights Act del 1964 e risulta essere molto più positivo del pressoché coevo Il buio oltre la siepe (1960) di Harper Lee, dove nella comunità della piccola provincia sconvolta dalla colpa, da un omicidio, il pur innocente uomo di colore non conosce la salvezza.

Dall’espiazione nucleare parrebbe quantomeno sorgere dunque una società più giusta, più equa.

Addio Babilonia rifugge tuttavia dai facili moralismi e dal lieto fine tranquillizzante. Se l’esplosione della bomba atomica catalizza l’attenzione del lettore e le vicissitudini narrate rendono interessante l’evolversi della storia, le ansie e le meschinità del quotidiano, con le quali anche i più puri dei sopravvissuti dovranno confrontarsi, rimangono le vere protagoniste.

Certo, nella piccola comunità di Randy, che da subito racchiude una famiglia di colore e che viene a costituire un immediato modello di come dovrebbe essere la società nuova, tutto sembra andare per il meglio pure tra le mille difficoltà: le piantagioni di famiglia, risparmiate dal fallout, fornisco un minimo sostentamento; un acquedotto di fortuna garantisce l’indispensabile rifornimento d’acqua; le batterie delle macchine vengono convertite in alimentatori per l’unica radio ancora funzionante in grado di captare i bollettini del governo provvisorio; quando merci essenziali vengono a mancare, vengono trovati adeguati sostituti; per far fronte agli assalti dei razziatori viene istituita una forza di sicurezza.

Ma nulla garantisce che l’esempio possa essere esportato su ampia scala.

In effetti la società nuova, dove i più deboli sono destinati a morire, è più dura, non necessariamente più pulita: neppure la distruzione nucleare può eliminarne totalmente e in un sol momento tutti i lati oscuri.

[Questo commento comparve per la prima volta sulla rivista Terre di Confine, a novembre 2010]

Un Cantico per Leibowitz [Recensione]

Il romanzo Un cantico per Leibowitz si compone di tre parti, corrispondenti agli originari tre racconti lunghi A Canticle for LeibowitzAnd the Light is Risen e The Last Canticle pubblicati sulla rivista The Magazine of Fantasy & SF tra il 1955 e il 1957, che avevano consentito all’autore, Walter Miller, di raggiungere un notevole quanto meritato successo.

Nella prima parte, “Fiat Homo”, il novizio Francis, in ritiro spirituale quaresimale fuori dalle mura dell’Abbazia dell’Ordine di Leibowitz, impegna il tempo pregando e costruendosi un riparo per trascorrere le notti. La ricercata solitudine e il silenzio meditativo vengono turbati dall’arrivo di un misterioso pellegrino, il quale, dopo qualche fraintendimento, prima di proseguire verso l’Abbazia aiuta il giovane frate segnalandogli una pietra utile a colmare l’ultimo vuoto rimasto nella precaria struttura del rifugio.

Sollevata la pietra da terra, Francis scopre inaspettatamente il passaggio per una grotta sotterranea dove rinviene, semisepolto, un cartello in “inglese prediluviale” con la scritta “Rifugio Sopravvivenza Fallout Posti 15”.

Francis conosce il Fallout solo dalle leggende che gli sono state raccontate: è un demone che egli immagina “metà salamandra… e metà incubo che contaminava le vergini nel sonno”. In effetti i mostri deformi del mondo non erano forse chiamati figli del Fallout? Fattosi coraggio, il novizio avanza nell’ombra e, con suo sommo stupore, trova alcune reliquie del Beato Leibowitz, il martire che fu tra i primi a cercare di preservare la conoscenza scritta dalla distruzione…

Attraverso gli episodi salienti della vita di un monaco dall’animo semplice, che si ritroverà catapultato, suo malgrado, nella complicata dimensione della politica ecclesiastica, il lettore viene lentamente accompagnato nella realtà terribile venutasi a creare in seguito a una guerra atomica scoppiata secoli prima. Le radiazioni hanno reso inabitabili regioni sconfinate e generato veri e propri mostri; l’odio verso i responsabili della distruzione globale ha accecato i superstiti, inducendoli a eliminare chiunque detenesse conoscenze potenzialmente pericolose, fino a bruciare tutti i libri e perseguitare addirittura chi sapesse leggere

La Chiesa di Nuova Roma cerca di salvare il salvabile. Ma coloro che abbracciano la fede sono semplici copisti senza conoscenza, ostinati conservatori di opere delle quali però non capiscono minimamente il significato.

Nella seconda parte del romanzo, “Fiat Lux”, si assiste a un nuovo Rinascimento che conduce infine alla riscoperta dell’energia elettrica. Mentre risorgono le monarchie e proliferano gli intrighi di palazzo per la conquista dell’egemonia, l’opera amanuense dell’Abbazia di Leibowitz prosegue imperterrita.

Ma la Chiesa di Nuova Roma non è più l’unica depositaria del sapere umano. Un individuo ambizioso e capace, il Thon Taddeo, da completo autodidatta, sta recuperando conoscenze che si credevano perdute. Per completare le sue ricerche necessita di poter visionare gli antichi scritti conservati nell’Abbazia di Leibowitz, quei memorabilia ai quali gli uomini di fede hanno dedicato l’intera loro esistenza.

L’Abate don Paulo ammira il Thon Taddeo, riconoscendone il grande valore di studioso e ricercatore. Teme tuttavia che la sua ricerca, condotta al di fuori della fede, alla luce della sola ragione, possa ricondurre l’uomo ai medesimi nefandi risultati del passato, quando la razza umana aveva rischiato l’estinzione. Inoltre, la confidenza del Thon Taddeo con la nuova monarchia, induce al sospetto che la sua missione non sia solo di ricerca…

L’ultima parte del romanzo, “Fiat Voluntas Tua”, è ambientata in un mondo tornato agli antichi fasti e agli oscuri pericoli. La razza umana ha raggiunto altri pianeti, ma non ha rinunciato alla costruzione di armi atomiche di distruzione di massa. L’Abbazia di Leibowitz è sopravvissuta ai millenni, ma il suo ruolo è notevolmente mutato: la Scienza è di nuovo alla portata di tutti (o almeno di coloro che possono permettersela) e la Chiesa è relegata ai margini della vita quotidiana. La tensione è altissima: il timore che gli eserciti mondiali si scontrino ancora induce Nuova Roma alla realizzazione di un piano quanto mai ambizioso. Viene infatti predisposta un’astronave pronta a partire per la colonia di Alpha Centauri, dove iniziare un nuovo cammino di fede e di evangelizzazione.

Una visione d’insieme

Con Un cantico per Leibowitz, pubblicato nel 1959, Walter Miller vinse il Premio Hugo nel 1961.

Prima di allora l’autore si era segnalato per una quarantina di racconti di fantascienza apparsi su varie riviste a partire dal 1951. Dopo quella data, purtroppo, il nulla.

La stampa di quello che è universalmente riconosciuto come il suo capolavoro coincise infatti con la fine della sua carriera: ritiratosi a vita privata, avrebbe inspiegabilmente smesso di pubblicare.

Forse il livello del “Cantico” era parso a Miller stesso ineguagliabile.

Allontanatosi successivamente anche dalla sua numerosa famiglia e afflitto da depressione, morì suicida nel 1996, dopo aver dedicato gli ultimi anni della sua vita alla stesura del seguito del suo capolavoro originario: Saint Leibowitz and the Wild Horse Woman. L’opera, lunghissima, fu terminata da Terry Bisson (a sua volta vincitore dei premi Nebula e Hugo) e pubblicata postuma nel 1997 (in Italia nel 2010, con il titolo San Leibowitz e il Papa del giorno dopo).

Quale che fosse il giudizio che Miller riservava al suo romanzo è fuori dubbio che Un Cantico per Leibowitz sia opera tanto complessa, per lo sviluppo della trama e per i temi trattati, quanto straordinariamente riuscita, per la profondità delle riflessioni e per la qualità dell’esposizione, con una prosa mai banale, precisa, attenta ai particolari, ai dialoghi e alle descrizioni; che non teme di concedere largo spazio al latino ecclesiastico (spesso non tradotto); che si compiace di ricollegare eventi anche cronologicamente molto lontani fra loro; che varia con ingannevole semplicità dall’ironia spesso affettuosa all’amaro disincanto.

Non possono che suscitare sorrisi l’ingenuità disarmante di Frate Francis all’inizio dell’opera, le follie imprevedibili del Poeta nella seconda, lo strano duello tra un perseverante anziano Abate, Don Zerchi, e una avveniristica macchina (“l’Abominevole Autoscrivano”) all’inizio della terza. Eppure il lettore non dimentica le aride distese radioattive fuori dall’Abbazia, il dolore di Don Paulo, il mistero che avvolge una parte degli avvenimenti narrati, presagendo la prossima tragedia e la mancanza di un lieto fine.

All’ironia riservata ad atteggiamenti e debolezze, si affianca il rispetto per l’uomo, per i suoi valori e per le sue scelte: di fronte all’aridità del mondo e alla follia delle masse, di fronte al dolore e alla prevaricazione, i singoli individui, per quanto umili nelle capacità e negli obiettivi, si ergono quali coerenti modelli morali. Così, senza quasi accorgersene, rapito dal ritmo degli eventi che, in un cerchio tristemente perfetto, ripercorrono per molti aspetti quelli del passato, il lettore si ritrova a confrontarsi con gli stessi dilemmi e a tentare di dirimere i medesimi conflitti – quanto mai attuali e presenti – dei protagonisti del romanzo, mai soltanto passive vittime del contrasto tra fede e ragione, tra religione e scienza.

Nel romanzo, Miller ha in effetti trasfuso le proprie esperienze, i propri dubbi, il proprio dissidio interiore. Nato da genitori cattolici, si arruolò nell’aviazione americana durante il secondo conflitto mondiale, partecipando così a più di cinquanta missioni su territorio italiano e balcanico. Particolarmente traumatici risultarono per lui il bombardamento e la distruzione dell’Abbazia di Montecassino.

Nella realtà storica, un centro di sapere religioso viene distrutto dalla furia cieca e irrazionale della guerra; nell’immaginario del romanzo, proprio un’abbazia è tra le pochissime strutture superstiti dopo la distruzione nucleare.

Come nel Medioevo, l’Abbazia diviene luogo di recupero e così di salvezza per conoscenze di ogni ordine e tipo. La conservazione è parziale e portata avanti da uomini che non comprendono se non in minima parte quello che hanno tra le mani: significativamente, tra i memorabilia finiscono non solo libri, ma anche appunti, disegni tecnici, grafici. Viene addirittura considerata reliquia del beato Leibowitz una lista della spesa.

Ma se, da un lato, l’incapacità di comprendere può essere metaforicamente letta come abissale distanza tra due mondi che non hanno modo di incontrarsi, la disperata lotta dei monaci che, a rischio della propria vita, tentano di porre al sicuro ciò che un domani potrebbe riportare agli uomini sicurezza e benessere, illumina, dall’altro la possibilità di un rapporto, di un contatto, di una sinergia.

Il punto di vista della Chiesa è apparentemente semplice; è il precetto sinteticamente espresso da Don Paulo nella seconda parte del romanzo: la scienza che non sappia riconoscere i propri limiti è destinata a ripercorrere le medesime tragiche tappe che hanno rischiato di privare l’umanità del proprio futuro. A definire questi limiti non può essere chiamata che la superiore coscienza dell’uomo donata da Dio, sotto l’ala protettrice e maestra della Chiesa.

Ma se nella seconda parte del romanzo l’incontro tra scienza e fede è evidentemente caldeggiato, nella terza parte la possibilità di un equilibrio diviene punto critico, come appare evidente in uno degli ultimi temi affrontati: l’eutanasia. I contaminati dalle radiazioni sono destinati a indicibili sofferenze; Don Zerchi, ultimo Abate dell’Abbazia di Leibowitz ne è consapevole e ha pietà per loro. Tuttavia, trovatosi di fronte ad una giovane madre che vuole porre fine alla sua vita e a quella della figlia in tenera età oramai condannata, lotterà con ogni sua forza per impedire loro il gesto estremo. La tensione di quelle pagine è vibrante d’angoscia: il conflitto tra il voler risparmiare dolore all’innocente per antonomasia e la strenua difesa di un principio assoluto è evidente e irrisolvibile.

Del resto, sebbene l’ottica attraverso la quale il lettore si trova a leggere gli avvenimenti sia prevalentemente quella cattolica – i protagonisti sono in maggioranza monaci – invano si cercherebbe nell’opera un’imposizione dottrinale o fideistica. Se Miller ben comprende le ragioni della Chiesa – se non sotto il profilo meramente logico, quantomeno in virtù della coerenza verso princìpi saldi – non può abbracciarle certo acriticamente.

Ciò non stupisce: Miller non ha creato un quadro geometrico perfetto che chiude e obbliga. Ha dato voce a dissidi interiori, ad aporie, a conflittualità irriducibili: l’individuo è sospeso tra una realtà che si analizza, misura e pesa, e un’altra che si può distinguere solo con un atto di fede. E, al margine, il mistero, l’incomprensibile.

Ecco allora, nella terza parte del romanzo, ricomparire un personaggio già apparso nella prima pagina (il pellegrino) e protagonista di diversi episodi nella seconda parte, migliaia di anni prima. Si direbbe un immortale, un santo. Ma qual è il suo soteriologico ruolo? Anche i più illuminati tra gli Abati non saranno in grado di comprenderne i segreti. E con loro neppure il lettore.

L’immortalità appare semplicemente attesa fedele della realizzazione di una promessa, forse di nulla più che un segno.

Di fronte alla tragedia umana, il lettore, privo di sicuri baluardi, si ritrova allora nuovamente e improvvisamente solo.

Il mondo del romanzo di Miller, dopo il dolore e l’angoscia, dopo il dubbio che ha travolto almeno apparentemente ogni certezza, si apre tuttavia alla speranza, quella che evidentemente il suo creatore non avrebbe invece saputo trovare. Una speranza lontana, in un altro mondo, dove tutto può ricominciare o ripercorrere ciclicamente i medesimi passi.

La complessità dell’opera risulta poi accentuata, sotto più profili, dall’ingombrante presenza di alcuni personaggi, per esempio la signora Grales, mutante bicefala che sembra, per alcuni aspetti, riunire in sé la dualità che segna l’intera opera: equilibrio e follia, salvezza e condanna, purezza e contaminazione.

Assoluta è infine l’attualità del romanzo, il quale, rifuggendo da descrizioni stucchevoli di improbabili realizzazioni tecnologiche, tratteggiando un mondo credibile per nulla appiattito su stereotipi, mantiene ancora oggi, a cinquant’anni dalla sua prima pubblicazione, tutta la forza persuasiva e l’originalità di allora.

(questo contributo è stato pubblicato per la prima volta sulla rivista Terre di Confine, il 6 novembre 2010)

Trilogia dell’Area X [Recensione]

Una foresta di pini neri, poi pianure salmastre e canali naturali; infine un faro spento in riva all’oceano. È quanto racchiude la misteriosa Area X, un territorio degli Stati Uniti oramai disabitato e tagliato fuori dal resto del mondo, in cui gli esseri viventi e le stesse leggi naturali paiono aver subito una radicale trasformazione.

Il suo confine è sorvegliato da trent’anni dall’agenzia governativa Southern Reach, incaricata di celarne l’esistenza e al contempo indagarne i più reconditi segreti, a iniziare dall’origine. Ora, due anni dopo l’ultima spedizione, quattro donne, che non conoscono nulla l’una dell’altra se non le aree scientifiche di competenza (antropologia, topografia, biologia e psicologia), vengono inviate oltre quel confine. Non portano con sé bussole, né orologi, né apparecchiature sofisticate come dispositivi di rilevamento, computer, videocamere, telefoni cellulari… Dispongono solo di una strana scatola nera che ciascuna di loro porta appesa alla cintura; se la spia presente in quegli apparecchi dovesse accendersi, l’ordine è di trovare un riparo sicuro, entro trenta minuti. Non è noto tuttavia cosa possano effettivamente rilevare le scatole o quale sia il pericolo dal quale doversi riparare, né tanto meno quali luoghi possano considerarsi sicuri. Poche anche le armi: solo alcune pistole e un fucile da combattimento. Eppure l’Agenzia sa bene che l’Area X tende insidie di ogni tipo. Tanto è vero che tutte le precedenti spedizioni si sono concluse con un fallimento: pochi sono tornati – in circostanze e con modalità non chiare – e anche quei pochi sono presto deceduti. In quanto alle cittadine inghiottite dall’Area X, di esse non rimangono che tracce desolanti: automezzi arrugginiti ed edifici crollati.

Le componenti della spedizione sono quindi comprensibilmente preoccupate: più che credere alla possibilità di una qualche soteriologica scoperta, la loro sensazione è quella d’essere destinate a fare la stessa inquietante fine di chi le ha precedute.

“Ci chiedevano soltanto di prendere appunti, come questi, su un diario, come questo: leggero ma praticamente indistruttibile, di carta impermeabile, copertina flessibile bianca e nera, righe blu orizzontali per scrivere e riga rossa a sinistra a segnare il margine. I diari avrebbero fatto ritorno con noi o sarebbero stati recuperati dalla spedizione seguente”.

Tra meraviglia e straniamento, il lettore viene condotto per la prima volta nell’inquietante Area X proprio attraverso le pagine di uno di questi diari, quello della biologa (della quale non viene mai svelato il nome). È lei l’unica voce narrante in Annientamento (Annihilation), primo volume di questa Trilogia dell’Area X (Southern Reach Trilogy, 2014), scritta da Jeff VanderMeer.

L’autore trasfigura e sublima gli ambienti naturali che ha visitato e che più lo hanno colpito in gioventù: la Georgia rurale, l’Isola di Vancouver, ma soprattutto i boschi di conifere che digradano nelle paludi e nelle spiagge del St. Marks National Wildlife Refuge, un’area di circa 280 km2 in Florida, a mezz’ora d’auto da Tallahassee dove VandeerMeer risiede. Lì è situato un antico faro, in cui l’autore s’imbatté per la prima volta nel corso di una delle sue frequenti escursioni nella regione, e accadde per puro caso durante una tempesta: dello stupore e del timore che allora lo sopraffecero rimane ben più che una semplice traccia nelle pagine della trilogia. Non si tratta all’evidenza soltanto del riconoscere nell’antefatto del romanzo non pochi elementi caratterizzanti la storia di quel faro (dall’amore contrastato consumato tra le sue mura, alla solitudine appartata eppur appagante del più longevo custode), quanto piuttosto della facilità con cui si percepisce la drammaticità esistenziale di quell’incontro.

Citando la descrizione che Paolo Rumiz (ne Il Ciclope) fornisce del faro di Pelagosa: vi sono luoghi che ti fanno capire che “oltre al lumino della tua esistenza, c’è l’incommensurabile nulla… Quello strapiombo è la rappresentazione del mistero, sei davanti a qualcosa che ridicolizza le miserie degli umani…”.

È quanto, seppur con toni e immagini diverse, comunica anche VanderMeer. La realtà viene deformata: l’autore plasma apparizioni bizzarre, trasmuta oggetti noti in inquietanti alieni, soffondendoli di un alone di mistero e alterità, in un’atmosfera di irriducibile decadenza.

Annientamento procede in effetti tanto per suggestioni e per immagini evocative quanto per minuziose descrizioni, giustapponendo elementi naturalistici e sovrannaturali. Ma anche quando i limiti dell’oggetto di osservazione sono definiti o comunque definibili, egualmente l’essenza pare estranea. Ogni cosa nell’Area X, vegetale, animale o minerale che fosse in origine, è oramai trasformata in modo irreversibile e partecipa di una diversità che tanto è immanente quanto incomprensibile per l’uomo.

Così la biologa, esperta in ambienti di transizione, che da subito sembra avere un modo tutto particolare di rapportarsi con l’Area X, trasmette di pagina in pagina un senso di resa inesorabile innanzi a qualcosa di indefinito, che soverchia la fragilità umana. La metafora ecologista, dove la natura nella sua essenza appare immensa, assoluta e inarrivabile, non è evidentemente estranea al romanzo. Dei dieci libri che hanno giocato un ruolo fondamentale nella stesura, VanderMeer –  figlio di attivisti – cita per primo Under the Sea-Wind (1941), della biologa Rachel Carson, un vero e proprio manifesto ambientalista.

Non a caso, nel romanzo, la Southern Reach impedisce l’accesso all’Area X ricorrendo all’espediente di un finto e non meglio specificato disastro ecologico. Eppure in Annientamento non si parla di ricomporre un dialogo interrotto tra uomo e ambiente – tema abusato –, o di recuperare un’identità perduta attraverso il contatto con la natura; è anzi l’opposto: incomunicabilità insuperabile e trasformazione irreversibile, icasticamente rappresentate dal ritorno inutile di qualcuno dei precedenti esploratori, identico nell’aspetto ma cambiato in modo radicale, e incapace di trasmettere informazioni utili su quanto vissuto; o dalla biologa stessa (già senza nome), ogni cui passo all’interno dell’Area X l’allontana da ciò che è per condurla a qualcosa di diverso.

Nonostante le limpide immagini offerte da albe e tramonti che fanno trasognare nella loro assolutezza, oltre il limite dell’orizzonte non c’è la Natura, tantomeno Dio, quanto piuttosto il Nulla. Il nichilismo del primo romanzo non sembra lasciare spazio a rassicurazioni.

L’ineluttabilità della resa innanzi all’ignoto incomprensibile è rimarcata in Autorità (Authority), secondo volume della trilogia.

Attraverso gli occhi di un nuovo protagonista, John Rodriguez, il lettore viene ora rapidamente immerso nelle trame di rivalità, antipatie, avversioni personali, tutte interne alla Southern Reach, in teoria baluardo dell’umanità contro l’ignoto, in realtà rovina inquietante e insidiosa tanto quanto l’attigua Area X.

Incaricato di sostituire la precedente direttrice, Rodriguez, soprannominato ‘Controllo’, pare invece non riuscire a ‘controllare’ proprio nulla, a cominciare dalla sua vita. Schiacciato dall’ombra opprimente della madre che da tempo ricopre ruoli di responsabilità nei servizi segreti, e avvilito per una carriera prematuramente compromessa da un imperdonabile errore, vorrebbe trovare nel nuovo incarico l’occasione per riabilitarsi, ma a mancargli sono speranza, obiettivi e persone di fiducia. In effetti, tutti i ricercatori nella Southern Reach paiono svuotati di ogni energia e si aggirano all’interno dell’istituto come fantasmi in un vascello alla deriva.

Abbandonato il ritmo incalzante del primo romanzo, VanderMeer ne mantiene l’atmosfera rarefatta e decadente, non riuscendo tuttavia a rapire il lettore, benché nello sviluppo della storia vengano forniti nuovi indizi su quanto accaduto nell’Area X, si disveli il risultato di inquietanti esperimenti e il destino delle precedenti spedizioni, si pongano nuovi interrogativi e si presentino nuovi misteri.

Il colpo di scena improvviso, che sostanzialmente chiude il secondo volume della trilogia – troppo lungo e lento –, riaccende fortunatamente tutto l’interesse che Annientamento aveva saputo destare e amministrare.

Lo stile cambia ancora nel terzo volume, Accettazione (Acceptance): frequenti flashback ricostruiscono quanto avvenuto prima e durante la spedizione delle quattro donne narrata in Annientamento. Così viene fatta luce sui reali intenti della direttrice scomparsa, sulla sua vita, sul perché delle sue scelte e delle sue azioni; si viene coinvolti nelle vicende del guardiano del faro e condotti all’origine dell’Area X. Intanto, con Controllo, si cerca di porre argine a ciò che pare inarrestabile.

Come spiega l’autore stesso, se nel primo romanzo viene narrata l’ultima spedizione nell’Area X e l’intero secondo romanzo funge esso stesso da diario di spedizione all’interno della Southern Reach, nel terzo non potevano che porsi a confronto le testimonianze raccolte nelle precedenti esperienze per fornire un quadro complessivo della storia.

Alla fine l’impressione è che VanderMeer dia effettivamente spiegazione a tutti i misteri, intessendo trame strutturate e convincenti. La conclusione è logica conseguenza delle premesse, l’accettazione dell’inevitabile, una riformulazione di un corollario del tetrafarmaco epicureo riassumibile nel pensiero di una delle protagoniste: “Non c’era nulla da temere. Perché temere quello che non puoi evitare? Che non vuoi evitare?”.

Dalla fantascienza all’horror, dal thriller alla spy story, la Trilogia dell’Area X abbraccia generi molto diversi tra loro, ricombinandone elementi e tratti, e presentandosi, nelle intenzioni dell’autore, quale compiuto esempio di quel particolare genere chiamato new weird, di cui VanderMeer e la moglie Ann (curatrice per anni della nota rivista Weird Tales) hanno cercato di fornire definizione nell’introduzione all’antologia The New Weird (2008). Le caratteristiche principali sono appunto la contaminazione di più generi, la presenza di elementi bizzarri funzionali alla creazione del ‘senso del meraviglioso’ e, al contempo, la particolare cura della coerenza e verosimiglianza nella struttura della storia.

Definizioni a parte, il viaggio nel quale VanderMeer conduce il lettore è totalmente appagante grazie a stili e forme adeguati ai contenuti, a un afflato immaginifico vigoroso, a una capacità evocativa sorprendente. Ci si lascia catturare dal vortice degli enigmi e dalla ricchezza di indizi, tutti indecifrabili, alieni, stranianti; come quella scritta astrusa e contorta che licheni luminosi disegnano sulle pareti di un tunnel (che non è un tunnel). Nel confronto con la scrittura lineare, pulita, essenziale propria della mano dell’autore, pare più aliena delle creature immonde che popolano la sua immaginazione: “Dove giace il frutto soffocante che giunse dalla mano del pescatore io partorirò i semi dei morti per dividerli con i vermi che si raccolgono nelle tenebre e circondano il mondo col potere delle loro vite mentre dagli antri oscuri di altri luoghi forme che non potrebbero mai essere si contorcono impazienti per i pochi che non hanno mai visto o non sono mai stati visti…”

Negli occhi della mente rimangono immagini suggestive che sono tutte metafora dell’esistenza umana, disfatta in una ricerca priva di utilità e annichilita innanzi all’ineluttabile e all’incommensurabile. Nessuno dei protagonisti può uscire vincente, o si tradirebbe il senso stesso della storia. Eppure, in ultimo, una speranza si apre, inaspettata e, sostanzialmente, incomprensibile. Non tanto un cedimento alla necessità aprioristica di un happy end, quanto piuttosto un ultimo interrogativo rivolto al lettore…

La presente Recensione è comparsa per la prima volta sulla Rivista Terre di Confine, il 25 ottobre 2015).

Dean R. Koontz: l’autore di thriller-horror all’apice dal 1968

Dean Ray Koontz nasce il 9 luglio 1945 a Everett, cittadina di nemmeno 2.000 abitanti nella Contea di Bedford, Pennsylvania, in una famiglia disagiata. Vittima degli abusi fisici e psicologici del padre alcolista, fin dall’infanzia Dean trova rifugio in un mondo a parte, quello dei suoi racconti – venduti spesso a familiari e compagni di classe – dove i suoi ‘incubi’ quotidiani vengono trasfigurati in forze altrettanto oscure che può tuttavia controllare e, per mano dei suoi protagonisti, finalmente vincere.

Negli anni del college, Koontz abbraccia la religione cattolica. Come ricorda in una intervista rilasciata nel 2009 al Catholic Exchange (‘Best-selling author Dean Koontz explores catholic values in novels’1 agosto 2009), questo coinvolgimento non matura sulla spinta di teorie teologiche o di riflessioni intellettuali, ma in ragione del rigore alla base della dottrina e di quell’apertura al senso del misterioso e del meraviglioso che legittima ogni speranza e consente di vivere. La Fede, d’altro lato, non è per Koontz in contrasto con i suoi crescenti interessi verso la scienza; al Catholic Exchange dichiara:

Leggo molto sull’argomento della meccanica quantistica e mi interesso anche di biologia molecolare. Non sono incompatibili con la fede e ciò vale specialmente per la meccanica quantistica. Questa ci descrive sempre più un universo che ha aspetti sorprendentemente coincidenti con alcuni assunti della Fede.

Sempre durante il periodo degli studi conosce Gerda Cerra, la sua futura moglie; è proprio lei a recitare più tardi un ruolo decisivo nel suo destino di romanziere, prima offrendosi di mantenere la coppia nel faticoso periodo dell’avvio, permettendo così a lui di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, e in seguito occupandosi della promozione delle opere del marito, in alcune delle quali partecipa anche come co-autrice.

Nel 1966, conseguita la laurea allo Shippensburg State College e sposata Gerda, Koontz trova lavoro come insegnante all’Appalachian Poverty Program, un’iniziativa governativa (facente parte del piano di riforma Great Society, varato da Lyndon Johnson) a sostegno delle famiglie povere. L’ambiente problematico e spesso violento (il suo stesso predecessore, aggredito dagli alunni, ha passato diverse settimane d’ospedale) e le incoerenze del programma gli rendono quest’esperienza piuttosto dura, ma anche formativa, concorrendo a definire le sue convinzioni politiche e sociali.

Nel 1996, nella lunga intervista rilasciata al magazine Reason (articolo ‘Contemplating evil, novelist Dean Koontz on Freud, fraud and the Great Society’), l’autore cita i molti aspetti criticabili di quel progetto: il costante ignorare le richieste di finanziamento per l’acquisto di libri da lui stesso inoltrate, la ‘misteriosa’ sparizione di gran parte delle risorse nei meandri della burocrazia, la destinazione indiscriminata degli aiuti economici, corrisposti in proporzione al numero di bambini mandati a frequentare il programma (un invito quasi esplicito a mettere al mondo figli –disinteressandosi poi della loro educazione – solo per incassare somme pubbliche)… Nel libro The Dean Koontz Companion, lo scrittore ricorda che proprio a seguito di quell’esperienza maturò in lui la convinzione che la finalità della maggior parte dei progetti governativi di impronta sociale non fosse aiutare le persone ma controllarle e renderle dipendenti dall’apparato statale. Koontz perde dunque ogni fiducia verso quel tipo di politica; riguardo ai diritti civili rimane un liberal, sul rilievo che esistono veri e propri contratti sociali tra individuo e governo, contratti che l’autorità pubblica non può violare; diviene un conservatore riguardo ai temi della difesa; e un semi-libertarian nelle altre questioni. Sono tratti facilmente riconoscibili nelle sue opere.

La carriera di Koontz è prolifica e poliedrica: dal suo esordio ad oggi, ben quattordici dei suoi romanzi, accompagnati da entusiastiche recensioni, raggiungono la prima posizione nella speciale classifica dei libri con copertura rigida più venduti stilata dal New York Times. Le sue opere, tradotte in quasi 40 lingue, vendono complessivamente più di 200 milioni di copie.

Il successo gli regala una notevole fortuna economica, tanto che nel 2008, con 25 milioni di dollari annui, si piazza al sesto posto (alla pari con Grisham) nella lista degli autori più pagati al mondo curata da Forbes. Un simile reddito gli consente, fra le altre cose, di sostenere negli anni diversi candidati del partito Repubblicano. Anche se dichiara (nell’intervista a Reason) che il voto a Bush nel 1992 è stata una delle cose più difficili che abbia mai fatto, e ritiene che troppo spesso i politici mentano e siano poco credibili, Koontz appoggia la campagna di Romney e McCain nella corsa alla Presidenza degli Stati Uniti e quella di Schwarzenegger per il governo della California.

Del Partito Repubblicano sposa soprattutto la politica rivolta al rafforzamento delle difese militari: Abbiamo bisogno di una forte difesa.” – spiega, sempre al Reason – “Penso che il mondo sia pieno di persone malvagie. Penso che in qualche modo noi siamo ancor più in pericolo che in passato”. E ironicamente aggiunge: Stiamo vedendo che Paesi come la Corea del Nord hanno missili che possono attraversare il Pacifico. E, da quando vivo su questo lato del Paese [la California, dove si è trasferito nel 1977], sono particolarmente preoccupato da questo fatto…

Koontz sostiene con continuità anche il CCI, Canine Companion for Independence, un’organizzazione non profit che fornisce cani per l’assistenza ai portatori di handicap; l’autore entra in contatto con questa realtà in occasione delle ricerche per il suo libro Midnight (1989), in cui compare proprio un cane addestrato dal CCI. In segno di riconoscenza per le generose donazioni ricevute, l’organizzazione gli regala Trixie, un golden retriever che da quel momento ispira molti dei ‘personaggi’ canini dei suoi racconti. Nella finzione creata dal suo padrone, Trixie ‘scrive’ anche tre libri (Life Is Good… nel 2004, Christmas Is Good… nel 2005, Bliss to You… nel 2008, tutti narrati sotto una inusuale ‘prospettiva canina’) i cui proventi vengono devoluti al CCI. Trixie tiene perfino una newsletter, nella quale preannuncia i prossimi lavori di Koontz. La fedele amica muore nel 2007, a 12 anni, ma, come Koontz scrive spesso, il suo spirito rimane in famiglia, nella quale entra poi anche Anna, un altro golden retriever.

Dean-Koontz-e-Trixie

Le opere

Koontz scrive romanzi dal 1968, data di pubblicazione della sua prima opera (Star Quest, edito in Italia da Urania con il titolo Jumbo-10 il Rinnegato), spaziando tra più generi, dall’Horror al Thriller, alla Fantascienza.

Per scelta editoriale, al fine dichiarato di evitare che un tale caleidoscopio possa disorientare i lettori, molti suoi libri, romanzi e racconti, vengono pubblicati, soprattutto all’inizio della sua carriera, sotto vari pseudonimi: David Axton, Brian Coffey, Deanna Dwyer, K.R. Dwyer, John Hill, Leigh Nichols, Anthony North, Richard Paige, Owen West, Aaron Wolfe.

Di seguito ricordiamo i romanzi più rappresentativi.

The Dark Symphony, 1969 (La Sinfonia delle Tenebre, La Tribuna, 1972): secoli di guerra hanno distrutto la Terra. Ora i Musicisti vi fanno ritorno dallo spazio ed erigono una loro città, fatta di musica. All’esterno, ciò che resta dell’umanità, mostruosità disfatte dalle radiazioni, vaga nel deserto. Ma uno strano spirito di ribellione è pronto a destarsi in uno dei Musicisti.

Anti-Man, 1970 (Nascita dell’Anti-uomo, Mondadori, Urania, 1980): in un futuro lontano gli uomini creano androidi dediti a preservare i propri padroni da ogni male. La loro produzione su larga scala genera però dissensi e timori, che infine inducono i governanti a decretarne la distruzione. Uno di essi viene tuttavia salvato dal suo proprietario e condotto in un luogo isolato, dove subisce inaspettatamente una formidabile trasformazione e da protettore dell’uomo ne diviene la nemesi.

Time Thieves, 1972 (Ladri di Tempo, Mondadori, Urania, 1973): sparito dalla circolazione per 12 giorni senza dare notizie di sé, il protagonista rientra finalmente a casa, dalla moglie, ma senza ricordare nulla del periodo della sua scomparsa. Inizialmente si pensa a un’amnesia passeggera, ma non è così: qualcuno non vuole che lui ricordi. Ed è disposto a tutto pur di impedirglielo.

A Darkness in My Soul, 1972 (Sonda Mentale, Editrice Nord, 1976): Simeon Kelly, il primo uomo creato nei laboratori della Creazione Artificiale, è un telepate che lavora per il governo sondando le menti di funzionari e uomini politici; un giorno gli viene chiesto di ‘occuparsi’ del mostruoso e pazzo ‘Bimbo’, un altro superuomo prodotto dalla CA, che possiede la capacità di ideare armi e tecnologie di ogni genere…

Al 1973 risalgono The Haunted Earth, Blood Risk, A Werewolf Among Us, Hanging on, inediti in Italia, e Shattered (scritto sotto lo pseudonimo di K.R. Dwyer). Da quest’ultimo nel 1977 viene tratto il film Les Passagers (Viaggio di Paura) interpretato da Jean-Louis Trintignant. Il romanzo, edito in Italia da Sperling & Kupfer solo nel 1992 con il titolo In un Incubo di Follia, è un thriller on the road, non molto originale né fonte di grossi brividi. Alex, insieme al piccolo Colin, il fratellino della sua nuova compagna Courtney, intraprende un lungo viaggio in auto da Philadelphia a San Francisco. Con ansia crescente Colin si accorge che la loro auto è seguita da un furgone, guidato – come si scoprirà – da un ex di Courtney, uno psicopatico preda di allucinate visioni e deciso a riconquistare a tutti i costi la donna.

È però con Demon Seed, sempre del 1973 (Generazione Proteus, Fanucci, 1978), che lo scrittore ottiene il vero successo. Il libro vende più di 2 milioni di copie nel primo anno, e nel 1977 è oggetto di una omonima fortunata trasposizione cinematografica. In un futuro in cui le abitazioni sono gestite interamente da computer, Susan Abramson vive nei pressi di un campus universitario, in un isolamento che si è autoimposta da anni; un giorno la sua dimora automatizzata viene presa sotto controllo da Proteus, un’intelligenza artificiale progettata nella vicina Università. L’IA intende usare Susan come oggetto di studio per comprendere la natura umana, e a questo scopo segrega la donna; la situazione diventa drammatica quando Proteus decide di volere un figlio da lei, un proposito non così irrealizzabile come potrebbe apparire…

Se il debito con 2001: Odissea nello Spazio di Kubrick-Clarke del 1968 è innegabile, l’opera di Koontz ha quantomeno il merito di introdurre una tematica nuova, calata in un thriller-horror angosciante e claustrofobico: Proteus non impazzisce e non viene ingannato dall’uomo, del quale desidera semplicemente comprendere l’essenza. Questo interesse lo conduce verso ciò che in effetti è il fine biologico di ogni essere umano: riprodursi, concretizzare tramite i figli il proprio sogno di immortalità. In una trasformazione complessa e angosciante, non è la patologica meschinità dell’uomo a traviare la macchina, ma il proposito di conoscenza di quest’ultima a trasmutare la normalità in aberrazione.

Dopo averne riacquistati i diritti, Koontz provvede nel 1997 a una rivisitazione del romanzo, che nella nuova veste viene edito anche in Italia ancora da Fanucci nel 2002, sempre con il titolo Generazione Proteus.

Dal 1976 al 1980 i temi prevalentemente fantascientifici vengono lasciati in secondo piano nella produzione dell’autore, in favore di altre tematiche non meno affascinanti.

In Night Chills, 1976 (Quando Scendono le Tenebre, Sonzogno, 1994) i propositi di governo delle masse stigmatizzati da Koontz dopo l’esperienza al Program raggiungono il loro inquietante parossismo nel disegno criminale di un facoltoso uomo d’affari e di un ricercatore senza scrupoli. Verificata le potenzialità della suggestione ipnotica, raggiungibile anche con messaggi subliminali, i due contaminano l’acquedotto di una cittadina con una sostanza che dovrebbe abbattere le difese dell’inconscio. Durante l’agghiacciante esperimento, che non pare avere falle, nella medesima cittadina giunge una famigliola in cerca di serenità…

Thriller puro è invece The Face of Fear, 1977 (Il Volto della Paura, Sonzogno, 1993). L’assoluta prevedibilità dello sviluppo della trama e la scarsa penetrazione psicologica dei personaggi non sono di ostacolo alla realizzazione di un film TV nel 1990. La storia può essere ridotta allo schema essenziale: un serial killer, un sensitivo e una fuga inusuale da un grattacielo che avviene con corde e punteruoli (il sensitivo protagonista è stato un rocciatore famoso).

Decisamente poco stimolante anche The Vision, 1977 (Visioni di Morte, Sperling & Kupfer, 1990). Di nuovo un serial killer e una sensitiva… con traumi infantili dimenticati. La storia, certo non coinvolgente e fin troppo piatta, non viene neppure in minima parte resa più interessante dai pochi e banali tentativi di ‘depistaggio’ operati dall’autore.

Koontz supera ancora il milione di copie vendute con The Key to Midnight, 1979 (In Fondo alla Notte, Sperling & Kupfer, 2001), sotto lo pseudonimo di Leigh Nichols. Una cantante americana di un elegante locale di Kyoto è tormentata da incubi nei quali ricorre l’immagine di uomo con dita d’acciaio che le si avvicina minaccioso con una siringa in mano. Il turbamento diviene vero e proprio terrore quando uno sconosciuto irrompe nella sua vita convinto che lei sia la figlia di un senatore scomparsa più di dieci anni prima. Possono i ricordi della donna non essere reali, ma anzi il frutto di una manipolazione?

Nel 1980 esce The Voice of the Night (La Voce della Notte, Sonzogno, 1992), scritto con lo pseudonimo di Brian Coffey. Differentemente da King, Koontz non assume quasi mai a protagonisti dei propri romanzi giovani adolescenti: questa è una buona eccezione. Il giovane Colin, timido e impacciato, diventa amico del coetaneo Roy, bello, ricco, simpatico a tutti, sicuro di sé e sempre a suo agio in ogni frangente. Grazie a questa amicizia le giornate di Colin si riempiono di avventure, di esperienze che mai avrebbe immaginato di vivere… riesce persino a conoscere alcune ragazze. Purtroppo per lui la serenità è solo momentanea. La città in cui vive è piena di segreti, e anche quanto appare tanto luminoso nasconde dentro di sé oscure zone d’ombra.

Se pure il lettore non subisce il mesmerico fascino della narrazione del miglior King, notoriamente abilissimo nel rievocare il passato di giovinezze tormentate eppure ispiratrici di nostalgia e rimpianto (come in Stand by Me e It), il romanzo di Koontz non manca di pregi e coinvolge in un’avventura credibile e avvincente.

Come Brian Coffey, nel 1979 Koontz realizza la sceneggiatura dell’episodio ‘Counterfeit’ (il sesto della terza stagione, in Italia ‘I falsari’) della notissima e fortunata serie Chips.

The Funhouse, 1980 (Il Tunnel dell’Orrore, Fanucci, 1994) è pubblicato invece col nome di Owen West. Una ragazzina, oppressa da una madre fanatica religiosa, scappa da casa e finisce a convivere con un giostraio violento che abusa di lei. Riesce a fuggire e, negli anni, a crearsi una nuova vita, con un marito che la ama e due figli. Purtroppo però non potrà sfuggire a lungo alla vendetta del giostraio che si è alimentata nell’ossessione e nell’odio folle. È un romanzo che, in ragione di una suspense creata ad arte, rapisce il lettore sin dalla prima pagina.

Koontz ripete il successo di Demon Seed e ottiene la definitiva consacrazione nel 1980 con Whispers (Sussurri, Sonzogno, 1990). È un thriller riuscito che gioca argutamente con il lettore, lasciandolo per gran parte della storia nel dubbio se gli eventi apparentemente inspiegabili con i quali devono confrontarsi i personaggi siano o meno il frutto di forze sovrannaturali: il killer che terrorizza la protagonista viene ucciso ma, nonostante questo, mentre ancora sul suo corpo è in corso l’autopsia, un individuo identico a lui continua un’efferata serie di omicidi.

The House of Thunder, 1982 (La Casa del Tuono, Sonzogno, 1989), è scritto sotto lo pseudonimo di Leigh Nichols: una brillante ricercatrice, traumatizzata da un nefasto evento accaduto in gioventù, si ridesta un giorno in una clinica, la mente confusa, i ricordi obliati. In un crescendo di scoperte e intuizioni agghiaccianti, Koontz confeziona una storia per molti versi sorprendente, calata in un’atmosfera perfetta.

Phantoms, 1983, (Phantoms!, Mondadori, Urania, 1985), dal quale verrà tratto nel 1998 un film omonimo. Due giovani sorelle ritornano a casa, in una cittadina di montagna; ad accoglierle un silenzio innaturale: tutti gli abitanti del luogo sono scomparsi nel nulla. Chiave del mistero è forse una enigmatica scritta rinvenuta su uno specchio, in un bagno chiuso a chiave dall’interno: “l’antico nemico”. È probabilmente il romanzo di Koontz che volge maggiormente all’horror, con il bagaglio che si reputa tipico del genere, fatto di raccapriccianti smembramenti, mostri orribili, morti truculente e improvvise. La storia, svolta con i ritmi a cui Koontz ha abituato i propri lettori, è tutt’altro che banale e regala senza dubbio un ‘godibile’ intrattenimento, almeno per gli amanti del genere.

Twilight Eyes, 1985, ripubblicato con aggiunte nel 1987 (Là fuori nel Buio, Sonzogno, 1995), narra di un ragazzo che riesce a vedere i mostruosi demoni nascosti dietro le maschere di persone normali. Braccato, in dubbio sulla sua stessa sanità mentale, si rifugerà in un luna park itinerante dove, tra freaks e persone ‘particolari’, spera di trovare un po’ di serenità e un minimo di protezione. Il debito con Eight O’Clock in the Morning, il racconto di Ray Nelson (1963) dal quale nel 1988 viene tratto il film They Live (Essi vivono) di Carpenter, nulla toglie a un romanzo che, specie nella prima parte, risulta riuscitissimo, tanto angosciante quanto avvincente. Purtroppo il perfetto ed equilibrato sviluppo, arricchito da scene cupe e atmosfere claustrofobiche, subisce, verso la metà del libro una ingiustificata accelerazione: la trama precipita verso un’improbabile e sbrigativa fine, che purtroppo svilisce in un thriller scontato le ottime premesse.

Sotto lo pseudonimo di Richard Paige, nel 1985 esce The Door to December (Incubi, Sperling & Kupfer, 1991). Una giovane mamma riabbraccia la figlia rapita anni prima dal padre, uno psicologo che la polizia ha trovato morto insieme ad altri tre uomini, tutti uccisi da qualcuno o qualcosa tanto folle da fare scempio dei loro corpi. La bambina è profondamente traumatizzata: rinchiusa abitualmente dal genitore in una stanza di deprivazione sensoriale e sottoposta a dolorosi esperimenti, ora patisce una forma di autismo dalla quale solo l’amore della madre potrà forse liberarla. Purtroppo la terribile entità che ha ucciso i suoi aguzzini non si è affatto placata e sembra essere intenzionata a raggiungere prima o poi anche lei… La storia ha uno sviluppo troppo scontato per appassionare realmente.

Strangers, 1986 (Sonzogno, 1992), ci presenta persone con lavori, età e aspirazioni diverse che subiscono gli improvvisi e incontrollabili effetti di psicosi e fobie, delle quali non hanno mai in precedenza patito. Abitano in città lontane tra loro sparse per tutti gli Stati Uniti e non paiono avere nulla in comune, salvo degli incubi ricorrenti e ricordi di un passato quanto mai annebbiato. Finiranno con l’incontrarsi tutti al Tranquillity Motel nel mezzo del deserto del Nevada, dove la strabiliante verità verrà faticosamente riportata a galla. È uno dei lavori più riusciti di Koontz, che però cade purtroppo ancora una volta nel banale verso la fine, anche qui quanto mai affrettata nonostante la poderosa mole del romanzo.

In Shadowfires, 1987 (Ombre di Fuoco, Sperling & Kupfer, 2000), scritto come Leigh Nichols, una giovane donna sembra tormentata dallo spettro del marito, deceduto in un incidente ma il cui corpo è misteriosamente sparito dall’obitorio.

Il 1987 è anche l’anno in cui Koontz pubblica Watchers (Mostri, Sperling & Kupfer, 1989), opera decisamente più originale e avvincente. Durante una passeggiata in un bosco, Travis incontra un golden retriever con il quale stringe una spontanea amicizia. L’animale si dimostra particolarmente intelligente, in grado di comprendere non solo i sentimenti di Travis, ma anche il suo linguaggio. Purtroppo l’incontro sarà foriero di gravi pericoli perché l’animale è inseguito dalla sua nemesi, una creatura spaventosa che lo odia con ogni fibra del suo essere. Dal libro viene tratto nel 1988 il film Watcher (Alterazione Genetica) cui farà seguito una vera e propria saga, indipendente dal romanzo: Watcher II (Alterazione Genetica II, 1990), Watcher III (1994) e Watcher Reborn (1998).

Nel 1988 esce Lightning (Lampi, Sperling & Kupfer, 1990): Laura Shane ha una vita travagliata fin dalla nascita ma, ogni volta che il destino sembra accanirsi contro di lei, un individuo sconosciuto che pare non invecchiare mai accorre in suo soccorso. È un thriller riuscitissimo, particolareggiato, accattivante, che incuriosisce e appassiona. Da dimenticare, ancora una volta, l’epilogo.

Midnight, 1989 (Mezzanotte, Sperling & Kupfer, 1990), già accennato in precedenza, è il romanzo che ha avvicinato Koontz alla CCI. A Moonlight Cove qualcosa di misterioso e inquietante sta avvenendo: le persone stanno cambiando, regredendo, mutando in qualcosa di ferino. E il processo sembra accelerare ogni ora che passa. A rendersene conto sono Tessa Lockland, arrivata in città per far luce sul supposto suicidio della sorella, e l’agente dell’FBI Sam Booker, giuntovi per investigare sulla morte di due colleghi. È un thriller-horror ben strutturato, con più storie che rapidamente convergono a comporre un quadro da brividi, con scene impressionanti che coinvolgono e convincono.

In The Bad Place, 1990 (Il Posto del Buio, Sperling & Kupfer, 1991), un uomo si desta in un motel in uno stato di completa amnesia, sporco di sangue. Per far luce sul suo passato si rivolge a due detective che dirigono un’agenzia investigativa, ma l’indagine si trasforma in un vero e proprio incubo: qualcuno lo sta inseguendo, e ha davvero poco di umano. Thriller-horror tra i migliori di Koontz, con personaggi ben delineati, indimenticabili, una trama articolata e non scontata, una narrazione coinvolgente.

Benché ottengano ottime recensioni e scalino con rapidità la classifica di vendita, non possono invece annoverarsi tra le migliori opere di Koontz né Cold Fire del 1991 (Fuoco Freddo, Sperling & Kupfer, 1992), né Hideaway del 1992 (Cuore Nero, Sperling & Kupfer, 1993), da cui pure viene tratto un film omonimo nel 1995 (Premonizioni, nella versione italiana). Gli innegabili lati positivi del primo sono vanificati da un finale prevedibile, che viene lasciato trasparire fin da subito; del secondo, che ricade nel solito tema ‘legame psichico del buono con il cattivo’, si salva solo la caratterizzazione del personaggio della bambina adottata dalla coppia dei protagonisti: forte, decisa, intelligente, ma anche dolcemente umana, sensibile e vulnerabile.

Non è particolarmente riuscito neppure Mr. Murder del 1993 (La Notte del Killer, Sperling & Kupfer, 1997), dove l’impianto – oramai tipico per Koontz – della fuga da un irriducibile assassino, che sembra invincibile e con risorse illimitate, costituisce l’ossatura portante di una trama che ricorda troppo da vicino La Metà Oscura e Finestra segreta, giardino segreto di King: il famoso scrittore di gialli Stillwater, rientrando a casa, si trova di fronte un uomo identico a lui che lo accusa di avergli rubato la vita e, soprattutto, la famiglia. Il dramma psicologico e metaforico di King viene purtroppo svilito in un thriller fantascientifico di scarsa suggestione.

Nel 1993 viene pubblicato anche Dragon Tears (Le Lacrime del Drago, Sperling & Kupfer, 1994). La storia in sé ricalca schemi già visti: il serial killer folle con poteri sovrannaturali, la fuga, il disvelamento del mistero, il lieto fine. Desta ben più di qualche apprensione nel lettore lo scoprire che i fatti raccapriccianti menzionati dai (finti) personaggi del romanzo nell’ambito di una storia poco verosimile sono purtroppo, come ricorda l’autore in nota, fatti di cronaca realmente accaduti negli Stati Uniti (a mero titolo esemplificativo: la madre che uccide volontariamente il proprio bambino in fasce gettandolo in lavatrice, per andare a partecipare a una festa). In questo libro si assiste al primo vero tentativo di narrare avvenimenti attraverso un’ottica ‘canina’, esperimento poi ripreso nei romanzi ‘scritti’ da Trixie Koontz.

Se il punto di vista politico e ‘sociale’ di Koontz traspare per bocca dei suoi personaggi in quasi tutti i suoi libri, è in effetti con Dragon Tears e con il successivo Dark Rivers of the Heart, 1994 (Il Fiume Nero dell’Anima, Sperling & Kupfer, 1995) che assume contorni di denuncia quanto mai esplicita. Lui e lei in fuga da un killer psicopatico, nulla di più abusato; le caratterizzazioni dei personaggi fanno però la differenza: lui è un ex poliziotto che continua a rimanere prigioniero di un oscuro passato, lei è un’esperta di computer in possesso di conoscenze pericolose. Il killer può contare su strumenti tecnologici modernissimi che utilizza non solo per i compiti che gli vengono assegnati ma anche per perseguire un suo personale disegno: porre termine alla vita di persone imperfette.

Intensity, del 1995 (Sperling & Kupfer, 1996), è un libro che il lettore divora. Chyna ha avuto un’infanzia e un’adolescenza difficili. Il fato sembra infierire ancora su di lei quando nella casa della sua migliore amica Laura, dove ha trovato momentanea dimora, irrompe un efferato serial killer che uccide i genitori di Laura e rapisce quest’ultima. Si salva solo Chyna che, rimasta nascosta, cerca invano di trarre in salvo l’amica introducendosi nel furgone utilizzato dall’omicida, dove rimane invece bloccata. Intensity è il primo vero suspense thriller di Koontz, che inaugura così un suo personale filone (lo stesso al quale apparterranno a buon titolo, tra gli altri, The Husband e The Good Guy). L’intera trama si svolge in un arco temporale di poche ore: i periodi sono brevi, le immagini si susseguono rapide, con poche pause sapientemente distribuite tra fughe concitate, trappole e colpi di scena. Il finale è molto meno scontato di quanto si possa prevedere, e si sposa con coerenza con il ritmo della storia. Dal romanzo viene tratto nel 1997 un film per la tv, trasmesso in due serate consecutive, che riscuote imponenti successi di ascolto in USA e risultati positivi anche in Italia. Sempre sul plot di Intensity, Alexandre Aja dirigerà il film del 2003 Alta Tensione (Haute Tension). La trama è pressoché identica a quella del romanzo di Koontz per gran parte del suo sviluppo, poi varia offrendo un radicale cambio di prospettiva, ad effetto, che non manca però di attirare accuse di incoerenza da parte della critica.

Nel 1997 Koontz è di nuovo in cima alle classifiche con Sole Survivor (Sopravvissuto, Sperling & Kupfer, 2000). Joe Carpenter perde moglie e due figlie in un disastro aereo. La sua vita è distrutta: abbandona il lavoro, allontana amici e parenti, vende la casa e si trasferisce in un piccolo appartamento dove consuma le sue giornate nel dolore che l’abuso dell’alcool non riesce a sopire. A un anno esatto dalla tragedia si ritrova sulla tomba della sua famiglia e qui incontra una misteriosa donna che lo condurrà ad agghiaccianti scoperte: il disastro non è stato un incidente e, contrariamente a quanto sostenuto dai rapporti ufficiali, c’è stato almeno un sopravvissuto…

Nel 1997-98 Fear Nothing (L’Uomo che Amava le Tenebre, Sperling & Kupfer, 1998) e nel 1998-99 Seize the Night (Tracce nel Buio, Sperling & Kupfer, 1999), per certi aspetti sequel indiretti di Watchers, inaugurano una nuova stagione per l’autore: se, sotto lo pseudonimo di Brian Coffey, negli anni ‘70 aveva già scritto la trilogia di Mike Tucker (Blood RiskSurroundedThe Wall of Masks), ora è sotto il suo vero nome che compare la sua prima vera saga. Con questi romanzi Koontz presenta al lettore Christopher Snow, un ragazzo costretto a vivere di notte a causa di una terribile malattia (reale), lo xeroderma pigmentoso, che rende per lui mortale la luce troppo intensa. Pur senza rassegnarvisi, Snow accetta la propria malattia e trova un proprio modo di vivere, un proprio equilibrio. Ha un amico sul quale contare, che è riuscito a trasformare la propria passione per il surf in una fonte di reddito invidiabile, e un fedele compagno, Orson, cane ben più intelligente della media. Snow sarà costretto a fare i conti con il passato della sua famiglia e in particolare con i segreti di sua madre, una genetista amorevolmente votata alla ricerca di una cura per la malattia del figlio. La vicenda che lo vede protagonista lo condurrà nei recessi oscuri di Fort Wyvern, la base militare abbandonata di Moonlight Bay, tempio di esperimenti segreti sfuggiti a ogni controllo.

L’originario progetto di Koontz prevede un terzo romanzo, Ride the Storm: lo stesso autore ha però dichiarato che la realizzazione di questo nuovo capitolo della saga ha presentato notevoli imprevisti che lo hanno costretto a rimandare la pubblicazione. A tutt’oggi il volume è inedito, ma l’uscita quest’anno della graphic novel Fear Nothing induce un cauto ottimismo riguardo una sua prossima diffusione.

Nel 1999-2000 Koontz ritorna alle tematiche già ‘visitate’ in alcuni romanzi precedenti (come The House of Thunder e Night Chills): False Memory (Falsa Memoria, Sperling & Kupfer, 2001) gioca di nuovo con le manipolazioni della mente attuate da individui senza scrupoli, spinti da mero autocompiacimento e desiderio di sopruso. L’ironica conclusione non toglie nulla a una storia appassionante che non delude il lettore.

Molto più complesso è From the Corner of his Eye, del 2000 (Il Cattivo Fratello, Sperling & Kupfer, 2002). Koontz instaura un inusuale parallelismo tra la vita di due individui, diversi in età, aspirazioni, carattere. I destini dei due si incrociano quando uno uccide la moglie e l’altro rischia per un incidente d’auto di morire prima ancora di nascere. La storia segue la vita di entrambi… e prepara l’inevitabile incontro.

Con One Door Away from Heaven, 2001 (L’ultima Porta del Cielo, Sperling & Kupfer, 2003), Koontz intreccia una trama molto simile a quella di Strangers, con personaggi molto diversi che lentamente vengono fatti incontrare. Uno di loro, candidissimo, pare a tutti gli effetti l’archetipo del notissimo Odd Thomas (di cui a breve).

Pessimo invece per molti aspetti l’arido, ripetitivo e per nulla convincente The Face, 2003 (Il Volto, Sperling & Kupfer, 2005).

Nel 2003 Koontz pubblica Odd Thomas (Il Luogo delle Ombre, Sperling & Kupfer, 2005). Scalate rapidamente le classifiche, diverrà uno dei maggiori successi dell’autore, tanto da originare una nuova saga: nel 2005 esce Forever Odd (Nel Labirinto delle Ombre, Sperling & Kupfer, 2007); seguono Brother Odd nel 2006 (inedito in Italia, come i seguenti del ciclo), Odd Hours nel 2008, Odd Interlude e Odd Apocalypse nel 2012, Deeply Odd nel 2013. Della saga fanno parte integrante anche le graphic novel In Odd we Trust (2008), Odd is on our Side (2010) e House of Odd (2012), che raccontano le vicende della vita di Odd antecedenti quelle narrate nel primo romanzo.

Odd Thomas è il giovane cuoco di una tavola calda a Pico Mundo, una cittadina insignificante ai limiti del deserto del Mojave. È un ragazzo semplice, dall’animo puro, un vero e proprio Candido dei giorni nostri, al quale il destino (o qualche volontà superiore) ha riservato un dono particolare o forse una maledizione: vede gli spiriti dei defunti. Costoro non sono in grado di parlare, ma cercano in ogni modo di farsi comprendere da Odd, per vari fini (ottenere giustizia nei riguardi di chi ha cagionato la loro morte, avvertire dell’imminenza di gravi pericoli…). Le vicende narrate nel primo romanzo della saga hanno inizio con l’arrivo a Pico Mundo di un inquietante individuo, accompagnato in ogni dove da uno stuolo di oscure ombre avide di stragi e massacri.

Il tema di un personaggio in grado di vedere i fantasmi e di rapportarsi con essi non è certo una novità, se solo si pensa che il celeberrimo film Il Sesto Senso (1999) era uscito nelle sale ben quattro anni prima della pubblicazione di Odd Thomas. Nella saga creata da Koontz entrano però figure antagoniste, legate al mondo dell’oscurità, similmente a quanto accadrà in Ghost Whisperer (fortunata serie televisiva che esordisce nel 2005), ma con toni e sfumature decisamente diversi. L’Oscurità che Odd Thomas è chiamato ad affrontare è vorace, crudele e non concede tregua; il ritmo dei libri della saga ne segue i truci contorni: la suspense è creata con arte, ogni pagina chiama magneticamente la successiva. Sorprendono allora i toni ampiamente ironici della narrazione (è un esempio il fatto che ad accompagnare Odd Thomas sia spesso lo spirito di Elvis Presley, con tanto di abito a lunghe frange), senza che ciò lasci avvertire discrasie, intoppi, cadute di stile: l’inusuale amalgama convince e appassiona. Il merito va indubbiamente al protagonista, a come è ritratto. Odd Thomas è in effetti tanto innocente da risultare spesso disarmante, ma è tutto fuorché un ingenuo: è coraggioso, astuto, generoso… e immune alla stucchevolezza che la somma di questi abusati pregi di solito determina. Il lettore riesce con semplicità a guardare il mondo attraverso gli occhi di Odd e rimane imprigionato dalla sua personalità e dal suo buon cuore. In trepidante attesa di una sua nuova (spesso tragica) avventura.

Koontz aveva ventilato l’ipotesi di un cross over tra le sue due prime saghe, con l’incontro tra Snow e Thomas, ma pare che abbia poi accantonato il progetto.

Il 2005 vede l’inizio di un’altra saga, la ‘Serie di Frankenstein’, scritta da Koontz insieme a Kevin J. Anderson (già autore con Brian Herbert dei cicli Preludio a Dune e Leggende di Dune): in quell’anno vengono pubblicati Prodigal Son (L’Immortale, Sperling & Kupfer, 2012) e City of Night (La Città dei Dannati, Sperling & Kupfer, 2012). Seguiranno Dead and Alive, 2009 (Le Creature della Notte, Sperling & Kupfer, 2013), Lost Souls (2010) e The Dead Town (2011), questi ultimi due inediti in Italia. Prodigal Son è stato anche trasposto in una graphic novel.

La saga vende benissimo, più di 10 milioni di copie, ma attrae poco i lettori più ‘aggiornati’; e in particolare quelli italiani, che hanno già conosciuto gli zombi della notissima serie televisiva The Walking Dead e i vampiri creati da Justin Cronin (realizzazioni cronologicamente successive all’opera di Koontz ma arrivate prima in Italia). La resurrezione di Frankestein, attraverso una reinterpretazione in chiave moderna del suo mito, più che un omaggio all’originale pare l’ennesimo tentativo di facile guadagno sfruttando un filone che ha ritrovato in questi anni un invidiabile successo: l’inarrestabile crollo della società umana per mano di esseri apparentemente invincibili. Gli esperimenti immondi del dottor Frankestein, impadronitosi dei segreti dell’immortalità e ora creatore di un’intera legione di esseri fisicamente e mentalmente superiori di cui il più noto mostro era solo un primo patetico prototipo, non riescono a sfuggire all’impressione di ‘già letto/visto’. Allo stesso modo il crollo della società non è un possibile drammatico epilogo che turba nel profondo il lettore, ma l’esito scontato di premesse abusate. Solo la maestria di Koontz nel creare suspense e il tratteggio particolarmente riuscito di alcuni personaggi rendono la lettura ugualmente godibile.

Benché impegnato a partire dal 2005 nella realizzazione dei vari capitoli delle saghe di Frankestein e Odd Thomas, Koontz riesce ancora a realizzare best-seller autoconclusivi avvincenti e di qualità.

Nel 2005 dà alle stampe Velocity (Sperling & Kupfer, 2006) il cui titolo è già di per sé esplicativo del ritmo del romanzo.

Nel 2006 tocca a The Husband (Il Marito, Sperling & Kupfer, 2008): Mitch è un giardiniere che un lunedì come tanti si trova al lavoro con l’amico Iggy, buono, disponibile, ma certo non molto perspicace; inattesa, alle 11.43, giunge la telefonata di Holly, la moglie. Poche parole. Poi alla sua si sostituisce la voce di uno sconosciuto. E ha inizio l’orrore…

Nel 2007 The Good Guy (Il Bravo Ragazzo, Sperling & Kupfer, 2009): Tim Carrier, a causa di uno scambio di persona, riceve da uno sconosciuto un’ingente somma destinata a un assassino per uccidere una donna. Poco dopo incontra il killer. Fingendosi lui il mandante, dichiara di aver cambiato idea e cerca invano di convincere l’assassino ad accettare i soldi senza portare a termine il compito. Purtroppo si renderà conto che l’unico modo per salvare la vittima designata è proteggerla lui stesso.

The Darkest Evening of the Year (2007, inedito in Italia) il cui titolo pare alludere alla scomparsa proprio in quell’anno dell’adorata Trixie, riporta in copertina l’immagine di un golden retriever, e ruota in effetti attorno alla soteriologica figura di un cane che, salvato dalla protagonista, ricambierà il favore.

Your Heart Belongs to Me, del 2008 (Il tuo Cuore mi Appartiene, Sperling & Kupfer, 2011), è forse uno dei romanzi più maturi di Koontz, ragionato e profondo. La riflessione sulla ricerca del significato della vita, l’apertura non mediata a meditazioni filosofiche e religiose permeano una storia avvincente, brillante e originale, premiata da critica e lettori. Ryan Perry è un uomo di successo a cui la vita sembra aver dato tutto: una notevole ricchezza economica, il tempo per goderne ampiamente, e una fidanzata, Samantha, bellissima e intelligente. Quando però inizia ad accusare improvvisi mancamenti, viene colto da un’ossessione: e se qualcuno lo stesse avvelenando, magari proprio la sua fidanzata? Ray allora non esita a ricorrere a investigatori privati per indagare il doloroso passato di Samantha e le frequentazioni discutibili da lei avute prima di conoscerlo. Tutte le ipotesi iniziali vengono spazzate via quando invece si scopre che Ryan non è vittima di avvelenamento ma di una grave malattia cardiaca; così, mentre l’atmosfera si incupisce con allucinazioni, oscure premonizioni e sogni inquietanti, il romanzo riprende slancio su una diversa china: l’attesa di un donatore di cuore, il trapianto andato a buon fine e… il vero incubo, che inizia solo ora.

Nel 2009, dopo l’ottima prova dell’anno precedente, Koontz pubblica Relentless (Senza Tregua, Sperling & Kupfer, 2010), che ottiene negli Stati Uniti un successo strepitoso arrivando in vetta alle classifiche dei libri più venduti, ma che è forse una delle sue opere meno convincenti. I protagonisti sono ragazzini prodigio che inventano oggetti improbabili, e cani che si teletrasportano. Quello che dovrebbe essere un colpo di scena di radicale impatto nella struttura della storia è poi tanto scontato da apparire addirittura fuori luogo e inutile. Il finale, banalissimo, è la ‘degna’ conclusione di un romanzo tanto apprezzabile e intrigante nelle premesse quanto insignificante nello sviluppo.

Raggiungono il primo posto nella classifica bestseller del New York Times anche What the Night Knows nel 2010, 77 Shadow Street nel 2011 e Innocence nel 2013, tutti ancora inediti in Italia.

Le Opere di Koontz: i generi, le tematiche ricorrenti, i protagonisti

Le tematiche care a Koontz sono varie e variamente declinate in tutti i suoi romanzi: mutazioni genetiche fuori controllo (MostriMezzanotteL’Uomo che Amava le Tenebre), manipolazioni mentali e del subconscio (La Casa del TuonoQuando Scendono le TenebreFalsa Memoria), mostri dai temibili poteri psichici (Il Posto del BuioIncubiFuoco FreddoSopravvissuto) e, più raramente, creature sovrannaturali (Là Fuori nel BuioPhantoms!) e alieni (StrangersL’Ultima Porta del Cielo).

In queste vicende l’aspetto fantascientifico è preponderante, ma non mancano certo elementi orrorifici o truculenti, e la narrazione è quella propria dei thriller, sviluppata in un breve arco temporale (pochi giorni, a volte in una sola notte), con gli eventi che si susseguono incalzanti, senza inutili pause, digressioni, cadute di intensità. Si tratta, in poche parole, di veri e propri thriller-horror.

In altri romanzi il sovrannaturale viene lasciato ai margini, a volte appena palpabile, e tutto ruota intorno a un ristretto numero di personaggi, coinvolti, spesso per caso, negli oscuri piani di imbattibili e astuti serial killer o assassini di professione (IntensityVelocityIl Marito).

Dialoghi e personaggi sono spesso caratterizzati da una pungente ironia, che ­– come riportano più fonti – è propria della personalità dell’autore; certo non si fatica a immaginarla presente anche nei suoi dialoghi con la moglie. L’ironia spinge Koontz a descrivere situazioni, dettagli e scene deliberatamente poco verosimili, a volte per allentare una tensione altrimenti eccessiva, altre volte, all’opposto, per creare un’atmosfera serena che prelude a svolte improvvise.

In tutte le opere, in diversa misura a seconda dei casi, sono chiaramente percepibili anche le convinzioni e il punto di vista dell’autore.

Nell’intervista al Reason, Koontz attribuisce il successo delle sue opere soprattutto alla facilità con cui da esse si può trarre la rappresentazione del reale: un mondo che al lettore risulta subito riconoscibile, nel quale spontaneamente si ritrova immerso, perché è il mondo di ogni giorno, animato da persone buone, disponibili, altruiste, ma anche contaminato da individui amorali, ingiusti, malvagi. Per Koontz il lettore sa che il Male esiste e che, contrariamente a quanto sostiene una certa corrente di pensiero, è il frutto di consapevoli scelte. Citando Vladimir Nobokov, Koontz afferma nitidamente nell’intervista che i più grandi mali del XX Secolo sono stati Marx e Freud. Per Freud, commenta, tutto ciò che facciamo è la conseguenza dell’educazione impartitaci da genitori e società, e di ciò che abbiamo subìto. Quindi, ogni crimine o azione riprovevole è frutto di patimenti sofferti, e chi li commette è vittima quanto chi li subisce.

Koontz rifugge da una tale semplicistica concezione, che gli sembra informare lo stesso sistema della Giustizia americana, dove i più efferati assassini vengono condannati a pene insignificanti, per nulla commisurate alla gravità dei reati commessi, e rilasciati dopo breve tempo, liberi di uccidere di nuovo. Alcuni dei suoi personaggi più inquietanti sono ispirati a serial killer realmente vissuti. Forse il più fulgido esempio è Edgler Foreman Vess, l’artefice dei plurimi omicidi narrati in Intensity, che in un dialogo con la protagonista gioca con gli anagrammi del proprio nome e ne trae la frase ‘Dio mi teme’ (God fear me). Edgler ha ucciso i suoi genitori a 9 anni perché lo hanno colto a torturare una tartaruga; fatto passare l’omicidio per uno sfortunato incidente, viene affidato alla nonna che successivamente uccide; sottoposto a terapia, viene adottato da una coppia, e uccide pure questa… La storia riprende quella reale di Ed Kemper che assassina i suoi nonni a 15 anni, viene rilasciato a 20 perché ritenuto non rappresentare un pericolo per la società e poi uccide altre 8 persone tra cui la madre.

I malvagi esistono, per Koontz, a prescindere dai condizionamenti della società e dalle pregresse esperienze, anche familiari; vale, a riprova, l’esempio della sua stessa vita: l’autore è nato povero, è cresciuto in un ambiente degradato ed è stato oggetto per anni di abusi da parte del padre alcolista e psicopatico, eppure non ha mai compiuto crimini.

Così, nonostante all’inizio della carriera tratteggi i suoi personaggi negativi sulla base delle teorie freudiane secondo cui le devianze sono spiegabili in ragione di maltrattamenti e traumi preadolescenziali, nelle opere successive se ne discosta in modo radicale.

Significativamente, nel recente L’Immortale, il protagonista Deucalion, indagando la mente malata di un serial killer, scopre che questi era tormentato da un grande senso di vuoto che aveva inutilmente cercato di colmare con le più varie religioni, con il nazismo e ancor prima con lo studio della psicoanalisi e dei grandi della materia quali Freud e Jung. E commenta: “Psichiatri, psicologi. Gli dei più inutili di tutti”.

Il suo modello non è più Freud, ma Dickens, per il quale sono le azioni compiute a definire un personaggio, e ognuno ha il libero arbitrio sulle proprie scelte. Questo cambio di prospettiva non è l’unica variazione che, diacronicamente, può riconoscersi nel lavoro di Koontz; ma occorre pure ammettere che l’autore abusa spesso degli schemi che hanno fatto la sua fortuna.

Come asseriscono più volte i suoi personaggi nei vari romanzi, la vera felicità è creare una famiglia con almeno due figli e possibilmente un cane; proprio sulla composizione o ricomposizione di questo quadro idilliaco ruota la maggioranza delle sue trame. E in quei casi il lieto fine è scontato. Koontz ha espressamente dichiarato che l’happy end delle sue storie non è che il riflesso di ciò che ha potuto constatare nella vita reale: i cattivi, presto o tardi, sono condannati a soccombere. Sotto altra prospettiva, il lieto fine può altresì apparire come una sorta di anticipazione metaforica di quello che fortunatamente attende le persone meritevoli dopo il trapasso. Per Koontz, cattolico, la convinzione che la vita prosegua dopo la morte – seppure in altra forma – è un principio saldo che traspare senza eccezioni in tutte le opere, e con maggiore evidenza tanto nel datato La Sinfonia delle Tenebre quanto nel più recente Sopravvissuto.

È lecito però immaginare che sul tenore degli epiloghi abbiano influito anche precise scelte editoriali, visto il risaputo apprezzamento che il pubblico americano riserva alle storie che si concludono felicemente.

Si nota comunque che le opere più riuscite e convincenti di Koontz sono proprio quelle dove il lieto fine manca (in tutto o in parte), come Intensity, o dove è ben diverso da quello che il lettore si aspetta, come ne Il tuo Cuore mi Appartiene. Quest’ultimo romanzo presenta una particolare novità… L’impianto iniziale segue – si direbbe ‘pedissequamente’ – schemi e ritmi comuni a quasi tutte le trame congegnate dall’autore: la ricerca spasmodica della verità, la corsa contro il tempo, le scoperte che aprono di continuo scenari nuovi e inquietanti. Stavolta però Koontz, piacevolmente, sorprende, e dopo alcuni capitoli la vicenda assume tutt’altra connotazione; quasi a ironizzare su molti dei suoi precedenti lavori, strutturati sul semplice accumulo progressivo di scoperte, Koontz trasforma davanti agli occhi del lettore il suo personaggio: non più un abile investigatore che sa ben sfruttare le proprie risorse, ma solo un uomo paranoico che ha paura di morire.

Questo romanzo propone personaggi di notevole complessità psicologica e una trama imprevedibile svolta da Koontz ben più che abilmente. L’atmosfera è resa in modo magistrale: sulla vita apparentemente da sogno del protagonista, il lettore percepisce in modo chiaro la presenza di un’inquietante ombra, la stessa che impedisce alla bella Samantha di abbandonarsi completamente all’amore per Ryan. Le rivelazioni successive al trapianto seguono il ritmo tipico dei migliori thriller di Koontz, ma l’angoscia che si percepisce è superiore. Perfetto l’equilibrio tra eventi reali e allucinazioni, con l’elemento sovrannaturale che si innesta armoniosamente, risultando la chiave di volta di tutta la narrazione.

Koontz offre insomma al lettore un’opera completa, matura, ricca di chiaroscuri e di spunti per profonde riflessioni, e con un finale, una volta tanto, perfettamente congruo.

Koontz, del resto, è sempre risultato più credibile laddove, di fronte a mostruose o incontrollabili forze, non ha posto ‘eroi’ positivi ricchi di capacità e risorse ma persone normali, o deboli ma di gran cuore, che riescono a superare ostacoli apparentemente insormontabili, magari con l’aiuto di una Provvidenza che opera per vie misteriose e di non immediata percezione. In questi non rari casi, i ritratti diventano meticolosi e la ‘penna’ di Koontz si fa attenta, delicata, quasi amorevole, ma mai stucchevolmente compassionevole: nessuno tra i lettori di Cuore Nero o di Il Posto del Buio potrà dimenticare l’orfana Regina, priva di una gamba, oppure Thomas, affetto da sindrome di Down. E li amerà soprattutto per la forza genuina e pura che sapranno dimostrare.

Non è certo un caso. Nell’intervista rilasciata al Catholic Exchange, Koontz afferma che certi valori, anche quelli cattolici, possono essere veicolati meglio da una storia narrata che dall’omelia di un prete o da un articolo di giornale: “Perché puoi spiazzare le persone con una storia, incantarle con lo humour e poi lasciare che siano loro a pensare a queste altrproblematiche.”

Nelle opere di Koontz – all’apparenza spesso ‘solo’ dei buoni suspense thriller – vengono così trattate problematiche e temi profondi quali la famiglia, l’aborto, il suicidio assistito, l’eugenetica e il paradiso, sotto una lente prospettica facilmente individuabile.

Onnipresente è infatti un incondizionato inno alla vita, colta nel suo insanabile contrasto tra i limiti che ne costituiscono l’essenza e quell’inspiegabile apertura ad un senso di assoluto e di eterno che, legittimando la speranza, consente all’uomo di provare la vera felicità.

È esplicita e incisiva la rappresentazione di tale certezza nella saga di Frankenstein: le immonde creature ‘superiori’ che dovrebbero sostituire l’umanità si volgono all’autodistruzione perché, limitate dal loro gretto materialismo, sono prive della capacità di sperare e di percepire il reale senso dell’esistenza. Sino a giungere a invidiare proprio gli umani di cui dovrebbero prendere il posto.

Il vero antagonista, in ogni opera di Koontz, è la metaforica incarnazione ora del relativismo etico, ora del materialismo, ora dell’utilitarismo: sempre e comunque un’anima arida che ha volutamente soffocato la parte migliore di sé, rendendosi cieca innanzi a tutte le manifestazioni del divino.

L’autore non manca quindi di far trasparire, o emergere direttamente dalla bocca dei suoi personaggi, la propria personale visione della vita. Ma il lettore non ne viene sensibilmente urtato: Koontz non propone infatti apertamente un manifesto politico – come per esempio Goodkind nei suoi romanzi fantasy – ma sospinge verso la riflessione con abilità e toni adeguati, mantenendo saldamente in primo piano lo sviluppo delle storie.

(Questo contributo è comparso per la prima volta sulla rivista Terre di Confine, nel 2013. Ne segue che è mancante di ogni riferimento ai libri dell’autore pubblicati successivamente a tale data)

Ecco il Quinto Numero di Terre di Confine (nuova serie)!

Oniricalienamente

Cari Lettori, ce l’abbiamo fatta anche stavolta! Contro ogni pronostico e avversità, eccoci a presentarVi un nuovo numero del Vostro affezionatissimo TdC Mag! Come sempre gratuito, come sempre coloratissimo, come sempre ricco di stimoli, immagini e opinioni.

Ci siamo riavvalsi del prezioso supporto de La Bottega del Barbieri. è proprio l’ampia retrospettiva di Daniele Barbieri sulla figura dell’alieno nella Fantascienza a caratterizzare TdCM #5, insieme a una suggestiva riflessione di Ivano Landi sul mistero di Picnic a Hanging Rock, un’analisi che accarezza l’anima dell’Australia aborigena, quel suo cuore metafisico conosciuto come il Tempo del Sogno.Fabrizio Melodia ci ripropone poi il suo appuntamento con i fanta-temi, parlandoci di Psicostoria.

A completare la sezione Letteratura: Marco Pulitanò ben descrive quanto profonda e meschina possa rivelarsi la Cecità umana; con la nostra Cuccu’ssette c’immergiamo tra le onde e le perturbanti manifestazioni di Solaris; Elisa Giudici, nostra ospite gradita, ci illustra pregi, difetti e attitudini epigonogeniche di Ender’s Game; nuovo anche l’arrivo di Glinda Izabel, che con Rebel accompagna TdC nei territori finora inesplorati degli young adults e dei romance; e infine, restando in tema di lande da esplorare, Luca Germano ci guida tra gli inquietanti meandri dell’Area X.

La parte antologica propone racconti di Clelia Farris, Fabio Lastrucci e Vincent Spasaro, Riccardo Dal Ferro e Francesco Pomponio, per chi ama il fantastico con punte di surreale, horror e distopia.

Nella sezione Cinema e TV, l’inObsidiabile Severino Forini affronta la leggenda di Onibaba; mentreAndrea Carta s’inoltra in terra teutonica per commentarci Le Fantastiche Avventure dell’Astronave Orion (con le immancabili sinossi di SerieTV.net).

Alla coppia MistèCorà è affidato il gustoso buffet anime, con un piatto per ognuna delle tre più rinomate portate nipponiche: film (Le Ali di Honneamise), OVA (Bubblegum Crisis) e serie TV (l’inedito Dougram).

Nello spazio Fumetti, ecco il saggio di Marco Pellitteri sul mitico Astroboy; e Orlando Furioso di nuovo alle prese con un supereroe che alla Casa delle Idee scippa addirittura il nome: Capitan Marvel.

Per l’angolo foto-cosplay, Davide Longoni e Leonardo Colombi intervistano Monica Pachetti e Roberto Giancaterina. Aprono e chiudono il numero due photodream d’annata: la meravigliosa Skin Diamond, ritratta da Scott Pierre Price, posa in atmosfera a metà tra glamour e postapocalittico.

Insomma, è primavera: sedetevi, rilassatevi e gustatevi TdC Magazine #5!

Uscito il nuovo numero di Terre di Confine!

Lo so…sono un po’ latitante…E da molto non aggiungo qualche riga alla storia de “L’Ombra del Mercante”. Ma l’inattività non mi è propria: semplicemente devo a turno dare la priorità ai tantissimi impegni.

Fortunatamente riesco a rubare un po’ di tempo per dar seguito ad un’avventura alla quale credo molto: Terre di Confine.

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E’ da poco uscito il secondo numero della nuova edizione della rivista.

Ecco il comunicato ufficiale:

“La redazione di TdC è lieta di segnalare l’uscita del secondo numero di Terre di Confine Magazine, che può essere letto o scaricato gratuitamente qui: http://issuu.com/terrediconfine/docs/tdc2
La rivista è anche utilizzabile liberamente in qualsiasi sito web avesse piacere di farla leggere dalle proprie pagine o integrarla nel proprio layout; per utilizzare le funzioni di inglobamento, condivisione o download, è sufficiente cliccare la voce ‘share’ nel menù visibile sotto le pagine, e scegliere poi l’opzione desiderata.

Con l’occasione, avvisiamo che è già in corso la selezione dei racconti per la sezione antologica del numero 3: tutte le informazioni sono a pagina 154 della rivista.
E’ stato anche aperto un portale appositamente dedicato, nel dominio storico http://www.terrediconfine.net, dove è possibile leggere la versione web testuale di tutti gli articoli e di tutti i racconti, e lasciare commenti.

Ringraziamo fin d’ora chiunque volesse supportare il nostro impegno diffondendo questa notizia nel proprio sito o fra gli amici ^___^

Di seguito forniamo l’editoriale e il sommario.

Redazione
Ass. Cult. no-profit Terre di Confine
http://www.terrediconfine.net
http://www.terrediconfine.eu

Dall’editoriale:
“CARI LETTORI, l’uscita del numero 2 di TdC Magazine giunge in parallelo con la messa on-line di una versione mirror del nostro sito, appositamente ottimizzata per accompagnare d’ora in avanti la rivista. Insieme a questa notizia, è per me un vero piacere annunciare la riapertura di terrediconfine.net, lo storico dominio che è stato la nostra prima casa nel web – gli utenti più affezionati ricorderanno certamente quei tempi! Da oggi il dominio ospiterà proprio il nuovo portale, realizzato in WordPress e quindi adatto a sfruttare tutte le funzionalità di questa ormai diffusissima piattaforma.
E ora veniamo al n. 2! Come di consueto, la varietà dei contenuti cercherà di trattare il Fantastico nelle sue molteplici sfumature. Segnalo in particolare l’articolo su Dan Dare, un’occasione che è stata preziosa per poter parlare della leggendaria rivista Eagle e di Frank Hampson che le diede i natali, artista straordinario la cui carriera avrebbe meritato assai più onori di quelli effettivamente raccolti. Nella sezione antologica, presentiamo infine 4 racconti e 2 fumetti inediti, che passeggiano tra supereoistico, steampunk, horror e surreale. Non mi resta dunque che augurarvi un piacevole proseguimento!

Il sommario di questo numero:

DIRITTI CIVILI NELL’ERA DIGITALE
X (Little Brother)

LÀ DOVE NASCE IL VENTO PERENNE
L’Orda del Vento

ECHI IRREQUIETI DELL’AMERICAN DREAM
Io sono Helen Driscoll

SATIRA SOCIALE SULLE ORME DI SWIFT
Il Vangelo della Scimmia

Rubrica di stile
IL BIGLIETTO DA VISITA DELL’AUTORE

Fabbricanti di Universi
QUANDO IL WORLD BUILDING FUNZIONA

LA REALTÀ ATTRAVERSO LO SPECCHIO
Black Mirror

TRA MALEDIZIONI E REGISTI NASCOSTI
Poltergeist – Demoniache Presenze

LA VENDETTA DELLE DONNE-GATTO
Kuroneko

LE ALTERNE SFORTUNE DEL ROBOT RIBELLE
Baldios

LA PICCOLA CACCIATRICE DI FULMINI
Wind Mills

Sigle Baldios
BALDIOS
ASHITA NI IKIRO BALDIOS
MARIN, INOCHI NO TABI

LA LEGGENDA DEL PRINCIPE INDIANO
Krishna – Un viaggio interiore

L’ODISSEA DI UNA MADRE GUERRIERA
Legend of Mother Sarah

DAN E FRANK, DUE EROI BRITANNICI
Dan Dare

VESTENDO PAROLE E SUGGESTIONI FANTASY
Intervista a Paolo Barbieri

Racconto
IL BENANDANTE

Racconto
LA MASCHERA DI BALI

Racconto
L’ARENA DEI PLUSGENE

Racconto
L’UOMO BUONO SI PERDONA 7 VOLTE

Fumetto
LEVEL COMPLETED

Fumetto
POSSO VOLERE… VOGLIO POTERE”.

Auguro a tutti una buona lettura!

E non dimenticate di lasciare un commento… Magari al mio racconto L’uomo buono si perdona 7 volte (rivisitazione del mio racconto che trovate anche qui, sull’Oracolo) oppure alla mia recensione Là dove nasce il vento perenne!

Il seguito di Supercar (Knight Rider) su Italia 1

Con colpevole ritardo segnalo agli affezionati lettori l’atteso approdo su Italia1 del seguito di Supercar, la serie cult anni ’80 che ha affascinato generazioni.

Dal 13 giugno scorso Italia1 trasmette infatti ogni domenica mattina alle 11.25 circa gli episodi della serie Knight Rider, ricchissima di effetti speciali, ma purtroppo priva della romantica poesia della prima e ben più longeva serie dalla quale ha tratto linfa vitale.

Ritroviamo Kitt, l’intelligenza artificiale della prima serie, ma molto è cambiato. Quando negli anni ’80 la macchina nera sfrecciava nel deserto, era sufficiente favoleggiare di una macchina capace di guidarsi da sola, invulnerabile ai proiettili, velocissima…e dotata di buon spirito. Il pubblico odierno, abituato ad effetti speciali ben più avanzati, probabilmente non sarebbe rimasto particolarmente affascinato da una semplice riedizione che si fosse limitata a svecchiare taluni tratti ed eleminare certe ingenuità di regia e sceneggiatura che invece abbondavano nell’originale.

Allla già ben nutrita serie di capacità diagnostiche, d’analisi, di deduzione (allora decisamente improbabili), Kitt aggiunge così abilità che evidentemente, nelle valutazioni dei produttori, avrebbero maggiormente colpito il pubblico di oggi (specie americano) notoriamente attratto o quantomeno incuriosito da giochi, films e programmi quali Fast & Furios o Pimp my Ride. Non è solo invulnerabile a colpi d’arma da fuoco leggera ed ora anche ai missili, ma è in grado di cambiare totalmente forma…tanto da poter diventare a suo piacimento persinanco un Suv o un Pick-up.

Anche nella forma base, comunque, le linee sono cambiate: più aggressive e sportive. Ecco il confronto:

Nell’ottica di rendere da un lato ancor più fantascientifico e strabiliante il compagno inseparabile del protagonista umano e, dall’altro,  verosimile l’esistenza di un simile prodotto della tecnologia,  la nuova serie costruisce una sovrastruttura para-statale controspionistica che ammicca molto a telefilms quali 24 e Alias.

Gli stessi episodi hanno impianto, toni e ritmi decisamente lontani dall’originale: sorprendentemente, all’Azione, vera protagonista, si affianca una trama complessa i cui risvolti vengono lentamente disvelati di puntata in puntata.

La nuova sigla è stata riveduta più volte, con gusto discutibile.

Questa la versione trasmessa da Italia1:

Ma ne esistono anche altre versioni, che hanno accompagnato in USA la serie nel 2008 e 2009:

Il protagonista umano della nuova serie si chiama Mike Traceur, figlio di Michael Knight del quale, per motivi spiegati nello svolgimento degli episodi, prenderà il nome. Al suo fianco Sarah Greiman, figlia dello scienziato Greiman che ha sostanzialmente riportato in vita Kitt.

Mike è un ex militare che, per ragioni misteriose, ha perso gran parte dei propri ricordi… La ricerca del suo passato lo condurrà verso segreti pericolosi che potrebbero mettere a repentaglio la nuova vita che con Kitt e Sarah sta lentamente ricostruendo.

Il giudizio è complessivamente buono, anche se non mancano le critiche.

Anche se una trama relativamente ricca e strutturata che si snoda per tutti gli episodi non più considerati a sè stanti introduce un elemento di certo pregio, non ci si può che rammaricare per il molto perduto: tratto saliente ed elemento caratterizzante del primo Supercar, come disvelato subito, nel primo episodio, era la visione “romantica” di un uomo che, da solo, con la forza dei suoi valori e l’aiuto di un amico inseparabile e fedele che mai lo avrebbe tradito, avrebbe potuto cambiare il mondo. In meglio. Nella nuova serie il singolo ha risalto ed ha un ruolo di assoluto rilievo, ma è comunque uno strumento di una macchina più grande e complessa che ne potrebbe presumibilmente prescindere. In Supercar c’erano Michael, Kitt, Devon e Bonnie; in Knight Rider un equipe composita della quale fanno parte CIA e FBI.

Il passaggio è tutt’altro che di poco conto (ed è pure icasticamente segnalato: in Supercar il simbolo delle Knight Industries era un cavallo degli scacchi; nella nuova serie non di rado Kitt sfoggia come simbolo sulla propria carozzeria un cobra !?!).

Quale ne sia la ragione – il cambio di prospettiva, la perdita del romanticismo cavalleresco – Knight Rider non ha per nulla convinto il pubblico americano. I bassi ascolti hanno fatto prematuramente finire la serie al 17° episodio (la serie completa di Supercar vanta ben 4 stagioni per un totale di 90 episodi).