Archive for the ‘Fantasy’ Category

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Ecco il Quinto Numero di Terre di Confine (nuova serie)!

4 maggio 2016

Oniricalienamente

Cari Lettori, ce l’abbiamo fatta anche stavolta! Contro ogni pronostico e avversità, eccoci a presentarVi un nuovo numero del Vostro affezionatissimo TdC Mag! Come sempre gratuito, come sempre coloratissimo, come sempre ricco di stimoli, immagini e opinioni.

Ci siamo riavvalsi del prezioso supporto de La Bottega del Barbieri. è proprio l’ampia retrospettiva di Daniele Barbieri sulla figura dell’alieno nella Fantascienza a caratterizzare TdCM #5, insieme a una suggestiva riflessione di Ivano Landi sul mistero di Picnic a Hanging Rock, un’analisi che accarezza l’anima dell’Australia aborigena, quel suo cuore metafisico conosciuto come il Tempo del Sogno.Fabrizio Melodia ci ripropone poi il suo appuntamento con i fanta-temi, parlandoci di Psicostoria.

A completare la sezione Letteratura: Marco Pulitanò ben descrive quanto profonda e meschina possa rivelarsi la Cecità umana; con la nostra Cuccu’ssette c’immergiamo tra le onde e le perturbanti manifestazioni di Solaris; Elisa Giudici, nostra ospite gradita, ci illustra pregi, difetti e attitudini epigonogeniche di Ender’s Game; nuovo anche l’arrivo di Glinda Izabel, che con Rebel accompagna TdC nei territori finora inesplorati degli young adults e dei romance; e infine, restando in tema di lande da esplorare, Luca Germano ci guida tra gli inquietanti meandri dell’Area X.

La parte antologica propone racconti di Clelia Farris, Fabio Lastrucci e Vincent Spasaro, Riccardo Dal Ferro e Francesco Pomponio, per chi ama il fantastico con punte di surreale, horror e distopia.

Nella sezione Cinema e TV, l’inObsidiabile Severino Forini affronta la leggenda di Onibaba; mentreAndrea Carta s’inoltra in terra teutonica per commentarci Le Fantastiche Avventure dell’Astronave Orion (con le immancabili sinossi di SerieTV.net).

Alla coppia MistèCorà è affidato il gustoso buffet anime, con un piatto per ognuna delle tre più rinomate portate nipponiche: film (Le Ali di Honneamise), OVA (Bubblegum Crisis) e serie TV (l’inedito Dougram).

Nello spazio Fumetti, ecco il saggio di Marco Pellitteri sul mitico Astroboy; e Orlando Furioso di nuovo alle prese con un supereroe che alla Casa delle Idee scippa addirittura il nome: Capitan Marvel.

Per l’angolo foto-cosplay, Davide Longoni e Leonardo Colombi intervistano Monica Pachetti e Roberto Giancaterina. Aprono e chiudono il numero due photodream d’annata: la meravigliosa Skin Diamond, ritratta da Scott Pierre Price, posa in atmosfera a metà tra glamour e postapocalittico.

Insomma, è primavera: sedetevi, rilassatevi e gustatevi TdC Magazine #5!

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Uscito il nuovo numero di Terre di Confine!

5 maggio 2014

Lo so…sono un po’ latitante…E da molto non aggiungo qualche riga alla storia de “L’Ombra del Mercante”. Ma l’inattività non mi è propria: semplicemente devo a turno dare la priorità ai tantissimi impegni.

Fortunatamente riesco a rubare un po’ di tempo per dar seguito ad un’avventura alla quale credo molto: Terre di Confine.

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E’ da poco uscito il secondo numero della nuova edizione della rivista.

Ecco il comunicato ufficiale:

“La redazione di TdC è lieta di segnalare l’uscita del secondo numero di Terre di Confine Magazine, che può essere letto o scaricato gratuitamente qui: http://issuu.com/terrediconfine/docs/tdc2
La rivista è anche utilizzabile liberamente in qualsiasi sito web avesse piacere di farla leggere dalle proprie pagine o integrarla nel proprio layout; per utilizzare le funzioni di inglobamento, condivisione o download, è sufficiente cliccare la voce ‘share’ nel menù visibile sotto le pagine, e scegliere poi l’opzione desiderata.

Con l’occasione, avvisiamo che è già in corso la selezione dei racconti per la sezione antologica del numero 3: tutte le informazioni sono a pagina 154 della rivista.
E’ stato anche aperto un portale appositamente dedicato, nel dominio storico http://www.terrediconfine.net, dove è possibile leggere la versione web testuale di tutti gli articoli e di tutti i racconti, e lasciare commenti.

Ringraziamo fin d’ora chiunque volesse supportare il nostro impegno diffondendo questa notizia nel proprio sito o fra gli amici ^___^

Di seguito forniamo l’editoriale e il sommario.

Redazione
Ass. Cult. no-profit Terre di Confine
http://www.terrediconfine.net
http://www.terrediconfine.eu

Dall’editoriale:
“CARI LETTORI, l’uscita del numero 2 di TdC Magazine giunge in parallelo con la messa on-line di una versione mirror del nostro sito, appositamente ottimizzata per accompagnare d’ora in avanti la rivista. Insieme a questa notizia, è per me un vero piacere annunciare la riapertura di terrediconfine.net, lo storico dominio che è stato la nostra prima casa nel web – gli utenti più affezionati ricorderanno certamente quei tempi! Da oggi il dominio ospiterà proprio il nuovo portale, realizzato in WordPress e quindi adatto a sfruttare tutte le funzionalità di questa ormai diffusissima piattaforma.
E ora veniamo al n. 2! Come di consueto, la varietà dei contenuti cercherà di trattare il Fantastico nelle sue molteplici sfumature. Segnalo in particolare l’articolo su Dan Dare, un’occasione che è stata preziosa per poter parlare della leggendaria rivista Eagle e di Frank Hampson che le diede i natali, artista straordinario la cui carriera avrebbe meritato assai più onori di quelli effettivamente raccolti. Nella sezione antologica, presentiamo infine 4 racconti e 2 fumetti inediti, che passeggiano tra supereoistico, steampunk, horror e surreale. Non mi resta dunque che augurarvi un piacevole proseguimento!

Il sommario di questo numero:

DIRITTI CIVILI NELL’ERA DIGITALE
X (Little Brother)

LÀ DOVE NASCE IL VENTO PERENNE
L’Orda del Vento

ECHI IRREQUIETI DELL’AMERICAN DREAM
Io sono Helen Driscoll

SATIRA SOCIALE SULLE ORME DI SWIFT
Il Vangelo della Scimmia

Rubrica di stile
IL BIGLIETTO DA VISITA DELL’AUTORE

Fabbricanti di Universi
QUANDO IL WORLD BUILDING FUNZIONA

LA REALTÀ ATTRAVERSO LO SPECCHIO
Black Mirror

TRA MALEDIZIONI E REGISTI NASCOSTI
Poltergeist – Demoniache Presenze

LA VENDETTA DELLE DONNE-GATTO
Kuroneko

LE ALTERNE SFORTUNE DEL ROBOT RIBELLE
Baldios

LA PICCOLA CACCIATRICE DI FULMINI
Wind Mills

Sigle Baldios
BALDIOS
ASHITA NI IKIRO BALDIOS
MARIN, INOCHI NO TABI

LA LEGGENDA DEL PRINCIPE INDIANO
Krishna – Un viaggio interiore

L’ODISSEA DI UNA MADRE GUERRIERA
Legend of Mother Sarah

DAN E FRANK, DUE EROI BRITANNICI
Dan Dare

VESTENDO PAROLE E SUGGESTIONI FANTASY
Intervista a Paolo Barbieri

Racconto
IL BENANDANTE

Racconto
LA MASCHERA DI BALI

Racconto
L’ARENA DEI PLUSGENE

Racconto
L’UOMO BUONO SI PERDONA 7 VOLTE

Fumetto
LEVEL COMPLETED

Fumetto
POSSO VOLERE… VOGLIO POTERE”.

Auguro a tutti una buona lettura!

E non dimenticate di lasciare un commento… Magari al mio racconto L’uomo buono si perdona 7 volte (rivisitazione del mio racconto che trovate anche qui, sull’Oracolo) oppure alla mia recensione Là dove nasce il vento perenne!

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I Racconti di Gamara: “Fillin di Gamara”

10 febbraio 2014

Quella mattina Fillin si era alzata di buon umore e, fino a quel momento almeno, nessuno era riuscito a rovinare l’idillio: la stanza aveva la giusta temperatura; l’aria profumava di un’essenza esotica, leggera e gradevole; la sottostante strada era adeguatamente silenziosa come si conveniva alle prime ore di veglia. Ne aveva dedotto che le donne di servizio, una volta tanto, avevano riattizzato i fuochi in orario, senza insopportabili ritardi; che le cameriere si erano preoccupate del ricambio dell’aria e della corretta distribuzione degli aromi negli ambienti prima che lei si coricasse; e che le sue guardie avevano diligentemente tenuto lontano dal palazzo mendicanti, preti e saltimbanchi.

Tutto perfetto. Anche la luce del sole che, filtrando dalle tende, non troppo fioca da impedire di riconoscere i mobili e i vasi ai quali era più affezionata, non troppo intensa da costringerla alla veglia ad un’ora che lei non avesse ritenuto conveniente per una donna del suo livello sociale, disvelava che la pioggia doveva aver finalmente deciso di concedere una tregua a Gamara.

Si era goduta il tepore delle coperte,  la carezza lieve della seta purissima sulla pelle, la comodità dei due guanciali; poi, con calma, nella disposizione d’animo di concedere il perdono almeno a quelle ancelle che si fossero macchiate solo di veniali colpe, aveva tirato due delle sette corde che aveva accanto alla testata del letto facendo trillare lontani campanelli, perché le designate venissero a lavarla, vestirla, pettinarla.

Anche in quell’occasione non aveva avuto necessità di fare appello alla propria pazienza e alla propria personalissima capacità di sopportazione: le ragazzine (una bionda, una bruna e una castana, come era d’uso) erano accorse tempestivamente ed erano state attente, premurose, diligenti, capaci, delicate; si era piacevolmente sorpresa di quanto era stata abile ad insegnare loro il corretto modo di comportarsi e di prestare servizio alle sue dipendenze. Contrariamente al solito non aveva dovuto redarguire con lo sguardo, rimproverare con una delle sue tanto note ramanzine o battere le mani per chiamare in aiuto una delle ancelle più anziane.

Alla fine, specchiandosi serena, aveva esaminato il risultato di tanta dedizione non rimanendone delusa: il vestito era perfetto, senza pieghe o sgualciture; il trucco era leggero, come piaceva a lei, con gli accenti appropriatamente distribuiti su occhi e  labbra; i capelli poi… erano semplicemente perfetti. Anche se questo, ovviamente, senza false modestie, non dipendeva dalle attenzioni riservatele delle sue ancelle, ma della lucentezza e morbidezza che la natura aveva conferito alla sua fluentechioma.

camera da letto 700

Aveva quasi sospirato deliziata.

Quasi.

Perché tutto fosse perfetto, mancava ancora lei, la sua cucciola.

– Fate entrare Zucchero! – ordinò allora, sorprendendosi lei stessa dell’urgenza che distintamente aveva avvertito in quelle parole.

Con solerzia, la ragazzina castana – non si era mai sforzata di ricordare il nome delle sue ancelle, benché fossero le uniche, tra le serve al suo servizio, ad aver ricevuto il sommo privilegio di poter accudire il suo corpo perfetto – corse alla porta del corridoio interno, come se fino a quel momento non avesse atteso altro ordine. Come le era stato insegnato, aprì la porta senza avvicinarsi alla Cucciola della padrona e si scostò di lato, rabbrividendo al freddo che penetrò nella stanza e istintivamente stringendosi nelle proprie braccia.

Zucchero non parve sulle prime accorgersi di nulla: rimase accoccolata sull’uscio,  tutta rattrappita e tremante, là dove per tutta la notte aveva probabilmente sfruttato il poco calore filtrato dalla porta. Tanto che la stessa Fillin iniziò a temere che la punizione inflitta fosse stata troppo severa. Sapeva infatti quanto poteva essere fredda quella casa, per quanto numerosi fossero i camini e pesanti i tendaggi alle finestre; comunque vi sarebbero state stanze che il sole e i focolari non sarebbero riusciti a liberare da umidità e freddo, e corridoi nei quali le gelide correnti dei venti rabbiosi che spesso battevano Gamara avrebbero sempre trovato il modo di infiltrarsi.

E il corridoio di servizio che portava alla sua stanza era forse uno dei peggiori.

Tuttavia la legge non ammetteva eccezioni: Zucchero non si era comportata bene, facendole fare una gran brutta figura prima con i suoi ospiti e poi con il medico. E una punizione, per quanto severa, come quella di lasciarla quasi all’addiaccio, senza il suo cappottino e lontana dalla sua cuccia, era stata senza dubbio necessaria. .

Poi però Zucchero si alzò, sebbene su zampe malferme, e guardò nella sua direzione, con occhi imploranti.

E Fillin ebbe un tuffo al cuore: era evidente quanto Zucchero anelasse il tepore rassicurante della camera da letto della padrona, eppure rimaneva fuori, non osando fare neppure un passo, finché non le fosse stato concesso il perdono.

Fillin sospirò, teatralmente: l’esempio, l’educazione e il rigore erano importanti nella vita e il dimostrarsi inflessibile nei confronti degli inferiori – così come degli amati animaletti da compagnia e- ra imprescindibile.  Mai contraddizioni negli insegnamenti, mai cedimenti nella disciplina, mai trattamenti di favore. In fondo, lo faceva per il loro stesso bene. Era tuttavia anche opportuno che tutti coloro che vivevano sotto il suo tetto avessero ben chiaro che ogni punizione irrogata, ogni privazione alla quale erano sottoposti, dipendeva dalla loro inettitudine e non dal suo capriccio. Fillin era infatti una donna giusta e buona, che sapeva anche dimostrarsi compassionevole, ricorrendone i presupposti: un sincero pentimento e l’impegno reale a non arrecarle più offesa.

Così, dopo qualche momento di assoluto silenzio in cui finse di star ancora valutando una scelta che aveva invece già ben compiuto, Fillin, chianatasi in avanti, battute due volte le mani, chiamò la sua Cucciola:  – Zucchero! Vieni! Su. Cosa fai ancora lì? Entra! –

La piccina, come improvvisamente rianimata, le corse incontro, ancora tremante e Fillin si ritrovò ad abbracciarla, sentendosi in pace: era davvero una buona padrona, per Zucchero, come per tutti gli inferiori che ospitava in casa.

Del resto non poteva certo permettere che la sua cucciola morisse assiderata, dopo gli anni che aveva dedicato al suo addestramento.

Una delle ancelle, quella bionda,  prese a piangere sommessamente, all’evidenza commossa: si era portata una mano alla bocca, si era voltata di lato, ma non poteva ingannare Fillin, anche se quest’ultima poteva scorgerla solo con la coda dell’occhio.

Non importava: anche se quel contegno non si addiceva ad una delle sue ancelle, quella volta avrebbe lasciato correre.

E, seppure si era imposta di non farlo, sorrise, con una leggerezza nel cuore che di rado sentiva: – Fatele fare un bagno caldo. – Osservò la sua cucciola dritta negli occhi, quasi attendendosi il segno che stesse realmente comprendendo quello che stava dicendo: – E datele poi qualcosa da mangiare. Qualcosa di buono. Come piace a lei.- L’ancella rossa corse al bagno di servizio a preparare la vasca riservata a Zucchero; quella bionda corse verso le cucine.

Fillin si rivolse poi alla ancella castana, rimasta accanto alla porta: – Ebbene? Tu cosa potresti fare? –

L’ancella rimase in silenzio.

-Ah già. Fammi controllare. – Fece segno a Zucchero di stendersi a pancia in su. La Cucciola ubbedì subito. Fillin storse il naso: – Mmmmm non ci siamo ancora. Tu! Mandami di nuovo il medico….quello là, il solito. La ferita mi pare ancora un pochino infiammata. Non vorrei che avesse una ricaduta. Dalla prima febbre si è rimessa…ma è stata così male…-

L’ancella castana imboccò il corridoio dileguandosi.

Fillin accarezzò Zucchero, confessandole il proprio disagio: – In effetti avrei dovuto pensarci prima. Sei qui da qualche anno. Mi ero proprio dimenticata che anche voi…diventate fertili. Forse mi sono arrabbiata troppo. Ma tutto quel sangue… In giro per la casa. Sai: non sta bene. Ma adesso…almeno non potrà più succedere. – Sospirò: se solo fosse stata più attenta, se solo si fosse ricordata di sterilizzarla prima! Non ci sarebbero stati problemi…e non ci sarebbe stata necessità di punizioni.

Ma oramai non si poteva tornare indietro.

– Vorrà dire che con le tue prossime sorelline starò più attenta, che dici? – chiese sorridendo, concedendole ancora qualche carezza. – In effetti è un po’ di tempo che non faccio visita alla cucciolata. Quanto? Due giorni? Tre? No, non così tanto. No. – Solleticò un poco Zucchero, che, uggiolando, parve gradire. – Alcuni di quei cuccioli sono stati un po’ disubbidienti, è vero, ma bisogna aver pazienza: impareranno –

Sempre di buon umore, determinata a condividere quello stato di grazia con il maggior numero possibile di creature al mondo, chiamò un’altra ancella, rossa di capelli, ordinò che la colazione le fosse preparata nel salone grande e che due guardie si facessero trovare pronte quando, alla fine del pasto, avesse deciso di raggiungere il Rifugio: – E poi sia chiaro: oggi non intendo ricevere visite. Da parte di nessuno. Nemmeno se sulla Soglia comparisse mio fratello. – L’ancella annuì, rispettosamente, e, assicuratasi di non poter far altro per la sua signora, guadagnò rapidamente l’uscita. Con un’urgenza che, per la verità, parve a Fillin eccessiva: in fondo non aveva ordinato nulla di insolito, né aveva preteso particolare celerità. Si strinse nella spalle: con tutta probabilità se la servitù fosse stata sempre così ubbidiente e premurosa le sue giornate sarebbero state diverse.

Lasciata Zucchero alla premurose cure delle ancelle, scese nel salone grande, dove assaporò una ricca colazione. Soddisfatta, e ancora di buon umore, ritenne opportuno impartire alla servitù tutte le direttive per la giornata.

Scrollò con forza il campanello posto accanto alla sua mano ed un gran numero di serve accorse in breve tempo nella sala.

Fillin riflettè per qualche attimo, ripassando mentalmente tutte le incombenze alle quali sarebbe stato opportuno provvedere quel giorno: stranamente, oltre a quelle che quotidianamente impegnavano sempre coloro che erano al suo servizio, come la pulizia delle stanze, la verifica delle dispense, la spesa e il riordino, non le sembrava vi fossero particolari urgenze alle quali far fronte.

Quindi, come spesso accadeva, decise di invertarne lei qualcuna.

Benché non avesse notizia dell’arrivo del fratello – né per la verità notizia alcuna al suo riguardo già da qualche tempo – ritenne opportuno che fossero correttamente allestite già quel giorno stesso, per il suo eventuale rientro, tutte le diciotto stanze di rappresentanza del primo piano e i suoi appartamenti privati.

In conseguenza, ordinò, senza concedere a nessuna delle serve presenti il dono pregiato di un suo sguardo, che tutto fosse ripulito e lavato con cura, che gli arredi e gli ornamenti fossero cambiati, in modo che negli appartamenti del fratello le tonalità dominanti fossero legno scuro, blu e oro (che lui adorava) e che nelle stanze di rappresentanza fossero preparate ceste di frutta e vassoi di pasticcini, in gran numero, nel caso in cui suo fratello avesse deciso di mostrare la loro casa ai suoi compagni di viaggio.

– …E preparate anche i bagni privati e la piscina, curate l’orto e riordinate le serre. Tutto deve essere splendente. –

Impartito l’ultimo ordine, come era stato loro insegnato, nessuna delle serve si mosse. Fillin assaporò l’assoluto silenzio per qualche momento.

Poi battè due volte le mani. E sempre in silenzio tutte le serve uscirono dalla grande sala, disponendosi in tre fila di sette ciascuna, il loro passo ordinato a scandire il tempo utile a raggiungere le loro svariate occupazioni.

Fillin battè quindi una volta ancora le mani e il suo maggiordomo di fiducia fu pronto alle sue spalle. Si alzò e la sedia fu spostata per consentirle i movimenti.

Contemplò la sala che avrebbe accolto più di duecento commensali, i grandi quadri e gli arazzi alle pareti, i cristalli, i preziosi marmi, i mobili intarsiati, i tappeti pregiati e annuì soddisfatta: stava davvero facendo un buon lavoro. Quando suo fratello fosse tornato sarebbe stato fiero di lei.

– Voglio visitare la cucciolata. –

Il maggiordomo si inchinò, le aprì la porta, e l’accompagnò lungo alcune delle sale di rappresentanza fino all’ingresso secondario del palazzo, in silenzio, pronto ad assecondare ogni richiesta che gli fosse stata rivolta, anche a riportarle tutte le notizie della notte e del mattino. Ma quella volta Fillin non ritenne opportuna nessuna notizia: da Gamara giungevano spesso voci che non le piacevano e quel giorno nulla avrebbe dovuto turbarla.

All’esterno, dove si sorprese di constatare che il sole era ben già alto e che, contrariamente a quanto aveva pensato, doveva essere già il primo pomeriggio, trovò ad attenderla come d’uso due guardie e ai loro piedi due ceste di polpette di pane, arricchite con spezie, ammorbidite con latte. Si assicurò che il contenuto delle due ceste apparisse identico, anche se in effetti non lo era proprio. Poi si avviò verso il Rifugio.

Come aveva temuto, dal tugurio nascosto nel cortile più stretto del palazzo proveniva un pessimo penetrante odore acido. Feci. Urina. Vomito.

Disgustata Fillin diede comunque ordine che la porta di metallo fosse aperta.

L’odore si fece ancora più forte. Le stesse guardie si portarono brandelli di tessuto al naso per cercare di resistere al fetore.

vicolo buio

– Qualcuno ha dato loro da mangiare? – chiese Fillin con voce stridula.

– No…. Mia signora. – rispose immediatamente una delle guardie, con evidente nervosismo.

– Allora come spiegate tutto questo….lerciume?! – insistette costernata.

– Nessuno ha dato loro da mangiare o da bere dall’ultima volta che siete venuta. Due giorni fa. Come avete ordinato. Tuttavia prima di allora qualcuno aveva mangiato, prima di entrare nel Rifugio. E come da ordini non è stato permesso a nessuno di uscire. Quindi…-

Alzata con leggiadria una mano delicata, Fillin ordinò il silenzio; come spesso le accadeva aveva dimenticato i nuovi arrivi. Con tutto quello che c’era da fare, anche a lei capitava di avere delle incertezze. In fondo non c’era nulla di male. I cuccioli che accoglieva erano abituati a vivere nelle strade di Gamara, a mangiare quello che trovavano, cibi avariati, ricoperti di muffa, e a dormire in posti sudici ben peggiori del Rifugio. Quella volta era successo che il tugurio si riempisse delle deiezioni di alcuni di quei piccolini. Pazienza. Non era il caso di farne un dramma.

Piuttosto era curiosa di vedere se quei cuccioli avessero o meno fatto dei progressi dall’ultima volta che era stata laggiù.

– Allentate le catene. Vediamo se hanno imparato. –

Nella sua magnanimità Fillin concedeva ai cuccioli che qualche anima pia le portava o a quelli che per suo ordine venivano raccolti dalla strada, un primo Rifugio dai mali dell’esterno, ma poi toccava ai cuccioli stessi rendersi degni della permanenza nella sua casa. Come era successo anni prima a Zucchero che, in effetti, sorvolando sull’incidente del sangue che l’aveva davvero fatta indignare, aveva mantenuto un comportamento quasi irreprensibile per tutto il periodo della sua permanenza sotto il suo tetto e aveva subito un numero ridottissimo di punizioni.

Purtroppo Zucchero si era rivelata quasi un’eccezione, tanto da essere l’ultima cucciola adottata. Ed oramai erano passati anni!

Dopo di lei le cucciolate successive si erano sempre dimostrate deludenti tanto da non consentirle di adottare più nessun animaletto a farle compagnia. La spiegazione che Fillin aveva trovato era duplice: da un lato era evidente che le cucciolate seguivano il declino che tutta la società di Gamara subiva da tempo immemore; dall’altro, l’intervento di Fillin arrivava oramai in ritardo, quando certe sciagurate abitudini si erano troppo radicate nei cuccioli perché lei potesse porvi reale rimedio. Di solito gli abitanti di Gamara si disfacevano infatti tardi dei compagni di gioco propri o dei loro figli, quando oramai non li trovavano più interessanti o divertenti o comunque quando iniziavano a crescere e ad avere esigenze che non volevano o non potevano soddisfare. Inoltre, piuttosto che abbandonarli nelle strade di Gamara nel timore che disdicevolmente ricordassero la via di casa o a portarli a lei, preferivano direttamente sopprimerli, affogandoli o strozzandoli con le proprie mani.

Era tristemente vero: a Gamara vivevano persone davvero senza cuore.

Fortunatamente non era di quella risma la donna che le aveva affidato Zucchero. Si era presentata alla sua porta con indosso solo stracci logori, denutrita e ammalata. Non avrebbe mai potuto badare anche a quel cucciolo piccolo piccolo che stringeva tra le braccia. Aveva così insistito, con le lacrime agli occhi, che l’umore di Fillin, quel giorno tutt’altro che buono, era subito cambiato. E che dono le era stato fatto!

Le aveva dato così tante soddisfazioni!

Purtroppo per i cuccioli più grandi non era stato e continuava a non essere così facile. Quelli che faceva raccogliere nelle strade ai suoi uomini dimostravano di avere resistenza e carattere, tanto da essere riusciti a cavarsela in un mondo ostile dove nessuno si occupava di loro. Ma, purtroppo, proprio quelle capacità che avevano loro garantito la sopravvivenza erano incompatibili con il suo insegnamento: così quei cuccioli non rispettavano le regole che lei fissava e non potevano così bearsi del suo grande, infinito amore.

Mentre una delle guardie, con riluttanza, provvedeva ad allentare le catene, Fillin si augurò che almeno questa volta gli ubbidienti fossero in maggior numero rispetto ai riottosi. Altrimenti avrebbe dovuto nuovamente richiudere la porta e attendere ancora per avere qualche altro animaletto in giro per il parco e per casa.

Il silenzio fu improvvisamente rotto dall’uggiolare straziante dei cuccioli.

Molti comparvero sulla soglia del piccolo edificio, annaspando nel terreno umido, impregnato del loro sterco. Altri rimasero nel posto che si erano ricavati, guardando speranzosi nella direzione della porta e delle ceste che le guardie avevano premurosamente posto innanzi ai piedi di Fillin. Altri ancora, sciaguratamente, stremati dal freddo, dalla fame e dalla sete, non si mossero né diedero alcun segno di essersi accorti dell’arrivo della loro nuova padrona.

Fillin sospirtò già scoraggiata: altre carcasse da bruciare. Era davvero un peccato.

Ma nulla avrebbe dovuto inscurire quella bella giornata, iniziata così bene! Così ammirò per qualche momento gli esemplari che aveva raccolto. Maschi. Femmine. Giovani. Cuccioli. Indubbiamente avrebbero potuto fare la sua felicità. Certo ora erano sporchi. E troppi magri. E puzzavano come nemmeno le cloache di Gamara nei giorni più umidi. Ma Fillin sapeva guardare oltre alle apparenze. Sapeva che fra loro c’erano gemme rare che avrebbero potuto arricchire notevolmente la sua personale collezione.

In cambio avrebbero avuto di cui nutrirsi e ripararsi dai capricci del tempo. Tutto quello che dei cuccioli avrebbero potuto desiderare.

Sarebbe stato sufficiente il superamento di un piccolo esame: avrebbero dovuto dimostrarle di poter essere ubbidienti. Nulla più. Poi sarebbero stati tutti felici, lei e i suoi amati cuccioli. Tutti insieme in quel grande palazzo.

Senza attendere oltre, Fillin prese alcune polpette dalla prima cesta segnata, ben attenta a non premere troppo, e le gettò nel Rifugio.

I cuccioli si avvicinarono. Annusarono. Ma nessuno si avventò sul cibo che aveva gettato loro.

Sembravano aver compreso.

Fillin battè le mani una sola volta e attese.

Immeditamente all’interno del Rifugio scoppiò una vera guerra. I cuccioli piangevano, ringhiavano, sbavavano, si buttavano gli uni sugli altri con gli occhi spiritati, le zampe che graffiavano il terreno e la schiena dei loro compagni. I più grandi e forti tra i maschi furono ovviamente i più lesti ad arrivare, ma tra loro riuscì a farsi largo anche una femmina minuta, liberatasi da un grande maschio scuro che aveva cercato di trattenerla.

Voraci, i primi arrivati si avventarono sulle polpette. Fillin si avvide che le guardie avevano distolto lo sguardo. Lei invece avrebbe guardato. Doveva farlo. Faceva parte dei suoi compiti.

E tra versi gutturali, dopo lotte dolorose, con le poche energie rimaste, qualcuno, dopo aver morso, graffiato o colpito qualche suo compagno, riuscì finalmente a iniziare il suo pasto.

Il volto di Fillin si rabbuiò. Guardò oltre i cuccioli che avevano iniziato a mangiare e incontrò lo sguardo del maschio scuro che aveva notato prima. Vicino a lui restavano un maschio più piccolo e due femmine, una delle quali incapace persino di muoversi.

Poi solo carcasse.

Troppo pochi. Davvero troppo pochi.

Intanto, ai versi e ai rumori disgustosi della masticazione, si aggiungeva il rumore di cocci che andavano in frantumi. E qualche attimo dopo iniziarono a levarsi lamenti atroci. Alcuni dei cuccioli, con il terrore negli occhi, presero a tossire e a sputare, mentre con le zampe cercavano di strappare i corpi estranei che si erano piantati nel loro palato, nelle loro gengive, tra i denti. Ma il vetro nascosto in quanto lanciato loro era spesso penetrato troppo in profondità talché ogni loro sforzo sembrava vano.

Il terreno iniziò a costellarsi di stomachevoli brandelli di cibo grondanti sangue e denti rotti.

Uno dei cuccioli si rotolò in quell’immondo pantano. Dalla sua bocca usciva solo un gorgoglio annaspante. Con le zampe artigliava la catena che aveva al collo, cercando di raggiungere la carne, quasi volesse strapparsela e raggiungere il vetro che gli si era conficcato in gola. Il maschio scuro si gettò su di lui, cercando forse di prestargli aiuto.

Ma cosa avrebbe potuto fare?

Gli altri feriti iniziarono a piangere e a gemere: avevano lacerazioni terribili in bocca; avevano perso alcuni denti, strappati via insieme a carne, vetro e sangue. Ma non ottennero alcunché da parte di quelli che ancora stavano mangiando: non tutte le polpette contenevano cocci di vetro infatti.

Ma come potevano non sentire? No: erano semplicemente indifferenti al dolore dei loro compagni. Esisteva solo il cibo. E nulla di altro. Dopo giorni di assoluto digiuno, al freddo, immersi nello sterco proprio e altrui, avrebbero continuato a mangiare, qualunque cosa fosse accaduta loro intorno.

Ma non avrebbero potuto sfamarsi ancora a lungo.

La femmina minuta che era riuscita ad avventarsi sulle polpette lanciò un’occhiata dietro di sé; sgranò gli occhi; comprese quello che stava accadendo e sputò immediatamente quello che aveva in bocca. Guardando con vero odio una costernata Fillin.

– Come osi tu guardarmi in questo modo…-

La femmina fece un balzo in avanti, ma la catena al collo la trattenne, facendole perdere l’equilibrio e costringendola ad accasciarsi sul terreno sporco di sangue. Cercò subito di rialzarsi.

Ma le zampe cedettero.

Disorientata, cercò di rialzarsi di nuovo. Ma le zampe cedettero ancora.

Il terrore si impossessò di lei.

Poi iniziarono i conati.

E la femmina iniziò a vomitare bile e sangue.

Il veleno la stava straziando dall’interno.

La stessa sorte, pochi attimi dopo, toccò ad altri due cuccioli.

Fillin non conosceva bene i veleni come suo fratello e non sapeva armoniosamente combinare le dosi. Talché i suoi veleni erano sempre mortali e causavano sempre dolori indicibili alle sue sventurate vittime. Anche quando infliggere dolore non era il suo scopo primario.

– Due battiti. Lo avevo detto. Lo avevo ripetuto. Potevate mangiare solo se avessi battuto due volte le mani. – Fillin scosse la testa, sinceramente addolorata.

Il cucciolo con il vetro in gola fece un verso inarticolato: dalla sua bocca gorgoglii disgustosi e risucchi. Poi una gran quantità di sangue eruppe dal naso e dalla bocca. Spasmi. Sussulti.

E poi rimase immobile.

Il maschio scuro ululò. Poi, davanti ad una inorridita Fillin, osò alzarsi sulle zampe posteriori. E prese a strattonare con violenza le catene con le zampe anteriori. Un anello cedette.

– Come osi…-

– MALEDETTO MOSTRO!! – ringhiò …e urlò improvvisamente quello: – MALEDETTO! TI UCCIDERO’! HAI CAPITO??! TI UCCIDERO’ –

Fillin non poteva credere a quello che stava vedendo e sentendo. Quella… bestia stava cercando di tradire la sua natura!

– Tu non sei umano! Non lo sei! Non puoi parlare! NON PUOI!!!-

Una delle guardie si precipitò all’interno. Bianco in volto per quello che aveva visto succedere innanzi ai suoi occhi, ebbe comunque la presenza di spirito di capire che, se non avesse fatto nulla, le cose avrebbero potuto mettersi ancora peggio. Molto peggio. Per tutti. Anche per lui.

Superò i ragazzini morenti, ridotti pelle e ossa, e assestò un violento manrovescio al ragazzo bruno che aveva osato parlare. Quello cercò di ripararsi in qualche modo, ma la catena e la debolezza non glielo consentirono. Stramazzò al suolo, piangendo, e la guardia lo prese a calci fino a fargli perdere i sensi.

Non sapeva esattamente quello che stava facendo.

Quando incontrò lo sguardo delle ragazzine vestite solo di stracci in fondo al tugurio – dei! Sono solo bambine! – si sentì lacerare nel profondo. Cosa era diventato?

Si voltò rapidamente e uscì dal tugurio, stordito dagli odori, dal sangue. Dai morti.

– Ripulite. – Ordinò fredda Fillin.

-Sì, mia signora. –

– Bruciate tutto. –

– Come…cosa dobbiamo fare dei feriti? –

Gli occhi di Fillin erano annebbiati. Guardò verso la cesta con le polpette buone. Fatte con ottimi avanzi. Senza vetri. Senza veleni.

Non dovevano andare sprecate.

– Date queste polpette ai cuccioli che troverete per strada questa notte. Sopprimete i feriti di questa cucciolata. Mi hanno stancata. Non impareranno mai ad ubbidire. –

– ….E per quelli che non sono feriti? – osò chiedere ancora una delle guardie.

Nonostante tutto, Fillin era ancora abbastanza lucida: non poteva ordinare alle guardie l’uccisione o il taglio della lingua di un animale sano. Esulavano dai loro compiti.

– Ci penserà mio fratello, non appena tornerà. Ora ho altre cose di cui occuparmi. –

Non aggiunse altro.

Ma la sua mente era in fervore.

La giornata era rovinata.

Per lei era divenuta davvero pessima.

Altri ora avrebbero condiviso la sua sofferenza.

Zucchero per prima.

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I Racconti di Gamara: “L’Ombra del Mercante” (IV Parte)

22 ottobre 2013

Divorato dall’inquietudine che di momento in momento cresceva in intensità, si avvicinò di nuovo agli abiti, studiandone gli strappi: possibile che tra le mani di lei ne fosse rimasto qualche frammento? Possibile che qualcuno ricordasse di averlo visto indossare quei tessuti tanto ricercati? Aveva incontrato qualcuno mentre rientrava a casa, in quello stato?

Era sicuro che non ci fossero stati testimoni laggiù, con Elein…ma il ritorno a casa era avvolto nell’oblio.

I bottoni.

Quei preziosi, dannati bottoni.

Ne mancavano due.

EleinEleinEleinEleinElein

– Non ti è bastato strapparmi il cuore, maledetta?! – Urlò alla stanza vuota – Ora vuoi portarmi nella tomba con te?! –

Iniziò a piangere.

Non avrebbe dovuto finire così.

Era per lei che aveva fatto tutto.

Tutto.

Da quando quel giorno, tanti anni prima, l’aveva vista, ancora fanciulla, petalo che il vento del destino aveva trasportato in una terra disfatta e morente.

Il cocchiere della sua carrozza aveva imboccato una via sbagliata e, invece di raggiungere l’elegante maniero del padre, l’aveva condotta davanti alla conceria dove lavorava Demien. Uno sguattero tra tanti altri.

Peggio: un servo.

Non ci sarebbe mai stata libertà per lui. Né denaro. Né proprietà. E per questo aveva iniziato a rubare. Per mettere da parte qualcosa per sé stesso. Per quando il suo padrone si fosse stancato di lui. O le forze, già poche in quel corpo macilento e sgraziato, lo avessero abbandonato del tutto. Ma girava poco denaro nella conceria, almeno per quanto fino ad allora gli era dato sapere. E ancor meno nel lugubre tugurio dove dormiva, per poche ore, a notte fonda. Aveva messo da parte troppo poco. E correva ogni giorno il rischio che anche quel poco gli fosse rubato, da un disgraziato come lui o da qualche tagliagole, per fame o per tedio.

Non ce la avrebbe mai fatta.

Sarebbe morto lavorando, per un uomo infido che non avrebbe mai riconosciuto il suo sacrificio e si sarebbe disfatto di lui come di uno scarto di lavorazione.

Demien lo sapeva. Lo sapeva bene.

Ma fino a quel giorno la consapevolezza non aveva allontanato la rassegnazione.

Fino a quel giorno.

Quando la vide, su quella carrozza smarrita.

Gli occhi bellissimi, di un verde intenso e profondo, come il mare che di tanto in tanto gli capitava di sognare. Anche se, il mare, lui non lo aveva mai visto.

Quel giorno Elein incrociò il suo sguardo.

E per lui tutto cambiò.

Il mondo non finiva nella conceria.

C’era dell’altro oltre gli odori penetranti e nauseabondi, oltre i topi, le carcasse, i liquami. E quel qualcosa, di cui quella giovane era forse solo una parte, era splendido, più di quanto avesse osato immaginare.

Demien vide allora oltre i confine della propria vita, oltre l’incubo che quotidianamente viveva. E incominciò a sperare. E a quella speranza si avvinghiò come un naufrago ad un relitto galleggiante. Disperatamente e con ogni sua forza.

Al limite dell’umano. Al limite della ragione.

Sino all’ossessione.

Così nacque l’amore per quella che avrebbe scoperto poi chiamarsi Elein.

Così quel giorno nacque il nuovo Demien.

Quello che avrebbe finalmente abbandonato la conceria e sarebbe divenuto padrone della propria vita.

Elein lasciò quel luogo dannato dopo pochi momenti, non appena il cocchiere riuscì a imboccare un’altra via.

A Demien occorsero anni.

Ma non dimenticò mai.

Il viso di lei.

E li stemmi sulla sua carrozza.

Di una delle casate più in vista e potenti di Gamara.

Quella cui anche il Connestabile apparteneva.

Così come molti anni dopo, ricordava ancora bene le mille privazioni e le sofferenze indicibili che aveva patito in quel luogo.

Da solo.

Senza un aiuto, un sostegno, anche solo una parola di conforto.

Perché persino gli altri servi lo canzonavano per le sue diformità e si approfittavano di lui: “Vieni gobbo!” urlavano “lava le mie piaghe, gobbo!”, comandavano. E lui ubbidiva, troppo debole per opporsi, troppo codardo per reagire.

E così, dopo l’estanuante giorno di lavoro, quando ogni fibra del suo corpo era straziata dal dolore e ogni movimento era una pena, era costretto a spalmare unguenti, applicare cataplasmi, cambiare bendaggi, lenendo le ferite altrui, di rado curandole, sempre esacerbando le proprie.

Così ogni notte era un tormento e ogni giorno lo coglieva più esausto del precedente.

Ancora non riusciva a comprendere come fosse sopravvissuto, come avesse fatto a resistere, a non morire schiacciato sotto qualche cassa, asfissiato dalle esalazioni, bruciato dalle fiamme e dagli acidi.

Specie perché alla stanchezza, si aggiungeva il sopruso: toccavano a lui i lavori più pericolosi, i compiti più ingrati: “Vieni qui, gobbo! Pulisci questi secchi, gobbo! Lava la stalla, gobbo!”.

E il gobbo ubbidiva.

Servo dei servi.

Senza sosta. Senza riposo.

Nella conceria a trasportare, issare, mescolare, trascinare.

Nello studio del padrone a rassettare, pulire, lavare.

A volte ponendo un piedi innanzi all’altro senza sapere la meta, stordito e disorientato; quasi sempre digiugno da diverse ore o disidratato.

Mentre i veleni entravano nel suo corpo, attraverso il respiro, attraverso le ferite aperte.

Eppure lui resisteva.

Gli altri servi morivano.

E lui rimaneva in piedi.

E quando era sufficientemente lucido e vigile ascoltava.

I dialoghi oltre le porte chiuse, le frasi dei guardiani che non badavano mai a lui, i sussurri oltre gli angoli, le liti nelle cantine.

E rifletteva.

Fin quando i tanti frammenti colti non riuscirono a formare un disegno complesso.

Intanto rubava. Con discrezione.

Mai troppo, spesso troppo poco.

E accumulava. Anche se era difficile nascondere il denaro a quella folla immonda che riposava con lui. Anche se era stato tanto furbo da creare più nascondigli e di non condividere mai con nessuno i suoi segreti.

E poi comprava.

Ma nulla di materiale: no.

Le merci di cui faceva incetta erano informazioni. E silenzio.

pergamena e penna

E negli anni ne divenne ricco.

Fin quando tutto fu come lui aveva sperato.

E le porte di Gamara gli si aprirono innanzi.

Perché, come ogni mercante, sapeva che le merci avrebbero acquisito sempre maggior valore se conservate con cura e vendute al momento e alle persone giuste.

E anche ora erano molteplici i suoi clienti.

E ancor di più le mercanzie che conservava: avrebbe impiegato ore a contare le guardie e i giudici al suo soldo. E non avrebbe avuto difficoltà a pagare giurie e avvocati.

Demien se ne convinse presto: non sarebbero stati due bottoni a distruggergli la vita.

Poteva mettere a posto ogni cosa, se la necessità si fosse presentata.

Raccolse gli abiti e gli depose con cura nell’armadio.

Piuttosto era forse il caso di riscuotere qualche debito, come sempre faceva, senza far nascere dubbio in alcuno, foss’anche su una sua momentanea debolezza. Ma soprattutto era il caso di rammentare ad altri che le scadenza non sarebbero state prorogate e che presto sarebbe venuto il momento di onorare i propri debiti.

Raggiunse la scrivania.

Tenerli sulla corda. Non lasciarli mai tranquilli.

Sempre ricordare, mai far dimenticare.

E si mise a scrivere.

[FIne parte quarta]

[Leggi la parte terza]

[Leggi dall’inizio]

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I Racconti di Gamara: “Un uomo buono si perdona sino a sette volte”

16 settembre 2013

Più Satrian guardava l’uomo inginocchiato ai suoi piedi, più il suo cuore si allargava, anche se anni di devoto sacerdozio lo avevano oramai abituato alle lacrime, alle suppliche e alle richieste di perdono: purtroppo non avrebbe potuto negare di essersi oramai stancato di quelle manifestazioni tanto ostentate di dolore.
Benché Satrian fosse un Giusto, sapeva infatti che molto spesso le persone, anche i suoi fedeli, non lo erano: troppo spesso le richieste di perdono erano state dettate dalla paura della punizione, piuttosto che dalla sofferenza interiore per il peccato commesso.
Talché, laddove non si fosse dato seguito alla condanna emessa, ci sarebbe stata una colpa in più, piuttosto che un reale ravvedimento.
Ma in questo caso…
Satrian guardò oltre le spalle dell’uomo: il corpo nudo della sua giovane figlia giaceva immobile, in una pozza scura che andava allargandosi, la lucente lama ancora piantata nel petto, dritta nel cuore.
La ragazzina non aveva sofferto.
– Vi prego…. Vi prego. Abbiate pietà di me. – supplicava tra i singhiozzi.
Satrian era indeciso, come ben di rado accadeva.
Quel pentimento sembrava così sincero…
– Mareb, guardami. – comandò.
– Non posso, mi vergogno tanto… –
– Guardami – comandò con voce più ferma.
Asciugandosi il volto con le mani, il supplice cercò di rendersi degno dello sguardo di Satrain. Ma non fece altro che spargere il sangue della figlia sulle guance e il mento.
L’orrida maschera del colpevole.
Poi guardò verso Satrian, mentre il suo corpo continuava ad essere percorso da spasmi incontrollabili.
– Negli occhi, Mareb. Guardami negli occhi. –
Tra le fila di adepti e sacerdoti, si diffuse un palpabile disagio e si levarono infiniti sussurri e superstiziose giaculatorie.
– Non posso! Vi contaminerei! Non posso! La Carne proibisce…-
E dicendo questo Merab si ritrasse, facendosi, se possibile, ancor più piccolo ed indifeso.
Satrian ne ebbe compassione.
– Guardami – comandò ancora, per l’ultima volta.
E Mareb ubbidì.
L’incontro di sguardi fu breve. Ma fu sufficiente per Satrian: ogni indugio fu immediatamente fugato.
Sincero. Quest’uomo è sincero. Il suo pentimento reale.
Mareb è un uomo buono.

Rivolgendosi ai suoi fedeli, tutti ora in assoluto silenzio, Satrian decretò: – La colpa è mondata. –
Poi fece cenno a Mareb di alzarsi: – La Carne riconosce la tua debolezza. E la perdona. Tu sei un giusto. Non ti è preclusa la via della redenzione. –
Mareb riprese a piangere. Cercò di alzarsi. Ma le gambe cedettero.

Cripta-ArcFotNaz

Compresa la sua reale difficoltà, Satrian fece segno a due neofiti di prestargli aiuto.
Questi, quasi sollevandolo di peso, condussero il supplice all’arcata meridionale, da dove avrebbero raggiunto la cripta superiore e dove Merab, neofita come loro, avrebbe potuto lavarsi del sangue della figlia e poi rivestirsi.
Satrian sospirò.
La morte della giovane era frutto di un grave peccato. Ma la morte anche di Mareb non vi avrebbe posto rimedio: sarebbe stata intollerabile. Due Carni perdute in un giorno solo… sarebbe stato davvero troppo.
La cosa Giusta è stata fatta.
Nella raggiunta certezza, Satrian si allontanò, consapevole degli sguardi malevoli del suo Secondo Prescelto che evidentemente non aveva condiviso la sua decisione, forse scandalizzato da quel comando che aveva consentito ad un neofita di guardare il Celebrante negli occhi.
Era un problema.
Avrebbe dovuto occuparsene.
Un improvviso vociare lo costrinse tuttavia ad abbandonare quegli scuri pensieri…
– E’ viva! E’ ancora viva! –
L’eccitazione pervase la navata centrale del Tempio della Carne.
Satrian si voltò verso la fanciulla.
E il suo cuore si allargò ancora…
– La Carne ci benedisce! – esclamò con gioia.
La cosa Giusta è stata fatta.
E la Carne ce ne offre ricompensa.

La giovane respirava.
Tossì. Emise un lungo lamento.
Si mosse. Ma il dolore la bloccò a terra.
Si guardò il petto. E vide la lama che la trafiggeva.
Urlò. Ma emise solo un altro rantolo.
Sconvolta, cercò aiuto.
I suoi occhi incontrarono però solo volti sconosciuti.
Decine di persone, nude sotto i mantelli bianchi, uomini e donne, che continuavano a guardarla. Senza osare muoversi.
Alcuni però presero a sorridere.
E qualcosa, illuminato dai fuochi rituali, parve accendersi in quelle bocche immonde.
Non avevano normali denti, ma zanne di metallo.
La giovane cercò di urlare ancora.
Ma non vi riuscì: del resto, sarebbe stato totalmente inutile. Quanto avveniva in quella cripta, cinque piani sotto il suolo, era noto solo agli adepti del Tempio della Carne. E ai suoi protettori nelle sfere più alte di Gamara. Nessuno l’avrebbe udita, nessuno sarebbe venuto a soccorrerla.
Il gesto empio del padre, che invece di infliggerle la Prima Ferita che avrebbe iniziato il Banchetto, aveva, in un ultimo ripensamento, deciso di ucciderla liberandola dal supplizio di venir divorata viva, come i precetti della Carne comandavano, aveva mancato di precisione e convinzione. La lama aveva leso gravemente un polmone, ma non aveva trafitto il cuore.
Così Marialena fu cosciente quando il Celebrante diede il comando.
Fu cosciente quando trenta, tra uomini e donne, giovani e vecchi, le si avventarono addosso, i mantelli bianchi, candidissimi, come era stato quello di suo padre, prima di accoltellarla.
Tutti preda della fame, la Fame della Carne.
E fu cosciente quando i primi morsi la raggiunsero. Sentì il metallo penetrare la sua pelle, i suoi muscoli, fino alle ossa. E sentì la propria vita fluire via, nel suo sangue, del quale tutti bevvero.
Anche il Secondo Prescelto, al quale il Celebrante concesse il cuore della vittima.
Un lampo di riconoscenza nei suoi occhi. E la promessa, muta, che per quel giorno almeno, nulla di grave sarebbe accaduto nell’ordine.
Per questo il Banchetto fu gradito anche al Celebrante, che non vi partecipò.
Guardò in silenzio. Ammirato. Felice per la gioia dei suoi fedeli che vedeva nutrirsi a sazietà.
Di Carne viva.
Se il gesto di Mareb avesse raggiunto il suo scopo, ora tutti avrebbero dovuto nutrirsi di quel corpo solo una volta che fosse stato lavato e purificato dal fuoco.
Invece, mentre la vita vi fluiva ancora, la Carne era sacra e benedetta. E tutti i fedeli ne avrebbero potuto gioire.
Quanta gioia aveva condotto a quel tempio la saggezza di lasciare in vita un uomo buono!
Satrian sorrise felice.

Qualche ora dopo, il Secondo Prescelto si avvicinò a Satrian, umilmente, il sangue della giovane che ancora rendeva lucido il suo corpo perfetto.
Satrian lo osservò con ammirazione ed eccitazione crescente.
Onorando la Carne.
– Avevate ragione a voler lasciare vivo Mareb. La Carne ci ha ricompensato. –
– La Carne non mente.-
– Ma se dovesse fallire di nuovo? Se alla prossima celebrazione di nuovo si riutasse di infliggere la prima ferita e di mordere il frutto della sua Carne? –
– La Carne dice di perdonare. –
– Ma non specifica quante volte. –
– Quanti figli ha ancora Mareb? – chiese quasi distrattamente.
– Sette. Compreso quello di cui è incinta sua moglie. –
– Allora sono disposto a perdonarlo ancora sette volte. –

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I Racconti di Gamara: “L’Ombra del Mercante” (III parte)

12 settembre 2013

Un gradino.
E poi un altro ancora.
Una lenta discesa. Mentre, intorno, la luce di una fiaccola coglie forme annerite, i cui contorni sembrano danzare nelle alcove delle pareti.
Statue. Antichi monumenti.
Ma paiono morti che si destano dalle loro nere cripte.
Un gradino. E ancora un passo.
Laggiù qualcosa attende…

…Poi la luce.
Oltre le palpebre chiuse.
E, lontano, il suono di una campana.
Quanti rintocchi?
Aprì gli occhi.
La luce filtrava oltre gli scuri delle finestre. Il sole era già alto.
Come aveva fatto a dormire così a lungo?
Fuori, le tante voci di uomini e donne rivelavano che Gamara era già ben desta.
Si alzò, ma senza avvertire alcuna reale urgenza, nonostante l’ora: era strano, ma in fondo piacevole.
Era abituato a lavorare fino a tardi e a destarsi con le prime luci dell’alba. Ogni giorno dell’anno. Quali che fossero le condizioni del tempo.
Del resto, il suo lavoro non prevedeva la necessità di sortite all’esterno.
A lui bastavano i suoi libri, qualche foglio di carta, meglio ancora se di preziosa pergamena, inchiostri e penne. Erano gli altri a cercarlo e a compiere per lui tutte quelle attività che avrebbero richiesto incontri, lunghi dialoghi, estenuanti contrattazioni…e pagamenti.
Sebbene un poco intontito, i ricordi del sogno appena lasciato che andavano sbiadendo rapidamente,
Demien si alzò; nudo, raggiunse la finestra, aprì in parte gli scuri e per qualche momento studiò la sottostante strada: alcuni volti noti, una moltitudine di sconosciuti. Eppure sembravano libri aperti, davanti ai suoi occhi, le loro storie così profondamente incise nel loro modo di muoversi, atteggiarsi e rapportarsi con il mondo, da essere tanto facilmente leggibili, quanto prive di reale importanza. Ecco i garzoni delle varie botteghe artigiane indaffarati a cercare di soddisfare le impossibili richieste dei loro padroni; le guardie cittadine che si facevano pagare un extra dai mercanti della via per la loro protezione e che la notte avrebbero esatto dai ladri la loro quota concordata sulla refurtiva; le madri di famiglia che conducevano le loro figlie più giovani dal ricco signore in fondo alla via al fine dichiarato di farle prendere a servizio come sguattere nella sua casa, ma nutrendo l’inconfessabile speranza che almeno quelle vergini stuzzicassero prima e soddisfacessero poi i suoi più reconditi e perversi appetiti in modo da incassare laute ricompense.
Demian sorrise.
Storie già lette.
Storie poco interessanti.

finestra buia
Abbandonò il proprio studio, già divenuto tedioso, e riportò il suo sguardo all’interno della stanza.
Lì vide gli abiti del giorno prima, fradici e sporchi, abbandonati sull’assito del pavimento.
Per qualche momento li osservò come se appartenessero ad un’altra persona: non sarebbe mai stato tanto sbadato e distratto da lasciarli in quelle condizioni. Poi però ne riconobbe il tessuto e il valore. Ricordò dove e a che prezzo li aveva comprati.
Cercò ugualmente di convincersi che l’ansia e l’allarme che andavano comunicandogli erano solo impressioni, probabilmente conseguenza di qualche bicchiere di troppo bevuto la notte precedente.
Poi vide gli strappi.
E le macchie scure.
E il cuore mancò un battito.
EleinEleinEleinElein
Alzò lo sguardo.
E si ritrovò davanti uno sconosciuto.
Sussultò.
Lunghi capelli neri, sciolti fino alle spalle, che non riuscivano a nascondere l’ovale sgraziato del volto di un colorito insano.
Occhi scuri, cerchiati ed incavati, come pozzi infetti.
Braccia troppo esili.
E spalle cadenti, di diseguale altezza.
L’odiosa gobba…
EleinEleinEleinElein
– Non sono così! Non sono più così! –
Si scagliò in avanti.
Ma inciampò negli abiti lasciati a terra.
E cadde bocconi, davanti allo specchio.
Il maledetto specchio che aveva lasciato scoperto.
Era…patetico.
Iniziò a piangere.
– Non è successo. Non è mai successo… –
Istintivamente si guardò il palmo delle mani.
Sporchi.
Di terra….e di…fuliggine?
Ma non di sangue.
Calma.
Pioveva. Molto forte. Ed era buio.
– Sì. Pioveva. –
Nessuno poteva aver sentito o visto qualcosa.
Certo non avrebbero mai potuto riconoscerlo.
EleinEleinEleinElein
Si rialzò.
Sedette sui talloni per qualche momento.
Poi si avvicinò di nuovo alla finestra, pensando di aprirla per prendere un po’ d’aria.
Ma cambiò idea: qualcuno avrebbe potuto accorgersi della sua presenza. Tornò al letto, senza coricarvisi, fissandone, inorridito, le lenzuola macchiate. Andò alla scrivania, ingombra di carte, ma non si sedette, incapace di rimanere fermo.
Nervoso, all’erta, come la sua mente, che valutava ipotesi, scartava vie d’uscite, analizzava altre soluzioni. Ancora annebbiata dalla speranza che si fosse trattato solo di un sogno.
Ma gli abiti erano sempre là, al centro della stanza,in un mucchio scomposto, i ricchi ornamenti e la preziosa stoffa rovinati.
Aveva speso in quegli abiti ben più di quanto fosse ragionevole fare. Ma gli accorgimenti di Namart, il miglior sarto di quella parte di Gamara, gli erano indispensabili.
Quando li indossava la gobba spariva e la sua figura guadagnava altezza, eleganza ed equilibrio.
Insieme alle scarpe, che cancellavano la diversa lunghezza delle gambe, lo trasformavano in un uomo distinto che tutti avrebbero creduto di nobili origini, anche se nel suo sangue non scorreva una sola goccia di nobiltà.
Del resto erano pochi anche nella ristretta cerchia degli Antichi Nobili dell’Aquila a potersi permettere gli abiti di Namart.
Quello che contava davvero erano i soldi. E a Demien non facevano certo difetto.
Ora però rischiava di perdere anche quello.
Tutto.
Calma.
Non c’erano testimoni.
Come potevano arrivare a lui?

[fine terza parte]

Luca Germano

[Leggi la seconda parte]

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I Racconti di Gamara: “L’Ombra del Mercante” (II parte)

31 agosto 2013

Demian barcollò, rapito dalla vertigine che diveniva ogni momento più forte, man mano che l’occhio, seguendo l’inusuale ritmo di rilievi, concavità e linee irregolari che plasmava la facciata dell’edificio, incontrava, senza apparente soluzione di continuità e preciso disegno, figure vagamente antropomorfe, simboli arcani e ornamenti vegetali…
…E poi arti deformi, corna oblunghe, volti distorti dal dolore e membra squassate.
Forse una strage perpetrata da orde demoniache.
Forse il supplizio delle vittime sacrificate a dei pagani.
Distolse lo sguardo.
Ma ovunque lo volgesse, ad attenderlo non vi erano che altre ombre, se possibile più buie di quelle prima vedute, che rinnovavano senza posa la minaccia di nuovi orrori che non poteva immaginare se non più angoscianti.
Eppure non si gettava a terra, né fuggiva dal vicolo; nemmeno chiudeva gli occhi.
Fin quando d’improvviso, senza ragione, la minaccia gli apparve promessa e la fuga divenne insaziabile ricerca.
Quasi non osava guardare, ma voleva farlo.
E ogni volta che l’ombra assumeva nuove immonde forme, il suo sguardo si ritrovava ad indugiarvi, fin quando, del demone che si svelava, non aveva colto ogni turpe deformità, ogni sproporzione, ogni lineamento alieno; dell’atroce tormento, ogni gratuita sofferenza, ogni strazio, ogni muto lamento.
Riusciva ad allontanarsi dalla contemplazione solo quando veniva distratto da un improvviso movimento sospetto che non aveva ragion d’essere, da una forma che sembrava essersi fatta più vicina o più grande, da una massa che minacciava una ben prossima rovina.
Oppure, più spesso, da un’ombra più nera che non aveva prima notato.
Si sorprese di constatare che, per quanto disturbante fosse quanto andava mostrandosi e per quanto si sentisse spaventato e stanco, in misura decisamente maggiore era… affamato. Di orrore.
E di dolore.
Solo si rammaricava di non poter vedere di più.

buio grata

Non dubitava infatti che anche oltre il limite del suo sguardo, là dove neppure in minima parte giungeva la luce che l’ancella aveva lasciato accesa, egualmente bestie immonde e demoni affollassero i cornicioni, si avvinghiassero agli stipiti e ai davanzali delle finestre, protendessero artigli oblunghi e sgraziati busti fuori da alcove buie e nicchie profonde, dando prosecuzione al medesimo incoerente e folle ritmo.
Perché unica e tragicamente chiara doveva essere l’allucinata e perversa ispirazione che aveva costituito il progetto ardito e folle dell’Architetto di quell’edificio.
Tanto da arrivare persino a deformarne la stessa struttura, le fughe, le linee, gli spazi della facciata che pareva valicare i propri limiti e stendersi oltre il logicamente lecito.
Poi un nuovo lampo.
E solo allora, non prima, Demien riconobbe davvero l’incubo di una mente devastata.
Gli incroci bestiali erano forse eco di miti fanciulleschi, benché trasfigurati nel delirio di un età matura, e così le forme avizzite e sterili di piante morte, poco più che la riproposizione di studi rivisitati e reinterpretati nell’aridità di una anima che non conosce speranza.
Ma la congerie immonda che il lampo mostrò ai suoi occhi…quella no: non poteva essere semplice estro creativo, seppure deviato, né stanco ritorno; non poteva essere il frutto di una mente che seguiva ancora una logica ed una estetica; non poteva essere…l’opera di un uomo!
No!
Era delirio.
Era follia.
L’occhio smise di vagare.
E rimase imprigionato.
Per l’eternità del lampo.
La mente di Demien, per tutta la vita.
EleinEleinEleinEleinEleinElein…
Feti ciechi che dilaniavano le carni delle proprie madri nutrendosi dei loro corpi martoriati; donne che si trafiggevano l’utero, per tentare di uccidere gli abomini dei quali erano gravide; fanciulli che soffocavano bevendo da seni deformi e purulenti, altri che inutilmente si dibattevano mentre venivano inchiodati a strani troni sormontati da soli incandescenti che ne liquefacevano le carni… E bambini, che non erano bambini, con bocche che sembravano cicatrici là dove avrebbe dovuto trovarsi il naso e che si aprivano in senso longitudinale rispetto al viso; e altri imprigionati in una lastra ondulata che sembrava un lago, ma era verticale rispetto al terreno; donne che bruciavano vive in sale immense, mentre i loro mariti erano infilzati con nere lance conficcate nei sovrastanti soffitti.
Solo per breve attimo Demien si interrogò su come fosse possibile che tali dettagli fossero visibili e riconoscibili nei fregi e nelle sculture che aveva di fronte; solo per breve attimo dubitò della verità di quanto vedeva.
E intanto continuava a piovere.
E l’acqua, in rivoli rapidi e improvvisi zampilli, scivolava sulle linee contorte, negli avvallamenti, seguendo convessità e fregi, quasi che ogni cosa in quell’edificio piangesse per la propria miserevole natura.
Ma non c’era solo profondo dolore e ineguagliabile strazio.
Le deformità d’incubo, che Demian vedeva, comunicavano al contempo odio sempiterno e incontenibile ira.
E allora Demien comprese di essere tra anime a sé eguali.
– Non mi serve più la luce, ancella! – urlò alla notte: – Spegni pure, se devi: non subirò alcun male, qui. Poichè non vi sono demoni, ma giusti che io non ho tormentato! –
Ma l’ancella non rispose.
E la Luce non si spense.
Demien si voltò verso la porta che non lo aveva accolto.
Chiusa. Nella luce.
– E non ho bisogno di entrare nel palazzo che custodisci. Dillo alla Tua signora. – gridò ancora.
E incominciò a ridere.
– Fai finta di non sentire ancella? O hai paura di me?! –
L’uscio non si schiuse né l’ancella o altri rispose.
– Non mi serve il tuo aiuto. Lo sapevi vero? Nessuno mi giudica qui. Io sono tra amici. –
E si voltò di nuovo verso l’incubo per saziarsi dell’immonda sua natura.
Ma l’attenzione fu attirata esclusivamente dalla porta.
La porta che prima non c’era e che ora invece aveva innanzi.
Aperta.
Nell’oblio.

[ fine seconda parte ]

Luca Germano

[Leggi il seguito]

[Leggi la prima parte]