L’Orda del Vento [Recensione]

Un viaggio a piedi iniziato da più di tre decadi, senza l’ausilio di alcun mezzo di locomozione e marciando sempre controvento. Diciotto uomini e cinque donne: la trentaquattresima Orda; gli ultimi a tentare l’impresa che in otto secoli nessuno è riuscito a portare a termine, e che nessuno, dopo di loro, tenterà più: scoprire l’origine del Vento che segna e domina il loro mondo. In ragione di questo obiettivo e delle modalità sacralmente seguite per raggiungerlo, sono divenuti un mito vivente: gli ultimi, ma anche i migliori. Sono in grande vantaggio rispetto alle altre orde: a parità di tempo hanno percorso più miglia di quanto avessero fatto tutti i predecessori, compresi i loro genitori che li attendono alle pendici dell’Ultima Vetta, la loro meta. Lassù la fine del mondo conosciuto. Forse l’inizio di un altro. Forse la fine di tutto. Hanno già superato infinite insidie, ma sono ben consapevoli che davanti ai loro passi se ne pareranno altrettante e di ancor maggior difficoltà. Lo avevano previsto. Lo avevano accettato. Ciò che non potevano aspettarsi era di avere un inseguitore, agguerrito e temibile, pronto a fare ricorso a ogni espediente per prendersi le loro vite e impedire il successo della missione.

Oramai lettore di lunga carriera, ben di rado chiedo informazioni: solitamente, dopo la lettura della scheda di presentazione, mi basta leggere la prima pagina e una casuale a metà per comprendere se il romanzo mi possa dare soddisfazioni. Ma quando per la prima volta ebbi tra le mani l’Orda del Vento rimasi perplesso e ritenni di non disporre di indizi sufficienti. Anche per l’esperta libraia però si trattava di un oggetto misterioso: l’autore non le era altrimenti conosciuto, la storia appariva “fumosa”, le recensioni erano limitate e ben poco esplicative. Così, quella volta, pur con qualche dubbio, passai oltre. Ma alcune caratteristiche dell’opera – ben evidenti a chiunque pur brevemente ne scorra le pagine – mi erano rimaste impresse. Così, benché fossi nel frattempo approdato su altri lidi, dopo qualche tempo, rieccomi a riconsiderare la precedente scelta e a farne una di segno opposto. Inutile tergiversare: nel lasciare sullo scaffale quel libro ho corso il rischio di perdere una delle migliori avventure librarie nelle quali mi sia imbattuto.

L’Orda del Vento (La Horde du Contrevent, 2004) è un romanzo particolarissimo che si connota per l’originalità della struttura, prima ancora che dell’ambientazione. Singolare è già la numerazione delle pagine, che inizia da 625 e termina a 0; oltre a questo, a far subito capire che si tratta di qualcosa di nuovo è sufficiente l’incipit: incomprensibile, composto da una serie apparentemente casuale di virgole, punti e apostrofi e, laddove intelligibile, da toni criptici, quasi profetici.

Né l’impatto straniante viene davvero attenuato una volta che si superi il prologo: l’autore, Alain Damasio, intesse una prosa a tratti difficile, quasi aulica, che utilizza con mano copiosa neologismi, termini rari o accezioni inusuali. Si entra subito in medias res, con l’Orda appiattita a terra per resistere alle raffiche violente di quella che solo dopo molte pagine il lettore comprenderà essere una delle forme del vento; ed è inutile cercare una chiara spiegazione degli eventi pregressi o una chiave di lettura per quelli in corso di svolgimento.

Sorprendente, fin da subito, è il continuo cambio di voce narrante.

Sì perché il viaggio verrà raccontato attraverso gli occhi dei membri dell’Orda, in prima persona, con cambio di toni, profondità di pensiero e analisi, nonché di sintassi, lessico e forme espressive. Ventitré membri dell’Orda, ventitré voci narranti. Ognuna con sua propria specifica connotazione.

È la caratteristica principe del libro, il suo punto di forza, ma a volte anche la sua debolezza.

Aiuta il lettore il fatto che ogni personaggio è identificato da uno specifico simbolo, posto all’inizio di paragrafo al cambio di voce narrante. Il segnalibro che accompagna il testo offre una legenda sintetica e pratica: una grande omega individua il tracciatore Golgoth; il pi-greco è riservato al principe Pietro; la parentesi tonda è per lo scriba Sov; il punto interrogativo rovesciato con apostrofo introduce il trovatore Caracollo, e così via.

All’inizio, il segnalibro è indispensabile, ma l’abilità di caratterizzazione di Damasio è tale che il lettore si accorgerà molto presto di poter fare a meno dei simboli, riuscendo a riconoscere d’immediato ogni personaggio, dal pensiero e dal modo di esprimersi: il riflessivo Sov comunicherà tramite frasi complesse, descrizioni accurate, esplicitazione di dubbi e ripensamenti; Golgoth, il capo duro e inflessibile, all’opposto, sarà riconosciuto per le espressioni spesso triviali e le frasi brevi e dirette; Caracollo, sempre incontenibile e trascinante, userà di preferenza termini preziosi e giochi di parole.

Opportunamente, Damasio all’inizio riduce il numero dei cambi di prospettiva, limitandoli ai personaggi principali; altrettanto opportunamente inserisce, dopo non molte pagine, un intero capitolo dedicato alla presentazione dell’Orda, ai suoi singoli membri e alle loro abilità. Viene così almeno in parte illustrato il fine del viaggio; viene dato conto di quanto i protagonisti abbiano già perso e acquisito; viene tratteggiato, quantomeno nell’essenziale, il mondo straordinario nel quale vivono. Soprattutto viene spiegato il perché del loro lungo marciare a piedi controvento, quando navi dotate di straordinari motori eolici solcano veloci le pianure come i velieri l’oceano.

La comprensione è però in realtà nulla più che una fuggevole impressione. Vengono infatti introdotte ed elaborate tematiche filosofiche che conducono di nuovo al disorientamento: per esempio, le molto complesse (apparenti) digressioni sul ‘vivo’caratterizzante ogni uomo (qualcosa di diverso dall’anima e dal corpo) troveranno spiegazione solo nelle ultime pagine, per bocca di uno dei personaggi. E così sarà ogni qualvolta il lettore riterrà di aver finalmente compreso, di essere sulla corretta via. Come accadrà ai personaggi dell’Orda: ogni qualvolta raggiungeranno un terreno sicuro, si ritroveranno gettati di nuovo in balia del vento.

Anche sul piano più squisitamente descrittivo, il mondo de L’Orda del Vento ha margini e tratti ‘volatili’ quasi fossero essi stessi spazzati dall’aria imperiosa.

La ricerca dell’origine del Vento è in effetti ricerca del significato stesso dell’esistenza, posto che il mondo tutto è plasmato sulle sue forme; e una tale ricerca non può avere punti saldi, ma solo provvisori, fragili appigli che consentono, dopo titanici sforzi, di procedere soltanto un poco oltre, verso la meta che pare comunque irraggiungibile.

Il procedere per gradi è un tratto saliente anche della ricerca scientifica dell’Orda: per descrivere le forme del Vento, le Orde delle ultime decadi hanno elaborato uno specifico sistema, strutturato sui simboli con i quali si apre il romanzo. Ecco allora pian piano spiegate le tante righe apparentemente incomprensibili: sono trascrizioni delle forme del vento. Accurate. Precise. Per catturare le diverse folate, l’intensità, il variare della direzione, la potenza, il ritmo… Perché il Vento si può leggere e interpretare.

Il romanzo slitta così di continuo tra filosofia e avventura, spesso inscindibilmente tra loro fuse, con forme espressive e sintassi che ricalcano il singolare ritmo del testo e della narrazione.

Sbaglierebbe tuttavia chi temesse noia e dispersività: per quanto le digressioni non manchino, L’Orda del Vento non dimentica l’essenza propria del viaggio. Damasio crea luoghi magici e terribili, città straordinarie e montagne dolorosamente invincibili; avviluppa la storia attorno a personaggi credibili e perfettamente delineati; concede spazio all’azione e alla tensione.

Purtroppo, a volte, il repentino cambio di voce narrante, parallelo nelle intenzioni all’incalzante succedersi degli eventi, confonde idee e disperde immagini, così come l’utilizzo di termini inconsueti e di neologismi si pone spesso come ostacolo alla fluidità e alla comprensione.

È però certo che nella maggioranza delle occasioni l’effetto cercato è pienamente conseguito: indimenticabili restano le estenuanti lotte dell’Orda con il Vento delle pianure, come pure le dolorose perdite alle pendici dell’Ultima Vetta. Una nota a parte merita il singolare duello che vede protagonista Caracollo, incentrato sull’utilizzo della lingua, tanto complesso e di elevato livello da prevedere una prova di costruzione di un intero dialogo per il tramite di complessi palindromi (alcuni dei quali non perfetti per limite della traduzione dal francese).

Il sovrapporsi di più temi, di più voci narranti, di più chiavi di lettura, nonché di più forme espressive, rende L’Orda del Vento senza dubbio uno dei libri più originali e interessanti ai quali la narrativa contemporanea abbia dato luce.

E il lettore non può che restarne affascinato, mentre viene trascinato da un vento impetuoso o accarezzato da una lieve brezza… Fino allo sconvolgente epilogo, dove molte domande troveranno finalmente risposta.ente risposta.

[Questa recensione è comparsa anche sulla rivista Terre di Confine, nell’ottobre del 2011]

Thomas Covenant: l’antieroe [Recensione]

Ho un nitido ricordo del primo incontro con Donaldson, autore molto noto fuori dai confini nazionali e fonte di ispirazione per lo stesso Stephen King (come espressamente dichiara, in premessa, ne L’ultimo Cavaliere, primo libro della potente saga de La Torre Nera).

Dopo Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli ero ancora affamato di fantasy; non ero però rimasto appagato dalla lettura de Il Silmarillion e non particolarmente convinto né dai Racconti Perduti, né dai Racconti Ritrovati. Orfano di Tolkien (siamo nel 1989), a 13 anni mi ero trovato in seria difficoltà: mi fu proposto Dune, di Herbert, ma non ero ancora pronto per approdare alla fantascienza – non sapendo, allora, quanta epicità si può trovare anche in alcune pagine di quest’altro mondo…ma non divagherò – e lo scorrere i vari titoli nella carto-librerie dove ordinavo i libri scolastici non mi consentiva di superare lo scoglio della sfiducia. In effetti, cosa avrei mai potuto trovare di meglio di Tolkien?

La domanda era effettivamente mal posta. Ancora oggi, a più di trent’anni di distanza e diverse migliaia di pagine di libri fantasy (e horror) lette (come mi ricorda Anobii), riconosco ne Il Signore degli Anelli un punto di arrivo, un arresto pressoché invalicabile: grazie anche alla traduzione della Alliata, quel libro rapiva e rapisce immergendo ogni descrizione in una dimensione “magica”, che agli occhi di un lettore adolescente diveniva – e diviene senz’altro ancora – esperienza irripetibile. Non era certo un caso se, passeggiando per la mia città, trasfiguravo piazze e vie di consueto transito nei luoghi della mia più grande avventura: il parco dove si temeva l’incontro con i bulli di scuola era Bosco Atro; la casa dell’amico di sempre assurgeva ad ultimo baluardo contro il Male, tanto da venir direttamente nominata durante le telefonate (con il grigione SIP – che ho ancora) Minas Tirith; la scuola diventava ora Mordor, ora Minas Morgul. Persino nelle passeggiate nei boschi i luoghi più ameni prendevano sempre il nome di Agrifogliere e Lothlòrien.

Senza contare ovviamente il fatto che, quando si giocava all’Amiga con pietre miliari del mondo videoludico quali The Eye of the Beholder e l’indimenticabile Dungeon Master della FTL, il nano si chiamava immancabilmente Gimli, l’elfo Legolas, il Mago Gandalf, ecc…

Non ho mai trovato, in effetti, qualcosa di meglio di Tolkien. Ma mi sono imbattuto, diverse volte, in qualcosa di diverso che mi ha fatto vivere avventure di pari livello e che ha senza dubbio comunque influenzato il mio modo di scrivere, di guidare campagne durante le partite nei giochi di ruolo, di rapportarmi con le più svariate letture e, senza tema di caduta nella facile retorica, di “vedere” il mondo.

Se la memoria non mi è fallace, negli anni avrei poi successivamente fatto la conoscenza delle saghe di Jordan (i primi volumi de La Ruota del Tempo, nella edizione mai portata a termine della Mondadori – Interno Giallo), Williams (per anni sono stato neanche troppo segretamente innamorato di Miriamele), Gemmel (che con L’Eco del Grande Canto raggiunse forse una delle vette più alte), Eddings, Lawhead, Brooks (per il tramite de Il Magico Mondo di Landover e non Shannara) fino ad approdare a Goodkind, Turtledove e poi, molto più recentemente, a Erikson, Wexler e Ruthfuss.

Il primo incontro con “qualcosa” che poteva ricordare Tolkien (ambientazione latu sensu medievaleggiante, grande uso della magia, varie razze ad affiancare quella umana), ma che se ne differenziava per altri tratti grandemente, avvenne, come ho anticipato, un pomeriggio del secondo semestre della terza media.

Mia mamma era rientrata dal lavoro e, come al solito, “aveva fatto un passo” nella consueta cartolibreria (La Liguria – c’è ancora, se vi può interessare) e aveva comprato “La Guerra dei Giganti” di Stephen Donaldson, volume de Le Cronache di Thomas Covenant, l’Incredulo.

La copertina dell’edizione Mondadori interno giallo era splendida e, unita a quelle degli altri due volumi, La Conquista dello Scettro e L’Assedio della Rocca, avrebbe composto una immagine molto evocativa e accattivante.

Benché mi fossi accorto di quanto a mia mamma era invece sfuggito (ossia che si trattava del secondo volume di una trilogia della quale non possedevo il primo tassello) diedi comunque una opportunità a quanto veniva sottoposto alla mia attenzione (i compiti, svolti come al solito con accesa la televisione o con le cuffie nelle orecchie, avrebbero potuto attendere).

Una rapida occhiata, una breve lettura dell’incipit…e tempo qualche minuto eccomi sprofondato nella Landa, la terra oltre il mondo “del quotidiano” nella quale sono ambientate le “gesta” del più inusuale degli anti-eroi.

Ero abituato ad Aragorn. A scuola (e a casa) leggevo con avidità di Achille ed Ettore. Avevo ancora vivido il ricordo delle letture mattutine con le quali, fino a non molti anni prima, mia mamma mi avvicinava all’epica e ai miti di tutto il mondo. Conoscevo Gilgamesh, Orlando, diverse varianti dei miti arturiani. Mi ritrovai a seguire i grossolani errori, gli atti vili e gli scostanti atteggiamenti di un uomo sconfitto dalla vita e per questo arido, freddo e caustico e che, giunto nel nuovo mondo, non ne riconosce la reale esistenza, ritenendolo frutto soltanto di una complessa allucinazione. Tanto da guadagnarsi l’appellativo, appunto, di Incredulo. Tanto da comportarsi e agire come se nulla avesse reale importanza ed effettive conseguenze, per sé e per gli altri. Un incontro, in una parola, disorientante.

Così, mentre gli amici, anch’essi alla ricerca del dopo-tolkien, affrontavano Lovecraft (al quale mi sarei accostato poco dopo) e Shea (La Leggenda di Nifft), io conoscevo Donaldson, tutt’ora tra i miei preferiti.

L’autore, che aveva vissuto fino ai 16 anni in India, insieme al padre missionario, per anni occupatosi della cura dei lebbrosi, plasma l’antieroe per “eccellenza”. Thomas Covenant è infatti uno scrittore fallito che, contratta la lebbra in America e perse a causa dell’infezione alcune dita della mano, viene lasciato dalla moglie e trattato come un reietto dalla comunità della quale fa parte, ritrovandosi così costretto a vivere da solo, isolato, macerandosi tra rimpianto, amarezza e disillusione, e tenendo a stento a freno una grande rabbia che rischia di deflagrare in ogni momento.

Poi, d’improvviso, a seguito di un incidente, si ritrova catapultato in un luogo ignoto, la Guglia di Kevin, scambiato per un antico eroe (Berek Mezzamano) e fatto oggetto delle speranze, presto disattese, di chi giunge a prestargli soccorso.

Ne La Guerra dei Giganti Covenant raggiunge per la seconda volta la Landa, questa volta a seguito di un gesto altruistico del quale neppure si riteneva più capace. E’ costretto ad affrontare le conseguenze dei gesti più turpi compiuti nel primo romanzo (tra i quali lo stupro di una giovane innocente), ma anche a farsi carico di responsabilità che non vorrebbe e di decisioni fondamentali per il Destino della Landa relativamente alle quali si sente totalmente inadeguato.

Come in Tolkien, il mondo teatro degli avvenimenti, dominato dalla magia, è abitato da creature fiabesche, che ricordano le leggende nordiche, ma con tratti psicologici più complessi, declinati più al rimpianto o al dolore (come appunto i Giganti) che alla rettitudine e all’eroismo.

I toni della narrazione sono molto più cupi, i nemici ben più terribili di banali orchi e soprattutto l’antagonista è ben più abile dello “sprovveduto” Sauron. Il Sire Immondo, precipitato nella Landa e qui bloccato dall’Arco del Tempo, è un fine ingannatore, un vero genio del male, capace di prevedere ogni mossa delle eterogenee forze legate all’equilibrio e di predisporre conseguentemente le trappole più efficaci perché siano gli stessi “buoni” ad auto annientarsi. Come avrà modo di dire uno dei personaggi più importanti della saga, l’Alto Signore Morham, è infatti impossibile fuggire alle sue trappole, perché ognuna è circondata da molteplici altre.

Nel quadro di una quantomai avvincente partita a scacchi, dove la posta in gioco, come si comprenderà ben presto, non è certo la sola Landa, vengono narrate grandiose battaglie di pari livello a quelle Tolkeniane (anche se di minor numero), ma anche avventure di ricerca e scoperta dalle atmosfere significativamente più “gotiche”, quando non direttamente “horror”.

Ancora oggi, benché non abbia più ripreso tra le mani questo testo, non mi è difficile richiamare alla mente l’inquietudine che avvertii nell’affrontare le pagine dedicate alla missione di alcuni Signori della Rocca partiti alla volta delle lontane città dei Giganti. Rivivo con facilità la potenza di alcune immagini, dal Posseduto che cerca di controllare il mare con il Sasso della Malaterra, all’atroce morte di alcune delle imperturbabili Guardie del Sangue.

Allora, quanto davvero mi sorprese, ammaliandomi, fu la capacità di creare una forte tensione che non veniva mai realmente risolta, se non in eventi che si appalesavano, poco dopo, quali occasione di nuovi scenari ancor più tetri.

Persino quando Covenant riesce a scatenare, grazie alla rabbia e all’oro bianco del suo anello nuziale, il potere primordiale e ad avere la meglio su minacce apparentemente insormontabili, ecco manifestarsi una trappola del Sire Immondo, lo Spregiatore, che spariglia di nuovo le carte e conduce verso nuovi abissi.

Tensione, gioco intellettuale, atmosfere cupe, avventure: un libro in abile equilibrio.

Eppure, leggendo qua e là, le recensioni di lettori più o meno esperti, è facile trovare giudizi assai negativi. Molti dichiarano di aver faticato a portare a termine la lettura del primo libro, La Conquista dello Scettro, e di non aver neppure tentato di leggere La Guerra dei Giganti.

Arrivando direttamente al punto, non si tratta di giudizi così “campati in aria”. Chissà se l’errore di mia mamma non sia stato determinante! Il primo libro manca in effetti di molti punti di forza del seguito. Spesso è lento, a tratti decisamente noioso. Eppure è proprio in questo romanzo che facciamo la conoscenza di uno dei personaggi meglio riusciti, il memorabile Salcuore Seguischiuma, il Gigante che, nonostante le abissali differenze, riuscirà a stringere amicizia con Covenant e a cambiarne, lentamente, assieme ad altri, visione e comportamento. Qui ancora si prende confidenza con l’abilità annichilente dell’antagonista, si inizia a comprendere di quale profondità è il racconto e si ricevono indizi su quanto complessi possano essere i successivi sviluppi.

Se una critica davvero si può muovere a Donaldson è di non aver saputo mantenere al medesimo livello interesse e coinvolgimento in tutti i libri della saga.

A mio sommesso parere, l’opera avrebbe potuto concludersi con il terzo libro, l’Assedio della Rocca.

Purtroppo, spinte di vario tipo – in particolare il successo dei primi romanzi e l’insistenza degli editori – hanno obbligato alla stesura di due successive trilogie (l’ultima delle quali inedita in Italia e, si aggiunge, senza particolari rimpianti).

Il Sole Ferito, immediatamente successivo a L’Assedio della Rocca non manca di introdurre buone idee, ma le diluisce in un impianto che, dopo il primo impatto, non affascina. Il seguito, L’Albero Magico, è forse uno dei peggiori libri che abbia mai letto. Mentre la conclusione della seconda trilogia, ne L’Oro Bianco, non riesce né a sorprendere (come invece quella della prima), né a destare interesse per successivi sviluppi. Senza contare, in questa trilogia, l’introduzione di uno dei personaggi per me più detestabili della narrativa, quella Linden Avery che pare avere tutti i difetti di Covenant, ma non gli innegabili pregi.

Ma questo già condurrebbe a dire troppo, spiegando troppo poco. E non pare davvero questa la sede.

Conclusione sintetica (giudizio)

  • La Conquista dello Scettro: 7 (originalità)
  • La Guerra dei Giganti: 9 (coinvolgimento)
  • L’Assedio della Rocca: 7 (degna conclusione)

L’intera trilogia è stata pubblicata recentemente da Fanucci (la traduzione apporta modifiche ad alcuni dei nomi più rilevanti, pure qui ricordati).

Bibliografia dell’autore:

STEPHEN R. DONALDSON

Romanzi

Ciclo “Le Cronache di Thomas Covenant, l’Incredulo” (The Chronicles of Thomas Covenant, the Unbeliever)

Le Prime Cronache

  • La Conquista dello Scettro (Lord Foul’s Bane – 1977)
  • La Guerra dei Giganti (The Illeath War – 1978)
  • L’Assedio Della Rocca (The Power that preserves – 1979)

Le Seconde Cronache

  • Il Sole Ferito (The Wounded Land – 1980)
  • L’Albero Magico (The One Tree – 1982)
  • L’Oro Bianco (White Gold Wielder – 1983)

Le Ultime Cronache

  • The Runes of the Earth – 2004
  • Fatal Revenant – 2007
  • Against All Things Ending – 2010
  • The Last Dark (previsto per il 2013)

Ciclo The Gap

  • La Scatola della Follia (The Gap into Conflict: The Real Story – 1991)
  • The Gap into Vision: Forbidden Knowledge – 1991
  • The Gap into Power: A Dark and Hungry God Arises – 1993
  • The Gap into Madness: Chaos and Order – 1994
  • The Gap into Ruins: This Day All God Dies – 1996

Ciclo “Mordant” (Mordant’s Need)

  • Lo Specchio dei Sogni (The Mirror of Her Dreams – 1986)
  • I Cavalieri dello Specchio (A Man Rides Through– 1987)

Racconti

Ciclo The Gap

  • Gilden Fire – 1981

Altri Racconti e Saggi

  • The Lady in White (in The Year’s Finest Fantasy 2 – 1979)
  • Cinderella vs The Publishing Business (in Wooster Alumni Magazine – 1981)
  • Doughters of Regals and Other Tales – 1984
  • What makes us Human (in The 1985 Annual World’s Best SF – 1985)
  • Elegy (in The Wooster Review – 1985)
  • Animal Lover (in Tin Stars – 1986)
  • Epic Fantasy in the Modern Wolrd: A Few Observations – 1986
  • The Books That Made a Difference (in American Bookseller 1986)
  • Unworthy of the Angel (in A Very Large Array 1– 1987)
  • The Djinn Who Watches Over the Accursed (in Arabesques 2 – 1989)
  • The Conqueror Worm (in I Shudder at Your Touch – 1991)
  • Reave the Just (in After the King – 1992)
  • The Live Poets Society (in Thinker Review – 1992, volume No. II)
  • The Woman Who Loved Pigs (in Full Spectrum 4 – 1993)
  • The Kings of Tarshish Shall Bring Gifts (in The Book of Kings – 1995)
  • Reave the Just and Other Tales – 1999
  • The Aging Student of the Martial Arts (in Shotokan Karate Magazine – 2004)

Opere scritte originariamente come Reed Stephens

Romanzi

Ciclo “The Man Who

  • The Man Who Killed His Brother – 1980
  • The Man Who Risked His Partner – 1984
  • The Man Who Tried to Get Away – 1990
  • The Man Who fought Alone – 2001

L’Uomo che cuciva anime [Racconto]

«Vuole decidersi?» insistette, insofferente.

«È ancora dell’idea di non uscire dalla stanza, Sara?» le chiese il prete, che invece di eseguire il suo volere se ne restava seduto.

Crede forse che io possa rimanere impressionata?

Braccia conserte, Sara accennò col mento verso il letto: «Lo guardi, ha mai veduto cosa più patetica?»

«È suo padre…»

Avrebbe dovuto significare qualcosa? «Proceda» comandò.

Il prete, nel fruscio delle vesti nere, si alzò lentamente, riponendo il rosario – con il quale, era sicura, non aveva recitato nulla, sebbene si trovasse in quella stanza fin dal mattino. Nessuno poteva contraddire una Meridia: avrebbe ubbidito, come chiunque altro, e avrebbe impartito a suo padre l’estrema unzione. Così forse suo padre si sarebbe finalmente deciso a morire.

Tuttavia ne dubitò quando don… come ha detto di chiamarsi?… si accostò al letto senza stringere in mano alcun simbolo della sua fede.

«Gabriel Meridia, io ti conosco…»

L’uomo nel letto, improvvisamente, sgranò gli occhi incavati, e l’attimo dopo fu colto da una terribile crisi: tossì sangue scuro sulle maleodoranti lenzuola ricamate, cercando invano di inspirare.

Il rumore la disgustò. Muori! MUORI!

La consunzione lo divorava insaziabile.

«E tu, mi riconosci?»

Suo padre iniziò a scalciare. Ad artigliare l’aria. Squassato dalla tosse, soffocato dal proprio sangue.

Indifferente, il prete tracciò con le mani strani segni, sui polsi e sui piedi e poi sul petto e sulle spalle dell’infermo. Non erano croci: sembrava piuttosto che le dita stessero tirando fili invisibili e disfacendo trame. E ad ogni gesto pareva che suo padre patisse dolori più atroci. Il viso, di un giallo malsano, si ricoprì di un velo untuoso di sudore, stravolto dal dolore. Dalla bocca aperta uscivano gorgoglii raccapriccianti e lamenti soffocati.

Il prete cominciò… a tirare! E il petto di suo padre si gonfiò, anche se non c’era aria nei suoi polmoni; e la schiena prese a inarcarsi, tra gli spasmi, quasi che un artiglio invisibile lo stesse strappando via dal suo letto, da quella vita cui ostinatamente restava abbarbicato.

Poi accadde qualcosa di inatteso: suo padre la supplicò.

Non ricordava di averlo mai visto piangere, né implorare: erano le sue vittime a farlo, non lui. Ma quella volta gli occhi del potente Meridia piangevano e supplicavano che qualcuno – lei? – ponesse termine a quel supplizio.

All’improvviso ci fu lo strappo. Insieme alle vesti del sangue di Nesso intrise, brandelli della sua carne…

L’urlo fu agghiacciante… Ma non era suo padre a urlare.

Infine, silenzio.

Il prete uscì da casa Meridia poco dopo. Chiuse gli occhi e assaporò il dolore che il capofamiglia aveva fatto patire a ogni uomo e donna che aveva incontrato, specie a sua figlia. Gustò le torture e le violenze. E per ultimo assaporò il dolore dello stesso Meridia.

Il brandello di anima corrotta che gli aveva cucito addosso poco dopo la sua nascita aveva attecchito bene. Tanto nel profondo da trasferirsi nella figlia. Evento inatteso e foriero di inimmaginabili, future delizie.

Tornò alla cappella che tutti veneravano non sapendo che fosse sconsacrata da anni.
Quando la coppia bussò alla sua porta era pronto.

«Padre siamo qui per …»

«Lo so. Come intendete chiamarlo?»

«Marco» risposero senza esitazione.

Il prete prese tra le proprie le mani del bambino. Che iniziò a piangere. E poi i suoi piedi.

E intanto cuciva…

«Marco. Lieto di fare la tua conoscenza.»

[Racconto pubblicato nel 2014, sulla Rivista on line Terre di Confine]

L’uomo buono si perdona sino a sette volte [Racconto]

Più Satrian guardava l’uomo prosternato ai suoi piedi, più l’incertezza cresceva, nonostante anni di devoto sacerdozio lo avessero abituato a lacrime e suppliche. Quante volte a implorare era stata la paura della punizione e non la sofferenza per il peccato commesso. Quante volte Satrian, Primo tra i Giusti, aveva dovuto ascoltare la confessione di atti innominabili e dar seguito a penose condanne perché perdonare avrebbe reso ancor più ignobili le colpe.

Ma in questo caso…

Il suo sguardo, colmo di tristezza, si posò sul corpo nudo della ragazzina. Giaceva immobile, in una pozza scura, la lama lucente ancora piantata nel petto. Non aveva sofferto.

«Vi prego… abbiate pietà di me» ripeteva senza posa, tra i singulti, colui che, fino a quel giorno, era stato un fedele timorato e scrupoloso. Ora col capo chino, le braccia abbandonate…

Quel pentimento sembrava così sincero!

«Mareb, guardami.»

«So che ho sbagliato. Mi vergogno tanto…»

L’uomo cercò di asciugarsi le lacrime con le mani, non facendo altro che spargere il sangue della fanciulla su tutto il viso. L’orrida maschera del colpevole.

«Negli occhi, Mareb. Guardami negli occhi.»

Tra le fila di adepti e sacerdoti si diffuse un palpabile disagio e si bisbigliarono superstiziose giaculatorie.

Mareb si fece, se possibile, ancor più piccolo e indifeso.

Satrian ne ebbe compassione. «Guardami.»

Il devoto ubbidì.

L’incontro di sguardi fu breve, eppure bastò a fugare ogni dubbio.

Sincero. Quest’uomo è sincero. Il suo pentimento reale. È un uomo buono.

Rivolgendosi ai Fratelli, tutti adesso in sacrale silenzio, Satrian decretò: «Che la colpa sia mondata col perdono!» Poi fece cenno a Mareb di alzarsi. «La Carne riconosce il tuo pentimento. E ti concede l’assoluzione. Tu sei sempre stato un Giusto, non ti sia allora preclusa la via della Redenzione.»

Il fedele riprese a piangere. Cercò di alzarsi sulle gambe malferme… Satrian fece segno a due neofiti di prestargli aiuto, e costoro, quasi sollevandolo di peso, lo condussero oltre l’arcata meridionale della Sala delle Celebrazioni, lontano dalla vista degli altri.

Satrian sospirò. Togliere la vita alla giovane era stato uno scellerato sacrilegio, ma condannare Mareb allo stesso destino non vi avrebbe posto rimedio. Due Carni perdute in un giorno solo…

Sì, la cosa Giusta è stata fatta.

Di nuovo saldo nel proprio giudizio, Satrian s’incamminò verso le scale che lo avrebbero riportato all’ingannevole vita di ogni giorno. Fu un improvviso vociare a fermarlo:

«È viva! È ancora viva!»

L’eccitazione pervase la navata centrale del Tempio della Carne. Satrian si voltò verso la fanciulla. E il suo cuore sussultò per l’emozione.

«La Carne ci benedice!» esclamò qualcuno.

La cosa Giusta è stata fatta! E la Carne ce ne offre ricompensa!

La ragazzina respirava. Tossì. Emise un lungo lamento. Si mosse. Ma il dolore la bloccò a terra. Si guardò il petto. E vide la lama che la trafiggeva. Urlò. O almeno tentò di farlo: dalle sue labbra solo un altro pietoso rantolo.

Sconvolta, cercò aiuto. I suoi occhi incontrarono volti sconosciuti. Decine di persone, nude sotto i mantelli bianchi, uomini e donne, che continuavano a guardarla senza osare muoversi.

Alcuni però presero a sorridere. E qualcosa, illuminato dalle candele rituali, parve accendersi in quelle bocche… immonde: non avevano denti normali, ma zanne di metallo.

La giovane cercò ancora di urlare, inutilmente perché nessuno l’avrebbe udita. Nessuno sarebbe giunto a soccorrerla.

Il gesto empio che, al posto di infliggerle la Prima Ferita, in un ultimo ripensamento aveva cercato di liberarla dal supplizio di venir divorata viva come i precetti della Carne comandavano, aveva mancato di precisione e convinzione. La lama non aveva trafitto il cuore.

Così la ragazzina fu cosciente quando il Celebrante Satrian acconsentì all’inizio al Banchetto. Fu cosciente quando trenta, uomini e donne, giovani e vecchi, le si avventarono contro, i mantelli bianchi, candidi. Tutti in preda alla Fame della Carne.

E fu cosciente quando i primi morsi la lacerarono… Sentì la vita fluire via, nel suo sangue, del quale tutti bevvero.

Il Celebrante non partecipò, ma osservò in silenzio, commosso per la gioia dei suoi fedeli, che vedeva nutrirsi a sazietà. Di Carne viva e benedetta. Quanta felicità aveva diffuso in quel tempio la saggezza di lasciare in vita un uomo buono!

Terminato il Banchetto, il Secondo Prescelto – al quale Satrian aveva accordato il cuore della sacrificata – si avvicinò al Celebrante, umilmente, la riconoscenza negli occhi, e il sangue della ragazzina che ancora chiazzava il suo corpo perfetto.

Satrian lo osservò con ammirazione ed eccitazione.

«Eravate nel Giusto a voler risparmiare Mareb. La Carne ci ha premiato. Ma… se dovesse fallire di nuovo? Se alla prossima Celebrazione si rifiutasse ancora di infliggere la Prima Ferita e di assaggiare il frutto della sua Carne? Quante volte ancora dovremmo perdonare?»

Satrian volle sapere: «Quanti figli ha Mareb, oltre alla fanciulla che questa sera la Carne ha benedetto?»

«Altri sette. Compreso quello di cui è in attesa sua moglie.»

«Allora la Carne sarà disposta a perdonarlo in tutto sette volte.»

[Questo racconto è comparso, oltre che già qui, sull’Oracolo dei Venti, in una versione leggermente diversa, sulla rivista on-line Terre di Confine; I diritti appartengono ai proprietari secondo disposizioni contrattuali presenti nella medesima rivista]

Ecco il Quinto Numero di Terre di Confine (nuova serie)!

Oniricalienamente

Cari Lettori, ce l’abbiamo fatta anche stavolta! Contro ogni pronostico e avversità, eccoci a presentarVi un nuovo numero del Vostro affezionatissimo TdC Mag! Come sempre gratuito, come sempre coloratissimo, come sempre ricco di stimoli, immagini e opinioni.

Ci siamo riavvalsi del prezioso supporto de La Bottega del Barbieri. è proprio l’ampia retrospettiva di Daniele Barbieri sulla figura dell’alieno nella Fantascienza a caratterizzare TdCM #5, insieme a una suggestiva riflessione di Ivano Landi sul mistero di Picnic a Hanging Rock, un’analisi che accarezza l’anima dell’Australia aborigena, quel suo cuore metafisico conosciuto come il Tempo del Sogno.Fabrizio Melodia ci ripropone poi il suo appuntamento con i fanta-temi, parlandoci di Psicostoria.

A completare la sezione Letteratura: Marco Pulitanò ben descrive quanto profonda e meschina possa rivelarsi la Cecità umana; con la nostra Cuccu’ssette c’immergiamo tra le onde e le perturbanti manifestazioni di Solaris; Elisa Giudici, nostra ospite gradita, ci illustra pregi, difetti e attitudini epigonogeniche di Ender’s Game; nuovo anche l’arrivo di Glinda Izabel, che con Rebel accompagna TdC nei territori finora inesplorati degli young adults e dei romance; e infine, restando in tema di lande da esplorare, Luca Germano ci guida tra gli inquietanti meandri dell’Area X.

La parte antologica propone racconti di Clelia Farris, Fabio Lastrucci e Vincent Spasaro, Riccardo Dal Ferro e Francesco Pomponio, per chi ama il fantastico con punte di surreale, horror e distopia.

Nella sezione Cinema e TV, l’inObsidiabile Severino Forini affronta la leggenda di Onibaba; mentreAndrea Carta s’inoltra in terra teutonica per commentarci Le Fantastiche Avventure dell’Astronave Orion (con le immancabili sinossi di SerieTV.net).

Alla coppia MistèCorà è affidato il gustoso buffet anime, con un piatto per ognuna delle tre più rinomate portate nipponiche: film (Le Ali di Honneamise), OVA (Bubblegum Crisis) e serie TV (l’inedito Dougram).

Nello spazio Fumetti, ecco il saggio di Marco Pellitteri sul mitico Astroboy; e Orlando Furioso di nuovo alle prese con un supereroe che alla Casa delle Idee scippa addirittura il nome: Capitan Marvel.

Per l’angolo foto-cosplay, Davide Longoni e Leonardo Colombi intervistano Monica Pachetti e Roberto Giancaterina. Aprono e chiudono il numero due photodream d’annata: la meravigliosa Skin Diamond, ritratta da Scott Pierre Price, posa in atmosfera a metà tra glamour e postapocalittico.

Insomma, è primavera: sedetevi, rilassatevi e gustatevi TdC Magazine #5!

Uscito il nuovo numero di Terre di Confine!

Lo so…sono un po’ latitante…E da molto non aggiungo qualche riga alla storia de “L’Ombra del Mercante”. Ma l’inattività non mi è propria: semplicemente devo a turno dare la priorità ai tantissimi impegni.

Fortunatamente riesco a rubare un po’ di tempo per dar seguito ad un’avventura alla quale credo molto: Terre di Confine.

https://mentore.files.wordpress.com/2013/10/logo-tdc.png

E’ da poco uscito il secondo numero della nuova edizione della rivista.

Ecco il comunicato ufficiale:

“La redazione di TdC è lieta di segnalare l’uscita del secondo numero di Terre di Confine Magazine, che può essere letto o scaricato gratuitamente qui: http://issuu.com/terrediconfine/docs/tdc2
La rivista è anche utilizzabile liberamente in qualsiasi sito web avesse piacere di farla leggere dalle proprie pagine o integrarla nel proprio layout; per utilizzare le funzioni di inglobamento, condivisione o download, è sufficiente cliccare la voce ‘share’ nel menù visibile sotto le pagine, e scegliere poi l’opzione desiderata.

Con l’occasione, avvisiamo che è già in corso la selezione dei racconti per la sezione antologica del numero 3: tutte le informazioni sono a pagina 154 della rivista.
E’ stato anche aperto un portale appositamente dedicato, nel dominio storico http://www.terrediconfine.net, dove è possibile leggere la versione web testuale di tutti gli articoli e di tutti i racconti, e lasciare commenti.

Ringraziamo fin d’ora chiunque volesse supportare il nostro impegno diffondendo questa notizia nel proprio sito o fra gli amici ^___^

Di seguito forniamo l’editoriale e il sommario.

Redazione
Ass. Cult. no-profit Terre di Confine
http://www.terrediconfine.net
http://www.terrediconfine.eu

Dall’editoriale:
“CARI LETTORI, l’uscita del numero 2 di TdC Magazine giunge in parallelo con la messa on-line di una versione mirror del nostro sito, appositamente ottimizzata per accompagnare d’ora in avanti la rivista. Insieme a questa notizia, è per me un vero piacere annunciare la riapertura di terrediconfine.net, lo storico dominio che è stato la nostra prima casa nel web – gli utenti più affezionati ricorderanno certamente quei tempi! Da oggi il dominio ospiterà proprio il nuovo portale, realizzato in WordPress e quindi adatto a sfruttare tutte le funzionalità di questa ormai diffusissima piattaforma.
E ora veniamo al n. 2! Come di consueto, la varietà dei contenuti cercherà di trattare il Fantastico nelle sue molteplici sfumature. Segnalo in particolare l’articolo su Dan Dare, un’occasione che è stata preziosa per poter parlare della leggendaria rivista Eagle e di Frank Hampson che le diede i natali, artista straordinario la cui carriera avrebbe meritato assai più onori di quelli effettivamente raccolti. Nella sezione antologica, presentiamo infine 4 racconti e 2 fumetti inediti, che passeggiano tra supereoistico, steampunk, horror e surreale. Non mi resta dunque che augurarvi un piacevole proseguimento!

Il sommario di questo numero:

DIRITTI CIVILI NELL’ERA DIGITALE
X (Little Brother)

LÀ DOVE NASCE IL VENTO PERENNE
L’Orda del Vento

ECHI IRREQUIETI DELL’AMERICAN DREAM
Io sono Helen Driscoll

SATIRA SOCIALE SULLE ORME DI SWIFT
Il Vangelo della Scimmia

Rubrica di stile
IL BIGLIETTO DA VISITA DELL’AUTORE

Fabbricanti di Universi
QUANDO IL WORLD BUILDING FUNZIONA

LA REALTÀ ATTRAVERSO LO SPECCHIO
Black Mirror

TRA MALEDIZIONI E REGISTI NASCOSTI
Poltergeist – Demoniache Presenze

LA VENDETTA DELLE DONNE-GATTO
Kuroneko

LE ALTERNE SFORTUNE DEL ROBOT RIBELLE
Baldios

LA PICCOLA CACCIATRICE DI FULMINI
Wind Mills

Sigle Baldios
BALDIOS
ASHITA NI IKIRO BALDIOS
MARIN, INOCHI NO TABI

LA LEGGENDA DEL PRINCIPE INDIANO
Krishna – Un viaggio interiore

L’ODISSEA DI UNA MADRE GUERRIERA
Legend of Mother Sarah

DAN E FRANK, DUE EROI BRITANNICI
Dan Dare

VESTENDO PAROLE E SUGGESTIONI FANTASY
Intervista a Paolo Barbieri

Racconto
IL BENANDANTE

Racconto
LA MASCHERA DI BALI

Racconto
L’ARENA DEI PLUSGENE

Racconto
L’UOMO BUONO SI PERDONA 7 VOLTE

Fumetto
LEVEL COMPLETED

Fumetto
POSSO VOLERE… VOGLIO POTERE”.

Auguro a tutti una buona lettura!

E non dimenticate di lasciare un commento… Magari al mio racconto L’uomo buono si perdona 7 volte (rivisitazione del mio racconto che trovate anche qui, sull’Oracolo) oppure alla mia recensione Là dove nasce il vento perenne!

I Racconti di Gamara: “Fillin di Gamara”

Quella mattina Fillin si era alzata di buon umore e, fino a quel momento almeno, nessuno era riuscito a rovinare l’idillio: la stanza aveva la giusta temperatura; l’aria profumava di un’essenza esotica, leggera e gradevole; la sottostante strada era adeguatamente silenziosa come si conveniva alle prime ore di veglia. Ne aveva dedotto che le donne di servizio, una volta tanto, avevano riattizzato i fuochi in orario, senza insopportabili ritardi; che le cameriere si erano preoccupate del ricambio dell’aria e della corretta distribuzione degli aromi negli ambienti prima che lei si coricasse; e che le sue guardie avevano diligentemente tenuto lontano dal palazzo mendicanti, preti e saltimbanchi.

Tutto perfetto. Anche la luce del sole che, filtrando dalle tende, non troppo fioca da impedire di riconoscere i mobili e i vasi ai quali era più affezionata, non troppo intensa da costringerla alla veglia ad un’ora che lei non avesse ritenuto conveniente per una donna del suo livello sociale, disvelava che la pioggia doveva aver finalmente deciso di concedere una tregua a Gamara.

Si era goduta il tepore delle coperte,  la carezza lieve della seta purissima sulla pelle, la comodità dei due guanciali; poi, con calma, nella disposizione d’animo di concedere il perdono almeno a quelle ancelle che si fossero macchiate solo di veniali colpe, aveva tirato due delle sette corde che aveva accanto alla testata del letto facendo trillare lontani campanelli, perché le designate venissero a lavarla, vestirla, pettinarla.

Anche in quell’occasione non aveva avuto necessità di fare appello alla propria pazienza e alla propria personalissima capacità di sopportazione: le ragazzine (una bionda, una bruna e una castana, come era d’uso) erano accorse tempestivamente ed erano state attente, premurose, diligenti, capaci, delicate; si era piacevolmente sorpresa di quanto era stata abile ad insegnare loro il corretto modo di comportarsi e di prestare servizio alle sue dipendenze. Contrariamente al solito non aveva dovuto redarguire con lo sguardo, rimproverare con una delle sue tanto note ramanzine o battere le mani per chiamare in aiuto una delle ancelle più anziane.

Alla fine, specchiandosi serena, aveva esaminato il risultato di tanta dedizione non rimanendone delusa: il vestito era perfetto, senza pieghe o sgualciture; il trucco era leggero, come piaceva a lei, con gli accenti appropriatamente distribuiti su occhi e  labbra; i capelli poi… erano semplicemente perfetti. Anche se questo, ovviamente, senza false modestie, non dipendeva dalle attenzioni riservatele delle sue ancelle, ma della lucentezza e morbidezza che la natura aveva conferito alla sua fluentechioma.

camera da letto 700

Aveva quasi sospirato deliziata.

Quasi.

Perché tutto fosse perfetto, mancava ancora lei, la sua cucciola.

– Fate entrare Zucchero! – ordinò allora, sorprendendosi lei stessa dell’urgenza che distintamente aveva avvertito in quelle parole.

Con solerzia, la ragazzina castana – non si era mai sforzata di ricordare il nome delle sue ancelle, benché fossero le uniche, tra le serve al suo servizio, ad aver ricevuto il sommo privilegio di poter accudire il suo corpo perfetto – corse alla porta del corridoio interno, come se fino a quel momento non avesse atteso altro ordine. Come le era stato insegnato, aprì la porta senza avvicinarsi alla Cucciola della padrona e si scostò di lato, rabbrividendo al freddo che penetrò nella stanza e istintivamente stringendosi nelle proprie braccia.

Zucchero non parve sulle prime accorgersi di nulla: rimase accoccolata sull’uscio,  tutta rattrappita e tremante, là dove per tutta la notte aveva probabilmente sfruttato il poco calore filtrato dalla porta. Tanto che la stessa Fillin iniziò a temere che la punizione inflitta fosse stata troppo severa. Sapeva infatti quanto poteva essere fredda quella casa, per quanto numerosi fossero i camini e pesanti i tendaggi alle finestre; comunque vi sarebbero state stanze che il sole e i focolari non sarebbero riusciti a liberare da umidità e freddo, e corridoi nei quali le gelide correnti dei venti rabbiosi che spesso battevano Gamara avrebbero sempre trovato il modo di infiltrarsi.

E il corridoio di servizio che portava alla sua stanza era forse uno dei peggiori.

Tuttavia la legge non ammetteva eccezioni: Zucchero non si era comportata bene, facendole fare una gran brutta figura prima con i suoi ospiti e poi con il medico. E una punizione, per quanto severa, come quella di lasciarla quasi all’addiaccio, senza il suo cappottino e lontana dalla sua cuccia, era stata senza dubbio necessaria. .

Poi però Zucchero si alzò, sebbene su zampe malferme, e guardò nella sua direzione, con occhi imploranti.

E Fillin ebbe un tuffo al cuore: era evidente quanto Zucchero anelasse il tepore rassicurante della camera da letto della padrona, eppure rimaneva fuori, non osando fare neppure un passo, finché non le fosse stato concesso il perdono.

Fillin sospirò, teatralmente: l’esempio, l’educazione e il rigore erano importanti nella vita e il dimostrarsi inflessibile nei confronti degli inferiori – così come degli amati animaletti da compagnia e- ra imprescindibile.  Mai contraddizioni negli insegnamenti, mai cedimenti nella disciplina, mai trattamenti di favore. In fondo, lo faceva per il loro stesso bene. Era tuttavia anche opportuno che tutti coloro che vivevano sotto il suo tetto avessero ben chiaro che ogni punizione irrogata, ogni privazione alla quale erano sottoposti, dipendeva dalla loro inettitudine e non dal suo capriccio. Fillin era infatti una donna giusta e buona, che sapeva anche dimostrarsi compassionevole, ricorrendone i presupposti: un sincero pentimento e l’impegno reale a non arrecarle più offesa.

Così, dopo qualche momento di assoluto silenzio in cui finse di star ancora valutando una scelta che aveva invece già ben compiuto, Fillin, chianatasi in avanti, battute due volte le mani, chiamò la sua Cucciola:  – Zucchero! Vieni! Su. Cosa fai ancora lì? Entra! –

La piccina, come improvvisamente rianimata, le corse incontro, ancora tremante e Fillin si ritrovò ad abbracciarla, sentendosi in pace: era davvero una buona padrona, per Zucchero, come per tutti gli inferiori che ospitava in casa.

Del resto non poteva certo permettere che la sua cucciola morisse assiderata, dopo gli anni che aveva dedicato al suo addestramento.

Una delle ancelle, quella bionda,  prese a piangere sommessamente, all’evidenza commossa: si era portata una mano alla bocca, si era voltata di lato, ma non poteva ingannare Fillin, anche se quest’ultima poteva scorgerla solo con la coda dell’occhio.

Non importava: anche se quel contegno non si addiceva ad una delle sue ancelle, quella volta avrebbe lasciato correre.

E, seppure si era imposta di non farlo, sorrise, con una leggerezza nel cuore che di rado sentiva: – Fatele fare un bagno caldo. – Osservò la sua cucciola dritta negli occhi, quasi attendendosi il segno che stesse realmente comprendendo quello che stava dicendo: – E datele poi qualcosa da mangiare. Qualcosa di buono. Come piace a lei.- L’ancella rossa corse al bagno di servizio a preparare la vasca riservata a Zucchero; quella bionda corse verso le cucine.

Fillin si rivolse poi alla ancella castana, rimasta accanto alla porta: – Ebbene? Tu cosa potresti fare? –

L’ancella rimase in silenzio.

-Ah già. Fammi controllare. – Fece segno a Zucchero di stendersi a pancia in su. La Cucciola ubbedì subito. Fillin storse il naso: – Mmmmm non ci siamo ancora. Tu! Mandami di nuovo il medico….quello là, il solito. La ferita mi pare ancora un pochino infiammata. Non vorrei che avesse una ricaduta. Dalla prima febbre si è rimessa…ma è stata così male…-

L’ancella castana imboccò il corridoio dileguandosi.

Fillin accarezzò Zucchero, confessandole il proprio disagio: – In effetti avrei dovuto pensarci prima. Sei qui da qualche anno. Mi ero proprio dimenticata che anche voi…diventate fertili. Forse mi sono arrabbiata troppo. Ma tutto quel sangue… In giro per la casa. Sai: non sta bene. Ma adesso…almeno non potrà più succedere. – Sospirò: se solo fosse stata più attenta, se solo si fosse ricordata di sterilizzarla prima! Non ci sarebbero stati problemi…e non ci sarebbe stata necessità di punizioni.

Ma oramai non si poteva tornare indietro.

– Vorrà dire che con le tue prossime sorelline starò più attenta, che dici? – chiese sorridendo, concedendole ancora qualche carezza. – In effetti è un po’ di tempo che non faccio visita alla cucciolata. Quanto? Due giorni? Tre? No, non così tanto. No. – Solleticò un poco Zucchero, che, uggiolando, parve gradire. – Alcuni di quei cuccioli sono stati un po’ disubbidienti, è vero, ma bisogna aver pazienza: impareranno –

Sempre di buon umore, determinata a condividere quello stato di grazia con il maggior numero possibile di creature al mondo, chiamò un’altra ancella, rossa di capelli, ordinò che la colazione le fosse preparata nel salone grande e che due guardie si facessero trovare pronte quando, alla fine del pasto, avesse deciso di raggiungere il Rifugio: – E poi sia chiaro: oggi non intendo ricevere visite. Da parte di nessuno. Nemmeno se sulla Soglia comparisse mio fratello. – L’ancella annuì, rispettosamente, e, assicuratasi di non poter far altro per la sua signora, guadagnò rapidamente l’uscita. Con un’urgenza che, per la verità, parve a Fillin eccessiva: in fondo non aveva ordinato nulla di insolito, né aveva preteso particolare celerità. Si strinse nella spalle: con tutta probabilità se la servitù fosse stata sempre così ubbidiente e premurosa le sue giornate sarebbero state diverse.

Lasciata Zucchero alla premurose cure delle ancelle, scese nel salone grande, dove assaporò una ricca colazione. Soddisfatta, e ancora di buon umore, ritenne opportuno impartire alla servitù tutte le direttive per la giornata.

Scrollò con forza il campanello posto accanto alla sua mano ed un gran numero di serve accorse in breve tempo nella sala.

Fillin riflettè per qualche attimo, ripassando mentalmente tutte le incombenze alle quali sarebbe stato opportuno provvedere quel giorno: stranamente, oltre a quelle che quotidianamente impegnavano sempre coloro che erano al suo servizio, come la pulizia delle stanze, la verifica delle dispense, la spesa e il riordino, non le sembrava vi fossero particolari urgenze alle quali far fronte.

Quindi, come spesso accadeva, decise di invertarne lei qualcuna.

Benché non avesse notizia dell’arrivo del fratello – né per la verità notizia alcuna al suo riguardo già da qualche tempo – ritenne opportuno che fossero correttamente allestite già quel giorno stesso, per il suo eventuale rientro, tutte le diciotto stanze di rappresentanza del primo piano e i suoi appartamenti privati.

In conseguenza, ordinò, senza concedere a nessuna delle serve presenti il dono pregiato di un suo sguardo, che tutto fosse ripulito e lavato con cura, che gli arredi e gli ornamenti fossero cambiati, in modo che negli appartamenti del fratello le tonalità dominanti fossero legno scuro, blu e oro (che lui adorava) e che nelle stanze di rappresentanza fossero preparate ceste di frutta e vassoi di pasticcini, in gran numero, nel caso in cui suo fratello avesse deciso di mostrare la loro casa ai suoi compagni di viaggio.

– …E preparate anche i bagni privati e la piscina, curate l’orto e riordinate le serre. Tutto deve essere splendente. –

Impartito l’ultimo ordine, come era stato loro insegnato, nessuna delle serve si mosse. Fillin assaporò l’assoluto silenzio per qualche momento.

Poi battè due volte le mani. E sempre in silenzio tutte le serve uscirono dalla grande sala, disponendosi in tre fila di sette ciascuna, il loro passo ordinato a scandire il tempo utile a raggiungere le loro svariate occupazioni.

Fillin battè quindi una volta ancora le mani e il suo maggiordomo di fiducia fu pronto alle sue spalle. Si alzò e la sedia fu spostata per consentirle i movimenti.

Contemplò la sala che avrebbe accolto più di duecento commensali, i grandi quadri e gli arazzi alle pareti, i cristalli, i preziosi marmi, i mobili intarsiati, i tappeti pregiati e annuì soddisfatta: stava davvero facendo un buon lavoro. Quando suo fratello fosse tornato sarebbe stato fiero di lei.

– Voglio visitare la cucciolata. –

Il maggiordomo si inchinò, le aprì la porta, e l’accompagnò lungo alcune delle sale di rappresentanza fino all’ingresso secondario del palazzo, in silenzio, pronto ad assecondare ogni richiesta che gli fosse stata rivolta, anche a riportarle tutte le notizie della notte e del mattino. Ma quella volta Fillin non ritenne opportuna nessuna notizia: da Gamara giungevano spesso voci che non le piacevano e quel giorno nulla avrebbe dovuto turbarla.

All’esterno, dove si sorprese di constatare che il sole era ben già alto e che, contrariamente a quanto aveva pensato, doveva essere già il primo pomeriggio, trovò ad attenderla come d’uso due guardie e ai loro piedi due ceste di polpette di pane, arricchite con spezie, ammorbidite con latte. Si assicurò che il contenuto delle due ceste apparisse identico, anche se in effetti non lo era proprio. Poi si avviò verso il Rifugio.

Come aveva temuto, dal tugurio nascosto nel cortile più stretto del palazzo proveniva un pessimo penetrante odore acido. Feci. Urina. Vomito.

Disgustata Fillin diede comunque ordine che la porta di metallo fosse aperta.

L’odore si fece ancora più forte. Le stesse guardie si portarono brandelli di tessuto al naso per cercare di resistere al fetore.

vicolo buio

– Qualcuno ha dato loro da mangiare? – chiese Fillin con voce stridula.

– No…. Mia signora. – rispose immediatamente una delle guardie, con evidente nervosismo.

– Allora come spiegate tutto questo….lerciume?! – insistette costernata.

– Nessuno ha dato loro da mangiare o da bere dall’ultima volta che siete venuta. Due giorni fa. Come avete ordinato. Tuttavia prima di allora qualcuno aveva mangiato, prima di entrare nel Rifugio. E come da ordini non è stato permesso a nessuno di uscire. Quindi…-

Alzata con leggiadria una mano delicata, Fillin ordinò il silenzio; come spesso le accadeva aveva dimenticato i nuovi arrivi. Con tutto quello che c’era da fare, anche a lei capitava di avere delle incertezze. In fondo non c’era nulla di male. I cuccioli che accoglieva erano abituati a vivere nelle strade di Gamara, a mangiare quello che trovavano, cibi avariati, ricoperti di muffa, e a dormire in posti sudici ben peggiori del Rifugio. Quella volta era successo che il tugurio si riempisse delle deiezioni di alcuni di quei piccolini. Pazienza. Non era il caso di farne un dramma.

Piuttosto era curiosa di vedere se quei cuccioli avessero o meno fatto dei progressi dall’ultima volta che era stata laggiù.

– Allentate le catene. Vediamo se hanno imparato. –

Nella sua magnanimità Fillin concedeva ai cuccioli che qualche anima pia le portava o a quelli che per suo ordine venivano raccolti dalla strada, un primo Rifugio dai mali dell’esterno, ma poi toccava ai cuccioli stessi rendersi degni della permanenza nella sua casa. Come era successo anni prima a Zucchero che, in effetti, sorvolando sull’incidente del sangue che l’aveva davvero fatta indignare, aveva mantenuto un comportamento quasi irreprensibile per tutto il periodo della sua permanenza sotto il suo tetto e aveva subito un numero ridottissimo di punizioni.

Purtroppo Zucchero si era rivelata quasi un’eccezione, tanto da essere l’ultima cucciola adottata. Ed oramai erano passati anni!

Dopo di lei le cucciolate successive si erano sempre dimostrate deludenti tanto da non consentirle di adottare più nessun animaletto a farle compagnia. La spiegazione che Fillin aveva trovato era duplice: da un lato era evidente che le cucciolate seguivano il declino che tutta la società di Gamara subiva da tempo immemore; dall’altro, l’intervento di Fillin arrivava oramai in ritardo, quando certe sciagurate abitudini si erano troppo radicate nei cuccioli perché lei potesse porvi reale rimedio. Di solito gli abitanti di Gamara si disfacevano infatti tardi dei compagni di gioco propri o dei loro figli, quando oramai non li trovavano più interessanti o divertenti o comunque quando iniziavano a crescere e ad avere esigenze che non volevano o non potevano soddisfare. Inoltre, piuttosto che abbandonarli nelle strade di Gamara nel timore che disdicevolmente ricordassero la via di casa o a portarli a lei, preferivano direttamente sopprimerli, affogandoli o strozzandoli con le proprie mani.

Era tristemente vero: a Gamara vivevano persone davvero senza cuore.

Fortunatamente non era di quella risma la donna che le aveva affidato Zucchero. Si era presentata alla sua porta con indosso solo stracci logori, denutrita e ammalata. Non avrebbe mai potuto badare anche a quel cucciolo piccolo piccolo che stringeva tra le braccia. Aveva così insistito, con le lacrime agli occhi, che l’umore di Fillin, quel giorno tutt’altro che buono, era subito cambiato. E che dono le era stato fatto!

Le aveva dato così tante soddisfazioni!

Purtroppo per i cuccioli più grandi non era stato e continuava a non essere così facile. Quelli che faceva raccogliere nelle strade ai suoi uomini dimostravano di avere resistenza e carattere, tanto da essere riusciti a cavarsela in un mondo ostile dove nessuno si occupava di loro. Ma, purtroppo, proprio quelle capacità che avevano loro garantito la sopravvivenza erano incompatibili con il suo insegnamento: così quei cuccioli non rispettavano le regole che lei fissava e non potevano così bearsi del suo grande, infinito amore.

Mentre una delle guardie, con riluttanza, provvedeva ad allentare le catene, Fillin si augurò che almeno questa volta gli ubbidienti fossero in maggior numero rispetto ai riottosi. Altrimenti avrebbe dovuto nuovamente richiudere la porta e attendere ancora per avere qualche altro animaletto in giro per il parco e per casa.

Il silenzio fu improvvisamente rotto dall’uggiolare straziante dei cuccioli.

Molti comparvero sulla soglia del piccolo edificio, annaspando nel terreno umido, impregnato del loro sterco. Altri rimasero nel posto che si erano ricavati, guardando speranzosi nella direzione della porta e delle ceste che le guardie avevano premurosamente posto innanzi ai piedi di Fillin. Altri ancora, sciaguratamente, stremati dal freddo, dalla fame e dalla sete, non si mossero né diedero alcun segno di essersi accorti dell’arrivo della loro nuova padrona.

Fillin sospirtò già scoraggiata: altre carcasse da bruciare. Era davvero un peccato.

Ma nulla avrebbe dovuto inscurire quella bella giornata, iniziata così bene! Così ammirò per qualche momento gli esemplari che aveva raccolto. Maschi. Femmine. Giovani. Cuccioli. Indubbiamente avrebbero potuto fare la sua felicità. Certo ora erano sporchi. E troppi magri. E puzzavano come nemmeno le cloache di Gamara nei giorni più umidi. Ma Fillin sapeva guardare oltre alle apparenze. Sapeva che fra loro c’erano gemme rare che avrebbero potuto arricchire notevolmente la sua personale collezione.

In cambio avrebbero avuto di cui nutrirsi e ripararsi dai capricci del tempo. Tutto quello che dei cuccioli avrebbero potuto desiderare.

Sarebbe stato sufficiente il superamento di un piccolo esame: avrebbero dovuto dimostrarle di poter essere ubbidienti. Nulla più. Poi sarebbero stati tutti felici, lei e i suoi amati cuccioli. Tutti insieme in quel grande palazzo.

Senza attendere oltre, Fillin prese alcune polpette dalla prima cesta segnata, ben attenta a non premere troppo, e le gettò nel Rifugio.

I cuccioli si avvicinarono. Annusarono. Ma nessuno si avventò sul cibo che aveva gettato loro.

Sembravano aver compreso.

Fillin battè le mani una sola volta e attese.

Immeditamente all’interno del Rifugio scoppiò una vera guerra. I cuccioli piangevano, ringhiavano, sbavavano, si buttavano gli uni sugli altri con gli occhi spiritati, le zampe che graffiavano il terreno e la schiena dei loro compagni. I più grandi e forti tra i maschi furono ovviamente i più lesti ad arrivare, ma tra loro riuscì a farsi largo anche una femmina minuta, liberatasi da un grande maschio scuro che aveva cercato di trattenerla.

Voraci, i primi arrivati si avventarono sulle polpette. Fillin si avvide che le guardie avevano distolto lo sguardo. Lei invece avrebbe guardato. Doveva farlo. Faceva parte dei suoi compiti.

E tra versi gutturali, dopo lotte dolorose, con le poche energie rimaste, qualcuno, dopo aver morso, graffiato o colpito qualche suo compagno, riuscì finalmente a iniziare il suo pasto.

Il volto di Fillin si rabbuiò. Guardò oltre i cuccioli che avevano iniziato a mangiare e incontrò lo sguardo del maschio scuro che aveva notato prima. Vicino a lui restavano un maschio più piccolo e due femmine, una delle quali incapace persino di muoversi.

Poi solo carcasse.

Troppo pochi. Davvero troppo pochi.

Intanto, ai versi e ai rumori disgustosi della masticazione, si aggiungeva il rumore di cocci che andavano in frantumi. E qualche attimo dopo iniziarono a levarsi lamenti atroci. Alcuni dei cuccioli, con il terrore negli occhi, presero a tossire e a sputare, mentre con le zampe cercavano di strappare i corpi estranei che si erano piantati nel loro palato, nelle loro gengive, tra i denti. Ma il vetro nascosto in quanto lanciato loro era spesso penetrato troppo in profondità talché ogni loro sforzo sembrava vano.

Il terreno iniziò a costellarsi di stomachevoli brandelli di cibo grondanti sangue e denti rotti.

Uno dei cuccioli si rotolò in quell’immondo pantano. Dalla sua bocca usciva solo un gorgoglio annaspante. Con le zampe artigliava la catena che aveva al collo, cercando di raggiungere la carne, quasi volesse strapparsela e raggiungere il vetro che gli si era conficcato in gola. Il maschio scuro si gettò su di lui, cercando forse di prestargli aiuto.

Ma cosa avrebbe potuto fare?

Gli altri feriti iniziarono a piangere e a gemere: avevano lacerazioni terribili in bocca; avevano perso alcuni denti, strappati via insieme a carne, vetro e sangue. Ma non ottennero alcunché da parte di quelli che ancora stavano mangiando: non tutte le polpette contenevano cocci di vetro infatti.

Ma come potevano non sentire? No: erano semplicemente indifferenti al dolore dei loro compagni. Esisteva solo il cibo. E nulla di altro. Dopo giorni di assoluto digiuno, al freddo, immersi nello sterco proprio e altrui, avrebbero continuato a mangiare, qualunque cosa fosse accaduta loro intorno.

Ma non avrebbero potuto sfamarsi ancora a lungo.

La femmina minuta che era riuscita ad avventarsi sulle polpette lanciò un’occhiata dietro di sé; sgranò gli occhi; comprese quello che stava accadendo e sputò immediatamente quello che aveva in bocca. Guardando con vero odio una costernata Fillin.

– Come osi tu guardarmi in questo modo…-

La femmina fece un balzo in avanti, ma la catena al collo la trattenne, facendole perdere l’equilibrio e costringendola ad accasciarsi sul terreno sporco di sangue. Cercò subito di rialzarsi.

Ma le zampe cedettero.

Disorientata, cercò di rialzarsi di nuovo. Ma le zampe cedettero ancora.

Il terrore si impossessò di lei.

Poi iniziarono i conati.

E la femmina iniziò a vomitare bile e sangue.

Il veleno la stava straziando dall’interno.

La stessa sorte, pochi attimi dopo, toccò ad altri due cuccioli.

Fillin non conosceva bene i veleni come suo fratello e non sapeva armoniosamente combinare le dosi. Talché i suoi veleni erano sempre mortali e causavano sempre dolori indicibili alle sue sventurate vittime. Anche quando infliggere dolore non era il suo scopo primario.

– Due battiti. Lo avevo detto. Lo avevo ripetuto. Potevate mangiare solo se avessi battuto due volte le mani. – Fillin scosse la testa, sinceramente addolorata.

Il cucciolo con il vetro in gola fece un verso inarticolato: dalla sua bocca gorgoglii disgustosi e risucchi. Poi una gran quantità di sangue eruppe dal naso e dalla bocca. Spasmi. Sussulti.

E poi rimase immobile.

Il maschio scuro ululò. Poi, davanti ad una inorridita Fillin, osò alzarsi sulle zampe posteriori. E prese a strattonare con violenza le catene con le zampe anteriori. Un anello cedette.

– Come osi…-

– MALEDETTO MOSTRO!! – ringhiò …e urlò improvvisamente quello: – MALEDETTO! TI UCCIDERO’! HAI CAPITO??! TI UCCIDERO’ –

Fillin non poteva credere a quello che stava vedendo e sentendo. Quella… bestia stava cercando di tradire la sua natura!

– Tu non sei umano! Non lo sei! Non puoi parlare! NON PUOI!!!-

Una delle guardie si precipitò all’interno. Bianco in volto per quello che aveva visto succedere innanzi ai suoi occhi, ebbe comunque la presenza di spirito di capire che, se non avesse fatto nulla, le cose avrebbero potuto mettersi ancora peggio. Molto peggio. Per tutti. Anche per lui.

Superò i ragazzini morenti, ridotti pelle e ossa, e assestò un violento manrovescio al ragazzo bruno che aveva osato parlare. Quello cercò di ripararsi in qualche modo, ma la catena e la debolezza non glielo consentirono. Stramazzò al suolo, piangendo, e la guardia lo prese a calci fino a fargli perdere i sensi.

Non sapeva esattamente quello che stava facendo.

Quando incontrò lo sguardo delle ragazzine vestite solo di stracci in fondo al tugurio – dei! Sono solo bambine! – si sentì lacerare nel profondo. Cosa era diventato?

Si voltò rapidamente e uscì dal tugurio, stordito dagli odori, dal sangue. Dai morti.

– Ripulite. – Ordinò fredda Fillin.

-Sì, mia signora. –

– Bruciate tutto. –

– Come…cosa dobbiamo fare dei feriti? –

Gli occhi di Fillin erano annebbiati. Guardò verso la cesta con le polpette buone. Fatte con ottimi avanzi. Senza vetri. Senza veleni.

Non dovevano andare sprecate.

– Date queste polpette ai cuccioli che troverete per strada questa notte. Sopprimete i feriti di questa cucciolata. Mi hanno stancata. Non impareranno mai ad ubbidire. –

– ….E per quelli che non sono feriti? – osò chiedere ancora una delle guardie.

Nonostante tutto, Fillin era ancora abbastanza lucida: non poteva ordinare alle guardie l’uccisione o il taglio della lingua di un animale sano. Esulavano dai loro compiti.

– Ci penserà mio fratello, non appena tornerà. Ora ho altre cose di cui occuparmi. –

Non aggiunse altro.

Ma la sua mente era in fervore.

La giornata era rovinata.

Per lei era divenuta davvero pessima.

Altri ora avrebbero condiviso la sua sofferenza.

Zucchero per prima.