Archive for the ‘IL BATTITO D’ALI’ Category

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Capitolo VII – Sette

14 novembre 2008

Sette.

L’elsa d Tormento brucia e con tale intensità che Sorien nemmeno è in grado di comprendere se un fuoco ardente stia avidamente consumando la sua carne o un arido gelo disseccando ogni sua fibra.

La sua mente non è lucida: a parte il dolore, sola percepisce nitida la forza terribile ed angosciante che preme di là dal velo d’ombra oltre il quale il tempo e forse la misericordia l’hanno sospinta e relegata.

Al limite dell’incoscienza, vacillando sul confine della Soglia, forse evita un colpo; forse addirittura riesce a pararne un altro, ma nemmeno riesce a distinguere se ciò stia realmente accadendo o già sia preda del delirio.

E’ certo che i suoi occhi e la sua mano non lo hanno tradito: prima che l’immonda bestia del Guardiano comparisse, sa per certo di aver colpito gli avversari che gli si erano posti di fronte con precisione e senza errore alcuno.

Non ha esitato; là dove infatti gli insegnamenti di tanto tempo addietro non erano giunti, l’esperienza di molte vite vissute tragicamente aveva colmato ogni lacuna e, benché unica e amara, la ricompensa al tanto dolore concessagli era piena: sapeva uccidere senza mai sbagliare. Una volta decisa la morte di un suo avversario, una volta sferrato il colpo, non avrebbe mai avuto bisogno di voltarsi indietro per verificare l’effetto.

Eppure i Sette sono in piedi. Al limite del suo sguardo, al limite della sua coscienza, al limite della sua comprensione.

Sette.

Capaci di resistere al più terribile ed implacabile degli uomini rimasti a vagare nella polvere di un mondo caduto e distrutto; capaci di camminare ancora dopo essere stati toccati dal metallo mortale Norith e addirittura impugnare un’arma e combattere.

In piedi, quando avrebbero dovuto giacere a terra per non alzarsi mai più.

Ancora in questo mondo, quando avrebbero dovuto oramai vagare nel mondo di oblio del quale Tormento è oscura porta.

Sette.

Ed improvvisa la lama gelida squarcia il velo d’ombra che il tempo ha spiegato su ricordi e vite passate, mentre ancora risuona dolorosa nella mente la voce di Elaiath.

Ed in un momento i suoi occhi paiono aprirsi su mondi lontani e perduti, oltre i monti guardiani attorno Ashirnammu, oltre la cattedrale nera di Ierastu, oltre le terre che un tempo furono Sitha.

Quando la parola Impero da sola faceva palpitare il cuore ed il suo sogno terreno guidava menti ed anime. Poco prima che il mondo finisse.

Allora il mondo credeva negli dei, nell’imperatore e negli eroi.

Ma i primi furono sordi a dolorosi pianti e strazianti urla; ed il secondo cadde tradito ed il suo corpo maciullato e straziato fu levato a vessillo orribile da inumane genti.

Gli eroi furono uccisi in gran numero e quelli che sopravvissero, fuggendo, vennero  poi catturati, storpiati, mutilati o… cambiati. Divenendo servitori di quell’infinito male che avevano giurato con ogni fibra del proprio essere di distruggere e dissipare.

Ma non fu così per tutti.

Quando il mondo fu sull’orlo dell’abisso, ancora in molti brillava tuttavia un pallido lume, la speranza riposta in un esiguo numero di cavalieri.

Erano partiti per la più alta delle missioni.

Avevano intrapreso l’unico viaggio che il cielo più alto avrebbe benedetto.

Erano pochi, ma superavano ogni altro uomo in ogni disciplina: non solo uomini d’armi, ma supremi artisti.

Nessuno, tra i mortali, dubitava del loro successo.

Pareva del resto in loro avere una mente superiore compiuto uno sfolgorante prodigio, reso tangibile quel che solo in pochi avevano avuto l’ardire anche di solo pensare, poichè a molti era stato insegnato che solo l’umiltà avrebbe dovuto sempre essere provvida guida.

Ma in loro tutto era superba esuberanza. Portamento, voce, sguardo.

I loro nomi furono benedetti e prima ancora che l’impresa fosse immaginata, già molte erano le statue e gli arazzi che li raffiguravano…ed in ultimo persino un tempio fu per loro eretto.

Erano gli eroi più grandi.

Un simbolo.

Una leggenda vivente.

Erano i Sette.

(…continua…)

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Capitolo VI: Il Mondo d’Incubo (6)

17 ottobre 2008

Sono sussulti e spasmi: non vi è davvero traccia alcuna di una mente razionale che le membra comandi per un prestabilito fine.

Eppure Sorien sa che quel che i suoi occhi vedono è pur sempre il segno di una volontà: il frutto della follia di una mente devastata che nella disarmonia cacofonica di rantoli e gorgoglii intesse arcani messaggi e nell’arida devastazione di un mondo morto riconosce ancora la possibilità della sua esistenza.

Il suo dominio è lontano, oltre quella Soglia che l’uomo ha sempre ritenuto invalicabile ma che qualcosa, condannando il mondo all’eterna dannazione, ha saputo irrimediabilmente corrompere.

Sorien non sa quali oscuri maledizioni abbiano potuto rendere possibile quella blasfemia; ignora come la legge della vita e della morte possa essere stata impunemente violata e come tale empietà possa perpetuarsi.

Ha sospetti, vaghi ed imprecisi. Troppo vasto il disegno e troppo miseri gli aiuti.

Ma una cosa sa certa: il peso doloroso che gli è compagno, questa volta più di altre, può essere l’unica salvezza.

Mentre le braccia e le gambe del corpo straziato si stanno piegando ed incurvando, con disgustoso rumore di muscoli che vengono lacerati e ossa che si frantumano, forte stringe l’elsa di Tormento e si prepara a colpire di nuovo.

Trafiggerà. Taglierà.

E porrà fine a quell’ignominia angosciante contro natura.

In quel momento si accorge, con la coda dell’occhio, di un movimento rapido dietro le sue spalle.

Già la spada era pronta ad elevarsi a perpendicolo sopra l’immonda creatura, ma ora la minaccia più grave sembra altra.

Si volta per affrontarla…

…E con sua sorpresa vede avanti a sè soltanto uomini.

Benchè non riesca a comprendere come questi abbiano fatto ad avvicinarsi senza che lui se ne accorgesse prima, non ha esitazioni: riconosce nel buio il riflesso di una lama, calcola in un respiro distanza, movimenti e velocità. Con maestria evita così l’affondo, fa perno sulla gamba sana, cambia presa sulla spada e colpisce con l’abilità che l’esperienza ha reso infallibile.

Un altro corpo cade senza vita nella radura.

Ma non ha tempo di ritornare ad occuparsi della creatura che dietro alle sue spalle sente tentare pervicacemente di alzarsi.

Un altro uomo gli si avventa contro. Non può rappresentare una seria minaccia: privo anche della sorpresa non può in alcun modo nemmeno sperare di sopravvivere alla prima risposta.

Sorien lo elimina con semplicità e rapidità, con il fermo intento di dissuadere le ombre che al limitare della radura sembrano comparse dal nulla.

Non possono essere che briganti, tanto ignobili quanto stolti.

Immagina che la dimostrazione di pochi attimi prima li induca a ritirarsi.

Invece, sorprendentemente, avanzano di un passo.

Sorien li scruta valutando l’opportunità di un riparo.

Ma non hanno balestre.

Perfetto.

Dietro, la cosa si muove di nuovo.

Conta mentalmente i passi che separano lui dagli aggressori. Dovrebbe farcela senza problemi.

Eliminare la minaccia più grave…

Ma non ha tempo di passare all’azione. Come se gli uomini gli avessero letto nella mente, in cinque si avventano su di lui.

Si muovono senza particolare agilità e con movimenti prevedibili. Tuttavia, agli occhi di Sorien, sono ben più rapidi di quello che poteva sperare.

Deve affrontare prima loro…

…e con loro, come tante altre volte prima, inizia la mortale danza.

A movimento risponde movimento, a disordine equilibrio, ad esitazione risolutezza.

La mente è libera.

E Tormento impietosa lacera e trafigge.

Sette.

Dopo poco solo lui rimane in piedi.

Ma un brivido freddo gli percorre la schiena.

Potrebbe essere oramai troppo tardi.

Muove un passo, ma non ha tempo di fare altro.

Apparentemente dagli stessi insondabili abissi del nulla, giunge il suono orribile che un tempo si diceva solo i suppliziati, nell’agonia della giusta condanna, mentre pativano il bando dalla pace eterna e venivano vincolati all’eterno dolore, potessero udire: latrati immondi che sembravano comporsi di vetri in frantumi, ossa spezzate, gemiti e pianti. Una cacofonia tanto irrazionale quanto perfidamente vorace.

Emerge, dalle spoglie della storpia, l’impossibile.

La notte sembra essersi fatta ancora più oscura. Un improvviso gelo sembra avere fermato il tempo.

Ma l’elsa di Tormento sembra essere divenuta fuoco: Sorien ha difficoltà a mantenere la presa, ma sa che nel momento in cui la spada gli cadesse di mano, per lui non ci sarebbe  più possibilità alcuna: l’immonda  bestia farebbe scempio del suo essere lentamente, assaporando ogni sua fibra, tendine, muscolo… ed ogni pensiero, ricordo, sensazione. Avrebbe cercati prima di mantenere viva il più a lungo possibile la sua vittima gustandone al contempo la sofferenza profondissima della carne ed il disfacimento logorato di una mente che scivolava nella follia;  poi, per l’eterno, avrebbe assaporato il dolore assoluto ed infinito del rimpianto di un’anima condannata.

La cosa nera, nell’antro oscuro dal quale è emersa, sembra attendere la sua prima mossa , pregustando il momento della ricompensa.

Sorien sa che l’essenza nella quale Tormento è stata forgiata non è debole: è in grado di vincere anche ciò che è tornato dalla Soglia. Ma sa anche che l’essere che ha di fronte ora è intriso di un male viscerale la cui natura distorta tanto è mutata che il potere della spada potrebbe non essere sufficiente.

E quindi, senza esitazione, compie un gesto molto simile a quello che poco tempo prima aveva visto compiere alla giovane storpia: fa scorrere la lama di Tormento poco sotto l’incavo del braccio e questa assaggia, non per la prima volta, il suo sangue.

La sensazione è strana e terribile: un vuoto profondissimo lo ghermisce, mentre un freddo glaciale percorre tutto il suo corpo. Tutto diviene silenzio, profondissimo e raggelante.

Poi sente il cuore.

Pulsa, violento, nelle sue tempie.

Ed il gusto nel sangue si libera nella sua bocca. Forse si è mortalmente morso: non può escluderlo. Ma la razionalità umana cede alla ferina brama.

La gamba è tornata completamente sana; il suo braccio è forte; il suo corpo d’acciaio; i suoi occhi vedono meglio di come mai abbia potuto.

E la natura blasfema dell’essere immondo che ha di fronte, travalicante ogni possibilità di comprensione umana, si rende per qualche attimo nitidamente percepibile.

Sorien scorge nell’oscurità tumultuante qualcosa di simile ad un lupo gigantesco, ma non sembra esservi alcuna razionalità ed equilibrio nella composizione delle sue membra: pare il frutto incompiuto di una mano inesperta, incapace o inetta. Nel mondo che fu dell’uomo, una cosa simile non avrebbe mai potuto vivere e forse nemmeno essere pensata. E’ un insulto per il cielo e per la terra. Il frutto abortito di una mente distorta.

Mentre ora, Sorien, è perfetto.

E’ bestia che si nutre di sè stessa. Dolore che si autoalimenta.

E’ un cerchio.

Indissolubile. Per sempre uguale a se stesso.

Perfetto.

La perfezione capace di distruggere l’immondo.

Quando la cosa gli si avventa contro, quasi non si muove: sa che per quanto malata e pazza, non è stolta. Ed infatti il suo attacco si dimostra nulla più che un falso affondo, una finta mirata a fargli abbassare la guardia.

La cosa si ritrae, pronta a balzare di nuovo in avanti; Sorien si sposta di lato.

La cosa è un turbine violento pronto a divenire tempesta.

Sorien è il gelido metallo. Distruttivo come il Krall che ha dato vita a Tormento.

Fa ancora un passo. Scruta con attenzione il suo avversario: sa che ha un punto debole, ma non riesce a scorgerlo. Quella cosa è già morta: non ha un vero e proprio cuore e se anche questo ci fosse, non avrebbe alcun senso trafiggerlo. Nemmeno ha una vera e propria mente: si muove grazie al potere che la pervade e segue sentieri che l’Incubo ha per lei tracciato. Anche colpire la testa non avrebbe miglior sorte.

E’ un frammento impazzito di un mondo lontano che non dovrebbe esistere.

Ed è questa sua diversità assoluta a costringerla forse ad una scelta inattesa.

La bestia pare fissarlo. Sorien non vede i suoi occhi. Ignora persino se li abbia.

Eppure immagina che lo sguardo della cosa incontri il suo.

E’ un momento.

E poi la cosa svanisce nel nulla che l’ha generata.

Rimane solo il corpo orribilmente deturpato della storpia.

Sorien è incapace di muoversi. Non comprende quanto accaduto.

RImane in piedi sentendo ogni forza lentamente abbandonarlo.

La perfezione gelida del Krall che si ritrae.

La mano che stringe Tormento è debole.

Ma l’elsa è ancora rovente.

Il colpo giunge improvviso.

Sorien non ha il tempo di fare nulla.

Si ritrova a terra, sanguinante. Percepisce un movimento e i riflessi duramente allenati gli consentono di evitare il fendente altrimenti mortale. Sconcertato cerca con lo sguardo il suo assalitore.

Sconcertato vede in piedi, intorno a lui, sette uomini.

Gli avversari che pensava di aver abbattuto.

Tormento gli ha colpiti. Ne è certo.

Come possono allora essere ancora in piedi?

Sette.

Un nuovo brivido gli percorre la schiena.

E la risata di Elaiath gli gela il sangue nelle vene.

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Capitolo VI – Il Mondo d’Incubo (5)

20 luglio 2008

Se da qualche parte, nella sua mente, il dubbio aveva cercato in qualche misura di indebolire la sua risoluzione, davvero i suoi gesti non ne tradirono traccia: il capo del fiore tormentato si reclinò un momento, e poi, reciso, cadde di lato, mentre lo stelo si accasciava e la linfa vitale scorreva rapida ad inscurire l’indifferente nuda terra.

Spente finalmente le odiose litanie, scacciato l’Incubo ed uccisa la storpia, Sorien rimase immobile, nel più totale silenzio, quasi la notte, unica ma immensa, fosse rimasta attonita di fronte al gesto che nessuno più, in quel tempo dannato, avrebbe certo ritenuto empio.

E se davvero una ragione superiore vi fosse stata in quel mondo; se davvero al giusto gesto fosse seguita, se non la ricompensa, quanto meno la pietosa dimenticanza, davvero l’ordita trama del tempo si sarebbe disfatta ed il Cavaliere avrebbe visto finire la sua odiosa condanna.

Ed invece così non accadde. Mai gli oscuri guardiani avrebbero volontariamente permesso che quel ramo dell’Albero delle Storie rimanesse infruttuoso: tanto divertimento aveva loro concesso, che altro ancora, avidi ed insaziabili, avrebbero da questo preteso ed, estasiati, ottenuto.

Una folata di gelido vento.

L’odore della terra e del sangue.

E Sorien riprese coscienza del luogo e del tempo nel quale si trovava, realizzando improvvisamente che non avrebbe potuto quella volta comportarsi come in tutte le precedenti: avrebbe dovuto tornare ad essere quel che più non era, e dare sepoltura all’incolpevole uccisa.

Si sorprese della propria determinazione.

Erano quelli tempi in cui il culto dei morti non era più nemmeno mera superstizione. Aveva veduto città nelle quali i cadaveri, gonfi e marciscenti, erano stati lasciati al centro di vie e piazze. Si era trattato spesso di atti deliberati volti a diffondere la contaminazione e la morte, ma altrettanto spesso non vi era alcun deliberato fine a dar conto di tanto abietto e vile gesto: semplicemente, i corpi erano lasciati ad imputridire sotto la pioggia o disfarsi sotto l’impietoso sole, perché non vi era più nessuno che moralmente sentisse l’obbligo di occuparsi della loro sepoltura.

Di là dalle necessità di proteggere la salute propria e altrui, il culto dei morti aveva trovato ragione e radice in un sentimento di pietà e comprensione che non era più del mondo nel quale Sorien sopravviveva. Spariti i monaci ed i preti, le chiese erano divenuti oscuri ricoveri per sbandati ed assassini, mentre i cimiteri, dimenticati nella loro funzione cultuale, davano accoglienza a tumuli insignificanti di fronte ai quali nessuno pregava né tantomeno poneva in essere libagioni.

Nell’aridità dell’anima, era piuttosto il mondo tutto ad essersi trasformato in un immenso sepolcro, nel quale anche coloro che ancora camminavano erano già stati tumulati.

E non era affatto una tomba di pace e di riposo.

Il motivo per il quale ora Sorien sentiva l’obbligo di sepellire la storpia non nasceva certo dall’illusione di riportare in quel mondo disfatto il segno di una possibile salvezza nella quale lui stesso, da tempo, aveva smesso definitivamente di credere; né, per il vero, era rimasta in lui tanto radicata traccia di timore divino: probabilmente, se si fosse ulteriormente attardato, quella risoluzione sarebbe svanita ed il suo passo, senza ulteriori esitazioni, lo avrebbe ricondotto all’accampamento. Non avrebbe mai più fatto ritorno in quel luogo e presto si sarebbe dimenticato di quanto là accaduto. In fondo aveva veduto e fatto cose ben peggiori.

Quel gesto nemmeno avrebbe compiuto per la giovane storpia, che il cuore malato e la mente disturbata avevano spinto a stringere un patto con l’immondo al fine di vivere nell’inganno di un insano ed impossibile ricongiungimento. Non lo avrebbe fatto per dar sepoltura ad una incolpevole che la giustizia della necessità aveva reso vittima, e dare riposo alla sua anima tormentata.

Non sarebbe stato possibile, anche se l’Incubo non l’avesse legata a sè sottraendole per sempre la possibilità di trovar pace al di là della Soglia: avrebbe pur sempre vagato tormentata, lentamente e per l’eternità divorata dalle immonde cose che quel mondo avevano contaminato privando l’uomo di ogni possibile ricompensa per le terrene tribolazioni.

No: per la storpia non vi sarebbe stata necessità di compiere alcun gesto.

Lo avrebbe fatto per lui stesso.

E per Leilani.

Se colei per la quale era vissuto lo avesse visto ora davanti a quel misero deturpato corpo, incapace di dimostrare anche un minimo segno di umanità, lo avrebbe ripudiato e disconosciuto. E benché Leilani fosse stata causa del suo più profondo dolore, non avrebbe potuto compiere l’ultima missione che si era attribuito senza saperla presente, vicino a lui. Eterna condanna.

Si guardò intorno.

Sarebbe stato davvero un misero luogo nel quale cercare riposo. Avrebbe dovuto scavare in profondità e scegliere con cura le pietre più adatte.

E non sarebbe bastato.

Sentì freddo.

La gamba prese a pulsare.

Cercò di spingere i propri pensieri lontano. Non era una ferita profonda e la contaminazione non poteva raggiungere le profondità cupe del suo essere, protette da Tormento.

Nondimeno il dolore gelido risalì fino all’anca prima di fermarsi, intorpidendo i suoi sensi.

Tornò a guardare verso il corpo della storpia: minuto e consunto dal male non sarebbe certo stato un gran peso. Ma dove portarla? Non aveva tempo di compiere ricerche e del resto dubitava che l’allontanarsi da quei luoghi gli avrebbe consentito di avere maggior fortuna.

L’avrebbe sepolta lì, insieme ai tumuli senza nome. Sperando che il Male si dimenticasse di lei.

Non fu così.

Nell’aria si diffonde improvviso uno strano odore che per qualche momento confonde con quello dell’incenso.

Il freddo diviene ancora più intenso.

Comprende.

Il suono terribile ed angosciante di una corda di strumento che si strappa…

…e poi gorgoglii liquidi e viscidi.

Ed il corpo della storpia prende a muoversi.

(…continua…)

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Capitolo VI – Il Mondo d’Incubo (4)

26 maggio 2008

[ATTENZIONE: contenuti forti e “disturbanti”- racconto horror]

D’improvviso, quasi davvero fosse avvinto dal medesimo ritmo incalzante e dalla medesima folle e dolorosa danza dei quali è prigioniera la donna, l’Incubo viene colto da violenti spasmi e la forma sua diviene instabile, mentre la pelle nodosa e cupa trema, e lungo il dorso s’aprono crepe con odioso sibilo e disgustoso rumore.

E mentre Sorien lotta contro il torpore che ne immobilizza ogni movimento, da quelle aperture insensate ed altrimenti mortali germinano vagiti, e poi pianti, e poi inumane urla: tale il prezioso dono che l’Incubo riserva ai suoi adoratori.

La bestia immonda si accosta ancora, non paga della sofferenza che elargisce ed ancor più strettamente cinge la donna, ora anche con strani arti, simili al contempo ad artigli e zoccoli, che poggia avidamente sul suo capo chino.

E dalle crepe fumanti del corpo germina un nuovo orrore: pallidi ovali, escrescenze martoriate, che sotto gli increduli occhi del Cavaliere divengono stravolti visi.

Benchè il dolore abbia per sempre segnato quei lineamenti, ugualmente il Cavaliere riesce a riconoscere in essi una giovane donna ed un uomo non molto più avanti in età: le bocche sono aperte in un muto eterno lamento, le guance consumate e disfatte, la pelle cadente e lacera, la carne scavata.

In quel momento, è chiaro, la vecchia storpia sta soffrendo se possbile ancor più di prima: le gambe e le braccia tremano, i gemiti si trasformano in assordanti urla, la schiena sembra quasi pronta a spezzarsi. Eppure, improvviso, da quel corpo minuto prorompe una disperata invocazione, molto diversa da quella che Sorien avrebbe potuto attendersi.

– Mamma – urla la storpia – Mamma – ripete, ed il timbro della sua voce tanto stona con la figura dalla quale proviene che per un momento il Cavaliere spera che sia il suo udito ora ad ingannarlo e non le prime impressioni ad averlo condotto in errore.

Incapace di distogliere lo sguardo, vede l’orribile escrescenza che pare un volto di una donna agitarsi scomposto: pieghe si formano laddove la ragione vorrebbe una bocca e suoni inarticolati sgorgano gorgoglianti da una realtà diversa di eterno dolore, oltre la Soglia, sprofondata nell’Incubo.

La follia del Cavaliere per un momento lo sospinge a riconoscere un nome urlato nella disperazione, mentre nel mostro orribile compaiono occhi che paiono gemme, verdi come un lago montano in una selva antica. Belli e preziosi, sono stelle incastonate in una notte terribile e mostruosa.

E la storpia, verso quella che crede un’ancora di salvezza, tende implorante e disperato il braccio libero, in un gesto ardito agognante al contempo la liberazione dalla terrena sofferenza ed il ricongiungimento con il perduto amore.

Quasi il mondo riconoscesse al penitente la giusta ricompensa ed al tradito la sua soddisfazione.

L’odio di Sorien è abissale.

E Tormento risponde.

Prima una gamba. Poi l’altra.

Il movimento del Cavaliere non è fluido, ma inesorabile.

Ignora il dolore che ogni suo muscolo patisce in ragione dell’incantesimo.

Non si preoccupa del rumore.

La bestia immonda, la blasfemia incarnata si accorge di lui. Ma la sua fame è grande: ruba avida altri anni di vita alla creatura che alle sue ingannevoli spire si è lasciata; per ricompensa, elargisce inganno e sofferenza. Nulla le costa mostrare due delle anime che il suo Padrone tormenta. Il prezzo, sangue e ricordi, non è lei a versarlo.

E’ invaghita del gioco odioso. Si compiace. Così si attarda.

Del resto per lei il Cavaliere è poca cosa. La maledizione che l’ha resa senziente non le ha donato né saggezza né perspicacia. Essa compie solo la sua missione, esaudisce il coessenziale suo bramoso desiderio.

Ma anch’essa si pone in allarme quando scorge la snudata lama di Tormento.

La cosa nera che pulsa dentro di lei sa che il metallo Norith la può dissolvere; sa che quell’arma è tra le poche che la può distruggere.

Ed allora l’autoconservazione lotta con il compiacimento selvaggio e strappa, e tira, e si dibatte. La bestia non vuole più il contatto, deve allontanarsi dalla donna della cui sofferenza si nutre. Deve, ora, perchè altrimenti non potrà più farlo. Ma gli stessi lacci con la quale l’ha avvinta, ora le sono prigione. Richiama le anime delle quali si è fatta carnefice. Vuole indietro i suoi preziosi giochi.

Ma il legame che la donna viva ha con essi è forte: avrebbe in un mondo perfetto superato baratri ancestrali, si sarebbe innalzata a miracolo e avrebbe disfatto universi. Tale non è il suo potere, ma è comunque sufficiente a rubare alla sua fuga preziosi attimi.

La bestia allora lacera il contatto, pur consapevole delle ripercussioni.

La donna storpia urla impazzita e le anime gemono dilaniate.

E la bestia viene avvolta da verdi arcani fuochi.

Prima che possa tornare ferita alla sua dimensione però, Sorien è su di lei.

La spada trafigge l’aria, supera la barriera che la Bestia ha innalzato. Sorien viene investito dall’odore che non ha uguali, simile a quello di acqua stagnante intorpidita da centinaia di corpi in decomposizione.

La proboscide disgustosa schiaffeggia cieca invano l’aria; gli zoccoli schiantano sul terreno.

Ma il Cavaliere è agile. E potente.

Schiva e colpisce. E colpisce ancora.

La bestia immonda non ha scampo.

Benché ne sia consapevole, Sorien non esita, non dà pace alle proprie braccia che subiscono gli effetti dell’aurea demoniaca dell’Incubo, quasi che il dolore bruciante che percepisce, soteriologicamente purifichi le sue colpe.

Non pensa alla donna che gli è poco distante. Non pensa a quanto possa essere deviata, dal dolore e dalla follia, la sua mente.

Così non si avvede del suo slancio e, quando lei gli afferra una gamba, perde l’equilibrio, incespica e per un attimo, un attimo soltanto, perde l’occasione propizia.

E la Bestia si fa largo nelle sue difese ora approssimative e colpisce là dove la guardia non è pronta. La carne della gamba sinistra di Sorien si ustiona: il veleno entra immediatamente in circolo. La vista si appanna. Le forze lentamente lo abbandonano.

Ugualmente riesce a scalciare con l’altra gamba la donna della quale per poco scorge il volto, e nuovamente si lancia in avanti: anche questa volta l’affondo è preciso.

E poi colpisce. E colpisce ancora. E taglia.

L’untuosa appendice mollemente cade a terra, flaccido brandello, eppur per qualche momento ancora si dimena spargendo siero ed indicibili sostanze, uccidendo la terra circostante.

Cedono sotto i colpi gli artigli famelici.

Mentre Tormento, fendendo l’aria, sembra gemere d’implacabile piacere.

L’Incubo trema, vibra nell’aria quasi un’illusione. Il verde fuoco lo divora.

E poi dispare.

Ma Sorien sa che non è finita.

Il dolore è pulsante e intenso.

Si avvicina, zoppicando, alla donna storpia.

Quest’ultima, impazzita, gli si avventa contro, il braccio sinistro semiparalizzato.

E Sorien comprende ora appieno la verità dolorosa del sortilegio al quale poco prima ha assistito. Vede una storpia, ma non una vecchia. La sua pelle è macchiata, i suoi arti deformi, la sua carne consumata.

Ma gli occhi verdi, profondi e bellissimi, tradiscono la sua giovane età.

Non più di quindici anni.

In altre circostanze vi sarebbe da gridare al miracolo. Prima il Pazzo e l’Ammorbata. Ora lei. Tutti e tre giovani. Quasi che il mondo avesse ancora una speranza…

…deviata e disfatta.

Cosa le mostrava l’Incubo in cambio del suo sangue, dei suoi anni, della sua forza vitale? Cosa oltre le deformità ed il dolore?

Sorien sa già che la risposta è in quegli stessi occhi verdi che mirabili ha visto nascere sul corpo della bestia.

Gli stessi occhi. La stessa famiglia.

La storpia lo tempestò di colpi inutili.

Sorien la guardò dall’alto.

Non avrebbe sbagliato di nuovo. No. Non lo avrebbe più fatto.

E Tormento tagliò ancora.

(…continua…)

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Capitolo VI – Il Mondo d’Incubo (3)

14 maggio 2008

Sorpreso, lasciò per qualche momento vagare lo sguardo: i tumuli, in un ritmo irregolare, coprivano un’area notevole, elevandosi muti, ma inquieti, tra sterpi e rovi.

Il loro numero era nettamente superiore alla prima impressione. Sorien ne contò venti, ma la consapevolezza che solo l’orrore del reale era in grado di superare i peggiori incubi gli suggeriva che, al di là del confine oltre il quale il suo sguardo non riusciva a spingersi, ve ne fossero molti altri.

Erano tombe misere ed indegne: le ossa, chiaramente umane, che le pietre scure avrebbero dovuto con rispetto custodire, erano ben visibili attraverso le grandi fessure ed in gran numero sparse nel terreno circostante. Nessuno all’evidenza si era preoccupato della loro sorte e nulla sospingeva a ritenere che in futuro sarebbe stato loro riservato un trattamento migliore.

Femori, costole, vertebre. Di dimensioni anche molto diverse.

Uomini, donne, bambini.

Sconosciuti, famiglie, amici.

Poveri resti che la pioggia spargeva nel fango e gli animali tormentavano nell’ombra.

Da molto tempo.

Tornò a guardare in direzione della vecchia.

La sua posizione era innaturale.

Voltata di spalle, inginocchiata, tendeva ora in avanti, con gran sforzo, il braccio sinistro, quasi che con orgoglio mostrasse l’insano gesto della sua follia ad un pubblico ammirato ed avvinto. La tensione dei muscoli di schiena, gambe e spalle era evidente nonostante l’oscurità e la distanza, come pure il dolore che di questa posizione era diretta conseguenza. Eppure la donna non sembrava intenzionata a cambiare postura, la mente forse rapita dalle litanie che non aveva smesso nemmeno per un momento di recitare.

Sorien sentì aumentare il senso di disagio e di preoccupazione, improvvisamente ed incomprensibilmente sicuro che la sua vita avrebbe potuto terminare in quello stesso luogo, tra resti dimenticati e tormentati.

Un dito gelido gli percorse la schiena. La tensione aumentò ancora sensibilmente.

La vecchia prese a muovere l’ingobbito busto al ritmo sonnolento del suo stesso sterile canto. La sua voce, debole e lontana, unica nel mondo sospeso, penetrante e odiosa.

Ed improvvisamente Sorien prese a riconoscere, nel disennato susseguirsi di prolungati lamenti e striduli versi, oscure parole che mai un tempo avrebbe immaginato pronunciare in un simile luogo da un’anima tanto umile quanto folle.

Impiegò solo pochi momenti per risolversi all’azione, per calcolare la distanza fra sè ed il luogo nel quale la donna era inginocchiata ed immaginare la forza necessaria allo slancio.

Fu troppo.

Mentre il sangue si gelava nelle vene, mentre la mano si stringeva con maggior forza intorno all’elsa, gli occhi scorsero uno sgraziato movimento oltre la sagoma della donna.

I contorni del suo corpo vibrarono per qualche momento, mentre la luminosità maligna ed ancestrale dell’Incubo emergeva dalle ombre.

La cosa non aveva una forma definita e nel profondo Sorien ben sapeva che quello che stava vedendo altro non era se non un’illusione, un’immagine fittizia che la sua mente creava per resistere all’abominio che, altrimenti, nella sua tracontante immanente malignità, avrebbe sovvertito ed annientato ogni razionale equilibrio.

Nondimeno Sorien barcollò pericolosamente sul confine dell’incoscienza, prima di aggrapparsi al dolore pulsante della mano rabbiosamente stretta intorno all’elsa della sua temibile spada. La sofferenza fisica lo sottrasse almeno per il momento alla malia, ancorandolo al mondo dei vivi.

Se non fosse però riuscito ad intervenire in qualche modo, presto le sue ossa si sarebbero confuse con quelle intorno sparse.

Cercò di creare il vuoto nei propri pensieri, tentando di vincere l’orrore che gli impediva qualsiasi movimento.

Ma sembrava che ogni energia fosse stata dissipata dall’apparizione e che la sua mente trovasse oltremodo difficile ripercorrere i sentieri che il ferreo addestramento di tanti anni avrebbe dovuto rendere sicuri.

Più avanti, la cosa aveva raggiunto la vecchia, la quale ancora protendeva avanti a sè lo scheletrico insanguinato braccio.

Ed ecco…

la creatura che pare un cervo si muove su zampe oblunghe che variano in numero di momento in momento. Ora avanza quasi lateralmente, spingendo il petto in avanti quasi un maligno stendardo. I suoi untuosi umori colano sulle piante vicine, consumandone gli strati esterni e penetrando nel profondo.

Protende innanzi una vischiosa appendice, una sorta di orribile proboscide che voluttuosamente si avvinghia intorno al braccio della vecchia e inizia con spasmi regolari a sottrarle il dolciastro nettare.

La donna non si sottrae al contatto, benchè questo non possa che esserle fonte di indicibili dolori: i medesimi umori che intorno bruciano le piante, raggiungono la ferita aperta ed un odore acre e penetrante si diffonde nell’aria.

La donna si contorce, preda degli spasmi che percorrono il suo corpo, ma non si divincola né cerca di fuggire. Folle, si abbandona ancora di più al mortale contatto.

E il veleno si diffonde nel suo corpo, brucia come fuoco nelle sue vene, consuma la sua carne, distrugge la sua mente.

E Sorien non riesce a muoversi.

(…continua…)

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Capitolo VI – Il Mondo d’Incubo (2)

6 maggio 2008

Quando la luce del giorno abbandonò senza alcun rimpianto la terra, Sorien si inoltrò nell’oscurità che circondava il luogo nel quale si erano accampati, ogni passo più pesante del precedente: anni di sofferenza straziante gli avevano forse indurito il cuore, ma non lo avrebbero mai reso indifferente alla tormentosa pena che ogni notte gli era riservata.

S’incamminò tra alberi scuri e contorti, forme sgraziate e nodose, finché anche la luce del fuoco divenne ricordo.

Lentamente il gelo mortale racchiuso in Tormento risalì lungo il fianco fino a stringere in una morsa feroce il suo cuore. Fece ancora qualche passo. Poi, in attesa, tanto lontano perché il Pazzo non potesse certo vedere quello che sarebbe accaduto, si fermò.

Intorno tutto era immobile.

La voce di Elaiath squarciò in quel momento la coltre scura dei decenni, insinuandosi con avidità e bramosia nelle profondità altrimenti inarrivabili del suo essere. Sentì il suo fetido respiro dentro i polmoni, nella testa i suoi esecrabili pensieri, nelle membra scorrere la sua gelida linfa. Solo il cuore rimase uno, poiché, nell’antico Norith, della pulsante e suadente energia che l’uomo spesso chiamava vita non era rimasta traccia da tempo immemorabile.

– Loro ci hanno maledetto – sibilò nell’antica sua odiosa lingua, quella che alcun mortale avrebbe più compreso.

– La tua condanna, la mia pena. – si limitò indifferente a rispondere.

Ah, insulso mortale. Vagheggi ancora di individualità e responsabilità. Uomini, Inari, Cheteri. Tutti uguali per loro. Solo giochi dei quali prima o poi disfarsi.

Sorien non commentò. Sapeva oramai da molto della follia di Elaiath ed altrettanto bene sapeva che quella malattia avrebbe disfatto in lui stesso ogni ultimo precario equilibrio.

Non siamo ancora morti. –

– Tu lo sei. Io vorrei esserlo. –

Un Norith sa sempre come tornare dalla Soglia

Sorien non replicò. Sapeva bene che la necromanzia nota agli Antichi aveva reso loro possibile atti più blasfemi ancora dell’inganno perpetrato a discapito delle leggi della vita e della morte. Ugualmente per Elaiath non vi sarebbe stato alcun ritorno, nella stessa misura in cui per lui non era contemplata la possibilità di qualsiasi redenzione.

Un leggero fruscio in lontananza lo distolse dai suoi pensieri ed attirò la sua attenzione.

Sorien si pose in attento ascolto, pronto ad estrarre la spada non appena la minaccia si fosse resa palese.

Il rumore si ripetè, accompagnato da passi irregolari, a tratti strascicati.

Sorien contemplò le ombre; poi, in lontananza, intravvide una debole, sinistra luce. Si spostava lentamente verso oriente, in direzione opposta rispetto a quella dell’accampamento dove aveva lasciato il Pazzo e l’Ammorbata. Non aveva tuttavia dubbio alcuno in merito al fatto che quella potesse comunque rappresentare una possibile minaccia: erano davvero lontani gli anni in cui gli avvenimenti inattesi potevano rivelarsi latori di novità gradite.

Decise dunque di avvicinarsi.

Scorse la piccola figura qualche momento dopo.

Un tortuoso sentiero si snodava tra le vecchie piante e le radici affioranti, costeggiando una scoscesa riva irta di rovi. La figura, apparentemente utilizzando la fioca luce di una lanterna, avanzava lentamente, con andatura scomposta.

Sorien immaginò trattarsi di una vecchia donna: ingobbita, evidentemente storpia, priva di quei poteri che avrebbero potuto mettere in allarme i sensi di Sorien, non sembrava certo rappresentare una minaccia, né sembrava al momento essere reclamata da Tormento.

Benché dunque ingnorasse il motivo per il quale la donna si trovasse in quei luoghi e a quell’ora, Sorien sarebbe certo tornato sui suoi passi, se non avesse avvertito in quel momento un forte senso di anticipazione.

Come poche ore prima, nei pressi della stele nera, avvertiva con chiarezza l’atmosfera tesa ed inquieta, ma non era in grado di individuare fonte e natura del pericolo.

La donna si fermò al limitare di una radura insignificante, contornata da piante parassite, la cui sagoma, nella luce precaria della lampada, sembrava danzare ad un ritmo arcano, ammaliante e ingannatore; quindi, poggiata a terra la lampada, si inginocchiò davanti ad un grande albero morto, quasi si trovasse al cospetto di una antica divinità.

Sorien si immobilizzò, sicuro che un qualche oscuro evento avrebbe avuto modo di manifestarsi da lì a poco.

Non si mosse per diverso tempo, ombra tra le ombre. Dalla sua posizione non poteva vedere bene quello che la donna stava facendo, ma quando oramai iniziava a credere che le sue preoccupazioni al riguardo fossero infondate, la vide con chiarezza estrarre dalla cinta un coltello, liberare dal mantello lacero e sporco un braccio ossuto dalla pelle chiarissima ed avvicinarvi la lama.

Con gesto lento, misurato e sicuro, la donna praticò un taglio trasversale, poco al di sotto del gomito. Pochi attimi dopo, mentre il sangue sgocciolava sinistramente a terra con suono molle e disgustoso, prese a recitare una misteriosa litania le cui parole risultarono a Sorien del tutto incomprensibili. Non pensò nemmeno per un momento di intervenire.

Prese invece ad osservare con maggiore attenzione la radura, gli occhi oramai del tutto abituati all’oscurità.

Solo allora si accorse dei bassi tumoli che la circondavano.

(…continua…)

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Capitolo VI – Il Mondo d’Incubo

23 aprile 2008

Quando il doloroso tramonto riabbracciò con meste tinte il mondo che era stato degli uomini, il carro aveva percorso una distanza che Sorien non avrebbe giudicato di sicurezza nemmeno quando, oramai molti anni prima, le insidie della Magia Oscura erano poco più che superstizione.

Aveva sentito la necessità stringente di mettere la maggior distanza possibile tra sè e la Megera che, resasi conto, al proprio risveglio, di quanto le era stato sottratto, non avrebbe certo risparmiato le forze nel disperato tentativo di recuperarne il possesso. Benché vi fosse fondato motivo di ritenere che le energie rimastele non potessero essere tali da nullificare in un solo momento la distanza coperta in più ore, non avrebbe infatti mai corso stupidamente il rischio di perdere, per un semplice errore di valutazione, quanto fortunatamente ed inaspettatamente guadagnato quel giorno.

Aveva quindi raggiunto la via che i ricordi meno vaghi gli consigliavano essere la più rapida ed opportuna, ragionevolmente certo che non avrebbero trovato che qualche difficoltà di scarso momento e solo all’inizio.

Si era sbagliato.

Lo stato di quella che una volta era forse stata una via commerciale di un qualche rilievo – ma che ora sembrava poco più che un sentiero – non consentiva alcun agevole passaggio ed anzi forzava al precario equilibrio ed al rischioso passo.

La bestia che trainava il carro non era né stupida né irrequieta, ed il Pazzo usava con misura risoluzione e dolcezza. Ugualmente, non era possibile evitare ogni solco irregolare ed ogni buca: il carro assumeva pendenze pericolose, mentre l’avanzata diveniva esasperatamente lenta. Aveva correttamente immaginato che viaggiare in quel modo sarebbe stato follia una volta giunti alle montagne dell’Alma; si era illuso che fino a quel momento l’ingombro rappresentato da un mezzo inadeguato sarebbe stato in qualche modo compensato da strade di più facile percorrenza.

Intorno, alberi, pietre ed arbusti avevano continuato a ripetersi stancamente uguali.

Il continuo, stridente cigolio delle ruote ed i sinistri gemiti che ogni sobbalzo impietosamente strappava al legno tormentato, lungi dal perdersi nel desolante silenzio, erano divenuti così assillante compagno e tediosa pena.

Avvinti dal loro arcano e disturbante ritmo, i pensieri di Sorien avevano preso a vagare tra lande ancor più desolate di quelle che sembravano essere l’ultimo regno degli uomini e nessuno dei tentativi di porre limite a tale pericolosa deriva era riusciuto nell’arduo compito: presto avevano assunto l’odiosa forma di ricordi, che tanto divenivano nitidi, quanto penetranti gli affondi di spada che gli trafiggevano il cuore.

Di fronte a loro, Lilith era poca cosa.

Si era riscosso solo quando, accompagnata per lungo tratto una collina e superato un dosso, non si era ritrovato all’improvviso nei pressi di una radura nella quale dominava solitaria una misteriosa stele nera, la cui ombra si allungava sul terreno quasi a raggiungere la strada.

Non si ricordava che in quei luoghi ci fosse mai stato nulla di simile.

Imprecò, poi fece segno al Pazzo di tirare le redini e fermare il carro, ignorando il suo sguardo interrogativo e la muta domanda che leggeva con facilità sul suo volto: “perché cavaliere sei qui su questo carro, invece di salire in groppa alla bestia immonda che è il tuo destriero?”

Lanciò un’occhiata all’Ammorbata: benché avesse certo tratto un qualche beneficio dalle cure della Megera, le sue condizioni non le avrebbero consentito di resistere ancora a lungo, quali che fossero le attenzioni e le precauzioni riservatele dal Pazzo. Non bastavano la cautela ed una insospettata abilità nella conduzione: avrebbero dovuto fermarsi presto, anche se la distanza dalla casa della Megera non fosse stata quella ritenuta conveniente.

Ovviamente non era così stolto dal decidere di fermarsi in quel luogo; l’andare oltre, tuttavia, senza sapere cosa esattamente fosse o quale funzione avesse quella misteriosa struttura avrebbe potuto risultare ancor più pericoloso.

Studiò per qualche momento quindi la scura pietra, alla ricerca di qualche incisione, simbolo o parola.

Dalla sua posizione non ne scorse. Forse sarebbe stato opportuno scendere dal carro ed avvicinarsi. O forse avrebbe dovuto dire al Pazzo di lanciare il cavallo nella più folle delle corse, quale che fosse il rischio.

Intorno c’era solo silenzio.

Profondissimo.

E sospeso.

Troppo profondo per essere normale.

Nelle immediate vicinanze non percepiva però alcuna reale minaccia. Tese l’orecchio. Scrutò le ombre. Nulla. Se c’era qualcosa lì intorno, era in grado di celare completamente la sua presenza persino a lui. In quel caso, in uno scontro diretto, probabilmente Sorien non sarebbe stato in grado di avere la meglio: in quei tempi giravano sulla terra creature troppo oscure e troppo potenti perchè Tormento potesse essere davvero una valida difesa. Benché probabilmente fosse una delle armi più letali mai esistite.

– Allora? – chiese il Pazzo. – Qualche tuo amico? –

Sorien quasi non lo sentì: aveva escluso dalla sua mente tutti i rumori e tutti i movimenti che non potessero essergli utili nella ricerca o che non fossero indicativi di qualche minaccia.

Per quanto fosse profonda la sua attenzione, non scorse, non sentì, non percepì però nulla di ostile.

Osservò per qualche momento l’ombra della stele, che lambiva, senza toccarlo, il limite della strada. Stavano viaggiando verso nord; la radura era alla loro sinistra. Il sole lentamente discendeva oltre il confine occidentale del mondo.

La stele sembrava antica, ma la terra intorno era stata smossa non molto tempo prima. L’erba era a stento ricresciuta dove indubbiamente prima c’erano degli alberi. Delle pietre erano state spostate.

Un ritrovamento. Quella… cosa era stata riportata alla luce chissà dove e chissà quando, da qualcuno che aveva pensato bene di porla in quel luogo. A quale scopo? Per segnare il limite di un territorio?

– Allora? – ripetè di nuovo con impazienza il Pazzo.

La Megera era dietro di loro e non era sufficientemente lontana. Non aveva idea di quello che avrebbero potuto trovare oltrepassata la stele. Sicuramente non potevano fermarsi.

Le ombre si allungavano sinistramente. Presto si sarebbero confuse in un grande buio oceano.

Fece segno di proseguire.

Il carro riprese così lentamente a muoversi. Il sinistro cigolio riprese la sua apparentemente infinita cantilena.

Ed il Male protese lo sguardo verso di loro.

(…continua…)