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Capitolo II – Il Pazzo (2)

7 marzo 2007

Pochi passi lo separavano dalla balestra che gli veniva puntata contro: non più di quattro. Se la distanza fosse stata maggiore, avrebbe forse potuto immaginare di slanciarsi di lato, alla ricerca di un riparo; se fosse stata anche di poco minore, avrebbe potuto cercare la sorpresa ed avventarsi su chi lo teneva sotto tiro. Ma stando così le cose, aveva ben poche possibilità…

– Sei tornato – commentò senza nessuna particolare emozione il ragazzo folle.

Sorien incontrò il suo sguardo e lo sostenne: non aveva idea di come fosse riuscito a celarsi ai suoi sensi, né di come fosse riuscito ad arrivargli alle spalle; nemmeno idea alcuna aveva sul perché ora gli stesse puntando contro la balestra che lui stesso gli aveva affidato. Di certo avrebbe comunque celato il suo momentaneo sconcerto e la crescente rabbia. Non disse, né fece nulla.

– Ti ho aspettato per un bel po’ – continuò l’altro – qui, da solo, ascoltando la notte. –

Sorien rimase in silenzio, in attesa.

– Non mi ha detto niente – La balestra rimaneva puntata al suo petto. – Così ho cominciato a farmi delle domande da solo. Mi sono chiesto per quale motivo non ci avessi ucciso il giorno stesso in cui ci hai trovato. Perché non ci hai ucciso la prima notte. Mi sono chiesto anche se per caso non fossi dell’idea di divertirti un po’, con noi, prima di ucciderci. –

– E cosa ti sei risposto? –

– Non mi sono risposto niente. Per questo non ti ho ancora ucciso nemmeno io. –

– Forse io non ho mai avuto idea di uccidervi. Ci hai pensato? – tenne volutamente un tono neutro. Poteva dimostrarsi una lotta difficile: non voleva che il ragazzo si sentisse minacciato, ma non poteva nemmeno mostrarsi intimorito.

– No. E’ chiaro che tu voglia ucciderci. Non puoi volere diversamente.-

La sicurezza di quell’ultima affermazione lo sorprese, ma non fece domande. Il dardo puntava sempre dritto verso il suo petto. L’altro riprese:

– Mi sono anche chiesto se, per un qualche tuo misterioso interesse, non fossi pronto anche a stupirmi; dimmi: hai deciso? Ci accompagnerai? –

Sorien non riconsiderò la situazione: la decisione era già stata presa.

– Sì –

Il ragazzo lo fissò attentamente. Abbassò la balestra. – Bene, allora… –

Non potè finire la frase: Sorien, nel tempo di un respiro, gli fu addosso. Lo colpì alla bocca dello stomaco con l’elsa di Tormento.

Nella notte il dardo sibilò sinistro, conficcandosi nel terreno davanti si suoi piedi.

Pochi istanti dopo il ragazzo si ritrovò a terra boccheggiante.

Sorien rinfoderò Tormento e recuperò la balestra. Il ragazzo aveva perso il momento buono. Gli aveva lasciato quell’arma non tanto per difesa quanto perchè lui stesso desse voce al Destino. A Sorien interessava poco vivere, da molti anni ormai, ma non poteva uccidersi da solo. Aveva dato al ragazzo la possibilità di liberarlo dalle sue sofferenze; non lo aveva fatto. Quindi aveva scelto, per entrambi.

Il ragazzo cercò di muoversi, ma il dolore lo costrinse a desistere immediatamente. Cercò forse di dire qualcosa, ma si udì solo un lamento. Tentò di nuovo di cambiare posizione, forse addirittura di rialzarsi. Ma non ci riuscì: anche il solo respirare era una sofferenza. Rimase piegato su se stesso, le braccia a stringersi lo stomaco, la faccia schiacciata nell’erba umida e fredda.

– Questa è la prima lezione. Durante il viaggio ne apprenderai delle altre. Ne sono sicuro. Sono un ottimo maestro. –

Anche se non avvertiva la presenza di alcuna minaccia, si voltò: la donna non si era mossa e non guardava verso di lui, indifferente a quanto accaduto e ai continui lamenti.

Poi venne la fitta, dolorosa. Per un attimo dubitò persino di riuscire a rimanere in piedi. Tormento era stata estratta, ma non aveva bevuto il sangue di nessuno: anche lui doveva patire la sua dolorosa sofferenza.

Sorien quasi sorrise: era da molto tempo che non accadeva. Tutte le altre volte in cui ne aveva fatto uso, Tormento era sempre rimasta soddisfatta.

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Capitolo II – Il Pazzo

28 febbraio 2007

Leilani… Leilani…Leilani

– Taci – sussurrò al vento.

Leilani…Leilani…Leilani…

Sorien accelerò il passo, per quanto pienamente consapevole che non sarebbe servito a nulla: Elaiath era nella sua mente per torturarlo fin quando non fosse morto. O forse in eterno, indifferente, per quel demone inquieto, valicare o meno il limite ultimo della vita. Sorien non sarebbe riuscito a trovare scampo, nemmeno se sua meta fosse stato un imponente castello o un focolare caldo ed accogliente: un ambiente raccolto, una ristretta cerchia di sicuri amici; in realtà nemmeno la folla avrebbe allontanato o dissuaso i suoi orridi persecutori.

E là dove stava andando non avrebbe trovato nulla di tutto questo. Il pensiero lo colpì con forza, ma non lo fermò: il suo passo divenne presto corsa. Anche se non sarebbe mai riuscito a sfuggire.

Leilani...

Sorien seguì nella notte un tortuoso sentiero, guidato da una memoria attenta e da abilità innate. Non si sarebbe perso, non almeno nella terra degli uomini, dove gli alberi erano alberi e dove le pietre erano pietre. No, per quanto tetra e buia fosse la notte. No, per quanto sconvolti fossero i suoi pensieri.

Si fermò solo quando la luce del fuoco apparve tra le forme contorte e cupe di antiche querce.

Aveva detto al ragazzo che non sarebbe stato via a lungo; che sarebbe tornato. Ma ignorava quale effetto avrebbero avuto in realtà le sue parole su quella mente sconvolta. Non avrebbe fatto del male alla donna, ma ben di poco altro avrebbe potuto dirsi sicuro.

Fece alcuni passi, strappando volutamente alle foglie e ai rami secchi risentiti lamenti.

– Sono io. – disse con voce ferma.

Dal campo non gli giunse alcuna risposta. Non ne fu sorpreso, nè allarmato. Il ragazzo, ne era certo, non avrebbe rivelato la sua presenza fino a quando non fosse stato più che sicuro di non avere nulla di cui preoccuparsi.

Dopo qualche momento, muovendosi lentamente lungo una via diretta, entrò nel cerchio di luce. La donna era dove ricordava fosse quando si era allontanato: leggermente distesa su un fianco, contemplava immobile la fiamma persa in oscuri pensieri. Del ragazzo non v’era apparente traccia.

La cosa non gli piaceva: quale che fosse il luogo in cui aveva deciso di montare la guardia non avrebbe avuto difficoltà ad accorgersi del fatto che era tornato solo e che nessuno lo aveva seguito. Si guardò attorno: le ombre, più vicine, danzanti nel ritmo della fiamma, non gli rivelarono la presenza di alcuno; quelle più lontane, confuse in un oceano di silenzio profondo, non tradirono l’oscuro patto che avevano conchiuso con l’Inganno.

Il tormento per Leilani lo aveva costretto ad intorpidire i propri sensi ed i propri pensieri: poteva essere stato un errore fatale. Aveva dato per scontato che in quelle terre così lontane dagli insediementi umani non vi sarebbe stato nessuno intenzionato ad assalirli. Per questo aveva lasciato che il ragazzo accendesse un fuoco. Per questo aveva lasciato sole quelle due anime disfatte.

Un brivido percorse la sua schiena.

Percepì il pericolo. Dietro le sue spalle.
Ma in ritardo.

Quando si voltò, si ritrovò a fissare la punta lucente di un micidiale dardo.

(…continua…)