Archive for the ‘Capitolo III’ Category

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Capitolo III – La megera (3)

5 luglio 2007

Nel vedere con quale attenzione il Pazzo aiutava la giovane donna a scendere dal carro, Sorien ebbe nuovamente a chiedersi di quale natura fosse il legame che li univa. La donna, dopo quello che aveva subito, rifiutava ogni contatto con gli altri esseri umani, chiusa in un mutismo totale ed in una altrettanto profonda indifferenza per tutto quello che intorno a lei accadeva. Solo il Pazzo riusciva a penetrare oltre il limite pressocché invalicabile che la donna aveva eretto fra sè ed il mondo. In quale modo vi riuscisse era per Sorien fonte di interrogativi non di poco conto, sui quali, fino ad allora, aveva avuto poco tempo di soffermarsi.

Si era chiesto se tra i due vi fosse una qualche parentela, ma non aveva riconosciuto nei loro lineamenti alcuna particolare somiglianza; quello che avevano subito rendeva impossibile comprendere se prima avessero avuto legami di affetto: nessun gesto o sguardo tradiva il ben che minimo sentimento, radicato o meno che fosse.

Semplicemente i due riuscivano a comunicare in un modo che a tutti gli altri sembrava precluso. Forse il dolore e le umiliazioni subite li avevano avvicinati più di quanto avrebbe potuto una lunga vita insieme. O forse semplicemente ragione non c’era: in fondo, in quel mondo dissolto, sembrava oramai cancellato persino il ricordo della normalità e della razionalità.

Era un mondo folle, dove bene e male erano divenute parole vuote, dove i confini si erano fatti labili o erano stati annullati. Sicchè la sopravvivenza di un individuo poteva dipendere ben più dagli scherzi della sorte che da proprie abilità o conoscenze.

Gli stessi due che stava guardando ora ben avrebbero potuto diventare ombre. Aveva ucciso i loro aguzzini, ma aveva anche pensato di uccidere loro. Era difficile fermare Tormento una volta che questa aveva bevuto il sangue. Ancor più difficile risultava farlo quando chi la teneva in pugno aveva oramai perso il senso della distinzione tra la pietà e la cieca vendetta.

– Tu hai detto che questa donna può fare qualcosa…- cominciò il Pazzo, mentre riprendeva fiato dopo essere riuscito di peso, senza aiuto, a prendere in braccio la donna e a scendere dal carro. Non era certo stata un’impresa facile: la donna, consumata già in parte dal morbo, non doveva pesare certo molto; ma il Pazzo, per quanto volentoroso, non era certo stato abituato al lavoro duro. Probabilmente, prima che il mondo finisse, era stato un musico o un artista di altro tipo. Certo non un guerriero. E nemmeno un contadino. Aveva una corporatura troppo minuta e muscoli dal volume certo ben miserevole.

– Non ci sono più molte guaritrici in giro. Certo non è la migliore di cui si sia sentito parlare. Ma è l’unica che so ancora in vita. – Non si preoccupò minimante di quello che avrebbe pensato o provato la megera alle sue parole; dubitava che nella donna fosse rimasto tanto amor proprio da risentirsi. Comunque lei rimase in silenzio.

– E se non ci dovesse riuscire? – Si fermò accanto all’ammorbata, che aveva immediatamente liberato dall’abbraccio. La postura tradiva il dolore che la donna stava senz’altro patendo. Ma l’espressione del viso non lasciava trasparire nulla.

– Il viaggio terminerà molto presto. Possiamo raggiungere le montagne dell’Alma, ma certo non potremo andare oltre con quel carro. Senza dubbio dovremo anche smontare spesso e camminare. –

– La porterei io. –

Il Pazzo non si smentiva mai: non ce l’avrebbe fatta nemmemo uno che avesse avuto il doppio o magari anche il triplo della sua forza e robustezza. – Se questa vecchia non riesce…il viaggio per lei termina qui.-

Il Pazzo si irrigidì: – E’ lei che…-

– Il viaggio termina qui – ripetè Sorien per fargli comprendere che su quel punto non c’era argomento che potesse fargli cambiare idea ed al contempo impedirgli di continuare. La vecchia non doveva sapere più dello stretto necessario. Certo, lei avrebbe potuto sfruttare personalmente davvero ben poco quel tipo di informazioni. Ma vi era chi avrebbe pagato volentieri per averle…e tutti, compresa quella megara, avevano fame.

Il Pazzo lo osservò per qualche momento; dopodiché accompagnò l’ammorbata fino all’ingresso della catapecchia nella quale viveva rintanata la megera.

Fece pochi passi, ma il viso dell’ammorbata si inumidì di sudore.

– Cosa le hanno fatto? – chiese la megera.

– Non lo immagini? –

– Sì, ma…-

– Fai quello che devi.-

La donna annuì. Senza che fosse necessario spingerla, l’ammorbata, seppur con difficoltà, la seguì all’interno.

Il Pazzo fece per seguirla, ma la megera glielo impedì: – Tu non puoi entrare. Ci sono cose che uno della tua età non dovrebbe vedere. Non dovrebbe vedere mai.-

Sorien si soprese di una tale nota di attenzione.

Il Pazzo ubbidì.

Era la seconda volta che accadeva da quando lo aveva conosciuto. Due volte nella stessa giornata e a poca distanza.

Davvero al mondo non c’era più alcuna regola.

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Capitolo III – La Megera (2)

26 maggio 2007

La megera ascoltò un poco la storia che il Pazzo aveva assoluta voglia di raccontare, cercando chiaramente al contempo di comprendere se la strana luce che pareva ardere negli occhi dell’improvvissato narratore fosse conseguenza del morbo o segno palese di una malattia diversa, ma certo non meno terribile: la follia. Quale che fosse la sua impressione, non lo interruppe, lasciando che una serie di apparentemente sconclusionate frasi fosse posta di seguito ad un’altra.

Sorien si interrogò sul motivo per il quale il folle si stesse dando tanto da fare per raccontare una storia che nella migliore delle ipotesi non sarebbe stata creduta, nella peggiore avrebbe potuto attirare loro contro ulteriori pericoli ed insidie. Non trovò che una risposta: aveva bisogno di farlo. Il ragazzo non doveva aver parlato per giorni prima che lui li trovasse: aveva forse urlato o pianto, ma certo non parlato. Dopo il loro incontro, quello che poteva avvicinarsi di più all’idea di discorso era stato lo scambio di battute della notte precedente, quello che si era concluso con il folle a terra boccheggiante, alla ricerca di respiro, come un pesce rapito all’acqua.

– Di notte scompare… – stava blaterando il Pazzo in quel momento – ieri l’ho cercato, mentre lui era via. Ma non l’ho visto da nessuna parte…ed io ho occhi buoni. Oh sì, buoni davvero. Me lo hanno detto sempre tutti. Sei una lince. Sì sì. Ma niente. Niente! Capite? Si era dissolto…e poi questa mattina, poco lontano dal campo… eccolo là. A fissarmi con quegli occhi… strani….-

La vecchia stava ascoltando apparentemente senza particolare interesse. La postura tradiva però una tensione crescente. Sorien se ne accorse, ma rimase impassibile. Quando la megera volse lo sguardo nella sua direzione, lo contraccambiò senza lasciar trasparire alcuna reazione.

– Oh … quegli occhi! Sembra che ti scrutino dentro. Ti senti… non so: come se le viscere… si stessero rivoltando dentro. Sì sì. Le viscere rivoltate. E poi è come se non avessi peso. Come se la tua mente fosse vuota. E’ una bestia dannata. Ve lo dico io.-

L’espressione della megera non era facilmente decifrabile. Stava cercando di capire fino a che punto il suo interlocutore fosse pazzo. Questo era chiaro. Ma a giudicare dall’attenzione che rivolgeva a quell’incontrollato fiume di parole, sembrava stesse anche cercando di comprendere quanta verità vi fosse, dietro i turbamenti di una mente malata.

– …E’ dannata vi dico. Ora non si vede. Ma è qui. Qui. Da qualche parte, anche se per il momento non riesco a vederla. Io: che sono una lince. Mi chiamavano così. Ero bravo. Lo dicevano sempre…-

Sorien non aveva idea a chi si riferisse. Certo non a quelli che erano con lui quando lo aveva trovato. Quelli che Tormento aveva sventrato con rapidità, senza esitazione alcuna. Il passato del ragazzo era oscuro: prima o poi avrebbe parlato. Perché voleva farlo. Era chiaro. Ma dubitava che quello sarebbe stato il momento.

Infatti il Pazzo proseguì: – Se non lo avessi visto con questi occhi… Io non ci crederei. Lo so. Anche voi potreste non credermi…Ma io ho visto. Ho visto! Quella…bestia. Arriva senza fare rumore. Alcun rumore. Si muove tra le ombre come se fosse un pezzo di notte che riesce a resistere al giorno. E ti arriva vicino senza che tu possa fare niente. Come la morte. E’ una bestia dannata.-

Sorien, che non aveva distolto un momento lo sguardo dalla vecchia, si chiese quale effetto avrebbe avuto su di lei il sentirsi dare del “voi”. Al più, senza dubbio, negli ultimi anni era stata presa a male parole, le poche volte in cui qualcuno le aveva parlato. I rari viandanti non le avevano certo riservato quel minimo riguardo.

– … E’ dannata. Non fa rumore. No. Come la notte. Scende, senza che tu possa fare nulla per impedirlo….- ripetè il folle.

La megera sembrava avvinta dal farneticare del ragazzo, talché Sorien valutò l’opportunità di interromperlo. Era ovviamente ben più che probabile che le sue preoccupazioni fossero infondate: certo la megera non era solita credere a tutto quello che le veniva detto e men che mai a quanto, con così tanto trasporto, le veniva riferito da qualcuno che aveva quella sinistra luce negli occhi. Avrebbe forse avuto qualche dubbio, ma indubbiamente nessuna certezza. L’unica ipotesi di qualche consistenza era che la vecchia potesse farsi l’idea che lui stesso avesse indottrinato il pazzo perché ripetesse quelle frasi… e se ciò da un lato avrebbe tolto forza persuasiva al racconto, dall’altro le avrebbe fatto comprendere che chi le stava davanti non era persona che poteva essere facilmente ingannata.

Ma poteva anche essere che qualche verità riuscisse a carpire… quella che c’è sempre dietro le storie raccontate dai folli.

– Ora basta così. Hai parlato abbastanza. – Disse alla fine. La vecchia aveva iniziato ad ascoltare perchè voleva farlo: senza dubbio da parecchio non vedeva persone che la pagavano e le parlavano. Ma l’attenzione che rivolgeva ora a quelle parole era cambiata in intensità: non poteva permetterlo.

– Ma io non ho ancora detto…-

– E non lo dirai. Quale che sia l’argomento. Questa donna è stata pagata per fare un lavoro. Non per ascoltare. Non è forse vero? –

La megera lo scrutò per qualche momento. Sospirò: – E’ vero. Tu hai pagato. Quindi, bella signora, perché non scendi, che vediamo cosa possiamo fare? –

La donna sul carro non si mosse, né diede segno di avere alcun interesse a farlo.

La megera guardò Sorien con aria interrogativa.

– Falla scendere. – disse al Pazzo.

E questi ubbidì.

(…continua…)

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Capitolo III – La Megera

24 marzo 2007

– Bastano? – chiese alla vecchia incurvata sotto il peso di un indecifrabile numero di anni, ben sapendo che la risposta avrebbe anche potuto valicare il limite di ogni decenza: l’onestà era divenuta oramai pietra rara e preziosa e dubitava che un tale logoro sacco ne contenesse o ne avesse mai contenuto una benché minima apprezzabile quantità. La megera, chiusa nel suo abito nero, sporco ed in più punti ricucito, lasciò che le monete scivolassero tra le callose dita, apprezzandone, attenta, il suono ed il numero. – Allora? –

La vecchia distolse per la prima volta, dopo diverso tempo, gli occhi dalle proprie mani: – E se ti dicessi di no? –

Sorien scrutò negli occhi della vecchia donna: attenti, penetranti e cattivi. – Mi convincerei che mi sono sbagliato e tu non sei affatto la donna furba che credevo. La volpe non si fa scappare la gallina quando oramai l’ha tra le fauci. Hai certo notato che le monete hanno nella loro anima più argento di quanto tu abbia visto probabilmente negli ultimi tre anni. –

– Non vedo volpi da un bel pezzo. E quanto alle galline…-

– Inoltre davvero mi vuoi far credere che non soccorreresti un buon viandante?! –

– Tu non sei un buon viandante: tu sei una maledizione, per chi ti conosce e chi ti incontra! – sibilò con spietata malignità.

– Vecchia, tu non sai il mio nome…-

– E non lo voglio sapere! Certo porterebbe sventura maggiore! –

Sorien si allungò per riprendere le proprie monete, ma la vecchia si ritrasse. – No. No, cavaliere, viandante o come per dannazione vuoi farti chiamare. Curerò la tua amica. Ma per darti garanzia di quello che mi chiedi, prima la devo visitare. –

– Io ti pago un servizio, vecchia, ed uno soltanto: mi riprenderò quanto ti ho dato se non starai agli accordi.-

– Ho solo accettato di visitarla e di fare il possibile perché possa cavalcare. Ma non ho visto le sue ferite. Potrei non essere in grado…-

– Sei una guaritrice, no? Non curi ogni ferita? – la incalzò subito spingendo avanti il busto quel tanto da esserle ora sopra la testa.

– Sì, guaritrice. Lo sono. Lo ero. Non c’era nulla che non potessimo curare. Malattia o ferita. Ma ora… Non c’è niente che possa salvarti dal morbo. Se lo prendi, per te è finita. Non hai scampo. E forse, visto il mondo in cui viviamo, non è forse neppure il modo peggiore per andarsene. –

– Non mi interessa la tua filosofia di vita. Voglio che quella donna possa cavalcare. –

– Ed io ti ripeto che devo vedere le ferite prima di poter…-

– I soldi li hai voluti in anticipo. – sorrise

La vecchia parve rimuginare per qualche momento. – Portala, bestia. E vediamo quello che si può fare.-

Sorien si voltò e chiamò il Pazzo che, al margine della radura, aspettava sul carro.

– Chi è questa donna per te? – chiese la vecchia.

– Nessuno: solo un intralcio, se non può cavalcare. –

La vecchia non fece commenti. Chiese invece: – Vi fate trasportare tutti e tre da quel castrone? –

– Mi hai chiamato “maledizione” no? E sai che le maledizioni non viaggiano mai sole. Quindi dietro qualche albero ci sarà il mio destriero. –

– Perché lo nascondi? – chiese senza guardarsi attorno.

– Non lo nascondo affatto: non apprezza particolarmente la compagnia degli estranei. –

La vecchia sorrise: il volto non acquistò né bellezza né tantomeno dolcezza. Poi scosse lentamente il capo.

Il carro si fermò poco dietro di lui.

– State parlando del suo cavallo? – chiese il Pazzo facendo con il capo cenno verso Sorien. – Se volete vi parlo io di quella dannata bestia. Oh sì. Dannata proprio.-

(…continua…)