Archive for the ‘Capitolo IV’ Category

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Capitolo IV – Ombre nella luce (4)

15 ottobre 2007

L’assetata nera bestia si lanciò sulle sue prede con l’avidità dell’esaltazione, con la forza dell’inostacolabile e dilaniò, frantumò, spezzò, strappò.

Quale trepidante trasporto suadente era il danzare al ritmo della sua fame, che legava e sospingeva! Forse il braccio che con tanta forza si fosse per così tanto tempo dilettato con la carne degli indifesi si sarebbe in altra circostanza ben presto arrestato, vinto dalla fatica, se non dall’orrore di cui era partecipe.

Ma così non fu per il braccio che levava Tormento.

Non sentì fatica, né mai esitò.

Forte come era sempre stato le tante volte in cui Tormento aveva danzato, non si placò dopo gli innumerevoli caduti, non si compiacque della rossa messe che aveva mietuto in brevi momenti. Bramava tanto di più, e tanto di più ottenne.

Tutti sapevano che non vi era scampo. Uomini, donne, bambini. Coloro che non cadevano sotto Tormento tentavano la fuga verso l’esterno della città, lontano dalla piazza centrale. Ma là attendevano le Ombre, ancora lorde del sangue di tanti loro compatrioti o famigliari.

La città non risuonò che di urla e lamenti, mentre la sua pietra s’inscuriva di sangue e la follia cantava la sua irrefrenabile gioia.

Si sentiva quasi soffocare…e quasi avrebbe davvero voluto che il suo respiro gli morisse tra le labbra ed il suo cuore smettesse di battere. Sapeva cosa lo attendeva ora, ma non riusciva a fuggire al ricordo ossessionante, alla trappola che lo aveva ghermito e presto lo avrebbe condotto alla distruzione. La sua mente aveva già vacillato in passato. Per giorni aveva vagato senza meta ignorando persino la sua stessa identità.

Ora il medesimo pericolo si ripresentava con la forza e la violenza di una imperitura maledizione.

La donna lo fissa per qualche momento inorridita, incapace di muoversi, persino di guardare altrove.

Lui già pregusta il momento in cui sentirà la lieve resistenza che la sua tenera carne opporrà alla sua lama e poi il fregile calore delle sue viscere riversate al suolo. Ancora di più il momento in cui lei vedrà la bambina che vuole sottrarre alla violenza del massacro cadere uggiolante ai suoi piedi mentre l’ultimo suo respiro si condensa in bianche preghiere dissolte dal vento.

Ma la donna lo sorprende.

Fino a quel momento ha stretto il volto della bambina contro il suo grembo, certo per celare alla sua vista quanto intorno accade. Fino a quel momento ha stretto forte con le braccia il suo capo, per attutire almeno le urla agghiaccianti che tutt’intorno sbocciano come fiori funesti che presto appassiscono.

Ma d’improvviso la spinge via e si mette fra lei ed il carnefice. Fre lei e la sua spada. Disarmata lo affronta, mentre la bambina indugia, ulra e piange.

Un paio di soldati gli arrivano addosso: Tormento li sconquassa.

La determinazione della donna vacilla. La bambina non si è mossa. E allora lei, che sente la sua presenza, si volta, la scaccia, le urla di scappare.

Lui fa un passo. Un altro soldato gli si avventa contro. Fa a brendelli il suo corpo. Lasciandolo in vita quel tanto perché la sua agonia trafigga la donna ed annichilisca la bambina.

Ma la donna è come preda di una forza sconosciuta e nuova. Ignora le urla, ignora il sangue.

Un paio di Ombre entrano in scena, al limitare del suo sguardo. Alcune donne atterrite si lasciano falcidiare senza nemmeno opporsi. I loro uomini fanno la stessa fine pochi attimi dopo.

Intorno non vi è più alcun segno di umanità: vi sono solo fragili individui resi folli dalla paura. Alcuni si uccidono da soli, lanciandosi sulle proprie spade; altri, pur sapendo che tutto è inutile, cercano ugualmente di scappare, scivolano nel sangue dei compagni, cadono a terra, arrancano e muiono, in una parodia della loro insignificante esistenza che quasi lo induce al sorriso.

In quella massa urlante e folle, la donna è ancora là. Spinge con violenza da parte un soldato che le chiede aiuto. L’uomo ha una terribile ferita al ventre; lei forse non se ne accorge, o forse sì. Per aprire una via di fuga per la bambina lo colpisce proprio in quel punto. L’uomo rotola di lato, soffocato dal dolore. Non urla neppure più.

Ha guadagnato non pochi passi, facendosi largo in quella follia urlante ed agonizzante, sospingendo la sua bambina.

Ma lui è veloce.

La donna si slancia in avanti, corre, calpesta corpi, di sconosciuti e amici.

Ed in quel momento Tormento colpisce.

Le apre uno squarcio lungo tutta la schiena. Le spezza la spina dorsale. E poi lui si muove verso la bambina…

Le urla lo destarono improvvisamente, scagliandolo da un incubo ad un altro. Dal ricordo al suo presente.

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Capitolo IV – Ombre nella luce (3)

8 ottobre 2007

Molti non si accorsero del suo movimento: gli occhi puntati nella direzione in cui le urla si facevano sempre più vicine, erano preda di un terrore annichilente, incapaci fors’anche di qualsiasi reazione che non fosse tremare; ma i più sentirono l’improvviso cambiamento, s’accorsero del gelo diverso che era striscaito tra loro, ammantando la loro anima non meno che il loro cuore.

Avevano sentito il canto di Tormento, il sibilo, il suono indistinto, il sussurro malevolo che la lama produceva ogniqualvolta veniva estratta.

Alcuni credettero forse, nella follia, in una nuova possibilità di salvezza, quasi che lo sconosciuto fra loro fosse stato colà inviato recando un dono del dio benevolo che sembrava fino a quel momento averli abbandonati.

Alcuni, forse, immaginarono persino che il nuovo venuto fosse una sorta di angelo, un messaggero che avrebbe mostrato loro la via santa.

Certo non lo pensarono coloro che erano più vicini: il suono non era che un riflesso del profondo incubo che la spada celava nella sua anima nera, non era che la promessa di profonda sofferenza ed eterno dolore. Non salvezza, ma condanna. E nemmeno le più misere fra le menti umane, così vicine da udirlo di là dall’urlo angoscioso del vento che continuava a flagellare quella terra infausta, potevano tannto ingannarsi da non rendersene conto.

L’Ombra fra le Ombre si avvide della comprensione che pressocché d’immediato comparve sui loro volti. Riconobbe la paura, l’orrore, la disperazione. In alcuni, senza sorpresa, la rassegnazione.

Ci fu un momento, breve, quasi sospeso, dopo il canto di Tormento, in cui parve che il vento avesse cessato di far udire la propria voce e che le urla si fossero d’improvviso zittite, quasi ogni cosa si fosse messa in attesa.

Poi le urla ripresero, come in un incanto demoniaco, ma da ogni direzione, anche all’interno della piazza, mentre il sangue tingeva persone e cose, e quella folla pallida e disfatta veniva dilaniata.

Tormento tagliava, penetrava, trafiggeva, si spingeva nelle profondità calde delle viscere di uomini e donne, si ritirava nel gelo della notte funestata e terribile, e poi si rituffava nle grembo, nel petto, nel collo delle sue vittime designate, danzando presto frenetica ed insaziabile. In una gioia tracotante ed assoluta che tradiva ogni principio razionale ed era un voluto insulto al cielo ed alla legge che governava il mondo.

Tormento tagliava. E gioiva. Seguendo e guidando la mano di colui che l’impugnava. Assecondando il suo odio freddo, la sua sete di vendetta, rendendosi leggera o pesante a seconda del colpo, dell’affondo o della figura, penetrando rapida o lenta secondo la sua volontà, ma sempre strappando alla sua vittima il maggior dolore possibile.

Così profondamente scendeva, ma poi con estrema lentezza usciva, il suo filo raggiungendo ogni organo, sussultando ad ogni incontrollato spasmo, accompagnando l’ultimo respiro o soffocandolo ancora all’interno del corpo. E penetrava e feriva. E tagliava e scendeva. E strappava e bucava.

Così era la gioia di Tormento.

Così era la sua natura.

(…continua…)

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Capitolo IV – Ombre nella luce (2)

1 ottobre 2007

Un suono lontano. Troppo. Quasi la sua mente fosse mano disperata che si slanciasse a ghermire la salvezza che altri le offriva, così, per un attimo, in quel suono cercò la fuga dal ricordo. Ma era troppo lontano. Troppo lontano. E la sua mente scivolò ancora.

Tormento aveva già conosciuto il sangue. Già si era inebriata del suo sapore, della forza e della sofferenza di cui si sostanziava, e quali che fossero state le sue vittime, condottieri o mendicanti, non avrebbe mai conosciuto pietà alcuna.

Perché mai sarebbe stata sazia, perchè mai avrebbe trovato termine la trepidante sua bramosa cerca.

Ogni ferita che veniva aperta era una porta schiusa sul dolore, sull’essenza vera della vita della quale Tormento era scrupolosa indagatrice, chiamata dalla sua più profonda natura.

Uguale chiama uguale.

E nel dolore Tormento riconosceva irresistibile richiamo, perché era nel dolore la chiave della sua stessa esistenza.

Assetata, la spada non si lasciò semplicemente sguainare, volle essere sguainata, chiamata dalla sofferenza che permeava l’aria, dalla malattia, dalla fame, ma soprattutto dalla miseria umiliata senza possibilità di riscatto.

E cantò il suo canto di morte.

La lama distrusse quel che rimaneva di famiglie e amicizie con la stessa bramosia con cui recise arti e trafisse corpi.

Vibrò dell’inebriante sapore della linfa vitale che scorreva via, dell’effimero che si disperdeva nel vento gelido che aveva preso a soffiare dal nord, trasportando urla e richieste d’aiuto che sarebbero rimaste inascoltate.

Prigioniero di un ricordo che si stava di momento in momento rendendo più vivido e forte, cercò la salvezza in una nuova eco. Si slanciò nella sua direzione, smarrito, incapace di comprendere se fosse realtà od inganno, se l’immaginazione avesse teso una nuova trappola al suo fragile equilibrio. Ma il salto non raggiunse la solida riva e nuovamente la sua mente prese vorticosamente a cadere tanto velocemente quanto profondo era il dolore che tutto il suo essere provava.

Da qualche parte, lontano, il suo corpo rabbrividì. Ma la sua mente già vagava lontana, chiamata dalla strage e dalla condanna.

Sangue. Nel freddo era l’unica cosa che sembrava emanare calore. In qualche casa baluginava una pallida luce che non sarebbe mai stata capace di allontanare il gelo cupo che il vento aveva scatenato: il fuoco che, dopo innumerevoli tentativi, aveva preso ad ardere, era più inganno che promessa. Eppure c’era ancora chi si ostinava a sopravvivere nella morta Lilith.

Ostinazione che non sarebbe stata sufficiente quella notte: non si sarebbe salvato nessuno.

Le sue Ombre si erano mosse con la stessa velocità del vento, scendendo silenziose da Dagoth Ur, la Maledetta, trasformata l’avida bramosia in accorto calcolo e fredda determinazione. Non avrebbero semplicemente ucciso, ma avrebbero tagliato e strappato, lacerato e straziato, fin quando la notte non avrebbe vibrato delle uniche note alle quali si erano abituate da secoli a danzare: le urla dei morenti.

Il veleno che da loro trasudava aveva in sè la forza di mille incanti, più antico dell’uomo stesso, tale da inaridire ogni forza, inibire ogni movimento, ma lasciare intatta la mente, sicché non una sola goccia di sofferenza sarebbe andata persa nell’obnubilamento della follia: ogni vittima sarebbe stata presente a sè stessa per tutto il tempo in cui la tortura, che l’avrebbe condotta alla morte, sarebbe durata.

E mentre le Ombre avrebbero compiuto il grande banchetto, la sete e la fame di Tormento sarebbero cresciute a dismisura, facendo strage di chi fosse riuscito a fuggire a quell’iniziale assalto.

Tormento aveva atteso, pronta, avida, là dove presto sarebbe stato il massacro più grande.

Nessuno aveva prestato attenzione alla figura scura al cui fianco era legata: era scivolata nella notte raggiungendo il cuore della vecchia città, come un veleno insidioso e malvagio. Si era posta al suo esatto centro, tra coloro che non erano riusciti a trovare alcun riparo all’interno delle case ed erano stati lasciati lì, a morire, soli nella moltitudine di molti altri infelici. Aveva camminato tra i cadaveri degli assiderati, reietti tra i reietti; aveva calpestato le membra bianche e i cenci luridi, immune a qualsiasi contaminazione.Ed ora restava immobile, assaporando l’inesorabile avvicinarsi del grande supplizio.

Quando le prime luci, lontane, si spensero, lei rimase là, ferma ed immobile. Quando si udì chiaro il sospiro mortale dei Riflessi di Tenebra, lei non si mosse, mentre intorno molti si alzavano e altri cercavano ancora disorientati un luogo dove ripararsi o qualcuno cui prestare o da cui ricevere protezione.

Non si mosse, quando le urla agghiaccianti presero ad elevarsi dalla case della periferia e quando la comprensione iniziò a dipingersi sui visi di coloro che gli stavano intorno.

Il suono lontano si ripetè, ma ormai era sprofondato nel gorgo inesorabile, e neppure se ne accorse.

La figura nemmeno si mosse quando intorno i profughi presero ad accattastare le povere miserie che avevano portato con loro ed alcuni soldati sguainavano le spade.

Non si mosse quando le urla divennero altissime, quando gli inorriditi presero a correre verso il centro da tutte le direzioni.

Non si mosse mentre le madri stringevano al petto gli infanti e gli uomini maledicevano il cielo che aveva loro riservato quella nuova tragedia.

Semplicemente attese. Fin quando oramai le sue Ombre non avevano raggiunto gli edifici più vicini alla piazza nella quale si trovava.

Poi estrasse Tormento.

E fu il Supplizio.

(…continua…)

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Capitolo IV – Ombre nella luce

24 settembre 2007

Un tonfo. Un suono piatto e sordo. Lontano. Un’eco. Che si spegneva. Lentamente. Un lungo silenzio. Poi ancora un suono. Questo ancora più lontano. Perduto.

In un altro mondo.

Pietre antiche. Vestigia di una grandiosità dimenticata. Un monito.

Lì un tempo sorgeva la grande città di Lilith, sorta dal coraggio e dalla follia, dall’illusione che la sciagura sempre si abbatterà su altri, lontani e nemici, mai sui giusti che con il proprio lavoro hanno l’ardire di tentare d’essere felici.

E per quanto tempo l’orgoglio dei costruttori aveva seguito la prosperità del commercio! Per quanto tempo il sole si era riflesso sulle cupole chiare, sui monumenti gloriosi e tracotanti! Per quanto tempo era durata l’illusione!

Ma poi il cielo si era inscurito sulla città dei mortali, la carestia aveva esarcebato diseguaglianze ed ingiustizie, le malattie avevano mietuto messi innumerevoli, le ribellioni avevano macchiato di sangue le piazze dei mercati e delle feste, i negozi erano stati assaltati, i ricchi uccisi e i governanti esiliati.

Ed il canto si era trasformato in grido, il riso in pianto, la gioia in silenzio.

Nessun nemico aveva abbattuto le gloriose mura che tutti ritenevano immortali; nessun nemico aveva fatto strage dei difensori; nessun assedio aveva tagliato viveri e rifornimenti.

Ma gli unici che potevano festeggiare ancora in Lilith erano i demoni Disperazione, Morte e Decadenza.

La pietra era precipitata da sola, la malattia aveva raggiunto palazzi, chiese e case. Dello splendore non era rimasto che un ricordo doloroso.

E Lilith era stata abbondanata. La sua voce divenne il silenzio.

Fino a quei giorni.

Poi tra le pietre inscurite, tra gli architravi ed i colonnati precipitati al suolo, tra la polvere e l’arida terra, erano comparsi di nuovo, dopo anni, visi deturpati, stravolti da fame e sete, piagati e disfatti. I profughi vennero da ogni dove, spinti da un miraggio, da un ricordo o da un demoniaco inganno. E Lilith conobbe di nuovo l’uomo, la mano che l’aveva creata e poi distrutta.

In pochi mesi i suoi nuovi abitanti crebbero tanto in numero e disperazione che se pure quelle lande ancora fossero state coltivate, mai un solo florido raccolto sarebbe stato in grado di sfamare ogni bocca.

Eppure continuavano ad arrivare: mercanti depauperati di ogni ricchezza, donne incinte ed abbandonate, feriti, malati e moribondi. Disertori e soldati traditi dai loro superiori, scampati per miracolo alla morte violenta e condannati ad una ancora peggiore per inedia e privazione. Poi vennero le famiglie devastate dalla sofferenza della perdita, gli ammorbati e gli afflitti. Una massa informe di reietti che camminava senza forza vitale, che si trascinava per le vie del mondo senza in realtà vivere.

Fu di questa popolazione strana ed orribile che s’ammantò di nuovo Lilith.

In un sussulto insignificante che avrebbe fatto inorridire qualsiasi divinità razionale. Ma fece sorridere l’Oscuro Sire.

Sarebbe bastato il semplice scorrere del tempo perché di quella folla umiliata e sofferente non rimanesse traccia: presto il velo pietoso avrebbe coperto quella misera calca nascondendo al cielo il pianto e la vergogna.

Ed invece su quella miseria si scatenò Tormento.

(…continua…)