Archive for the ‘Capitolo V’ Category

h1

Capitolo V – Il Buio nella Mente (5)

27 dicembre 2007

In virtù del contatto con la mente della Megera, Sorien sapeva già cosa avrebbe trovato al di là della porta: non perse quindi tempo a frugare tra i tanti oggetti che erano stati appositamente là posti per disorientare e trarre in inganno, ma si diresse d’immediato verso un vecchio baule, a terra, spostato alla destra dell’ingresso e seminascosto da lenzuoli tarlati e maleodoranti. Ne studiò forma e particolari per qualche momento, soffermandosi sulla serratura arruginita ed i vecchi cardini. Da quello che aveva percepito, nel baule si trovava la fonte segreta alla quale la strega attingeva solo per i suoi ineluttabili e pressanti bisogni e l’unica possibile cura per l’Ammorbata.

Sorien si interrogò sulla sua reale natura.

Guardò verso sinistra: là, su mensole malferme, erano nascoste, tra pozioni nocive e specchi per allodole, erbe curative rare delle quali la donna si serviva con moderazione e solo nei casi che riteneva meritevoli secondo giudizi non sempre comprensibili. Non v’era dubbio alcuno che Sorien avrebbe fatto buona scorta dei fiori di An, del Bacio di Casia e del Soffio di Amantio: piante che, quando ancora il mondo sembrava retto da una superiore ragione capace di risolvere in se stessa ogni apparente contraddizione, apparivano tesori preziosi ed ora, quando l’Incubo aveva sovvertito ogni legge, dissolvendo il confine tra logica e follia, erano divenute vere e proprie reliquie. Non prenderle sarebbe equivalso a scacciare la buona sorte e probabilmente inimicarsela per tutti i tempi a venire. Ma tali insperate risorse non sarebbero venite incontro alle loro necessità: la Megera se ne era già servita con l’Ammorbata senza successo.

Nel baule doveva quindi trovarsi qualcosa di ancora più potente e raro.

Sorien lo studiò ancora per qualche momento, si assicurò che non nascondesse ulteriori insidie, dopodiché ne forzò la serratura.

Al suo interno rinvenne solo una tunica ingiallita e poi, tra le sue pieghe, due scuri involti. A parte il penetrante odore della muffa e quello irriconoscibile delle lenzuola non ne percepì alcun altro che gli potesse essere d’aiuto. Non avvertendo la presenza di alcuna minaccia aprì il primo involto.

Artiglio Rosso

Inutile per i suoi scopi immediati. Prezioso per i pazzi ed i suicidi. Lo prese con sè.

Soppesò nell’altra mano il secondo involto. Leggero. Quasi fosse vuoto. Lo aprì.

Dopo tutto quello che aveva vissuto e visto, immaginava che nulla sarebbe più riuscito a stupirlo. Aveva ritenuto un tempo che solo gli uomini potessero riservare sempre qualche sorpresa, mostrando del proprio carattere un nuovo aspetto fino a quel momento celato; dei propri sentimenti, nuovi impulsi taciuti financo a se stessi; del proprio animo, un nuovo catartico afflato. Ma quelli erano i giorni in cui ancora, rapito, attentamente osservava la pioggia tamburellare sui tetti, scivolare lungo gli spioventi, levarsi in mirabili esili castelli nelle vie e nelle piazze; quando la foglia danzava nel vento senza mai posarsi e la luna sembrava potesse essere imprigionata nel riflesso di un lago.

Erano giorni in cui aveva ancora una meta ed una speranza, quando il sorgere del sole era la promessa di un futuro da scegliere e non la condanna che perpertuava nella luce l’insostenibile inquietudine della notte; quando il vento recava le storie di popoli lontani e non ruggiva la sofferenza dei suppliziati. Quando la parola sogno non equivaleva a morte.

Quando Leilani era ancora viva.

Ora, di tutto quello che era stato, non v’era che un’eco lontana della quale non poteva liberarsi, inscindibile il vincolo che la legava al suo tormento. Una traccia. Una pallida ombra.

Eppure fu per questa riminescenza antica e quantomai dolorosa che Sorien si scoprì a trattennere il respiro davanti a quanto l’involto custodiva.

Annunci
h1

Capitolo V – Il Buio nella Mente (4)

21 dicembre 2007

– E’ morta? – chiese il Pazzo, osservando dubbioso il corpo della Megera a terra.

– No.-

– Capisco. Quelle come lei hanno la pelle dura. Non sarebbe sopravvisuta fino ad oggi altrimenti. –

Sorien non commentò. Poteva solo vagamente immaginare di quale entità fosse stato fino a quel momento il prezzo di una sopravvivenza così lunga in un mondo tanto ostile ed oscuro. Quante vite erano state sacrificate dalla necessità e quante per mero piacere? La donna che aveva di fronte aveva certo iniziato ad utilizzare il suo potere aiutando glisventurati: a questo scopo aveva forse votato la sua anima e gli anni migliori della sua esistenza. Ma poi quello stesso potere che le era stato concesso apparentemente per un grande disegno di salvazione, era stato trasmutato, dall’istintiva forza dell’autoconservazione e poi dalla sete cieca ed irrefrenabile, in qualcosa di assolutamente diverso.

Sorien non ritornò comunque alla propria spada e non considerò, se non per un breve attimo, l’idea di uccidere la Megera. In effetti suscitava in lui uno strano senso d’inquieta ammirazione e crudele indifferenza. La studiò per qualche momento.

Lo aveva sorpreso. Si era ovviamente accorto dei dubbi della donna e dei suoi crescenti sospetti: sapeva che prima o poi avrebbe cercato di scoprire quanto più possibile su di lui ed altrettanto bene sapeva che tale tentativo sarebbe stato compiuto per il tramite dell’unica arma efficace che le era rimasta, la magia. Quello che non aveva valutato era la rapidità con cui la vecchia sarebbe passata dalla mera ideazione, all’atto vero e proprio. L’attacco della strega era stato rapido e preciso. Se avesse impugnato una spada, avrebbe dato vita ad un affondo diretto ad un punto vitale, là dove scudo e braccio non potevano arrivare. Era stata lesta, forse impulsiva e forse pazza. Ben più di quanto si era atteso.

E molto abile: almeno per quanto concerneva l’idea di sfruttare al meglio la sorpresa, la Megera non aveva del tutto fallito.

Per sua sfortuna, cercando di insinuarsi nella mente di Sorien, la Megera non aveva che fatto scattare una delle tante trappole che le erano state tese. Talchè se lei si era persa nell’oscurità ottenebrante, Sorien aveva ora gran parte delle risposte che aveva cercato.

La Megera non gli aveva del tutto mentito: aveva in effetti provato a curare l’Ammorbata. Solo che non aveva provato tutto quello che avrebbe potuto. Non lo aveva fatto per paura di esaurire le sue forze e di rimanere poi in balia, se non di lui stesso, di quelli che eventualmente sarebbero potuti venire dopo di lui.

Non la biasimò: avrebbe fatto lo stesso, se si fosse trovato al suo posto.

Ma nemmeno si sentì pervadere dalla pietà o dalla compassione. L’essere che aveva di fronte era una fimma stentata che ardeva sulle ceneri dei malcapitati che aveva sacrificato alla sua fame di sopravvivenza. Molti erano certo stati odiosi e ripugnanti vermi che lordavano il mondo con la loro pallida esistenza di parassiti. Ma il passo che aveva condotto molti altri a quello sperduto asilo era stato quello della trepidante speranza, poi tradita ed avidamente consumata.

Conseguentemente distolse lo sguardo dalla Megera e tornò a guardarsi intorno.

Si avvicinò all’Ammorbata che per tutto il tempo era rimasta immobile. Evitò il suo vacuo sguardo analizzando il suo corpo. La vecchia doveva aver usato un unguento speciale e le sue particolari doti per eliminare quelle infezioni delle quali lui era stato capace solo in parte di rallentare. Tuttavia era vero: in quelle condizioni farla cavalcare sarebbe equivalso a strapparle lentamente la carne dalle ossa. Non ce l’avrebbe mai fatta, quali che fossero gli espedienti che di volta in volta avrebbe potuto trovare.

Ma la vecchia aveva anche agito risparmiando forze, risorse ed energie. Posto che per Sorien non sarebbe stato invece di alcun problema sottrargliene anche più del necessario, forse qualcosa si poteva ancora tentare.

Incontrò lo sguardo del Pazzo: fissava l’Ammorbata senza quasi respirare.

– Non ho bisogno del tuo aiuto.-

– Non è la prima volta che la vedo così. Erano giorni che ci tormentavano. Certe volte mi costringevano a guardare…-

– Fai come vuoi.- Il Pazzo non era un suo problema al momento. Se si fosse limitato a stare lì in piedi, non sarebbe stato di intralcio.

Non degnando nemmeno di uno sguardo la porta socchiusa, si girò nella direzione opposta, trovandone un’altra, di più ridotte dimensioni, il cui legno in alcuni punti sembrava marcito. Sorien, grazie a quello che aveva appreso dalla vecchia, sapeva invece che quella porta era tutt’altro che fragile e non sarebbe stato possibile abbatterla senza al contempo sacrificare quello che le stava dietro.

Fece ancora un passo, poi appoggiò le dita della mano destra alla superficie, quasi a valutare la qualità di un prezioso tessuto. Il legno emanava un vago odore di fumo e muffa. Ma era solido e sinistramente freddo.

Quella porta era stata incantata in modo che solo la padrona di casa potesse aprirla senza correre rischi. La stanza delle erbe era una trappola per gli incauti e gli stolti; questa invece per coloro che si fossero dimostrati un poco superiori alla media.

Passò la mano lungo la superficie finchè non trovò un punto che giudicò adatto. Esercitò una leggera pressione.

Sotto il legno qualcosa si mosse.

L’antico allenamento condusse la mente di Sorien lungo vie oscure. La fece pulsare della medesima energia che era stata liberata nel legno; le fece assumere la stessa intensità, forza e forma. Finché Sorien non sentì la vischiosità della cosa, dell’essere che era divenuto un simbionte del passaggio. Accarezzò le sue sinuose forme; scivolò lungo la sua superficie, quasi lo cullò. Fino a carpire la sua fiducia. Così prese a scivolare dentro la cosa stessa. In profondità. E quando la cosa fu intorno alla sua mente e la sua mente intorno a lei, l’una nell’altra, in un tutt’uno, cambiò il ritmo della sua forza e modificò in tempesta la placida onda. Impose alla cosa di assumere una consistenza che agguantò d’immediato e strinse. Il simbionte cercò di sottrarsi alla presa, ma era troppo tardi.

Sorien, sconvolgendo la sua natura, le impose una forma rigida.

Pensieri solo in parte coerenti raggiunsero la sua mente. Il passaggio di stato ruppe in uno stridio di lamenti sinistri il legame che tratteneva la cosa al mondo, dissolvendola. La porta, con un cigolio che pareva l’urlo di un morente, si aprì pochi attimi dopo.

(…continua…)

h1

Capitolo V – Il Buio nella Mente (3)

5 novembre 2007

– Non è possibile… Tu menti! – sussurrò appena, sospesa tra la speranza che quella semplice frase avesse la forza di dissipare ogni dubbio e la nascente consepevolezza che mai sarebbe riuscita ad eradicare una verità che sentiva farsi evidente.

– Fai le tue valutazioni. Forse hai pensato di uccidermi: tolto di mezzo me, ritieni di non avere nulla da temere da parte del ragazzo. Che scappi, muoia o rimanga al tuo servizio, ti lascia del tutto indifferente. Una volta che io sia morto, potresti lasciare l’arma dove si trova ora, ed attendere che la mia aurea si disperda. Allora potresti prendere tu la spada, almeno per il tempo necessario per liberartene. Ma la cosa non può funzionare se quell’arma è già desta. Ed io ti posso assicurare che lo è. La tua magia non ti può proteggere da lei. Nè dal suo Guardiano. Sai cosa vuol dire questo, vero? –

– Che se ti uccido, lui verrà a riprendersi la spada…e la troverà a casa mia.-

– E sai che non si limiterà ad ucciderti. –

– C’è qualcosa di peggio della morte, per quanto dolorosa possa essere.- Pronunciò quelle parole lentamente, soppesandole una ad una. Aveva ben presente di quale entità fosse il pericolo se l’uomo che le stava davanti stava dicendo il vero. Era vecchia. E stanca. Il suo potere era andato per la gran parte perduto. Era riuscita ad avere la meglio sui briganti che di tanto in tanto arrivavano alla sua casa ed immaginava che per qualche tempo ancora vi sarebbe riuscita. Ma ogni volta diventava sempre più difficile. Un tempo sarebbero bastate poche parole. Ora doveva ricorrere alla parte più profonda del suo essere. Sarebbe riuscita ad abbattere ancora molti uomini, forse, ma certo mai lo spirito guardiano di una spada Norith. Probabilmente non ci sarebbe riuscita nemmeno quando era giovane.

– Dunque? – Incalzò la sventura.

La Megera lo studiò attentamente. Chi era quell’uomo che osava così tanto? Come faceva ad avere con sè una spada del genere? Di quei tempi molte strane creature si aggiravano nel mondo, letali e pazze. Ma quelle creature normalmente stavano lontane dalla sua casa. Non sapeva il perché. Sicuramente non temevano la sua forza. Un tempo forse sarebbe stata in grado anche di distruggerne un buon numero, ma ora una soltanto di quelle avrebbe potuto farle conoscere il vero dolore. Forse era diventata così vecchia e debole da farla considerare una preda di poco conto. Non aveva tanto sangue in corpo quanto un umano qualsiasi, né aveva l’energia che un tempo avevano i maghi. Sì, davvero forse era inutile. Tanto da essere ignorata. Invece quel cavaliere era venuto da lei direttamente, ben sapendo cosa avrebbe trovato. Cosa poteva significare?

Ripensò a quello che aveva detto il ragazzo. Ripensò alla descrizione della cavalcatura, agli occhi che erano in grado di rivoltare le budella. Sì. Aveva usato proprio quelle parole.

Un dubbio la percorse. Quasi senza accorgersene si ritrovò a richiamare il suo potere più profondo. D’improvviso tutta la stanza divenne più buia. Vedeva soltanto il cavaliere e, poco più in là, la donna violentata. Anche quella donna era strana: se ne era accorta quando aveva cercato di unire il suo potere al corpo di lei cercando le lesioni interne più insidiose. Ma per il momento doveva accantonare ogni pensiero al suo riguardo. La sua prima proccupazione era l’uomo che le stava davanti. Non poteva distrarsi.

Fissò il suo sguardo negli occhi freddi e distanti del cavaliere. Lo fece con scaltrezza, celando il suo potere fino all’ultimo momento; poi lo riversò in un’unica onda direttamente nella sua testa. Avrebbe saputo ogni cosa: per quanto forte potesse essere quell’uomo non sarebbe riuscito a resistere, non ad un attacco del genere.

Accadde invece l’impossibile. La mente dell’uomo era completamente nera. Di più! Non era come se una pesante coltre scura la coprisse, segno inequivocabile di una barriera di protezione: semplicemente sembrava che il cavaliere non avesse una mente. O meglio, era come se non esistesse alcun uomo davanti a lei. La sopresa la scosse in profondità. Cercò di penetrare oltre il buio, alla ricerca di qualcosa, di qualsiasi cosa. Non trovò nulla. Perchè non c’era nulla da trovare. E la cosa era ovviamente impossibile, perché non c’era nessun essere al mondo che non avesse una mente! Non era possibile!

All’improvviso sentì un gelo sterminato ed un cupo terrore si fece largo dentro di lei.

Immediatamente cercò di ritrarsi, ma non ci riuscì. Si lasciò prendere dal panico: non le era mai successo niente del genere! Cercò di ripiegare la mente lungo il filo che, per penetrere nella mente del cavaliere, aveva svolto. Cercò la via del ritorno.

Trovò il risultato opposto, cadendo ancora più lontano, nelle profondità scure di un abisso che non sembrava avere fondo. Era caduta in una trappola.

Fu il suo ultimo pensiero coerente.

Poi la tenebra l’avvolse.

(…continua…)

h1

Capitolo V – Il Buio nella Mente (2)

28 ottobre 2007

– Entra, peste! E che il Vento disperda il tuo odore quando te ne sarai andato. Ma non portare quell’abominio in casa mia, o te ne pentirai.-

Sorien scrutò dall’alto la vecchia donna. Il Pazzo dietro di lui non si era mosso, quasi avesse compreso che in quel frangente l’unica cosa saggia da fare per lui era tacere. Anche Sorien avrebbe tratto notevole vantaggio dal proprio silenzio, ma il ruolo che aveva deciso di assumere lo costringeva a parlare.

– Questa spada ed io siamo inseparabili, strega. Se anche la lasciassi fuori dalla tua casa, entrando ne porterei comunque con me la parte più forte, quella più oscura.-

– Credi che non lo sappia? Ma almeno potrò illudermi che il veleno del metallo non abbia insozzato il luogo dove vivo! –

Sorien guardò l’interno della casa. L’Ammorbata era stesa su una larga, bassa panca di legno che tagliava, in senso longitudinale, il centro di una stanza lugubre, poco illuminata, disordinata e sporca. C’era del sangue raggrumato per terra, certo non della donna, né della strega. Probabilmente era di qualcuno che aveva osato troppo, nel momento sbagliato. Non se ne sorprese. Sulla stanza davano solo due porte, una delle quali socchiusa. Di là poteva scorgere una serie di vasi scuri e fasci di erbe appese alle travi del soffitto. Ovviamente una ben congegnata trappola: non era certo in quel luogo che la vecchia custodiva le sue piante curative e le sue pozioni.

Oltre alla panca, c’erano poi solo due sedie, delle quali una a dondolo, rovinata e lercia, un tavolo di non rilevanti dimensioni ed ingombro di oggetti anneriti e polverosi, uno sgabello. Era chiaro che da molto tempo nessuno si preoccupava più di pulire.

Sorien lasciò la spada all’ingresso, appoggiandola allo stipite della porta, e si accostò all’Ammorbata che, dopo le urla, era evidentemente tornata al suo stato di muta immobilità.

Era nuda. Le vesti erano state raccolte in un ammasso disordinato alla base del tavolo. La mancanza completa di riguardo per le sue cose non l’aveva certo disturbata, né pareva che la sua nudità e la presenza del cavaliere potessero distogliere la sua mente dal vagare di nuovo nel nulla.

Il corpo era martoriato.

Per quanto avesse fatto decisi progressi rispetto al momento in cui l’aveva trovata , il segno delle violenze subite era evidente e sarebbe rimasto tale ancora per molto tempo. Era magra. La pelle, dove non era tormentata da livide vesciche e arrossati tagli, aveva il pallore ed i segni inequivocabili del Morbo. Le ossa si erano quasi tutte rinsaldate, ma sarebbe stato necessario altro tempo perché ritrovassero una certa solidità e sarebbe stato ben difficile in un mondo dove il cibo era un bene che pochi potevano permettersi e quello davvero nutriente praticamente un miraggio.

Le ferite peggiori però, sapeva, erano altrove.

– Hai fatto quello che ti ho chiesto e per cui sei stata pagata? – chiese freddamente, senza distogliere lo sguardo dall’Ammorbata.

– Ho fatto quello che potevo. – Rispose l’altra, rimasta pochi passi dietro di lui, con la stessa freddezza ed il medesimo distacco. – L’hanno tormentata per giorni. Cosa hanno usato, cocci di vetro? –

– Ha importanza? –

Dopo un lieve sospiro la donna ammise: – No. In realtà no. Oramai no. Li hai uccisi tutti? –

Sorien non rispose.

– Hai fatto bene. Peccato tu non sia passato di lì prima. Hanno usato il peggio che hanno trovato, in modo da farla soffrire il più possibile. E anche quando non era sottoposta direttamente a quelle torture, certo non avrà conosciuto che tormenti. Sono brutte ferite. Che non guariscono mai bene, nemmeno quando si cerca di curarle subito. –

E quelle interiori non sarebbero guarite mai nemmeno in parte.

Potrà cavalcare? –

– Sei un povero idiota. E’ già tanto che stia in piedi. Anzi, mi chiedo come ci riesca. Anche se le hai dato del Fiore di Ulisia. L’hai fatto cavaliere? Non è vero?-

– Potrà cavalcare? –

La megera soppesò le parole. – Ho fatto tutto quello che potevo. Tutto quello che sono ancora in grado di fare, ora. Forse un tempo…Ma così…-

– Potrà cavalcare? –

– Le ferite non si rimargineranno mai del tutto. Forse per qualche giorno potrà anche non sentire dolore, ma poi… Non dovrebbe muoversi. Se la fai camminare, la tormenti. Se la fai cavalcare, la uccidi. –

– Dunque non sei riuscita a darmi l’aiuto che cercavo. Restituiscimi i soldi. –

La vecchia rise beffarda: – Ah! Povero pazzo! Pensi seriamente quello che hai detto? Credi davvero che io ti restituirò qualcosa? Per quello che potevo l’ho curata: non è mia colpa se le ferite sono troppo profonde e tu hai equivocato sulle mie reali possibilità. Prendi con te quello che un tempo era una donna e vattene da casa mia.-

Sorien valutò per qualche istante la situazione: poteva affrontare frontalmente la vecchia strega e scontrarsi con lei. Sarebbe riuscito ad ucciderla: non aveva molti dubbi al riguardo. Ovviamente non sopravvalutava il fatto che il tempo l’aveva indebolita: non sarebbe stato comunque facile avere la meglio. Lui poteva contare però su molte risorse delle quali era assai improbabile che la Megera si fosse accorta ed in quei frangenti la sopresa poteva fare davvero la differenza. Avrebbe quindi potuto riprendersi i soldi e, a suo modo di vedere, tutto sarebbe stato compiuto nel migliore dei modi. Un torto, un prezzo. Ma se così avesse fatto, non avrebbe risolto il problema principale per il quale era arrivato fino a quella casa. Se l’Ammorbata non avesse potuto stare in sella almeno per qualche ora e per più di qualche giorno consecutivo, avrebbero dovuto lasciarla indietro, così come aveva detto al Pazzo. Altrimenti, stando al suo passo, non sarebbero arrivati da nessuna parte. D’altro canto sentiva che abbandonare l’Ammorbata non sarebbe stata una scelta saggia: era lei che aveva pronunciato quel nome antico il giorno in cui l’aveva trovata, l’ultima parola prima di chiudersi nel più totale silenzio. Doveva pur significare qualcosa.

Ovviamente, potevano anche fermarsi lì dove erano: il non proseguire avrebbe loro risparmiato fatiche e dolori indicibili. Prima o poi, anche fermandosi, sarebbero morti tutti, non c’era dubbio, ma probabilmente avrebbero sofferto molto meno.

Leilani però non glielo avrebbe perdonato. Aveva preso una decisione e avrebbe dovuto comportarsi di conseguenza.

– Vecchia, tu non mi hai ascoltato. – Si voltò nella sua direzione e la fissò direttamente negli occhi: era chiaro che anche lei stava valutando la possibilità di ucciderlo. La cosa non lo soprese né impensierì. – Ho bisogno che quella donna possa cavalcare. Non ho il tempo né la voglia di spiegartene il motivo e tu non hai il diritto di chiederlo. Devi fare quello per cui sei stata pagata.-

– Altrimenti? – alzò dubbiosa un sopracciglio.

– Farmi lasciare la spada fuori da casa tua e metterti fra lei e me non ti salverà. Credi che non abbia modo di recuperarla se davvero lo volessi? –

La donna non si scompose: – Se il ragazzo la tocca, morirà.-

Sorien non guardò la reazione del Pazzo: – Non ho bisogno dell’internvento di nessuno. Immagino tu abbia capito di cosa si tratta, no? –

La donna, che sembrava aver già visto ogni sorta di maledizione, empietà, viltà e malignità, compiuta dagli uomini o da questi subita, non disse nulla. Era ovvio che avesse capito. Almeno in parte. E per Sorien era ora vitale che comprendesse appieno con cosa aveva a che fare.

– Donna, sappi che quella spada è già desta.-

La Megera impallidì.

(…continua…)

h1

Capitolo V – Il Buio nella Mente

25 ottobre 2007

In un solo momento Sorien ritornò in sè: le nebbie d’incubo che lo avevano avidamente ghermito si dissolsero, sicché si sentì di nuovo libero di agire. Lo trafisse il dubbio che fosse stata Tormento a lasciarlo andare, richiamandolo così al reale, piuttosto che la sua volontà a sottrarlo alla sua malìa, ma quale che fosse la reale ragione per la quale ora si ritrovava di nuovo libero, non esitò: si drizzò di scatto, portò la mano all’elsa e riprese pienamente il controllo di quanto lo circondava.

Al limitare del suo sguardo, diversi sassi che certo il Pazzo aveva scagliato contro la quercia contorta che era la fonte principale dell’ombra in quel luogo, segnavano una strana articolata forma nella quale gli parve di riconoscere un arcano segno di sventura: avevano accompagnato il suo riposo, ma disgraziatamente non avevano impedito, nel loro ritmo piano e uguale, che lentamente scivolasse di là della Veglia, inabissandosi nel Sogno. Non si era davvero addormentato, altrimenti a quest’ora sarebbe morto, ma che per qualche istante avesse comunque abbassato la guardia e si fosse quasi assopito fu cosa che lo sorprese ed inquietò: non era mai successo in precedenza. Si chiese se avesse davvero sovrastimato le sue forze o qualcosa di nuovo non avesse ancora cambiato le carte in tavola. Per quanto sentisse come di vitale importanza la risoluzione di quel nuovo enigma, non potendo contare al momento su alcun aiuto chiarificatore ed incombendo la necessità di far fronte a pericoli più immediati, si costrinse a tacitare la voce che con insistenza lo spingeva a riflettere, per rispondere alle urla che lo avevano richiamato dall’oscuro passato.

Le ombre si erano allungate, anche se non di molto. Il Pazzo era davanti alla porta della casa della Megera, anche se non l’aveva già spalancata di forza come pure si era aspettato ed aveva in parte temuto.

Non aveva idea di come il Pazzo si sarebbe comportato ora: non era uno sprovveduto, ma sinceramente dubitava che fosse pienamente consapevole di chi (o cosa) fosse la vecchia donna davanti al cui uscio si erano fermati.

Una breve occhiata gli fu sufficiente per escludere che qualcun altro si fosse avvicinato alla casa.

Il Pazzo, improvvisamente, si scagliò contro la porta, che tuttavia resistette alla violenta spallata.

– Apri! – Urlò pochi attimi dopo, accortosi che il suo tentativo non aveva sortito alcun effetto.

Dall’interno della casa la voce della Megera arrivò come da una grande distanza: – Non darti pensiero, piccino. Non sono stata io a farla urlare. –

Sorien si avvicinò all’uscio.

Solo pochi momenti. Aveva chiuso gli occhi solo per pochi momenti….

– Non ti credo. Fammi entrare. Subito! – le spalle del ragazzo presero a tremare.

– Non essere impaziente, piccino. Non hai l’età per vedere quello che c’è ora qua dentro, te l’ho già detto. Dammi retta. Aspetta fuori. Dillo al cavaliere: non ho fatto niente di male alla tua amica. –

Sorien colpì la porta una sola volta, con l’elsa di Tormento. Il gesto, come si era atteso, destò le vive proteste della Megera che, pur rimanendo all’interno della sua casa, fece ancor sentir più forte la sua voce.

– Sciagurato! Non toccare casa mia con quell’arma! C’è in te meno senno di quello che pensavo? Sai quello che può fare…quella cosa?!-

– Faresti meglio ad aprire, vecchia. Non amo chi mi contraddice. –

Il ragazzo non ebbe reazioni ed immaginò che non avesse nemmeno in minima parte considerato l’ipotesi che quell’avvertimento avesse a che fare con lui. Gli occhi erano fissi sulla porta, le mani strette a pugno.

– Cavaliere Sciagura, ho già detto che non sono stata io a fare urlare questa donna. Ben altre grida ha lanciato nei giorni passati. –

– Apri lo stesso.-

Dopo qualche momento, sentì i passi della Megera avvicinarsi.

La porta si aprì.

( … continua … )