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Capitolo VII – Sette

14 novembre 2008

Sette.

L’elsa d Tormento brucia e con tale intensità che Sorien nemmeno è in grado di comprendere se un fuoco ardente stia avidamente consumando la sua carne o un arido gelo disseccando ogni sua fibra.

La sua mente non è lucida: a parte il dolore, sola percepisce nitida la forza terribile ed angosciante che preme di là dal velo d’ombra oltre il quale il tempo e forse la misericordia l’hanno sospinta e relegata.

Al limite dell’incoscienza, vacillando sul confine della Soglia, forse evita un colpo; forse addirittura riesce a pararne un altro, ma nemmeno riesce a distinguere se ciò stia realmente accadendo o già sia preda del delirio.

E’ certo che i suoi occhi e la sua mano non lo hanno tradito: prima che l’immonda bestia del Guardiano comparisse, sa per certo di aver colpito gli avversari che gli si erano posti di fronte con precisione e senza errore alcuno.

Non ha esitato; là dove infatti gli insegnamenti di tanto tempo addietro non erano giunti, l’esperienza di molte vite vissute tragicamente aveva colmato ogni lacuna e, benché unica e amara, la ricompensa al tanto dolore concessagli era piena: sapeva uccidere senza mai sbagliare. Una volta decisa la morte di un suo avversario, una volta sferrato il colpo, non avrebbe mai avuto bisogno di voltarsi indietro per verificare l’effetto.

Eppure i Sette sono in piedi. Al limite del suo sguardo, al limite della sua coscienza, al limite della sua comprensione.

Sette.

Capaci di resistere al più terribile ed implacabile degli uomini rimasti a vagare nella polvere di un mondo caduto e distrutto; capaci di camminare ancora dopo essere stati toccati dal metallo mortale Norith e addirittura impugnare un’arma e combattere.

In piedi, quando avrebbero dovuto giacere a terra per non alzarsi mai più.

Ancora in questo mondo, quando avrebbero dovuto oramai vagare nel mondo di oblio del quale Tormento è oscura porta.

Sette.

Ed improvvisa la lama gelida squarcia il velo d’ombra che il tempo ha spiegato su ricordi e vite passate, mentre ancora risuona dolorosa nella mente la voce di Elaiath.

Ed in un momento i suoi occhi paiono aprirsi su mondi lontani e perduti, oltre i monti guardiani attorno Ashirnammu, oltre la cattedrale nera di Ierastu, oltre le terre che un tempo furono Sitha.

Quando la parola Impero da sola faceva palpitare il cuore ed il suo sogno terreno guidava menti ed anime. Poco prima che il mondo finisse.

Allora il mondo credeva negli dei, nell’imperatore e negli eroi.

Ma i primi furono sordi a dolorosi pianti e strazianti urla; ed il secondo cadde tradito ed il suo corpo maciullato e straziato fu levato a vessillo orribile da inumane genti.

Gli eroi furono uccisi in gran numero e quelli che sopravvissero, fuggendo, vennero  poi catturati, storpiati, mutilati o… cambiati. Divenendo servitori di quell’infinito male che avevano giurato con ogni fibra del proprio essere di distruggere e dissipare.

Ma non fu così per tutti.

Quando il mondo fu sull’orlo dell’abisso, ancora in molti brillava tuttavia un pallido lume, la speranza riposta in un esiguo numero di cavalieri.

Erano partiti per la più alta delle missioni.

Avevano intrapreso l’unico viaggio che il cielo più alto avrebbe benedetto.

Erano pochi, ma superavano ogni altro uomo in ogni disciplina: non solo uomini d’armi, ma supremi artisti.

Nessuno, tra i mortali, dubitava del loro successo.

Pareva del resto in loro avere una mente superiore compiuto uno sfolgorante prodigio, reso tangibile quel che solo in pochi avevano avuto l’ardire anche di solo pensare, poichè a molti era stato insegnato che solo l’umiltà avrebbe dovuto sempre essere provvida guida.

Ma in loro tutto era superba esuberanza. Portamento, voce, sguardo.

I loro nomi furono benedetti e prima ancora che l’impresa fosse immaginata, già molte erano le statue e gli arazzi che li raffiguravano…ed in ultimo persino un tempio fu per loro eretto.

Erano gli eroi più grandi.

Un simbolo.

Una leggenda vivente.

Erano i Sette.

(…continua…)

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