Le Fanu: l’Edgar Allan Poe britannico

Joseph Sheridan Le Fanu (1814-1873) è noto principalmente per Carmilla, pubblicato nel 1872, cinquantatré anni dopo Il Vampiro di John Polidori (1819, ritenuto l’iniziatore di quello che sarebbe divenuto un vero e proprio genere), ma ben venticinque prima del celeberrimo Dracula di Bram Stoker (1897).

Il racconto della contessa dalla pelle chiarissima e dai capelli scuri, misteriosa, sfuggente e inquietante, notte tempo spietata assassina che dissangua le proprie vittime, si connota in effetti per la presenza di tutti quegli elementi che saranno ben più che di semplice ispirazione per il Dracula di Stoker: il fascino decadente e ammorbante del mostro immortale che ammalia l’ingenua e candida fanciulla; la discesa in un incubo che sembra non avere fine, in cui ogni scoperta conduce a un nuovo e angosciante orrore; la ricerca dell’esperto risolutore e poi la caccia senza tregua, sino alla distruzione purificatrice. In una cinquantina di pagine, Le Fanu rievoca e riassume con abilità e consapevolezza il tema del vampiro, riportando per primo (come nota Gianni Pilo nella prefazione all’antologia Carmilla e altri racconti di fantasmi e vampiri) la tradizione del risurgente nel suo territorio d’origine.

Proprio l’attenta lettura e rievocazione delle antiche leggende, con approfondita ricerca delle fonti, è punto focale non solo di Carmilla, ma dell’intera opera di Le Fanu, in particolare della maggioranza dei suoi racconti che, contrariamente ai convincimenti e forse le speranze del loro autore, gli diedero ben più lustro e fortuna dei suoi non pochi ma totalmente dimenticati romanzi.

I racconti di Le Fanu attingono in effetti all’inesauribile tradizione dell’immaginario fantastico della sua natia Irlanda, dove le banshee (letteralmente: donna-fata) accompagnano le più antiche e nobili famiglie e elevano il loro straziante canto quando una morte prematura è prossima; dove tra montagne disabitate e castelli in rovina può accadere di incontrare il pooka, robusto destriero che parla con voce umana e che, interrogato, può dare responsi sui giorni futuri; e dove, in particolare, gli spiriti dei defunti si mostrano ai vivi e con essi interagiscono per i fini più vari, non sempre comprensibili, di rado commendevoli, ma spesso interpretabili alla luce di un disegno superiore che proprio per loro intervento viene a delinearsi.

Nel racconto Il testamento del gentiluomo Toby, che Le Fanu scrisse nel 1868, il più giovane di due fratelli, dopo la morte improvvisa del nobile Toby, padre severo e collerico, accoglie nella casa di famiglia, ereditata con pregiudizio ai diritti del primogenito, un bulldog dall’atteggiamento strano che sinistramente rievoca, per espressione e temperamento, proprio l’immagine del defunto. Il giovane signore viene presto tormentato da oscuri incubi nei quali l’inquietante animale, da prima amato e poi sempre più temuto e odiato, assume proporzioni gigantesche e a più riprese lo ammonisce del prossimo castigo, laddove al torto patito dal primogenito non si ponga rimedio. Lo spirito del padre che ritorna sotto forma animale tanto impaurisce e tormenta, quanto consiglia e avverte, perché la verità sia disvelata e un male peggiore scongiurato; mentre il tono cupo della narrazione lascia subito intuire che al monito non verrà dato ascolto.

Alla rivelazione di una verità, crudele e terribile, è anche volta l’apparizione dello spettro ne Il fantasma della signora Crowl (1870): una fanciulla viene catapultata nella realtà di un’antica magione dove, accanto alla zia, dovrà badare all’anziana padrona inferma, depositaria unica di un inconfessabile segreto.

Ne Il gatto bianco di Drumgunniol (1870) la misteriosa apparizione di un animale, un gatto bianco appunto, preannuncia invece la prossima morte di colui che ha la sfortuna di vederlo. Protagonista della storia è infatti una banshee legatasi alle tristi vicende di una famiglia.

Ne I racconti di fantasmi della Tiled House è la persecuzione dei vivi lo scopo ultimo della presenza ultraterrena: non vi sono torti da riparare o futuri eventi oscuri sui quali mettere in guardia. Il Male si presenta sotto forma di una mano spettrale che inutilmente i proprietari cercano di tenere fuori dalla propria casa e lontana dal lettino del loro piccolo.

E il tormento di chi impunemente sceglie di vivere in quella che fu la sua casa è l’unico fine anche del fantasma di un giudice suicida protagonista oscuro di Cronaca di alcune stranezze occorse in Augier Street (1851)Due giovani studenti cercano la tranquillità e la comodità di una casa in affitto a buon prezzo e a poca distanza dall’università. La notte sarà insonne per entrambi, a causa di incubi inquietanti, apparizioni sconvolgenti, suoni angoscianti.

Il tormento come punizione ed espiazione è invece il tema centrale di La persecuzione: un giovane capitano di mare, appena fidanzatosi, viene inseguito di notte in una strada deserta da passi che non paiono avere una fonte nota. Inutile tornare indietro, inutile scrutare le ombre. L’evento si ripete più volte, fin quando il tormentatore non assume una figura e una fisionomia definita. Ma in quel momento le cose volgeranno al peggio e un passato che si credeva dimenticato ritornerà per gustare un’agognata vendetta. Non vi sarà contromisura efficace, non l’allontanamento volontario, l’affetto di amici, la chiusura di porte e finestre, il ritiro in luoghi angusti senza vie di accesso.

Il dolore, l’angoscia, il supplizio che gli spiriti arrecano ai vivi, per il tramite di apparizioni aberranti e rumori sinistri, non sono in realtà che il riflesso di ciò che gli spettri stessi patiscono in ragione della turpe condotta della loro biasimevole vita, talché il loro manifestarsi è anche doloroso e raccapricciante monito. Il tema (ben presente, come accennato, ne Il testamento del gentiluomo Toby) viene ampiamente trattato ne Il dissoluto capitano Walshawe di Wauling (1864), ma se ne ha la realizzazione più compiuta e convincente ne Il Giudice Harbottle (racconto comparso nella raccolta In a Glass Darkly, l’ultima pubblicata da Le Fanu, nel 1872), per la tante somiglianze probabilmente inteso quale seguito e rivisitazione di Cronaca di alcune stranezze occorse in Augier Street.

Il dissoluto capitano Walshawe di Wauling, benché di poche pagine, ha una struttura articolata. La voce narrante inizia col riportare brevemente la storia del capitano Walshawe, il quale, dedito a ogni sorta di turpe attività, aveva dilapidato l’ingente patrimonio di cui era venuto in possesso e si era reso responsabile della triste vita della moglie. Di tanta insensibilità era capace che, nella notte del precoce trapasso della consorte, il capitano strappava dalle mani della defunta la candela santa che avrebbe dovuto accompagnarne l’anima in cielo, un atto così empio che una delle anziane monache che vegliavano la salma si lascia sfuggire una maledizione: “che tu possa venir chiuso nello stoppino di quella candela finché non brucerà completamente”. La vita dedita a vizi si chiude con la vecchiaia e una congerie di malanni che prima deturpano il capitano e poi lo costringe su una sedia a rotelle, senza però indurlo ad alcun ravvedimento, tanto che la morte lo coglie ancora impenitente. Dopo questa lunga premessa, la voce narrante dà conto di quanto uno zio ebbe a raccontargli in merito alla notte trascorsa nella sinistra abitazione del capitano Walshawe successivamente alla dipartita di quest’ultimo. Lo zio era giunto nella vecchia casa in tempo per il funerale e si era trattenuto, su invito dell’avvocato incaricato della successione, per risolvere talune problematiche afferenti a dei contratti di locazione che non sembravano trovarsi in nessun luogo. Costretto a fermarsi la notte e rimasto al buio, lo zio raggiunge il salotto dove ricordava di aver visto “un mozzicone di candela”, raggiunge la sua stanza e si prepara al meritato riposo. Le sue buone speranze verranno tuttavia sinistramente disattese…

Il racconto lega indissolubilmente fede e superstizione, cristianità e paganesimo: le monache non sono tanto spose di Cristo, quanto sinistre fattucchiere (e come tali vengono descritte), capaci di terribili maledizioni, come condannare le anime a rimanere prigioniere del mondo dei vivi.

L’incontro di superstizione e fede è un tratto saliente dell’opera di Le Fanu, che non sembra vedervi alcuna reale e radicale incompatibilità, non escludendo la sussistenza dell’una quella dell’altra: il mondo dei vivi è nelle sue opere in egual misura aperto a esperienze di fede come di orrore sovrannaturale, pericolosamente danzando l’uomo, quale un funambolo, sullo scivoloso crinale tra salvezza e dannazione eterna.

Significativamente, in alcuni racconti (Il sogno dell’ubriacoIl fantasma e il conciaossa), a essere indagatore e testimone affidabile del manifestarsi del sovrannaturale – da intendersi come l’insieme di quegli eventi che la scienza non è in grado di spiegare interamente, se non con approssimazioni, comodi silenzi o sviste –­­ è proprio un reverendo, Francis Purcell.

La coesistenza non implica tuttavia, come ovvio, pari dignità, rivestendo il sovrannaturale un ruolo meramente servente rispetto alla superiore dimensione della religione e risultando il suo operare, per quanto misterioso e terribile, comunque interpretabile alla luce di un superiore disegno (con rare eccezioni: I racconti di fantasmi della Tiled House). Icasticamente il Vampiro cede di fronte alla Vera Fede di chi impugna un crocifisso, e il Fantasma si dissolve se viene in contatto con l’acqua santa.

Il sovrannaturale al servizio di una Giustizia superiore è il tema portante del racconto Il Giudice Harbottle (traduzione non troppo felice di Mister Justice Harbottle, dato che il protagonista non è un giudice ma un avvocato della pubblica accusa). Harbottle è un individuo abbietto e senza scrupoli, fatto già di per sé grave, ma ancor più se riguarda un uomo di Giustizia. Cosa può dirsi di un pubblico accusatore che crea ad arte le prove per incastrare un innocente, e tutto ordisce affinché quest’ultimo venga condannato a morte? Quale pena dovrebbe patire? Prima ancora, i meno ingenui dubiterebbero della possibilità che effettivamente costui subisse la giusta pena: Harbottle è benestante, ha senza dubbio amici importanti e, soprattutto, conosce la Legge e sa sfruttare i suoi cavilli. Tuttavia una serie di inquietanti eventi faranno vacillare la sua sicumera.

Per primo giunge uno sconosciuto a metterlo in guardia sull’esistenza di una congiura che ha lui come bersaglio. Poi, mentre è in udienza, l’immagine dell’uomo che ha fatto impiccare gli compare a poca distanza, mostrandogli i segni ben visibili lasciati dal cappio intorno al collo. Da quel momento, per Harbottle la discesa nel sonno equivarrà al precipitare in un incubo che nemmeno il risveglio riuscirà più a dissolvere. E finalmente, per tutti i torti arrecati in vita, subirà la giusta punizione.

Ma se superstizione e fede hanno un loro equilibrio, con la scienza e con la ragione il loro rapporto è più conflittuale. La scienza può spesso smascherare i truffatori e può facilmente dileguare le ombre che la paura ha fatto sorgere dal nulla: è la più immediata lettura de Una notte alla Locanda della Campana, dove la ricerca e la riflessione trasformano, per il tramite di una piana e di una (deludente) spiegazione empirica, l’evento apparentemente straordinario in uno assolutamente banale, per quanto improbabile; accade anche ne La contessa assassinata, dove la tenacia di una fanciulla, escludendo il coinvolgimento di qualsivoglia forza ultraterrena, saprà far luce sul mistero del ricorrente tema giallo di un omicidio compiuto in una stanza chiusa e fatto passare per suicidio.

La scienza tuttavia non è sempre in grado di risolvere ogni mistero.

Vi è in effetti qualcosa oltre la semplice porta che sbatte, l’improvvisa corrente fredda, il rumore di passi in stanze vuote… qualcosa tale da sfuggire alla normale percezione e da poter essere compresa solo abbandonando gli usuali cammini e avventurandosi in quel mondo oscuro che è ben più vicino di quanto non si pensi: dietro le nostre spalle in una via desolata (La persecuzione), nel frutteto e nei giardini della casa in cui abitiamo (I racconti di fantasmi della Tiled House), addirittura in un’alcova nella stanza accanto (Cronaca di alcune stranezze occorse in Augier Street). Qualcosa che, se d’immediato offende vista e udito, dolorosamente ben di più colpisce mente e anima.

L’arrestarsi della scienza è riconoscimento di un limite e al contempo affermazione di una vastità sempre disorientante, spesso annichilente.

All’evidenza, quello di Le Fanu è un mondo cupo e sinistro, costellato di case maledette e infestate, tormentato da vendette oltre la morte e anime in pena; all’apparenza e il riflesso letterario dell’angoscia interiore dell’autore che, privato della vicinanza dell’amata sorella morta improvvisamente nel 1841, e della moglie, venuta a mancare a seguito di una grave malattia nel 1858, sarà spesso preda di autodistruttive crisi depressive.

Così non andrà via via sparendo ogni traccia di quell’ironia scaltra e sorniona propria de Il fantasma e il conciaossa, il primo racconto pubblicato da Le Fanu e apparso sul Dublin University Magazine nel numero di gennaio 1838. Qui un medico viene curiosamente costretto alla veglia da uno spirito disceso dalla cornice di un quadro con il fine di farsi curare una gamba dolorante. Sarà una insensata distrazione dello spirito, che scambia per liquore una bottiglia di acqua santa, a porre un inaspettato termine alla vicenda.

Torneranno variamente declinate e con i vari accenti le tematiche lì già presenti, e si avrà sempre cura di recuperare la tradizione, percepita come perfettamente compatibile con la risalente fede cristiana; ma i toni saranno ben diversi, adeguati alla realtà descritta nei racconti: accanto alla luce, esiste un’ombra eterna innanzi alla quale la mente dello sprovveduto come quella del saggio non può che vacillare.

È il tema che H.P. Lovecraft porterà al suo parossismo: il disorientamento di chi vive il quotidiano e si trova improvvisamente di fronte all’irrazionale diverrà follia, l’orrore sovrannaturale acquisirà dimensione cosmica e la fragilità umana verrà spogliata anche dell’ultima difesa di una fede in una divinità salvifica.

Di fronte ad un avversario di tale natura, gli eroi romantici senza macchia e senza paura sono evidentemente inadeguati. E così nei racconti di Le Fanu i protagonisti sono prevalentemente uomini di cultura, equilibrati, saggi (esattamente come nelle opere di Lovecraft) e pienamente attendibili (tali, per loro stessa natura, da conferire credibilità a storie immaginarie). Destinati tuttavia, una volta posti di fronte al sovrannaturale, a trasformarsi.

Fra i personaggi di Le Fanu merita un particolare rilievo il dottor Hesselius: le storie riunite da Le Fanu nell’antologia In a Glass Darkly (tra le quali: La persecuzioneIl patto col DiavoloIl Giudice Harbottle, Carmilla) prendono tutte l’avvio dalle ricerche di questo medico esoterista che, ponendosi di fronte all’apparentemente inspiegabile con spirito prettamente analitico, divide le implicazioni soprannaturali da quelle ordinarie, formulando ipotesi, comprovando teorie, arrestandosi solo là dove alla scienza non è consentito procedere oltre.

Come ricorda Gianni Pilo, il dottor Hasselius diede origine “ad un vero e proprio topos nell’ambito della narrativa fantastica” e servì da modello in Inghilterra per il Carnacki di William Hope Hodgson, l’Antiquario di Montague Rhodes James e, soprattutto, per il John Silence di Algernon Blackwood. In America fu modello di figure popolarissime come il Dottor Jules de Grandin di Seabury Quinn.

A Le Fanu devono quindi ritenersi inscindibilmente legati la nascita della figura dell’investigatore dell’occulto, l’approfondito sviluppo del tema della sopravvivenza nel contemporaneo degli antichi mali, nonché l’evoluzione e la compiuta costruzione del mito dei vampiri.

Non pare dunque certo errare l’editore Derleth (lo stesso di Lovecraft e fondatore, non a caso, della casa editrice Arkham House) quando, presentando Le Fanu (senza per il vero aver allora compiuto le pur doverose e opportune ricerche in ambito critico-letterario), lo descrive come l’equivalente britannico di Poe, in quanto ha avuto un influsso determinante sugli autori successivi.

E l’antologia Carmilla e altri racconti di fantasmi e vampiri ne fornisce fulgidi esempi.

[Il presente Saggio comparve per la prima volta sulla rivista on-line Terre di Confine nell’agosto del 2011]

Trilogia dell’Area X [Recensione]

Una foresta di pini neri, poi pianure salmastre e canali naturali; infine un faro spento in riva all’oceano. È quanto racchiude la misteriosa Area X, un territorio degli Stati Uniti oramai disabitato e tagliato fuori dal resto del mondo, in cui gli esseri viventi e le stesse leggi naturali paiono aver subito una radicale trasformazione.

Il suo confine è sorvegliato da trent’anni dall’agenzia governativa Southern Reach, incaricata di celarne l’esistenza e al contempo indagarne i più reconditi segreti, a iniziare dall’origine. Ora, due anni dopo l’ultima spedizione, quattro donne, che non conoscono nulla l’una dell’altra se non le aree scientifiche di competenza (antropologia, topografia, biologia e psicologia), vengono inviate oltre quel confine. Non portano con sé bussole, né orologi, né apparecchiature sofisticate come dispositivi di rilevamento, computer, videocamere, telefoni cellulari… Dispongono solo di una strana scatola nera che ciascuna di loro porta appesa alla cintura; se la spia presente in quegli apparecchi dovesse accendersi, l’ordine è di trovare un riparo sicuro, entro trenta minuti. Non è noto tuttavia cosa possano effettivamente rilevare le scatole o quale sia il pericolo dal quale doversi riparare, né tanto meno quali luoghi possano considerarsi sicuri. Poche anche le armi: solo alcune pistole e un fucile da combattimento. Eppure l’Agenzia sa bene che l’Area X tende insidie di ogni tipo. Tanto è vero che tutte le precedenti spedizioni si sono concluse con un fallimento: pochi sono tornati – in circostanze e con modalità non chiare – e anche quei pochi sono presto deceduti. In quanto alle cittadine inghiottite dall’Area X, di esse non rimangono che tracce desolanti: automezzi arrugginiti ed edifici crollati.

Le componenti della spedizione sono quindi comprensibilmente preoccupate: più che credere alla possibilità di una qualche soteriologica scoperta, la loro sensazione è quella d’essere destinate a fare la stessa inquietante fine di chi le ha precedute.

“Ci chiedevano soltanto di prendere appunti, come questi, su un diario, come questo: leggero ma praticamente indistruttibile, di carta impermeabile, copertina flessibile bianca e nera, righe blu orizzontali per scrivere e riga rossa a sinistra a segnare il margine. I diari avrebbero fatto ritorno con noi o sarebbero stati recuperati dalla spedizione seguente”.

Tra meraviglia e straniamento, il lettore viene condotto per la prima volta nell’inquietante Area X proprio attraverso le pagine di uno di questi diari, quello della biologa (della quale non viene mai svelato il nome). È lei l’unica voce narrante in Annientamento (Annihilation), primo volume di questa Trilogia dell’Area X (Southern Reach Trilogy, 2014), scritta da Jeff VanderMeer.

L’autore trasfigura e sublima gli ambienti naturali che ha visitato e che più lo hanno colpito in gioventù: la Georgia rurale, l’Isola di Vancouver, ma soprattutto i boschi di conifere che digradano nelle paludi e nelle spiagge del St. Marks National Wildlife Refuge, un’area di circa 280 km2 in Florida, a mezz’ora d’auto da Tallahassee dove VandeerMeer risiede. Lì è situato un antico faro, in cui l’autore s’imbatté per la prima volta nel corso di una delle sue frequenti escursioni nella regione, e accadde per puro caso durante una tempesta: dello stupore e del timore che allora lo sopraffecero rimane ben più che una semplice traccia nelle pagine della trilogia. Non si tratta all’evidenza soltanto del riconoscere nell’antefatto del romanzo non pochi elementi caratterizzanti la storia di quel faro (dall’amore contrastato consumato tra le sue mura, alla solitudine appartata eppur appagante del più longevo custode), quanto piuttosto della facilità con cui si percepisce la drammaticità esistenziale di quell’incontro.

Citando la descrizione che Paolo Rumiz (ne Il Ciclope) fornisce del faro di Pelagosa: vi sono luoghi che ti fanno capire che “oltre al lumino della tua esistenza, c’è l’incommensurabile nulla… Quello strapiombo è la rappresentazione del mistero, sei davanti a qualcosa che ridicolizza le miserie degli umani…”.

È quanto, seppur con toni e immagini diverse, comunica anche VanderMeer. La realtà viene deformata: l’autore plasma apparizioni bizzarre, trasmuta oggetti noti in inquietanti alieni, soffondendoli di un alone di mistero e alterità, in un’atmosfera di irriducibile decadenza.

Annientamento procede in effetti tanto per suggestioni e per immagini evocative quanto per minuziose descrizioni, giustapponendo elementi naturalistici e sovrannaturali. Ma anche quando i limiti dell’oggetto di osservazione sono definiti o comunque definibili, egualmente l’essenza pare estranea. Ogni cosa nell’Area X, vegetale, animale o minerale che fosse in origine, è oramai trasformata in modo irreversibile e partecipa di una diversità che tanto è immanente quanto incomprensibile per l’uomo.

Così la biologa, esperta in ambienti di transizione, che da subito sembra avere un modo tutto particolare di rapportarsi con l’Area X, trasmette di pagina in pagina un senso di resa inesorabile innanzi a qualcosa di indefinito, che soverchia la fragilità umana. La metafora ecologista, dove la natura nella sua essenza appare immensa, assoluta e inarrivabile, non è evidentemente estranea al romanzo. Dei dieci libri che hanno giocato un ruolo fondamentale nella stesura, VanderMeer –  figlio di attivisti – cita per primo Under the Sea-Wind (1941), della biologa Rachel Carson, un vero e proprio manifesto ambientalista.

Non a caso, nel romanzo, la Southern Reach impedisce l’accesso all’Area X ricorrendo all’espediente di un finto e non meglio specificato disastro ecologico. Eppure in Annientamento non si parla di ricomporre un dialogo interrotto tra uomo e ambiente – tema abusato –, o di recuperare un’identità perduta attraverso il contatto con la natura; è anzi l’opposto: incomunicabilità insuperabile e trasformazione irreversibile, icasticamente rappresentate dal ritorno inutile di qualcuno dei precedenti esploratori, identico nell’aspetto ma cambiato in modo radicale, e incapace di trasmettere informazioni utili su quanto vissuto; o dalla biologa stessa (già senza nome), ogni cui passo all’interno dell’Area X l’allontana da ciò che è per condurla a qualcosa di diverso.

Nonostante le limpide immagini offerte da albe e tramonti che fanno trasognare nella loro assolutezza, oltre il limite dell’orizzonte non c’è la Natura, tantomeno Dio, quanto piuttosto il Nulla. Il nichilismo del primo romanzo non sembra lasciare spazio a rassicurazioni.

L’ineluttabilità della resa innanzi all’ignoto incomprensibile è rimarcata in Autorità (Authority), secondo volume della trilogia.

Attraverso gli occhi di un nuovo protagonista, John Rodriguez, il lettore viene ora rapidamente immerso nelle trame di rivalità, antipatie, avversioni personali, tutte interne alla Southern Reach, in teoria baluardo dell’umanità contro l’ignoto, in realtà rovina inquietante e insidiosa tanto quanto l’attigua Area X.

Incaricato di sostituire la precedente direttrice, Rodriguez, soprannominato ‘Controllo’, pare invece non riuscire a ‘controllare’ proprio nulla, a cominciare dalla sua vita. Schiacciato dall’ombra opprimente della madre che da tempo ricopre ruoli di responsabilità nei servizi segreti, e avvilito per una carriera prematuramente compromessa da un imperdonabile errore, vorrebbe trovare nel nuovo incarico l’occasione per riabilitarsi, ma a mancargli sono speranza, obiettivi e persone di fiducia. In effetti, tutti i ricercatori nella Southern Reach paiono svuotati di ogni energia e si aggirano all’interno dell’istituto come fantasmi in un vascello alla deriva.

Abbandonato il ritmo incalzante del primo romanzo, VanderMeer ne mantiene l’atmosfera rarefatta e decadente, non riuscendo tuttavia a rapire il lettore, benché nello sviluppo della storia vengano forniti nuovi indizi su quanto accaduto nell’Area X, si disveli il risultato di inquietanti esperimenti e il destino delle precedenti spedizioni, si pongano nuovi interrogativi e si presentino nuovi misteri.

Il colpo di scena improvviso, che sostanzialmente chiude il secondo volume della trilogia – troppo lungo e lento –, riaccende fortunatamente tutto l’interesse che Annientamento aveva saputo destare e amministrare.

Lo stile cambia ancora nel terzo volume, Accettazione (Acceptance): frequenti flashback ricostruiscono quanto avvenuto prima e durante la spedizione delle quattro donne narrata in Annientamento. Così viene fatta luce sui reali intenti della direttrice scomparsa, sulla sua vita, sul perché delle sue scelte e delle sue azioni; si viene coinvolti nelle vicende del guardiano del faro e condotti all’origine dell’Area X. Intanto, con Controllo, si cerca di porre argine a ciò che pare inarrestabile.

Come spiega l’autore stesso, se nel primo romanzo viene narrata l’ultima spedizione nell’Area X e l’intero secondo romanzo funge esso stesso da diario di spedizione all’interno della Southern Reach, nel terzo non potevano che porsi a confronto le testimonianze raccolte nelle precedenti esperienze per fornire un quadro complessivo della storia.

Alla fine l’impressione è che VanderMeer dia effettivamente spiegazione a tutti i misteri, intessendo trame strutturate e convincenti. La conclusione è logica conseguenza delle premesse, l’accettazione dell’inevitabile, una riformulazione di un corollario del tetrafarmaco epicureo riassumibile nel pensiero di una delle protagoniste: “Non c’era nulla da temere. Perché temere quello che non puoi evitare? Che non vuoi evitare?”.

Dalla fantascienza all’horror, dal thriller alla spy story, la Trilogia dell’Area X abbraccia generi molto diversi tra loro, ricombinandone elementi e tratti, e presentandosi, nelle intenzioni dell’autore, quale compiuto esempio di quel particolare genere chiamato new weird, di cui VanderMeer e la moglie Ann (curatrice per anni della nota rivista Weird Tales) hanno cercato di fornire definizione nell’introduzione all’antologia The New Weird (2008). Le caratteristiche principali sono appunto la contaminazione di più generi, la presenza di elementi bizzarri funzionali alla creazione del ‘senso del meraviglioso’ e, al contempo, la particolare cura della coerenza e verosimiglianza nella struttura della storia.

Definizioni a parte, il viaggio nel quale VanderMeer conduce il lettore è totalmente appagante grazie a stili e forme adeguati ai contenuti, a un afflato immaginifico vigoroso, a una capacità evocativa sorprendente. Ci si lascia catturare dal vortice degli enigmi e dalla ricchezza di indizi, tutti indecifrabili, alieni, stranianti; come quella scritta astrusa e contorta che licheni luminosi disegnano sulle pareti di un tunnel (che non è un tunnel). Nel confronto con la scrittura lineare, pulita, essenziale propria della mano dell’autore, pare più aliena delle creature immonde che popolano la sua immaginazione: “Dove giace il frutto soffocante che giunse dalla mano del pescatore io partorirò i semi dei morti per dividerli con i vermi che si raccolgono nelle tenebre e circondano il mondo col potere delle loro vite mentre dagli antri oscuri di altri luoghi forme che non potrebbero mai essere si contorcono impazienti per i pochi che non hanno mai visto o non sono mai stati visti…”

Negli occhi della mente rimangono immagini suggestive che sono tutte metafora dell’esistenza umana, disfatta in una ricerca priva di utilità e annichilita innanzi all’ineluttabile e all’incommensurabile. Nessuno dei protagonisti può uscire vincente, o si tradirebbe il senso stesso della storia. Eppure, in ultimo, una speranza si apre, inaspettata e, sostanzialmente, incomprensibile. Non tanto un cedimento alla necessità aprioristica di un happy end, quanto piuttosto un ultimo interrogativo rivolto al lettore…

La presente Recensione è comparsa per la prima volta sulla Rivista Terre di Confine, il 25 ottobre 2015).

Antonomasia, Iperbole, Litote.

Sembrerà strano, ma due dei posts in assoluto più letti in questo blog sono quelli dedicati alla retorica. Probabilmente la circostanza è determinata da una non certo elevata quantità di siti o blog che si occupano di un argomento del genere. Dal momento che, per mio particolare interesse, avrei continuato a trattarne, il fatto che molti lettori siano interessati mi induce a ritornare sull’argomento.

Si è già parlato di metafora, sineddoche, metonimia.

Allargando un poco lo sguardo e procedendo per classificazioni generali, può utilmente aggiungersi che metafora, sineddoche, metonimia sono figure retoriche* di significazione, ossia Tropi (dal greco trépo=volgo, trasferisco): come si è visto riguardano il cambiamento di senso delle parole.

In questo si affiancano ANTONOMASIA, IPERBOLE e LITOTE.

L’Antonomasia consiste infatti nel sostituire un nome comune con un nome proprio (ad esempio: L’Avvocato per indicare Agnelli) oppure un nome proprio con una caratterizzazione, universalmente conosciuta, del possessore.

Il diritto commerciale conosce l’istituto della volgarizzazione del marchio, che si ha appunto quando un prodotto individuato con un determinato marchio assurge, per diffusione e notorietà, ad indicare non più uno specifico prodotto all’interno di una categoria, ma la categoria stessa: es. Nylon per copertura trasparente impermeabile.

La perifrasi (o circonlocuzione**) può essere utilizzata per indicare un’antonomasia: il flagello di Dio (Attila).

Il Morier (Dictionnaire de poétique et de rhétorique, Parigi 1975) identificava l’antonomasia con un caso particolare della metonimia.

Nell’Iperbole si utilizzano parole esagerate per esprimere un concetto oltre i limiti della verosimiglianza: es. E’ un secolo che non ti vedo.

Nella Litote si afferma un concetto negando il suo opposto: es. Don Abbondio non era nato con un cuor di leone (Manzoni). Si ha quindi una diminuizione o attenuazione semantica che richiede al lettore una operazione inversa di corretta integrazione di senso.

 * – * – *

* Con inversione logica rispetto a più corretta struttura esemplificativa tratterò della natura delle figure retoriche successivamente ad una loro iniziale classificazione: ciò è dovuto all’occasione della trattazione dell’argomento retorica in questi luoghi.

**la Circonlocuzione o Perifrasi consiste nell’indicare una persona o una cosa indirettamente, attraverso appunto un giro di parole. Alcuni, per il vero, distinguono i due termini, usati invece solitamente come sinonimi: si avrebbe Circonlocuzione allorché il fine fosse evitare un punto delicato, aggirando la difficoltà; Perifrasi si avrebbe invece quando il fine fosse evitare una espressione volgare od ornare stilisticamente il discorso (ancora Morier: vd. sopra).

Le anticipazioni del Mentore: Altare ed il Santo Graal

Non è possibile! La trasmissione Voyager della Rai si è trascinata goffamente per puntate e puntate trattando di argomenti miserrimi dei quali oramai tutti sanno financo i minimi dettagli, posto che la “novità” degli argomenti non è esattamente il punto di forza della trasmissione. Basterà, a titolo di esempio, rammentare che nella puntata della scorsa settimana si è pensato bene di riproporre la “bufala” del cucciolo di drago sott’aceto quasi fosse ancora uno dei misteri più grandi ed irrisolti del secolo. La cosa dà particolare fastidio se si considera che del medesimo argomento il conduttore si era già occupato negli anni precedenti più e più volte.

Nella puntata di 3 giorni fa, il “trascurabile” difetto di riproporre immagini e notizie stantìe (esempio foto del big foot, oggetto già di pesante trasmissione un anno fa) si è ripresentato con pervicacia, soffocando letteralmente la trasmissione con “già visto, già sentito” presentati come novità assolute. Logico che l’ascoltatore con un minimo di buon senso cambi canale appena può ed ignori poi il prosieguo della trasmissione.

Nella trappola sono caduto anch’io. Pur avvisato del fatto che si sarebbe parlato dei misteri di Altare, in provincia di Savona, dove abito, stanco del ritrito, ho cambiato canale. E ho perso il servizio.

Andando sul sito della trasmissione, ho recuperato solo qualche immagine. Da amici e parenti solo qualche informazione.

Per chi nulla sapesse in merito, ecco intanto un’immagine suggestiva di una delle più belle ville in Altare:

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Le informazioni ricevute, seppure ridotte in momento e di pochi particolari, sono state tuttavia sufficienti ad incuriosirmi. Sicchè, fatte le dovute ricerche, ho scoperto cose molto interessanti, delle quali intendo rendervi partepi.

“Ma è proprio il caso?” vi chiederete.

“Sì” rispondo io. Perché si dà il caso che alcuni elementi significativi, quantomeno per scriverci un piccolo post, ci sono. E “Sì” perché si dà il caso che la mia famiglia abbia in Altare una cascina, che proprio cascina non è (si veda subito di seguito).

Chi ha visto la trasmissione sa già che esistono strani punti di contatto tra Altare e Rennes-Le-Chateau. Provvederò ad approfondirli. Ed ora i lettori di questo blog sanno anche che io in Altare ho una cascina…una antica cascina, per l’esattezza. Che all’inizio della sua storia era un convento. Negli stessi anni in cui il misterioso Don Bertolotti (di cui alla trasmissione) era parroco di Altare.

Non ho al momento tempo di approfondire la questione. Lo farò nei prossimi posts serali.

A presto!

[Messaggio di ordine personale: tra i lettori vi è qualcuno che voleva fare il cavaliere senza testa utilizzando come base neanche tanto segreta la mia cascina… Sull’esoterismo dei quei luoghi non avevi sbagliato!]

Playstation…e Tribunale Penale: “Chippare” la console era (ed è) reato…

“Chippare” la console perché legga cd masterizzati è reato…e lo era anche prima dell’espressa previsione legislativa del 2003.

E’ stata pubblicata oggi, 3 settembre, una sentenza della Suprema Corte di Cassazione che si pone in una linea interpretativa innovativa (Cass. Pen. numero 33768).

La fattispecie in esame è la seguente: un ragazzo di 28 anni nel 2002 detiene e vende chips che modificano le playstations e le rendono in grado di leggere cd masterizzati.

In primo grado il Tribunale lo condanna; la Corte di Appello lo assolve; in ultimo, la Cassazione, modifica completamente i principi ai quali si è tenuta la Corte di Appello e ne cassa la sentenza con rinvio.

In effetti la normativa in tema di diritto di autore è stata oggetto di successive stratificazioni, sicchè è tutt’altro che facile orientarsi. La normativa di riferimento è la seguente:

Nel 2002 erano (già) in vigore le seguenti disposizioni:

Art. 171 ter lett. d legge 633 del 1941 (così come introdotto dalla legge numero 248 del 2000), il quale punisce

chiunque produce, utilizza, importa, detiene per la vendita, pone in commercio, vende, noleggia o cede a qualsiasi titolo, sistemi atti ad eludere, decodficare o rimuovere le misure di protezione del diritto di autore o dei diritti connessi

Art. 171 bis legge 633 del 1941 (così come introdotto dall’art. 10 del dlgs numero 518 del 20 dicembre 1992 e come modificato, in ultimo, dalla legge numero 248 del 2000), il quale vieta:

qualsiasi mezzo inteso unicamente a consentire o facilitare la rimozione arbitraria o l’elusione funzionale di dispositivi applicati a protezione di un programma per elaboratore

Nel 2003 vengono introdotte nuove disposizioni:

Art. 171 ter lett. f bis) legge 633 del 1941

Chiunque per uso non personale e a fini di lucro fabbrica, importa, distribuisce, vende, noleggia, cede a qualsiasi titolo, pubblicizza per vendita o noleggio, detiene per scopi commerciali, attrezzature, prodotti o componenti ovvero presta servizi che abbiano la prevalente finalità o l’uso commerciale di eludere efficaci misure tecnologiche di protezione di cui all’art. 102 quater [vedi sotto] ovvero siano principalmente progettati, prodotti, adattati o realizzati con finalità di vendere o facilitare l’elusione delle predette misure

Art. 102 quater

1. I titolari di diritti d’autore e di diritti connessi nonché del diritto di cui all’art. 102-bis, comma 3, possono apporre sulle opere o sui materiali protetti misure tecnologiche di protezione efficaci che comprendono tutte le tecnologie, i dispositivi o i componenti che, nel normale corso del loro funzionamento, sono destinati a impedire o limitare atti non autorizzati dai titolari dei diritti.
2. Le misure tecnologiche di protezione sono considerate efficaci nel caso in cui l’uso dell’opera o del materiale protetto sia controllato dai titolari tramite l’applicazione di un dispositivo di accesso o dì un procedimento di protezione, quale la cifratura, la distorsione o qualsiasi altra trasformazione dell’opera o del materiale protetto, ovvero sia limitato mediante un meccanismo di controllo delle copie che realizzi l’obiettivo di protezione.
3. Resta salva l’applicazione delle disposizioni relative ai programmi per elaboratore di cui al capo IV sezione VI del titolo I.

Come noto, in diritto penale, vale il sommo principio: “nullum crimen, sine lege“: perché un soggetto possa essere punito dalla legge penale deve aver posto in essere un fatto che per la legge, al momento della sua commissione, costituisce reato. Esempio: nel 2020 entra in vigore una legge che vieta totalmente di bere alcolici. Chi dopo il 2020 berrà alcolici, sarà punito dalla legge penale. Ma chi fino al 2020 avrà bevuto, non sarà punibile.

Per la Corte di Appello, nel 2002 era in vigore la sola lettera d) dell’art. 171, la quale da un lato non sarebbe stata applicabile ai videogiochi (i quali diventerebbero categoria autonoma di software con apposita tutela solo con l’introduzione nel 2003 dell’art. 102 quater); dall’altro avrebbe punito le sole modifiche ai supporti e non le modifiche agli apparecchi che li leggevano. Conseguentemente la Corte di Appello ha ritenuto non punibile il fatto commesso dall’imputato in quanto al momento della sua commissione non era previsto come reato.

La Suprema Corte di Cassazione si pone su diverso piano interpretativo.

Per la Suprema Corte, l’art. 171 ter lett f) bis non ha introdotto una fattispecie crimonosa nuova, ma ha soltanto “introdotto un elemento di chiarezza rispetto ad una formulazione che poteva prestarsi ad una lettura non più al passo con l’evoluzione tecnologica e dei diritti digitali“. Insomma, per la Corte l’art. 171 lett ter d) sanzionava già di per sè “l’elusione e la rimozione di sistemi integrati fra supporto informatico ed apparato destinato ad essere utilizzato” (senza necessità di alcuna successiva norma: quella introdotta nel 2003 ha solo valore interpretativo).

[il presente post ha mero valore introduttivo; ben più approfondite osservazioni le potete trovare qui: punto.informatico. A prossimi posts i necessari approfondimenti. Per allora spero di poter essere più preciso ed esauriente. Al momento il tempo è tiranno!]

Il Circolo Dante

Tra le mie ultime letture vi è stato Il Circolo Dante, di Matthew Pearl.

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Esistendo un sito ufficiale ben fatto che diffusamente ne tratta, non mi sembra sinceramente il caso di aggiungere molto, nè tantomeno di smentire le buone recensioni riportate.

In effetti il libro è di piacevole lettura e coinvolgente. Alcune scene sono sapientemente descritte e di gran forza; la trama è buona, con colpi di scena ponderati e personaggi credibili.

Giudizio: 7

Non posso dire molto riguardo alla ricerca effettuata dall’autore, non conoscendo sufficientemente la storia della letteratura americana.

Mi permetto solo una breve nota alla lettura.

Nel romanzo si tratta spesso dei canti della Divina Commedia. Per non disvelare nulla della trama, altro non aggiungerò di specifico. Nemmeno quello che può facilmente leggersi nei risvolti della copertina. Mi limiterò solo a rilevare come ad un certo punto si tratti della pena sofferta dagli ignavi e come alcuni dei protagonisti identifichino il “colui che fece per viltà il gran rifiuto” in Celestino V.

In effetti i commentatori più antichi (Iacopo della Lana, Pietro di Dante) ritenevano che il personaggio nominato da Dante fosse l’eremita Pier da Morrone che divenne appunto papa nel 1294 con il nome di Celestino V e solo cinque mesi dopo l’investitura rinunciò all’ufficio, lasciando via aperta a quel Bonifacio VIII causa, a giudiizo di Dante, di tutte le sue pene e della rovina della stessa Firenze.

Già il Boccaccio aveva qualche perplessità in merito a tale identificazione (“chi costui si fosse, non si sa con certezza“) tant’è vero che il Benvenuto riconosceva nell’ignavo invece Esaù, che rinunciò al diritto di primigenitura in favore di Giacobbe.

In realtà molto induce a non ritenere valida l’identificazione con Celestino V: l’attacco di Dante è forte, del tutto ingiustificato se sol pensiero si volge al fatto che l’eremita rinunciò all’ufficio per consapevole scelta e fermo umile riconoscimento dei propri limiti, non certo per vile rinuncia. Per i nemici di Bonifacio VIII, Celestino V, canonizzato già nel 1313, era addirittura segno di virtù da contrapporsi al papa “politico” suo successore.

Personalmente ho sempre ritenuto che l’ignavo che fece il gran rifiuto fosse Pilato, sia per la gravità intrinseca che per la rinomanza proverbiale del suo atto.

Ovviamente tale interpretazione in nulla vuol porsi contro quella mirabile dottrina che vede nello stesso Pilato uno strumento del Gran Disegno di Salvazione e Redenzione.

Metafora e Sineddoche: approfondimento

Dati in precedenza brevi ragguagli su Metafora, Sineddoche e Metonimia, ritorno sull’argomento per qualche breve aggiunta ed approfondimento.

Per Jakobsonlo sviluppo di un discorso può aver luogo secondo due differenti direttrici semantiche: un tema conduce ad un altro sia per similarità, sia per contiguità. La denominazione più appropriata per il primo caso sarebbe direttrice metaforica, per il secondo direttrice metonimica, poiché essi trovano la loro espressione più sintetica rispettivamente nella metafora e nella metonimia” (che per J. comprende anche la sineddoche: n.d.r.*; Jakobson R., Saggi di linguistica generale, Milano 1966).

Nella Metafora sono cioè confrontati termini che hanno un rapporto paradigmatico, di somiglianza: i due termini rimangono l’uno esterno all’altro (es.: capelli e oro); nella Metonimia il rapporto è sintagmatico, di contiguità: il rapporto tra i termini è interno (es.: vela per nave).

Per Henrynella metafora l’intelletto sovrappone i campi semici di due termini appartenenti a campi associativi diversi (e talvolta anche assai lontani l’uno dall’altro), finge di ignorare che vi è un solo tratto comune (raramente ve ne sono di più) e opera la sostituzione dei termini (Henry A., Metonimia e Metafora, Torino 1975).

In capelli d’oro i due campi semici** relativi l’uno a capelli, l’altro a oro hanno un unico tratto o elemento in comune: il colore giallo, che permette lo spostamento semantico e rende possibile la metafora.

* – * – *

Secondo gli autori della Retorica Generale la sineddoche si esprime secondo due moduli differenti:

– nel primo modulo (o scomposizione esocentrica) le proprietà di un elemento sono distribuite alle parti costituenti; attribuisco alle parti di albero (a foglie, rami, tronco) i semi di albero;

– nel secondo modulo (o scomposizione endocentrica) le stesse proprietà di un elemento (es: albero) sono attribuite a sottoclassi di elementi omogenei (pioppo). Il rapporto che unisce classi e sottoclassi è quello di genere a specie. “La scomposizione questa volta non è distributiva ma attributiva, riferendosi ogni parte ad un albero al quale sono attribuiti tutti i semi dell’albero, più dei determinanti specifici“.

La Sineddoche può inoltre essere particolarizzante o generalizzante.

La sineddoche particolarizzante è del tipo vela per nave; quella generalizzante si ha ad esempio con il termine mortali, per uomini, derivante dalla soppressione parziale di semi (mortali sono anche gli animali).

Come più sopra ricordato, per Eco la sineddoche è un caso di interdipendenza semica, consistente nella selezione di un sema per il semema cui appartiene (vela per nave) o viceversa, ossia di un semema per uno dei suoi semi (mortale per uomo).

Si considerino le frasi “ho sette bocche da sfamare” e “hai la bocca per rosicchiare“.

Il lessema “bocca” decontestualizzato ha una costituzione semantica che può teoricamente rappresentarsi almeno secondo due linee che muoveranno in due direzioni diverse. Il punto di maggior vicinanza si ha con faccia e denti. Una linea, quella che per così dire parte da faccia raggiungerà in mete successive testa, corpo, persona, uomo; l’altra, quella che parte da denti, proseguirà con lingua, palato e via dicendo.

Nel primo esempio bocca è uno dei semi che formano il semema persona, sovraordinato rispetto a corpo, testa, faccia, ed, ovviamente, a bocca.

Nel secondo esempio bocca sostituisce denti: il processo è generalizzante perché il termine traslato è un semema che sta al posto di un sema sotto ordinato.

Su questa via, per gli autori della Retorica Generale la Metafora è la risultante di due operazioni consistenti nell’addizione e nella soppressione di semi. Come tale è il prodotto di due Sineddochi, una particolarizzante di primo modulo ed una generalizzante di secondo modulo.

Si consideri la metafora: la betulla è la fanciulla dei boschi

La prima sineddoche (generalizzante) è tra fanciulla (termine di partenza) e flessibile (termine intermedio); la seconda sineddoche (particolarizzante) è tra flessibile (termine intermedio) e betulla (termine di arrivo).

Per Eco, invece, la Metafora è una catena di Metonimie.

[Cliccate sul relativo link per chiarimenti in materia di Antonomasia, Iperbole, Litote]

* -* – *

* Per Eco Sineddoche e Metonimia sono entrambi casi di interdipendenza semica: l’interdipendenza consiste nella selezione di un sema per il semema cui appartiene (vela per nave) o viceversa, ossia di un semema per uno dei suoi semi (mortale per uomo). Si veda oltre.
** Seme è l’unità minima di significato che si realizza nell’ambito di una configurazione semantica: ogni parola (lessema) può essere scomposta in semi; la differenza fra i lessemi è dovuta alla diversa composizione semica. Il Semema è il fascio di tratti semantici (appunto semi) che si realizza in un lessema. Ma si veda meglio in narrativa…

[Per la redazione del presente post mi sono avvalso del contributo imprescindibile di Marchese, Dizionario di retorica e stilistica, Mondadori, 1992]

Della Fallacia Naturalistica e della Deontica: premessa

Quand’anche ciò apparisse d’effetto assurdo e spaesante, ossia “bello quanto il fortuito incontro su un tavolo operatorio di una macchina da cucire e di un ombrello” (citando Isidore Ducasse de Lautréamont), chi da tempo scorre queste brevi pagine già sa che accanto a passi legati ad un tempo passato che non si vuol abbandonare, pone solida base anche l’ardita analisi; che accanto alla disimpegnata fuga verso lidi lontani, preme forte e vincente l’afflato verso la ricerca, lo studio, la riflessione.

E se vari sono gli interessi e breve il tempo; se lo sguardo segue il volo radente e poi ardito di un’intuizione, così pure lo scritto mutevole appare, e sempre diverso, quasi guida alcuna vi sia a stringerne le redini, “mentre laggiù l’Eridano attende“.

Che rischio vi sia, in un molteplice divagante, non v’è ragione di dubitare. Ma poiché nella sede attuale non v’è neppur ragion di seguire alcuna regola accademica stringente (se non la veridicità delle fonti), così accanto alla mera fuga potrà sempre apparire la digressione che vuol farsi pensiero compiuto, pur nella transeunte immanenza dell’occasione, della circostanza.

Ecco allora che trattar di fallacia non totalmente fuor di luogo appare, non sussistendo alcun reale canone di coerenza stringente che impedisca il salto, che neghi al pensiero il suo slancio o alla passione il soddisfacimento.

A presto dunque il primo passo.

Amarcord – Così conoscemmo il Giappone… ed un po’ della sua storia (4)

BATTLESHIP YAMATO – STARBLAZERS

Uno dei più noti e visti anime degli anni ’80 fu senz’altro quello che in Italia conoscemmo come Starblazers. L’anime, in 3 serie, enarra le avventure di una nave spaziale (in Italia chiamata Argo), dotata del potentissimo Cannone ad onde moventi, lanciata nel disperato tentativo di salvare la terra.

We're off to outer space
We're leaving Mother Earth
To save the human race
Our Star Blazers

Searching for a distant star
Heading off to Iscandar
Leaving all we love behind
Who knows what danger we'll find?

We must be strong and brave
Our home we've got to save
If we don't in just one year
Mother Earth will disappear

Fighting with the Gamilons
We won't stop until we've won
Then we'll return and when we arrive
The Earth will survive
With our Star Blazers

Ecco la versione orecchiabile, molto meno epica, italiana.

Potrete trovare l’elenco ed il riassunto di tutte le puntate di tutte le serie qui. Ulteriori informazioni qui.

Forse non tutti sanno però che caratteristica principale dell’anime è quella di far rivivere, nella finzione, il mito storico della grande nave da battaglia della Seconda Guerra Mondiale, orgoglio della marina imperiale nipponica, YAMATO. Nell’anime infatti la grande nave da battaglia viene riportata alla luce dopo il suo lungo sonno. Il relitto viene completamente recuperato, dotato di motori antimateria e trasformato in nave spaziale.

Nella realtà, la storia della Yamato non fu affatto gloriosa. La nave, dopo aver combattuto nella battaglia dei Coralli, avrebbe dovuto poi fornire appoggio basilare nella battaglia di Midway (4 giugno 1942) ed al successivo sbarco. Sopresa dall’intraprendenza americana, perse tutte e 4 le portaerei, la marina giapponese dovette però rivedere radicalmente i suoi piani e la Yamato dovette ritirarsi senza avere sparato nemmeno un colpo. Poco tempo dopo, la Yamato perse il suo condottiero, l’ammiraglio Yamamoto, e per il resto del conflitto non ebbe invero alcuna fortuna, segnando infine purtroppo tragicamente il destino dei quasi 3.000 uomini del suo equipaggio.

La Yamato era una corazzata grandiosa, dalla capacità di fuoco impressionante e dalla manovrabilità incredibile. Non vi era alcuna nave al mondo in grado di resisterle in uno scontro diretto.

Stazza a vuoto: 63.200 t; dimensioni: 253m x 38,9m x 10,9m; armamento: 9 cannoni da 460mm (3 torrette trinate): i cannoni più grandi di cui fu mai dotata una nave da battaglia, dalla gittata massima di 42.000 metri!; 12 cannoni da 155mm; 12 cannoni da 127mm; 24 contraerei (poi146) da 25mm.

Dopo la terribile disfatta di Leyte (la più grande battaglia navale della storia) dalla quale la Yamato scampò per miracolo (e dove conobbe invece la fine la gemella Musashi), il Giappone aveva perso oramai ogni speranza di vincere la guerra in mare e l’ultima missione affidata all’ammiraglia della marina imperiale fu quello di raggiungere Okinawa con il solo scopo di arenarsi lungo la costa per fornire l’ultimo baluardo con i suoi potentissimi cannoni. La Yamato non potè però portare a termine nemmeno questo suo ben triste e folle compito: ancora una volta l’ingenuità strategica della marina imperiale segnò il destino della più potente nave costruita fino ad allora. Appena salpata, fu intercettata da un sommergibile americano che senza difficoltà riuscì a segnalare la sua posizione: più di 300 aerei americani si lanciarono così contro l’ammiraglia e la sua misera scorta. Praticamente sola, benché più opportunamente riarmata, la Yamato, soverchiata dal numero dei nemici contro cui la potenza di fuoco era assolutamente inutile, resistette finché potè. Quella mattina del 7 aprile 1945, al largo di Kyusho, la Yamato veniva al fine colpita da 7 bombe e 12 siluri.

[Attenzione: le immagini seguenti sono molto forti e cruenti; per gli animi sensibili è meglio proseguire oltre…]

L’agonia si protrasse a lungo fin quando le fiamme raggiunsero i depositi delle munizioni. La Yamato letteralmente esplose inabbissandosi per sempre. Furono salvati poco più di 200 membri del suo equipaggio che, al momento della battaglia, le fonti riportano ammontasse a 2.767 uomini.

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Per ulteriori informazioni premete qui.

Nonostante l’assurda fine, il mito della yamato permane ancora… e nell’anime trova una nuova gloriosa rinascita.

Ecco l’originale giapponese (uchuu senkan yamato/ space battleship yamato):

Segnalo infine l’esistenza di alcuni lungometraggi sulla saga di starblazer (Yamato per sempre e Yamato, l’ultimo viaggio rispettivamente del 1980 e del 1983) e di un videogioco per playstation2 del 2005 ad essa ispirato.

A significare il grande impatto culturale dell’anime, così fortemente rievocativo, sottolineo che spesso le bande della Marina Militare Giapponese ne riproducono il tema musicale e che nel centro della città di Tsuruga, nella prefettura di Fukui, fanno bella mostra di sè due dozzine di statue che ne raffigurano personaggi ed eventi. Erette nel 1999, tali statue, afferenti anche la nota serie Galaxy Express 999, celebrano Leiji Matsumoto, creatore anche di Capitan Harlock, la Regina dei Mille Anni e Danguard.

(Cliccate sulle foto per ingrandire)

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Per vedere ulteriori foto, premete qui!

Note: Le immagini relative all’ultima battaglia della Yamato sono tratte dal film Otokotachi no Yamato, del 2005. Dato rilevante ed assai significativo è che, per la realizzazione del film, è stato ricostruito, nei cantieri navali di Onomichi, prefettura di Hiroshima, un modello a dimensione naturale della stessa Yamato. Al perchè non si sia ricorsi alla computer grafica, il produttore del film Haruki Kadokawa ha così risposto: “La computer grafica non sarebbe stata in grado di trasmettere la grandezza della Yamato. Non avrebbe dato un effetto reale. Sul grande schermo la differenza sarebbe stata lampante. Un film ha successo oppure non lo ha a seconda di quanto riesce a dare un’impressione di realtà, perciò abbiamo fatto di tutto per simulare al meglio una situazione reale“.

Il Museo dedicato alla Yamato è a Kure, prefettura di Hiroshima. Tra i resti conservati si distingue in particolare una notevole sezione del relitto, pari nel complesso ad un decimo della nave stessa (visita il sito del museo di kure).

E se non avete idea di quando potrete visitarlo, ecco un’anticipazione di quello che potreste trovarvi:

E se Vi capitasse di fare un giro sulla nave vera e propria... ecco cosa potreste vedere:

Sulla prua della corazzata Yamato campeggia un fiore: è il crisantemo imperiale (se ponete attenzione lo riconoscerete anche nella parte anteriore delle macchine della polizia in molti anime).

Altri articoli dell’Oracolo sulla Yamato: vedi categoria omonima a lato

Altrimenti per Link diretti:

Yamato e Blue Noah

Yamato e… modelli (Lego)

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La Metonimia, la Sineddoche e la Sinestesia

Parlando della metafora si sono nominate la metonimia e la sineddoche.

La Metonimia, citando il Marchese, “è una figura di trasferimento semantico fondata sulla relazione di contiguità logica e/o materiale tra il termine letterale e il termine traslato“. Con la metonimia si ha quindi la sostituzione di un termine con un altro che ha con il primo un rapporto di contiguità. Capiterà così che nell’enunciato si sostituisca la causa con l’effetto e viceversa; il concreto con l’astratto e viceversa; l’oggetto con la materia; il contenuto con il contenente; l’autore al posto dell’opera.

Gli esempi spiegano molto di più di mille parole. Prendiamo l’enunciato: “bevi un bicchiere”. E’ ovvio che non si trangugerà il vetro, ossia il recipiente, ma il suo contenuto. Il termine” bicchiere”, nella frase, è usato in sostituzione di un altro (vino, acqua, ecc…) che con quello ha una evidente relazione. “Ho comprato un Raffaello”: è ovvio che l’amante di arte non avrà comprato il pittore, ma una sua opera. Anche qui il termine “Raffaello” è usato al posto di un altro (quadro). “Talor lasciando le sudate carte“: nella frase di Leopardiana memoria viene esemplificata la sostituzione dell’effetto con la sua causa. Vengono tralasciati gli studi impegnativi che fanno sudare sui libri.

La Sineddoche, come la metonimia, è una figura semantica che verte sul trasferimento di significato da una parola a un’altra, in base ad una relazione di contiguità. Però mentre nella metonimia la contiguità è spaziale, temporale o causale, nella sineddoche la relazione è di maggiore o minore estensione.

La Sineddoche rappresenta quindi: la parte per il tutto (vela per nave) e viceversa; il genere per la specie (mortali per uomini) e viceversa; il singolare per il plurale e viceversa. Anche qui un esempio che mi pare illuminante: “Le vele presero il largo nel meriggio”. Con questo enunciato evidentemente sottintendo che siano delle barche a prendere il largo. Dico “vele” ma intendo “barche” che stanno alle vele in rapporto di maggiore a minore: la barca comprende anche la vela.

In ultimo la Sinestesia, che è una particolare forma di metafora (da qui il motivo per trattarne ora). Nella sinestesia si associano termini appartenenti a sfere sensoriali diverse. Esempio: fredde luci (tatto e vista); oscura voce (vista e udito).

Al seguito, i necessari approfondimenti.

Cliccate sul relativo link per chiarimenti in materia di Antonomasia, Iperbole, Litote