Addio Babilonia


“Ahi Babilonia”
: due sole parole al termine di un cablogramma. Eppure Randy Braggs comprende immediatamente che, da quel momento in poi, nulla sarebbe stato come prima: se il fratello Mark, ufficiale del controspionaggio americano, gli ha mandato un messaggio del genere, è perché teme che tutto stia per volgere al peggio. Due sole parole, l’allusione fatidica a un versetto dell’Apocalisse di Giovanni, 18, 9-10: “Ahi Babilonia, la grande città, la possente città! In un’ora sola è giunta la tua condanna!”. Nel codice che hanno concordato, questo è l’annuncio che sta per scoppiare la terza guerra mondiale. Improvvisamente, una giornata come tante altre si trasforma in un incubo.

L’unica speranza è che Fort Repose, la cittadina nella quale vive Randy, priva del minimo valore strategico e lontana dai grandi centri, venga risparmiata. Ma la casa di Randy, dove presto giungerà la famiglia di Mark, non ha rifugi antiatomici, e mancano provviste sia di cibo sia di medicinali adeguate per far fronte all’emergenza. Organizzarsi è una lotta contro il tempo, nella consapevolezza che ogni sforzo potrebbe essere vano, perché non è possibile prepararsi alla fine del mondo.

Nel 1959, ben sei anni prima della pubblicazione di Cronache del dopobomba di Philip K. Dick, Harry Hart Frank (alias Pat Frank), giornalista, scrittore e consigliere del governo americano, pubblica il suo Addio Babilonia (Alas, Babilonia). Alcune delle tematiche affrontate dai due romanzi coincidono: il bombardamento atomico, le vicende di un gruppo di sopravvissuti, l’obiettivo focalizzato su una singola comunità (in Dick situata nella California Settentrionale, in Frank in Florida, in una cittadina dove le distinzioni razziali contano ancora molto: l’immaginaria Fort Repose, modellata sulla realmente esistente Mount Dora).

Le differenze sono però marcate.

Sulla causa scatenante della distruzione nucleare i due romanzi già divergono: in Cronache del dopobomba non è dato sapere nulla riguardo i reali responsabili; in Addio Babilonia, invece, la genesi del conflitto è raccontata dettagliatamente. Il grande nemico è la Russia Sovietica, la cui espansione sembra inarrestabile. Proprio nel momento di massima tensione, un missile convenzionale lanciato da un aereo americano provoca la reazione russa su scala mondiale e il ricorso alle armi atomiche.

Nazionalità del nemico, occasione del conflitto e sua conclusione hanno tuttavia ben poca importanza nella struttura delle due opere, e ancor meno ai fini di una loro corretta lettura (significativa a questo riguardo la conclusione di Addio Babilonia, dove l’esito della guerra comunicato ai sopravvissuti viene espressamente definito irrilevante).

Molto più importante è volgere lo sguardo ai protagonisti dei due romanzi e in particolare alla comunità nella quale si trovano a muoversi.

Il romanzo di Dick, nel quale hanno fondante rilievo personaggi dotati di poteri sovrannaturali, è privo di eroi veramente positivi, e alla distruzione atomica segue la ricostruzione di una società che non si è liberata di nessuna delle sue colpe, che non progredisce, che non supera le originarie discriminazioni ma semplicemente le traveste: il diverso, prima, era il negro; dopo la pioggia atomica è lo straniero, il mutante.

Addio Babilonia, al contrario, ha i suoi eroi: sono coloro che, all’indomani dello scoppio delle bombe atomiche che hanno ucciso milioni di persone, raso al suolo tutte le città più importanti e popolose e, di fatto, cancellato gli Stati Uniti come realtà politica e sociale, si riuniscono intorno a Randy Braggs, un uomo come tanti, diversamente dai personaggi di Dick, senza nulla di soprannaturale, non un genio e neppure una carismatica guida.

Prima di quello che verrà definito semplicemente “il Giorno”, Randy Braggs è infatti soltanto un avvocato di provincia che, per le sue idee troppo progressiste in materia razziale, ha visto miseramente fallire il proprio tentativo di scendere in politica e ha attirato su di sé l’antipatia dei suoi concittadini.

Successivamente all’attacco nucleare russo, Randy si ritrova però, suo malgrado, responsabile della vita di tutti coloro che si sono trasferiti in casa sua: i pochi parenti superstiti, la sua fidanzata, uno dei suoi più cari amici. Il nuovo ruolo lo costringe per la prima volta a prendere davvero in mano le redini della sua vita. E Randy, sorprendendo persino sé stesso, risulterà all’altezza delle aspettative di tutti.

Fuori dalle mura di casa, intanto, il mondo muta radicalmente e con esso la società: il denaro perde ogni valore, merci da sempre considerate di uso quotidiano divengono rare e preziose, il cibo e l’acqua scarseggiano; iniziano i saccheggi, giungono in città i primi profughi colpiti dalle radiazioni; i vecchi e i malati cronici, privi delle cure necessarie, muoiono.

La mano di Pat Frank, con brevi descrizioni e toni asciutti, spesso con ritmo incalzante, è abile nel tratteggiare qui un quadro assolutamente credibile e convincente, sia nella descrizione delle conseguenze immediate dell’esplosione, sia nell’analisi delle dinamiche sociali che vengono successivamente a crearsi.

Quando i banchieri si suicidano perché il denaro non conta più; quando il maneggiare oro e preziosi produce rischi mortali, posto che i gioielli dei profughi sono radioattivi; quando, simbolicamente, due fontanelle dei giardini pubblici di Fort Repose, l’una con la scritta “Solo Bianchi” l’altra con quella “Solo gente di colore”, smettono entrambe di funzionare, ci si accorge che molte differenze, un tempo marcate, non hanno più senso: ricchi possidenti e nullatenenti, bianchi e neri devono oramai collaborare per avere qualche speranza di sopravvivere. E quando finalmente i bambini torneranno a scuola, neri e bianchi siederanno su banchi vicini.

Sotto questo specifico aspetto (la riconciliazione razziale) Addio Babilonia anticipa di ben cinque anni il Civil Rights Act del 1964 e risulta essere molto più positivo del pressoché coevo Il buio oltre la siepe (1960) di Harper Lee, dove nella comunità della piccola provincia sconvolta dalla colpa, da un omicidio, il pur innocente uomo di colore non conosce la salvezza.

Dall’espiazione nucleare parrebbe quantomeno sorgere dunque una società più giusta, più equa.

Addio Babilonia rifugge tuttavia dai facili moralismi e dal lieto fine tranquillizzante. Se l’esplosione della bomba atomica catalizza l’attenzione del lettore e le vicissitudini narrate rendono interessante l’evolversi della storia, le ansie e le meschinità del quotidiano, con le quali anche i più puri dei sopravvissuti dovranno confrontarsi, rimangono le vere protagoniste.

Certo, nella piccola comunità di Randy, che da subito racchiude una famiglia di colore e che viene a costituire un immediato modello di come dovrebbe essere la società nuova, tutto sembra andare per il meglio pure tra le mille difficoltà: le piantagioni di famiglia, risparmiate dal fallout, fornisco un minimo sostentamento; un acquedotto di fortuna garantisce l’indispensabile rifornimento d’acqua; le batterie delle macchine vengono convertite in alimentatori per l’unica radio ancora funzionante in grado di captare i bollettini del governo provvisorio; quando merci essenziali vengono a mancare, vengono trovati adeguati sostituti; per far fronte agli assalti dei razziatori viene istituita una forza di sicurezza.

Ma nulla garantisce che l’esempio possa essere esportato su ampia scala.

In effetti la società nuova, dove i più deboli sono destinati a morire, è più dura, non necessariamente più pulita: neppure la distruzione nucleare può eliminarne totalmente e in un sol momento tutti i lati oscuri.

[Questo commento comparve per la prima volta sulla rivista Terre di Confine, a novembre 2010]

L’Orda del Vento [Recensione]

Un viaggio a piedi iniziato da più di tre decadi, senza l’ausilio di alcun mezzo di locomozione e marciando sempre controvento. Diciotto uomini e cinque donne: la trentaquattresima Orda; gli ultimi a tentare l’impresa che in otto secoli nessuno è riuscito a portare a termine, e che nessuno, dopo di loro, tenterà più: scoprire l’origine del Vento che segna e domina il loro mondo. In ragione di questo obiettivo e delle modalità sacralmente seguite per raggiungerlo, sono divenuti un mito vivente: gli ultimi, ma anche i migliori. Sono in grande vantaggio rispetto alle altre orde: a parità di tempo hanno percorso più miglia di quanto avessero fatto tutti i predecessori, compresi i loro genitori che li attendono alle pendici dell’Ultima Vetta, la loro meta. Lassù la fine del mondo conosciuto. Forse l’inizio di un altro. Forse la fine di tutto. Hanno già superato infinite insidie, ma sono ben consapevoli che davanti ai loro passi se ne pareranno altrettante e di ancor maggior difficoltà. Lo avevano previsto. Lo avevano accettato. Ciò che non potevano aspettarsi era di avere un inseguitore, agguerrito e temibile, pronto a fare ricorso a ogni espediente per prendersi le loro vite e impedire il successo della missione.

Oramai lettore di lunga carriera, ben di rado chiedo informazioni: solitamente, dopo la lettura della scheda di presentazione, mi basta leggere la prima pagina e una casuale a metà per comprendere se il romanzo mi possa dare soddisfazioni. Ma quando per la prima volta ebbi tra le mani l’Orda del Vento rimasi perplesso e ritenni di non disporre di indizi sufficienti. Anche per l’esperta libraia però si trattava di un oggetto misterioso: l’autore non le era altrimenti conosciuto, la storia appariva “fumosa”, le recensioni erano limitate e ben poco esplicative. Così, quella volta, pur con qualche dubbio, passai oltre. Ma alcune caratteristiche dell’opera – ben evidenti a chiunque pur brevemente ne scorra le pagine – mi erano rimaste impresse. Così, benché fossi nel frattempo approdato su altri lidi, dopo qualche tempo, rieccomi a riconsiderare la precedente scelta e a farne una di segno opposto. Inutile tergiversare: nel lasciare sullo scaffale quel libro ho corso il rischio di perdere una delle migliori avventure librarie nelle quali mi sia imbattuto.

L’Orda del Vento (La Horde du Contrevent, 2004) è un romanzo particolarissimo che si connota per l’originalità della struttura, prima ancora che dell’ambientazione. Singolare è già la numerazione delle pagine, che inizia da 625 e termina a 0; oltre a questo, a far subito capire che si tratta di qualcosa di nuovo è sufficiente l’incipit: incomprensibile, composto da una serie apparentemente casuale di virgole, punti e apostrofi e, laddove intelligibile, da toni criptici, quasi profetici.

Né l’impatto straniante viene davvero attenuato una volta che si superi il prologo: l’autore, Alain Damasio, intesse una prosa a tratti difficile, quasi aulica, che utilizza con mano copiosa neologismi, termini rari o accezioni inusuali. Si entra subito in medias res, con l’Orda appiattita a terra per resistere alle raffiche violente di quella che solo dopo molte pagine il lettore comprenderà essere una delle forme del vento; ed è inutile cercare una chiara spiegazione degli eventi pregressi o una chiave di lettura per quelli in corso di svolgimento.

Sorprendente, fin da subito, è il continuo cambio di voce narrante.

Sì perché il viaggio verrà raccontato attraverso gli occhi dei membri dell’Orda, in prima persona, con cambio di toni, profondità di pensiero e analisi, nonché di sintassi, lessico e forme espressive. Ventitré membri dell’Orda, ventitré voci narranti. Ognuna con sua propria specifica connotazione.

È la caratteristica principe del libro, il suo punto di forza, ma a volte anche la sua debolezza.

Aiuta il lettore il fatto che ogni personaggio è identificato da uno specifico simbolo, posto all’inizio di paragrafo al cambio di voce narrante. Il segnalibro che accompagna il testo offre una legenda sintetica e pratica: una grande omega individua il tracciatore Golgoth; il pi-greco è riservato al principe Pietro; la parentesi tonda è per lo scriba Sov; il punto interrogativo rovesciato con apostrofo introduce il trovatore Caracollo, e così via.

All’inizio, il segnalibro è indispensabile, ma l’abilità di caratterizzazione di Damasio è tale che il lettore si accorgerà molto presto di poter fare a meno dei simboli, riuscendo a riconoscere d’immediato ogni personaggio, dal pensiero e dal modo di esprimersi: il riflessivo Sov comunicherà tramite frasi complesse, descrizioni accurate, esplicitazione di dubbi e ripensamenti; Golgoth, il capo duro e inflessibile, all’opposto, sarà riconosciuto per le espressioni spesso triviali e le frasi brevi e dirette; Caracollo, sempre incontenibile e trascinante, userà di preferenza termini preziosi e giochi di parole.

Opportunamente, Damasio all’inizio riduce il numero dei cambi di prospettiva, limitandoli ai personaggi principali; altrettanto opportunamente inserisce, dopo non molte pagine, un intero capitolo dedicato alla presentazione dell’Orda, ai suoi singoli membri e alle loro abilità. Viene così almeno in parte illustrato il fine del viaggio; viene dato conto di quanto i protagonisti abbiano già perso e acquisito; viene tratteggiato, quantomeno nell’essenziale, il mondo straordinario nel quale vivono. Soprattutto viene spiegato il perché del loro lungo marciare a piedi controvento, quando navi dotate di straordinari motori eolici solcano veloci le pianure come i velieri l’oceano.

La comprensione è però in realtà nulla più che una fuggevole impressione. Vengono infatti introdotte ed elaborate tematiche filosofiche che conducono di nuovo al disorientamento: per esempio, le molto complesse (apparenti) digressioni sul ‘vivo’caratterizzante ogni uomo (qualcosa di diverso dall’anima e dal corpo) troveranno spiegazione solo nelle ultime pagine, per bocca di uno dei personaggi. E così sarà ogni qualvolta il lettore riterrà di aver finalmente compreso, di essere sulla corretta via. Come accadrà ai personaggi dell’Orda: ogni qualvolta raggiungeranno un terreno sicuro, si ritroveranno gettati di nuovo in balia del vento.

Anche sul piano più squisitamente descrittivo, il mondo de L’Orda del Vento ha margini e tratti ‘volatili’ quasi fossero essi stessi spazzati dall’aria imperiosa.

La ricerca dell’origine del Vento è in effetti ricerca del significato stesso dell’esistenza, posto che il mondo tutto è plasmato sulle sue forme; e una tale ricerca non può avere punti saldi, ma solo provvisori, fragili appigli che consentono, dopo titanici sforzi, di procedere soltanto un poco oltre, verso la meta che pare comunque irraggiungibile.

Il procedere per gradi è un tratto saliente anche della ricerca scientifica dell’Orda: per descrivere le forme del Vento, le Orde delle ultime decadi hanno elaborato uno specifico sistema, strutturato sui simboli con i quali si apre il romanzo. Ecco allora pian piano spiegate le tante righe apparentemente incomprensibili: sono trascrizioni delle forme del vento. Accurate. Precise. Per catturare le diverse folate, l’intensità, il variare della direzione, la potenza, il ritmo… Perché il Vento si può leggere e interpretare.

Il romanzo slitta così di continuo tra filosofia e avventura, spesso inscindibilmente tra loro fuse, con forme espressive e sintassi che ricalcano il singolare ritmo del testo e della narrazione.

Sbaglierebbe tuttavia chi temesse noia e dispersività: per quanto le digressioni non manchino, L’Orda del Vento non dimentica l’essenza propria del viaggio. Damasio crea luoghi magici e terribili, città straordinarie e montagne dolorosamente invincibili; avviluppa la storia attorno a personaggi credibili e perfettamente delineati; concede spazio all’azione e alla tensione.

Purtroppo, a volte, il repentino cambio di voce narrante, parallelo nelle intenzioni all’incalzante succedersi degli eventi, confonde idee e disperde immagini, così come l’utilizzo di termini inconsueti e di neologismi si pone spesso come ostacolo alla fluidità e alla comprensione.

È però certo che nella maggioranza delle occasioni l’effetto cercato è pienamente conseguito: indimenticabili restano le estenuanti lotte dell’Orda con il Vento delle pianure, come pure le dolorose perdite alle pendici dell’Ultima Vetta. Una nota a parte merita il singolare duello che vede protagonista Caracollo, incentrato sull’utilizzo della lingua, tanto complesso e di elevato livello da prevedere una prova di costruzione di un intero dialogo per il tramite di complessi palindromi (alcuni dei quali non perfetti per limite della traduzione dal francese).

Il sovrapporsi di più temi, di più voci narranti, di più chiavi di lettura, nonché di più forme espressive, rende L’Orda del Vento senza dubbio uno dei libri più originali e interessanti ai quali la narrativa contemporanea abbia dato luce.

E il lettore non può che restarne affascinato, mentre viene trascinato da un vento impetuoso o accarezzato da una lieve brezza… Fino allo sconvolgente epilogo, dove molte domande troveranno finalmente risposta.ente risposta.

[Questa recensione è comparsa anche sulla rivista Terre di Confine, nell’ottobre del 2011]

Un Cantico per Leibowitz [Recensione]

Il romanzo Un cantico per Leibowitz si compone di tre parti, corrispondenti agli originari tre racconti lunghi A Canticle for LeibowitzAnd the Light is Risen e The Last Canticle pubblicati sulla rivista The Magazine of Fantasy & SF tra il 1955 e il 1957, che avevano consentito all’autore, Walter Miller, di raggiungere un notevole quanto meritato successo.

Nella prima parte, “Fiat Homo”, il novizio Francis, in ritiro spirituale quaresimale fuori dalle mura dell’Abbazia dell’Ordine di Leibowitz, impegna il tempo pregando e costruendosi un riparo per trascorrere le notti. La ricercata solitudine e il silenzio meditativo vengono turbati dall’arrivo di un misterioso pellegrino, il quale, dopo qualche fraintendimento, prima di proseguire verso l’Abbazia aiuta il giovane frate segnalandogli una pietra utile a colmare l’ultimo vuoto rimasto nella precaria struttura del rifugio.

Sollevata la pietra da terra, Francis scopre inaspettatamente il passaggio per una grotta sotterranea dove rinviene, semisepolto, un cartello in “inglese prediluviale” con la scritta “Rifugio Sopravvivenza Fallout Posti 15”.

Francis conosce il Fallout solo dalle leggende che gli sono state raccontate: è un demone che egli immagina “metà salamandra… e metà incubo che contaminava le vergini nel sonno”. In effetti i mostri deformi del mondo non erano forse chiamati figli del Fallout? Fattosi coraggio, il novizio avanza nell’ombra e, con suo sommo stupore, trova alcune reliquie del Beato Leibowitz, il martire che fu tra i primi a cercare di preservare la conoscenza scritta dalla distruzione…

Attraverso gli episodi salienti della vita di un monaco dall’animo semplice, che si ritroverà catapultato, suo malgrado, nella complicata dimensione della politica ecclesiastica, il lettore viene lentamente accompagnato nella realtà terribile venutasi a creare in seguito a una guerra atomica scoppiata secoli prima. Le radiazioni hanno reso inabitabili regioni sconfinate e generato veri e propri mostri; l’odio verso i responsabili della distruzione globale ha accecato i superstiti, inducendoli a eliminare chiunque detenesse conoscenze potenzialmente pericolose, fino a bruciare tutti i libri e perseguitare addirittura chi sapesse leggere

La Chiesa di Nuova Roma cerca di salvare il salvabile. Ma coloro che abbracciano la fede sono semplici copisti senza conoscenza, ostinati conservatori di opere delle quali però non capiscono minimamente il significato.

Nella seconda parte del romanzo, “Fiat Lux”, si assiste a un nuovo Rinascimento che conduce infine alla riscoperta dell’energia elettrica. Mentre risorgono le monarchie e proliferano gli intrighi di palazzo per la conquista dell’egemonia, l’opera amanuense dell’Abbazia di Leibowitz prosegue imperterrita.

Ma la Chiesa di Nuova Roma non è più l’unica depositaria del sapere umano. Un individuo ambizioso e capace, il Thon Taddeo, da completo autodidatta, sta recuperando conoscenze che si credevano perdute. Per completare le sue ricerche necessita di poter visionare gli antichi scritti conservati nell’Abbazia di Leibowitz, quei memorabilia ai quali gli uomini di fede hanno dedicato l’intera loro esistenza.

L’Abate don Paulo ammira il Thon Taddeo, riconoscendone il grande valore di studioso e ricercatore. Teme tuttavia che la sua ricerca, condotta al di fuori della fede, alla luce della sola ragione, possa ricondurre l’uomo ai medesimi nefandi risultati del passato, quando la razza umana aveva rischiato l’estinzione. Inoltre, la confidenza del Thon Taddeo con la nuova monarchia, induce al sospetto che la sua missione non sia solo di ricerca…

L’ultima parte del romanzo, “Fiat Voluntas Tua”, è ambientata in un mondo tornato agli antichi fasti e agli oscuri pericoli. La razza umana ha raggiunto altri pianeti, ma non ha rinunciato alla costruzione di armi atomiche di distruzione di massa. L’Abbazia di Leibowitz è sopravvissuta ai millenni, ma il suo ruolo è notevolmente mutato: la Scienza è di nuovo alla portata di tutti (o almeno di coloro che possono permettersela) e la Chiesa è relegata ai margini della vita quotidiana. La tensione è altissima: il timore che gli eserciti mondiali si scontrino ancora induce Nuova Roma alla realizzazione di un piano quanto mai ambizioso. Viene infatti predisposta un’astronave pronta a partire per la colonia di Alpha Centauri, dove iniziare un nuovo cammino di fede e di evangelizzazione.

Una visione d’insieme

Con Un cantico per Leibowitz, pubblicato nel 1959, Walter Miller vinse il Premio Hugo nel 1961.

Prima di allora l’autore si era segnalato per una quarantina di racconti di fantascienza apparsi su varie riviste a partire dal 1951. Dopo quella data, purtroppo, il nulla.

La stampa di quello che è universalmente riconosciuto come il suo capolavoro coincise infatti con la fine della sua carriera: ritiratosi a vita privata, avrebbe inspiegabilmente smesso di pubblicare.

Forse il livello del “Cantico” era parso a Miller stesso ineguagliabile.

Allontanatosi successivamente anche dalla sua numerosa famiglia e afflitto da depressione, morì suicida nel 1996, dopo aver dedicato gli ultimi anni della sua vita alla stesura del seguito del suo capolavoro originario: Saint Leibowitz and the Wild Horse Woman. L’opera, lunghissima, fu terminata da Terry Bisson (a sua volta vincitore dei premi Nebula e Hugo) e pubblicata postuma nel 1997 (in Italia nel 2010, con il titolo San Leibowitz e il Papa del giorno dopo).

Quale che fosse il giudizio che Miller riservava al suo romanzo è fuori dubbio che Un Cantico per Leibowitz sia opera tanto complessa, per lo sviluppo della trama e per i temi trattati, quanto straordinariamente riuscita, per la profondità delle riflessioni e per la qualità dell’esposizione, con una prosa mai banale, precisa, attenta ai particolari, ai dialoghi e alle descrizioni; che non teme di concedere largo spazio al latino ecclesiastico (spesso non tradotto); che si compiace di ricollegare eventi anche cronologicamente molto lontani fra loro; che varia con ingannevole semplicità dall’ironia spesso affettuosa all’amaro disincanto.

Non possono che suscitare sorrisi l’ingenuità disarmante di Frate Francis all’inizio dell’opera, le follie imprevedibili del Poeta nella seconda, lo strano duello tra un perseverante anziano Abate, Don Zerchi, e una avveniristica macchina (“l’Abominevole Autoscrivano”) all’inizio della terza. Eppure il lettore non dimentica le aride distese radioattive fuori dall’Abbazia, il dolore di Don Paulo, il mistero che avvolge una parte degli avvenimenti narrati, presagendo la prossima tragedia e la mancanza di un lieto fine.

All’ironia riservata ad atteggiamenti e debolezze, si affianca il rispetto per l’uomo, per i suoi valori e per le sue scelte: di fronte all’aridità del mondo e alla follia delle masse, di fronte al dolore e alla prevaricazione, i singoli individui, per quanto umili nelle capacità e negli obiettivi, si ergono quali coerenti modelli morali. Così, senza quasi accorgersene, rapito dal ritmo degli eventi che, in un cerchio tristemente perfetto, ripercorrono per molti aspetti quelli del passato, il lettore si ritrova a confrontarsi con gli stessi dilemmi e a tentare di dirimere i medesimi conflitti – quanto mai attuali e presenti – dei protagonisti del romanzo, mai soltanto passive vittime del contrasto tra fede e ragione, tra religione e scienza.

Nel romanzo, Miller ha in effetti trasfuso le proprie esperienze, i propri dubbi, il proprio dissidio interiore. Nato da genitori cattolici, si arruolò nell’aviazione americana durante il secondo conflitto mondiale, partecipando così a più di cinquanta missioni su territorio italiano e balcanico. Particolarmente traumatici risultarono per lui il bombardamento e la distruzione dell’Abbazia di Montecassino.

Nella realtà storica, un centro di sapere religioso viene distrutto dalla furia cieca e irrazionale della guerra; nell’immaginario del romanzo, proprio un’abbazia è tra le pochissime strutture superstiti dopo la distruzione nucleare.

Come nel Medioevo, l’Abbazia diviene luogo di recupero e così di salvezza per conoscenze di ogni ordine e tipo. La conservazione è parziale e portata avanti da uomini che non comprendono se non in minima parte quello che hanno tra le mani: significativamente, tra i memorabilia finiscono non solo libri, ma anche appunti, disegni tecnici, grafici. Viene addirittura considerata reliquia del beato Leibowitz una lista della spesa.

Ma se, da un lato, l’incapacità di comprendere può essere metaforicamente letta come abissale distanza tra due mondi che non hanno modo di incontrarsi, la disperata lotta dei monaci che, a rischio della propria vita, tentano di porre al sicuro ciò che un domani potrebbe riportare agli uomini sicurezza e benessere, illumina, dall’altro la possibilità di un rapporto, di un contatto, di una sinergia.

Il punto di vista della Chiesa è apparentemente semplice; è il precetto sinteticamente espresso da Don Paulo nella seconda parte del romanzo: la scienza che non sappia riconoscere i propri limiti è destinata a ripercorrere le medesime tragiche tappe che hanno rischiato di privare l’umanità del proprio futuro. A definire questi limiti non può essere chiamata che la superiore coscienza dell’uomo donata da Dio, sotto l’ala protettrice e maestra della Chiesa.

Ma se nella seconda parte del romanzo l’incontro tra scienza e fede è evidentemente caldeggiato, nella terza parte la possibilità di un equilibrio diviene punto critico, come appare evidente in uno degli ultimi temi affrontati: l’eutanasia. I contaminati dalle radiazioni sono destinati a indicibili sofferenze; Don Zerchi, ultimo Abate dell’Abbazia di Leibowitz ne è consapevole e ha pietà per loro. Tuttavia, trovatosi di fronte ad una giovane madre che vuole porre fine alla sua vita e a quella della figlia in tenera età oramai condannata, lotterà con ogni sua forza per impedire loro il gesto estremo. La tensione di quelle pagine è vibrante d’angoscia: il conflitto tra il voler risparmiare dolore all’innocente per antonomasia e la strenua difesa di un principio assoluto è evidente e irrisolvibile.

Del resto, sebbene l’ottica attraverso la quale il lettore si trova a leggere gli avvenimenti sia prevalentemente quella cattolica – i protagonisti sono in maggioranza monaci – invano si cercherebbe nell’opera un’imposizione dottrinale o fideistica. Se Miller ben comprende le ragioni della Chiesa – se non sotto il profilo meramente logico, quantomeno in virtù della coerenza verso princìpi saldi – non può abbracciarle certo acriticamente.

Ciò non stupisce: Miller non ha creato un quadro geometrico perfetto che chiude e obbliga. Ha dato voce a dissidi interiori, ad aporie, a conflittualità irriducibili: l’individuo è sospeso tra una realtà che si analizza, misura e pesa, e un’altra che si può distinguere solo con un atto di fede. E, al margine, il mistero, l’incomprensibile.

Ecco allora, nella terza parte del romanzo, ricomparire un personaggio già apparso nella prima pagina (il pellegrino) e protagonista di diversi episodi nella seconda parte, migliaia di anni prima. Si direbbe un immortale, un santo. Ma qual è il suo soteriologico ruolo? Anche i più illuminati tra gli Abati non saranno in grado di comprenderne i segreti. E con loro neppure il lettore.

L’immortalità appare semplicemente attesa fedele della realizzazione di una promessa, forse di nulla più che un segno.

Di fronte alla tragedia umana, il lettore, privo di sicuri baluardi, si ritrova allora nuovamente e improvvisamente solo.

Il mondo del romanzo di Miller, dopo il dolore e l’angoscia, dopo il dubbio che ha travolto almeno apparentemente ogni certezza, si apre tuttavia alla speranza, quella che evidentemente il suo creatore non avrebbe invece saputo trovare. Una speranza lontana, in un altro mondo, dove tutto può ricominciare o ripercorrere ciclicamente i medesimi passi.

La complessità dell’opera risulta poi accentuata, sotto più profili, dall’ingombrante presenza di alcuni personaggi, per esempio la signora Grales, mutante bicefala che sembra, per alcuni aspetti, riunire in sé la dualità che segna l’intera opera: equilibrio e follia, salvezza e condanna, purezza e contaminazione.

Assoluta è infine l’attualità del romanzo, il quale, rifuggendo da descrizioni stucchevoli di improbabili realizzazioni tecnologiche, tratteggiando un mondo credibile per nulla appiattito su stereotipi, mantiene ancora oggi, a cinquant’anni dalla sua prima pubblicazione, tutta la forza persuasiva e l’originalità di allora.

(questo contributo è stato pubblicato per la prima volta sulla rivista Terre di Confine, il 6 novembre 2010)

Trilogia dell’Area X [Recensione]

Una foresta di pini neri, poi pianure salmastre e canali naturali; infine un faro spento in riva all’oceano. È quanto racchiude la misteriosa Area X, un territorio degli Stati Uniti oramai disabitato e tagliato fuori dal resto del mondo, in cui gli esseri viventi e le stesse leggi naturali paiono aver subito una radicale trasformazione.

Il suo confine è sorvegliato da trent’anni dall’agenzia governativa Southern Reach, incaricata di celarne l’esistenza e al contempo indagarne i più reconditi segreti, a iniziare dall’origine. Ora, due anni dopo l’ultima spedizione, quattro donne, che non conoscono nulla l’una dell’altra se non le aree scientifiche di competenza (antropologia, topografia, biologia e psicologia), vengono inviate oltre quel confine. Non portano con sé bussole, né orologi, né apparecchiature sofisticate come dispositivi di rilevamento, computer, videocamere, telefoni cellulari… Dispongono solo di una strana scatola nera che ciascuna di loro porta appesa alla cintura; se la spia presente in quegli apparecchi dovesse accendersi, l’ordine è di trovare un riparo sicuro, entro trenta minuti. Non è noto tuttavia cosa possano effettivamente rilevare le scatole o quale sia il pericolo dal quale doversi riparare, né tanto meno quali luoghi possano considerarsi sicuri. Poche anche le armi: solo alcune pistole e un fucile da combattimento. Eppure l’Agenzia sa bene che l’Area X tende insidie di ogni tipo. Tanto è vero che tutte le precedenti spedizioni si sono concluse con un fallimento: pochi sono tornati – in circostanze e con modalità non chiare – e anche quei pochi sono presto deceduti. In quanto alle cittadine inghiottite dall’Area X, di esse non rimangono che tracce desolanti: automezzi arrugginiti ed edifici crollati.

Le componenti della spedizione sono quindi comprensibilmente preoccupate: più che credere alla possibilità di una qualche soteriologica scoperta, la loro sensazione è quella d’essere destinate a fare la stessa inquietante fine di chi le ha precedute.

“Ci chiedevano soltanto di prendere appunti, come questi, su un diario, come questo: leggero ma praticamente indistruttibile, di carta impermeabile, copertina flessibile bianca e nera, righe blu orizzontali per scrivere e riga rossa a sinistra a segnare il margine. I diari avrebbero fatto ritorno con noi o sarebbero stati recuperati dalla spedizione seguente”.

Tra meraviglia e straniamento, il lettore viene condotto per la prima volta nell’inquietante Area X proprio attraverso le pagine di uno di questi diari, quello della biologa (della quale non viene mai svelato il nome). È lei l’unica voce narrante in Annientamento (Annihilation), primo volume di questa Trilogia dell’Area X (Southern Reach Trilogy, 2014), scritta da Jeff VanderMeer.

L’autore trasfigura e sublima gli ambienti naturali che ha visitato e che più lo hanno colpito in gioventù: la Georgia rurale, l’Isola di Vancouver, ma soprattutto i boschi di conifere che digradano nelle paludi e nelle spiagge del St. Marks National Wildlife Refuge, un’area di circa 280 km2 in Florida, a mezz’ora d’auto da Tallahassee dove VandeerMeer risiede. Lì è situato un antico faro, in cui l’autore s’imbatté per la prima volta nel corso di una delle sue frequenti escursioni nella regione, e accadde per puro caso durante una tempesta: dello stupore e del timore che allora lo sopraffecero rimane ben più che una semplice traccia nelle pagine della trilogia. Non si tratta all’evidenza soltanto del riconoscere nell’antefatto del romanzo non pochi elementi caratterizzanti la storia di quel faro (dall’amore contrastato consumato tra le sue mura, alla solitudine appartata eppur appagante del più longevo custode), quanto piuttosto della facilità con cui si percepisce la drammaticità esistenziale di quell’incontro.

Citando la descrizione che Paolo Rumiz (ne Il Ciclope) fornisce del faro di Pelagosa: vi sono luoghi che ti fanno capire che “oltre al lumino della tua esistenza, c’è l’incommensurabile nulla… Quello strapiombo è la rappresentazione del mistero, sei davanti a qualcosa che ridicolizza le miserie degli umani…”.

È quanto, seppur con toni e immagini diverse, comunica anche VanderMeer. La realtà viene deformata: l’autore plasma apparizioni bizzarre, trasmuta oggetti noti in inquietanti alieni, soffondendoli di un alone di mistero e alterità, in un’atmosfera di irriducibile decadenza.

Annientamento procede in effetti tanto per suggestioni e per immagini evocative quanto per minuziose descrizioni, giustapponendo elementi naturalistici e sovrannaturali. Ma anche quando i limiti dell’oggetto di osservazione sono definiti o comunque definibili, egualmente l’essenza pare estranea. Ogni cosa nell’Area X, vegetale, animale o minerale che fosse in origine, è oramai trasformata in modo irreversibile e partecipa di una diversità che tanto è immanente quanto incomprensibile per l’uomo.

Così la biologa, esperta in ambienti di transizione, che da subito sembra avere un modo tutto particolare di rapportarsi con l’Area X, trasmette di pagina in pagina un senso di resa inesorabile innanzi a qualcosa di indefinito, che soverchia la fragilità umana. La metafora ecologista, dove la natura nella sua essenza appare immensa, assoluta e inarrivabile, non è evidentemente estranea al romanzo. Dei dieci libri che hanno giocato un ruolo fondamentale nella stesura, VanderMeer –  figlio di attivisti – cita per primo Under the Sea-Wind (1941), della biologa Rachel Carson, un vero e proprio manifesto ambientalista.

Non a caso, nel romanzo, la Southern Reach impedisce l’accesso all’Area X ricorrendo all’espediente di un finto e non meglio specificato disastro ecologico. Eppure in Annientamento non si parla di ricomporre un dialogo interrotto tra uomo e ambiente – tema abusato –, o di recuperare un’identità perduta attraverso il contatto con la natura; è anzi l’opposto: incomunicabilità insuperabile e trasformazione irreversibile, icasticamente rappresentate dal ritorno inutile di qualcuno dei precedenti esploratori, identico nell’aspetto ma cambiato in modo radicale, e incapace di trasmettere informazioni utili su quanto vissuto; o dalla biologa stessa (già senza nome), ogni cui passo all’interno dell’Area X l’allontana da ciò che è per condurla a qualcosa di diverso.

Nonostante le limpide immagini offerte da albe e tramonti che fanno trasognare nella loro assolutezza, oltre il limite dell’orizzonte non c’è la Natura, tantomeno Dio, quanto piuttosto il Nulla. Il nichilismo del primo romanzo non sembra lasciare spazio a rassicurazioni.

L’ineluttabilità della resa innanzi all’ignoto incomprensibile è rimarcata in Autorità (Authority), secondo volume della trilogia.

Attraverso gli occhi di un nuovo protagonista, John Rodriguez, il lettore viene ora rapidamente immerso nelle trame di rivalità, antipatie, avversioni personali, tutte interne alla Southern Reach, in teoria baluardo dell’umanità contro l’ignoto, in realtà rovina inquietante e insidiosa tanto quanto l’attigua Area X.

Incaricato di sostituire la precedente direttrice, Rodriguez, soprannominato ‘Controllo’, pare invece non riuscire a ‘controllare’ proprio nulla, a cominciare dalla sua vita. Schiacciato dall’ombra opprimente della madre che da tempo ricopre ruoli di responsabilità nei servizi segreti, e avvilito per una carriera prematuramente compromessa da un imperdonabile errore, vorrebbe trovare nel nuovo incarico l’occasione per riabilitarsi, ma a mancargli sono speranza, obiettivi e persone di fiducia. In effetti, tutti i ricercatori nella Southern Reach paiono svuotati di ogni energia e si aggirano all’interno dell’istituto come fantasmi in un vascello alla deriva.

Abbandonato il ritmo incalzante del primo romanzo, VanderMeer ne mantiene l’atmosfera rarefatta e decadente, non riuscendo tuttavia a rapire il lettore, benché nello sviluppo della storia vengano forniti nuovi indizi su quanto accaduto nell’Area X, si disveli il risultato di inquietanti esperimenti e il destino delle precedenti spedizioni, si pongano nuovi interrogativi e si presentino nuovi misteri.

Il colpo di scena improvviso, che sostanzialmente chiude il secondo volume della trilogia – troppo lungo e lento –, riaccende fortunatamente tutto l’interesse che Annientamento aveva saputo destare e amministrare.

Lo stile cambia ancora nel terzo volume, Accettazione (Acceptance): frequenti flashback ricostruiscono quanto avvenuto prima e durante la spedizione delle quattro donne narrata in Annientamento. Così viene fatta luce sui reali intenti della direttrice scomparsa, sulla sua vita, sul perché delle sue scelte e delle sue azioni; si viene coinvolti nelle vicende del guardiano del faro e condotti all’origine dell’Area X. Intanto, con Controllo, si cerca di porre argine a ciò che pare inarrestabile.

Come spiega l’autore stesso, se nel primo romanzo viene narrata l’ultima spedizione nell’Area X e l’intero secondo romanzo funge esso stesso da diario di spedizione all’interno della Southern Reach, nel terzo non potevano che porsi a confronto le testimonianze raccolte nelle precedenti esperienze per fornire un quadro complessivo della storia.

Alla fine l’impressione è che VanderMeer dia effettivamente spiegazione a tutti i misteri, intessendo trame strutturate e convincenti. La conclusione è logica conseguenza delle premesse, l’accettazione dell’inevitabile, una riformulazione di un corollario del tetrafarmaco epicureo riassumibile nel pensiero di una delle protagoniste: “Non c’era nulla da temere. Perché temere quello che non puoi evitare? Che non vuoi evitare?”.

Dalla fantascienza all’horror, dal thriller alla spy story, la Trilogia dell’Area X abbraccia generi molto diversi tra loro, ricombinandone elementi e tratti, e presentandosi, nelle intenzioni dell’autore, quale compiuto esempio di quel particolare genere chiamato new weird, di cui VanderMeer e la moglie Ann (curatrice per anni della nota rivista Weird Tales) hanno cercato di fornire definizione nell’introduzione all’antologia The New Weird (2008). Le caratteristiche principali sono appunto la contaminazione di più generi, la presenza di elementi bizzarri funzionali alla creazione del ‘senso del meraviglioso’ e, al contempo, la particolare cura della coerenza e verosimiglianza nella struttura della storia.

Definizioni a parte, il viaggio nel quale VanderMeer conduce il lettore è totalmente appagante grazie a stili e forme adeguati ai contenuti, a un afflato immaginifico vigoroso, a una capacità evocativa sorprendente. Ci si lascia catturare dal vortice degli enigmi e dalla ricchezza di indizi, tutti indecifrabili, alieni, stranianti; come quella scritta astrusa e contorta che licheni luminosi disegnano sulle pareti di un tunnel (che non è un tunnel). Nel confronto con la scrittura lineare, pulita, essenziale propria della mano dell’autore, pare più aliena delle creature immonde che popolano la sua immaginazione: “Dove giace il frutto soffocante che giunse dalla mano del pescatore io partorirò i semi dei morti per dividerli con i vermi che si raccolgono nelle tenebre e circondano il mondo col potere delle loro vite mentre dagli antri oscuri di altri luoghi forme che non potrebbero mai essere si contorcono impazienti per i pochi che non hanno mai visto o non sono mai stati visti…”

Negli occhi della mente rimangono immagini suggestive che sono tutte metafora dell’esistenza umana, disfatta in una ricerca priva di utilità e annichilita innanzi all’ineluttabile e all’incommensurabile. Nessuno dei protagonisti può uscire vincente, o si tradirebbe il senso stesso della storia. Eppure, in ultimo, una speranza si apre, inaspettata e, sostanzialmente, incomprensibile. Non tanto un cedimento alla necessità aprioristica di un happy end, quanto piuttosto un ultimo interrogativo rivolto al lettore…

La presente Recensione è comparsa per la prima volta sulla Rivista Terre di Confine, il 25 ottobre 2015).

L’Uomo che cuciva anime [Racconto]

«Vuole decidersi?» insistette, insofferente.

«È ancora dell’idea di non uscire dalla stanza, Sara?» le chiese il prete, che invece di eseguire il suo volere se ne restava seduto.

Crede forse che io possa rimanere impressionata?

Braccia conserte, Sara accennò col mento verso il letto: «Lo guardi, ha mai veduto cosa più patetica?»

«È suo padre…»

Avrebbe dovuto significare qualcosa? «Proceda» comandò.

Il prete, nel fruscio delle vesti nere, si alzò lentamente, riponendo il rosario – con il quale, era sicura, non aveva recitato nulla, sebbene si trovasse in quella stanza fin dal mattino. Nessuno poteva contraddire una Meridia: avrebbe ubbidito, come chiunque altro, e avrebbe impartito a suo padre l’estrema unzione. Così forse suo padre si sarebbe finalmente deciso a morire.

Tuttavia ne dubitò quando don… come ha detto di chiamarsi?… si accostò al letto senza stringere in mano alcun simbolo della sua fede.

«Gabriel Meridia, io ti conosco…»

L’uomo nel letto, improvvisamente, sgranò gli occhi incavati, e l’attimo dopo fu colto da una terribile crisi: tossì sangue scuro sulle maleodoranti lenzuola ricamate, cercando invano di inspirare.

Il rumore la disgustò. Muori! MUORI!

La consunzione lo divorava insaziabile.

«E tu, mi riconosci?»

Suo padre iniziò a scalciare. Ad artigliare l’aria. Squassato dalla tosse, soffocato dal proprio sangue.

Indifferente, il prete tracciò con le mani strani segni, sui polsi e sui piedi e poi sul petto e sulle spalle dell’infermo. Non erano croci: sembrava piuttosto che le dita stessero tirando fili invisibili e disfacendo trame. E ad ogni gesto pareva che suo padre patisse dolori più atroci. Il viso, di un giallo malsano, si ricoprì di un velo untuoso di sudore, stravolto dal dolore. Dalla bocca aperta uscivano gorgoglii raccapriccianti e lamenti soffocati.

Il prete cominciò… a tirare! E il petto di suo padre si gonfiò, anche se non c’era aria nei suoi polmoni; e la schiena prese a inarcarsi, tra gli spasmi, quasi che un artiglio invisibile lo stesse strappando via dal suo letto, da quella vita cui ostinatamente restava abbarbicato.

Poi accadde qualcosa di inatteso: suo padre la supplicò.

Non ricordava di averlo mai visto piangere, né implorare: erano le sue vittime a farlo, non lui. Ma quella volta gli occhi del potente Meridia piangevano e supplicavano che qualcuno – lei? – ponesse termine a quel supplizio.

All’improvviso ci fu lo strappo. Insieme alle vesti del sangue di Nesso intrise, brandelli della sua carne…

L’urlo fu agghiacciante… Ma non era suo padre a urlare.

Infine, silenzio.

Il prete uscì da casa Meridia poco dopo. Chiuse gli occhi e assaporò il dolore che il capofamiglia aveva fatto patire a ogni uomo e donna che aveva incontrato, specie a sua figlia. Gustò le torture e le violenze. E per ultimo assaporò il dolore dello stesso Meridia.

Il brandello di anima corrotta che gli aveva cucito addosso poco dopo la sua nascita aveva attecchito bene. Tanto nel profondo da trasferirsi nella figlia. Evento inatteso e foriero di inimmaginabili, future delizie.

Tornò alla cappella che tutti veneravano non sapendo che fosse sconsacrata da anni.
Quando la coppia bussò alla sua porta era pronto.

«Padre siamo qui per …»

«Lo so. Come intendete chiamarlo?»

«Marco» risposero senza esitazione.

Il prete prese tra le proprie le mani del bambino. Che iniziò a piangere. E poi i suoi piedi.

E intanto cuciva…

«Marco. Lieto di fare la tua conoscenza.»

[Racconto pubblicato nel 2014, sulla Rivista on line Terre di Confine]

L’uomo buono si perdona sino a sette volte [Racconto]

Più Satrian guardava l’uomo prosternato ai suoi piedi, più l’incertezza cresceva, nonostante anni di devoto sacerdozio lo avessero abituato a lacrime e suppliche. Quante volte a implorare era stata la paura della punizione e non la sofferenza per il peccato commesso. Quante volte Satrian, Primo tra i Giusti, aveva dovuto ascoltare la confessione di atti innominabili e dar seguito a penose condanne perché perdonare avrebbe reso ancor più ignobili le colpe.

Ma in questo caso…

Il suo sguardo, colmo di tristezza, si posò sul corpo nudo della ragazzina. Giaceva immobile, in una pozza scura, la lama lucente ancora piantata nel petto. Non aveva sofferto.

«Vi prego… abbiate pietà di me» ripeteva senza posa, tra i singulti, colui che, fino a quel giorno, era stato un fedele timorato e scrupoloso. Ora col capo chino, le braccia abbandonate…

Quel pentimento sembrava così sincero!

«Mareb, guardami.»

«So che ho sbagliato. Mi vergogno tanto…»

L’uomo cercò di asciugarsi le lacrime con le mani, non facendo altro che spargere il sangue della fanciulla su tutto il viso. L’orrida maschera del colpevole.

«Negli occhi, Mareb. Guardami negli occhi.»

Tra le fila di adepti e sacerdoti si diffuse un palpabile disagio e si bisbigliarono superstiziose giaculatorie.

Mareb si fece, se possibile, ancor più piccolo e indifeso.

Satrian ne ebbe compassione. «Guardami.»

Il devoto ubbidì.

L’incontro di sguardi fu breve, eppure bastò a fugare ogni dubbio.

Sincero. Quest’uomo è sincero. Il suo pentimento reale. È un uomo buono.

Rivolgendosi ai Fratelli, tutti adesso in sacrale silenzio, Satrian decretò: «Che la colpa sia mondata col perdono!» Poi fece cenno a Mareb di alzarsi. «La Carne riconosce il tuo pentimento. E ti concede l’assoluzione. Tu sei sempre stato un Giusto, non ti sia allora preclusa la via della Redenzione.»

Il fedele riprese a piangere. Cercò di alzarsi sulle gambe malferme… Satrian fece segno a due neofiti di prestargli aiuto, e costoro, quasi sollevandolo di peso, lo condussero oltre l’arcata meridionale della Sala delle Celebrazioni, lontano dalla vista degli altri.

Satrian sospirò. Togliere la vita alla giovane era stato uno scellerato sacrilegio, ma condannare Mareb allo stesso destino non vi avrebbe posto rimedio. Due Carni perdute in un giorno solo…

Sì, la cosa Giusta è stata fatta.

Di nuovo saldo nel proprio giudizio, Satrian s’incamminò verso le scale che lo avrebbero riportato all’ingannevole vita di ogni giorno. Fu un improvviso vociare a fermarlo:

«È viva! È ancora viva!»

L’eccitazione pervase la navata centrale del Tempio della Carne. Satrian si voltò verso la fanciulla. E il suo cuore sussultò per l’emozione.

«La Carne ci benedice!» esclamò qualcuno.

La cosa Giusta è stata fatta! E la Carne ce ne offre ricompensa!

La ragazzina respirava. Tossì. Emise un lungo lamento. Si mosse. Ma il dolore la bloccò a terra. Si guardò il petto. E vide la lama che la trafiggeva. Urlò. O almeno tentò di farlo: dalle sue labbra solo un altro pietoso rantolo.

Sconvolta, cercò aiuto. I suoi occhi incontrarono volti sconosciuti. Decine di persone, nude sotto i mantelli bianchi, uomini e donne, che continuavano a guardarla senza osare muoversi.

Alcuni però presero a sorridere. E qualcosa, illuminato dalle candele rituali, parve accendersi in quelle bocche… immonde: non avevano denti normali, ma zanne di metallo.

La giovane cercò ancora di urlare, inutilmente perché nessuno l’avrebbe udita. Nessuno sarebbe giunto a soccorrerla.

Il gesto empio che, al posto di infliggerle la Prima Ferita, in un ultimo ripensamento aveva cercato di liberarla dal supplizio di venir divorata viva come i precetti della Carne comandavano, aveva mancato di precisione e convinzione. La lama non aveva trafitto il cuore.

Così la ragazzina fu cosciente quando il Celebrante Satrian acconsentì all’inizio al Banchetto. Fu cosciente quando trenta, uomini e donne, giovani e vecchi, le si avventarono contro, i mantelli bianchi, candidi. Tutti in preda alla Fame della Carne.

E fu cosciente quando i primi morsi la lacerarono… Sentì la vita fluire via, nel suo sangue, del quale tutti bevvero.

Il Celebrante non partecipò, ma osservò in silenzio, commosso per la gioia dei suoi fedeli, che vedeva nutrirsi a sazietà. Di Carne viva e benedetta. Quanta felicità aveva diffuso in quel tempio la saggezza di lasciare in vita un uomo buono!

Terminato il Banchetto, il Secondo Prescelto – al quale Satrian aveva accordato il cuore della sacrificata – si avvicinò al Celebrante, umilmente, la riconoscenza negli occhi, e il sangue della ragazzina che ancora chiazzava il suo corpo perfetto.

Satrian lo osservò con ammirazione ed eccitazione.

«Eravate nel Giusto a voler risparmiare Mareb. La Carne ci ha premiato. Ma… se dovesse fallire di nuovo? Se alla prossima Celebrazione si rifiutasse ancora di infliggere la Prima Ferita e di assaggiare il frutto della sua Carne? Quante volte ancora dovremmo perdonare?»

Satrian volle sapere: «Quanti figli ha Mareb, oltre alla fanciulla che questa sera la Carne ha benedetto?»

«Altri sette. Compreso quello di cui è in attesa sua moglie.»

«Allora la Carne sarà disposta a perdonarlo in tutto sette volte.»

[Questo racconto è comparso, oltre che già qui, sull’Oracolo dei Venti, in una versione leggermente diversa, sulla rivista on-line Terre di Confine; I diritti appartengono ai proprietari secondo disposizioni contrattuali presenti nella medesima rivista]

Giunge l’atteso Quarto numero della Nuova Serie di Terre di Confine!

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Gamara è vasta; nelle sue scure vie il passo è indeciso, rallenti, spiato, atterrito, angosciato; quando alla fine cerchi la fuga per lasciarti tutto alle spalle, ti ritrovi tra i suoi più miserabili vicoli ciechi, davanti alla sgradevole bottega di Kimaj o perso nel mercato marcio. Così mi ritrovo con niente da comunicare al mondo, nessun racconto da pubblicare.

Fortunatamente l’attività in Terre di Confine non si interrompe; non vi troverete miei racconti questa volta, ma una lunga recensione sul fenomeno letterario di S. o La Nave di Teseo. 

Sempre lieto di poterVi spingere ad una nuova lettura.

Ecco come di consueto l’editoriale del Quarto Numero:

“Cari Lettori, ben ritrovati al quarto appuntamento con la vostra TdC Magazine! In questa introduzione ai contenuti è un piacere ringraziare La Bottega del Barbieri, che ha contribuito alla sezione Letteratura con il gustoso articolo su Harlan Ellison e la recensione de La Svastica sul Sole curati, rispettivamente, dall’astrofilosofo Fabrizio Melodia e dal boss Daniele Barbieri in persona. La sezione antologica si avvale anch’essa degli scritti di bottegai DOC come Riccardo Dal Ferro, Fabio Lastrucci e Mauro Antonio Miglieruolo, con l’imprescindibile Andrea Carta (per l’occasione trasmigrato dalla sezione Fumetti) a completare il canonico quartetto di fantaracconti. Gradito l’esordio su TdC dei booksbloggerAgnese Mignozzi e Michele Del Vecchio, e di Solange Mela con un nuovo capitolo di ‘Stile e Dintorni’;Nicola Parisi si è adoperato a intervistare un sempre in forma Silvio Sosio, e dalla Colonia Lunarel’immancabile Marco Pulitanò ci parla di una droga virtuale chiamata Snow Crash.

I fan e controfan di Lost si saranno poi chiesti cosa mai contengano i misteriosi cofanetti con la S. cubitale che J.J. Abrams ha disseminato in tutte le librerie del globo terracqueo: ebbene il nostro buon Luca Germano è qui per soddisfare anche questa curiosità.

Nella sezione Cinema e TV, The Obsidian Mirror ci regala stavolta un articolo ricco di approfondimenti sulla saga coreana Whispering Corridors, una pentalogia di film horror accomunati dall’ambientazione scolastica e da un sapore psicologico squisitamente orientale; Lucia Patrizi ci conduce invece alla riscoperta dell’affascinante Dark City. Lo spazio telefilm propone Kronos, grazie al gusto vintage diCuccu’ssette e all’ormai abituale collaborazione con SerieTV.net. L’anime di turno è l’apocalitticoIdeon, trattato con la consueta sagacia dal duo asteroidale Jacopo Mistè e Simone Corà, e sigle gentilmente tradotte da Cristian Giorgi.

Veniamo al doppio appuntamento con i fumetti: incursione di Orlando Furioso in pieno periodo maccartista con Fighting American, e discesa di Leonardo Colombi negli abissi psicanalitici di Homunculus.

Ultime ma non ultime due succose gallerie fotografiche (con la novità del nuovo ‘Cosplay Corner’), a corredo delle interviste curate da Davide Longoni: abbiamo incontrato per voi il talentuoso concept artist messicano Michel Omar B., e l’italianissima NadiaSK, best performance al World Cosplay Summit 2014.

Cos’altro mi resta dunque da aggiungere, se non: lunga lettura e prosperità!”

Ed ecco il link alla pagina dove potrete leggere e scaricare la rivista: http://www.terrediconfine.eu/terre-di-confine-magazine-4/

Uscito il nuovo numero di Terre di Confine!

Lo so…sono un po’ latitante…E da molto non aggiungo qualche riga alla storia de “L’Ombra del Mercante”. Ma l’inattività non mi è propria: semplicemente devo a turno dare la priorità ai tantissimi impegni.

Fortunatamente riesco a rubare un po’ di tempo per dar seguito ad un’avventura alla quale credo molto: Terre di Confine.

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E’ da poco uscito il secondo numero della nuova edizione della rivista.

Ecco il comunicato ufficiale:

“La redazione di TdC è lieta di segnalare l’uscita del secondo numero di Terre di Confine Magazine, che può essere letto o scaricato gratuitamente qui: http://issuu.com/terrediconfine/docs/tdc2
La rivista è anche utilizzabile liberamente in qualsiasi sito web avesse piacere di farla leggere dalle proprie pagine o integrarla nel proprio layout; per utilizzare le funzioni di inglobamento, condivisione o download, è sufficiente cliccare la voce ‘share’ nel menù visibile sotto le pagine, e scegliere poi l’opzione desiderata.

Con l’occasione, avvisiamo che è già in corso la selezione dei racconti per la sezione antologica del numero 3: tutte le informazioni sono a pagina 154 della rivista.
E’ stato anche aperto un portale appositamente dedicato, nel dominio storico http://www.terrediconfine.net, dove è possibile leggere la versione web testuale di tutti gli articoli e di tutti i racconti, e lasciare commenti.

Ringraziamo fin d’ora chiunque volesse supportare il nostro impegno diffondendo questa notizia nel proprio sito o fra gli amici ^___^

Di seguito forniamo l’editoriale e il sommario.

Redazione
Ass. Cult. no-profit Terre di Confine
http://www.terrediconfine.net
http://www.terrediconfine.eu

Dall’editoriale:
“CARI LETTORI, l’uscita del numero 2 di TdC Magazine giunge in parallelo con la messa on-line di una versione mirror del nostro sito, appositamente ottimizzata per accompagnare d’ora in avanti la rivista. Insieme a questa notizia, è per me un vero piacere annunciare la riapertura di terrediconfine.net, lo storico dominio che è stato la nostra prima casa nel web – gli utenti più affezionati ricorderanno certamente quei tempi! Da oggi il dominio ospiterà proprio il nuovo portale, realizzato in WordPress e quindi adatto a sfruttare tutte le funzionalità di questa ormai diffusissima piattaforma.
E ora veniamo al n. 2! Come di consueto, la varietà dei contenuti cercherà di trattare il Fantastico nelle sue molteplici sfumature. Segnalo in particolare l’articolo su Dan Dare, un’occasione che è stata preziosa per poter parlare della leggendaria rivista Eagle e di Frank Hampson che le diede i natali, artista straordinario la cui carriera avrebbe meritato assai più onori di quelli effettivamente raccolti. Nella sezione antologica, presentiamo infine 4 racconti e 2 fumetti inediti, che passeggiano tra supereoistico, steampunk, horror e surreale. Non mi resta dunque che augurarvi un piacevole proseguimento!

Il sommario di questo numero:

DIRITTI CIVILI NELL’ERA DIGITALE
X (Little Brother)

LÀ DOVE NASCE IL VENTO PERENNE
L’Orda del Vento

ECHI IRREQUIETI DELL’AMERICAN DREAM
Io sono Helen Driscoll

SATIRA SOCIALE SULLE ORME DI SWIFT
Il Vangelo della Scimmia

Rubrica di stile
IL BIGLIETTO DA VISITA DELL’AUTORE

Fabbricanti di Universi
QUANDO IL WORLD BUILDING FUNZIONA

LA REALTÀ ATTRAVERSO LO SPECCHIO
Black Mirror

TRA MALEDIZIONI E REGISTI NASCOSTI
Poltergeist – Demoniache Presenze

LA VENDETTA DELLE DONNE-GATTO
Kuroneko

LE ALTERNE SFORTUNE DEL ROBOT RIBELLE
Baldios

LA PICCOLA CACCIATRICE DI FULMINI
Wind Mills

Sigle Baldios
BALDIOS
ASHITA NI IKIRO BALDIOS
MARIN, INOCHI NO TABI

LA LEGGENDA DEL PRINCIPE INDIANO
Krishna – Un viaggio interiore

L’ODISSEA DI UNA MADRE GUERRIERA
Legend of Mother Sarah

DAN E FRANK, DUE EROI BRITANNICI
Dan Dare

VESTENDO PAROLE E SUGGESTIONI FANTASY
Intervista a Paolo Barbieri

Racconto
IL BENANDANTE

Racconto
LA MASCHERA DI BALI

Racconto
L’ARENA DEI PLUSGENE

Racconto
L’UOMO BUONO SI PERDONA 7 VOLTE

Fumetto
LEVEL COMPLETED

Fumetto
POSSO VOLERE… VOGLIO POTERE”.

Auguro a tutti una buona lettura!

E non dimenticate di lasciare un commento… Magari al mio racconto L’uomo buono si perdona 7 volte (rivisitazione del mio racconto che trovate anche qui, sull’Oracolo) oppure alla mia recensione Là dove nasce il vento perenne!

Il Ritorno di Terre di Confine

Ci abbiamo messo in effetti un po’ di tempo… Ma siamo tornati!

Se il sito di Terre di Confine non ha mai interrotto la propria attività, era da oramai da ben tre anni che l’omonima rivista non vedeva la pubblicazione di un nuovo numero.

La lunga attesa è ufficialmente terminata il 27 ottobre 2013, con l’uscita del primo numero della nuova edizione!

Rinnovata nella grafica, aperta a nuovi contenuti, ricchissima e versatile, Terre di Confine Magazine mantiene il rigore e la passione della versione originale che tanti lettori aveva conquistato, ma, con inesausto entusiasmo, si prefigge più ambiziosi traguardi e si rivolge ad un pubblico più vasto.

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Ecco l’editoriale:

“Cari Lettori,

a tre anni dalla conclusione della nostra prima, storica rivista, eccoci di nuovo insieme in un’occasione davvero speciale: la presentazione del numero d’esordio di questa seconda serie di Terre di Confine!

Si tratta di un magazine nuovo di zecca, ridisegnato nello stile, modernizzato, concepito insieme a Plesio Editore e preparato con passione da uno staff redazionale anch’esso in gran parte nuovo ma sempre fedele alla filosofia di serietà e impegno che anima la nostra Associazione Culturale. L’obbiettivo, come di consueto, è occuparci del mondo del Fantastico in ogni sua forma e declinazione.

Accanto a quei contenuti diventati per noi ‘tradizionali’, recensioni e interviste e articoli, tutti corredati di meravigliose immagini realizzate da illustratori straordinari e da fotografi di talento, i nostri Lettori di ‘vecchia data’ avranno modo di scoprire alcune novità… la principale delle quali è senz’altro la presenza di una parte antologica fissa, che raccoglie fumetti e racconti selezionati, un segmento destinato a diventare più corposo nei prossimi numeri.

Rispettando lo spirito dell’Associazione, anche questa nuova serie è offerta via Internet in forma totalmente gratuita e senza alcun dispositivo di protezione. Per garantire la più alta diffusione possibile, il magazine è inoltre ­- altra importante novità rispetto all’edizione precedente – reso acquistabile nei maggiori negozi on-line per libri e riviste elettronici (la presenza di un prezzo, in quelle sedi, è naturalmente dovuta alle regole contrattuali imposte dagli store). L’intenzione è quella di riuscire in tal modo a coinvolgere un più vasto pubblico di appassionati, compresi coloro che, usando il tablet ma avendo magari poco tempo libero per navigare, preferiscono ricercare e scaricare le loro letture avvalendosi del supporto dei grandi circuiti di vendita.

Nelle uscite che seguiranno, continueremo a proporvi altri progetti tuttora in fase di realizzazione… Non voglio però dilungarmi con anticipazioni, dettagli ‘tecnici’ e parole superflue; anzi, sono certo che, tra le novità, la più apprezzata sarà proprio la (relativa) brevità del (tedioso) editoriale!

Bando alle chiacchiere dunque, e via con la lettura di questo N° 1! A nome di tutta la Redazione: buon divertimento!”

 Seguendo i buoni consigli, ecco il link alla nostra cara rivista:

Leggi oppure scarica la Rivista

Terre di Confine: il Nuovo Numero on-line da oggi!

E’ con sommo piacere che annuncio, con il presente post, la messa on-line del numero 10 della rivista Terre di Confine.

Il numero oggi on line affronta due tematiche ben distinte l’una a fondamento di una nutrita serie di film e libri di fantascienza, l’altra alle radici stesse del Fantasy: Post Atomico e Ciclo Arturiano.

Ecco la presentazione del numero 10 dell’Editoriale:

Cari Lettori, come sempre un ben ritrovati tra le pagine della Vostra affezionata TdC!

In questo nuovo numero vorremmo avventurarci con Voi a esplorare due temi molto seguiti dagli appassionati di Fantascienza e Fantasy. Il primo è drammatico e solitamente proiettato nel cuore di scenari catastrofici; il secondo evoca suggestioni epiche e romantiche. Si tratta di “Postatomico” e “Ciclo Arturiano”.

L’olocausto nucleare e l’idilliaca Camelot, una distopia e un’utopia, un accostamento forse ardito. Esiste però una chiave di lettura che può accomunare gli equipaggi dell’Enola Gay e del Bockscar e i nobili Cavalieri della Tavola Rotonda. Tibbets, Lewis, Ferebee, Van Kirk… Artù, Lancillotto, Tristano, Galahad… sono tutti soldati.

Il filo dell’analogia porta direttamente al modo di combattere una guerra, inteso sotto l’aspetto deontologico, in ragione di mezzi rapportati a fini, morale e utilitarismo, etica impartita al militare e risultato della derivante condotta. È un piano di analisi di cui due temi rappresentano esattamente le facce opposte: nella lotta senza quartiere tra Bene e Male per l’affermazione di sacri, superiori e universali principi, nel Ciclo Arturiano troneggia il baluardo di un’etica quasi mistica, rigorosa e inamovibile, mentre nel Postatomico si deformano gli evanescenti confini del Diritto bellico, un elastico che l’incedere del progresso rende sempre più teso.

La questione morale sull’uso della bomba atomica ha prodotto moltitudini di parole, scritte e pronunciate; altrettanto dicasi per il codice cavalleresco, che permea la Letteratura di varie epoche. Accostare i due argomenti, però, continua a stimolare la riflessione.

A memoria d’uomo, non si è mai sentito di una guerra capace di risparmiare gli innocenti, per cui il quesito astratto se possa o meno esistere una “guerra giusta” può essere scavalcato da uno più pragmatico: nell’intrinseca ingiustizia del combattere, esiste un modo giusto e uno sbagliato di farlo? O, se vogliamo, esiste un modo meno ingiusto di un altro?

In parole diverse: la sopravvivenza (propria, dei propri ideali, del proprio sistema di valori, del proprio modo di vivere) è un fine sempre inderogabile che prescinde dal mezzo con cui lo si consegue?

Negli ospedali moderni esiste una categoria di degenti che a questa domanda risponderebbe senza esitazione con un no. All’opposto, in alcuni luoghi di questo nostro vecchio e stanco mondo, luoghi in cui la propria sopravvivenza sfugge al novero delle opzioni, si tende addirittura a sostituirle come scopo dogmatico la non sopravvivenza altrui.

In un simile dedalo di alternative filosofiche, la tecnologia bellica oggi ha raggiunto sviluppi tali da rendere superfluo il concetto stesso di deontologia applicato alla guerra, cancellando di colpo qualsiasi contrapposizione dialettica tra mezzi e fini, riuscendo nell’iperbolica impresa di creare l’arma più inutile di tutte: l’arma che non si può usare altro che contro sé stessi.

In effetti, una malattia che imponesse la somministrazione di un farmaco termonucleare sarebbe, per questa stessa ragione, incurabile; e un’Umanità colpita da un simile morbo avrebbe già imboccato lo stadio terminale. Quel tipo di cura contiene dunque in sé la paradossale proprietà di rappresentare due opposti, eutanasia e al tempo stesso accanimento terapeutico.

Ci tornano in mente, inevitabili, le parole attribuite a uno Svizzero/Tedesco (un Signore che davvero sapeva quel che diceva): il suo pensiero su quali armi sia lecito immaginare utilizzate in una ipotetica quarta guerra mondiale, ammesso di sopravvivere a una terza”.

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Terre di Confine: Numero 10

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