Le Fanu: l’Edgar Allan Poe britannico

Joseph Sheridan Le Fanu (1814-1873) è noto principalmente per Carmilla, pubblicato nel 1872, cinquantatré anni dopo Il Vampiro di John Polidori (1819, ritenuto l’iniziatore di quello che sarebbe divenuto un vero e proprio genere), ma ben venticinque prima del celeberrimo Dracula di Bram Stoker (1897).

Il racconto della contessa dalla pelle chiarissima e dai capelli scuri, misteriosa, sfuggente e inquietante, notte tempo spietata assassina che dissangua le proprie vittime, si connota in effetti per la presenza di tutti quegli elementi che saranno ben più che di semplice ispirazione per il Dracula di Stoker: il fascino decadente e ammorbante del mostro immortale che ammalia l’ingenua e candida fanciulla; la discesa in un incubo che sembra non avere fine, in cui ogni scoperta conduce a un nuovo e angosciante orrore; la ricerca dell’esperto risolutore e poi la caccia senza tregua, sino alla distruzione purificatrice. In una cinquantina di pagine, Le Fanu rievoca e riassume con abilità e consapevolezza il tema del vampiro, riportando per primo (come nota Gianni Pilo nella prefazione all’antologia Carmilla e altri racconti di fantasmi e vampiri) la tradizione del risurgente nel suo territorio d’origine.

Proprio l’attenta lettura e rievocazione delle antiche leggende, con approfondita ricerca delle fonti, è punto focale non solo di Carmilla, ma dell’intera opera di Le Fanu, in particolare della maggioranza dei suoi racconti che, contrariamente ai convincimenti e forse le speranze del loro autore, gli diedero ben più lustro e fortuna dei suoi non pochi ma totalmente dimenticati romanzi.

I racconti di Le Fanu attingono in effetti all’inesauribile tradizione dell’immaginario fantastico della sua natia Irlanda, dove le banshee (letteralmente: donna-fata) accompagnano le più antiche e nobili famiglie e elevano il loro straziante canto quando una morte prematura è prossima; dove tra montagne disabitate e castelli in rovina può accadere di incontrare il pooka, robusto destriero che parla con voce umana e che, interrogato, può dare responsi sui giorni futuri; e dove, in particolare, gli spiriti dei defunti si mostrano ai vivi e con essi interagiscono per i fini più vari, non sempre comprensibili, di rado commendevoli, ma spesso interpretabili alla luce di un disegno superiore che proprio per loro intervento viene a delinearsi.

Nel racconto Il testamento del gentiluomo Toby, che Le Fanu scrisse nel 1868, il più giovane di due fratelli, dopo la morte improvvisa del nobile Toby, padre severo e collerico, accoglie nella casa di famiglia, ereditata con pregiudizio ai diritti del primogenito, un bulldog dall’atteggiamento strano che sinistramente rievoca, per espressione e temperamento, proprio l’immagine del defunto. Il giovane signore viene presto tormentato da oscuri incubi nei quali l’inquietante animale, da prima amato e poi sempre più temuto e odiato, assume proporzioni gigantesche e a più riprese lo ammonisce del prossimo castigo, laddove al torto patito dal primogenito non si ponga rimedio. Lo spirito del padre che ritorna sotto forma animale tanto impaurisce e tormenta, quanto consiglia e avverte, perché la verità sia disvelata e un male peggiore scongiurato; mentre il tono cupo della narrazione lascia subito intuire che al monito non verrà dato ascolto.

Alla rivelazione di una verità, crudele e terribile, è anche volta l’apparizione dello spettro ne Il fantasma della signora Crowl (1870): una fanciulla viene catapultata nella realtà di un’antica magione dove, accanto alla zia, dovrà badare all’anziana padrona inferma, depositaria unica di un inconfessabile segreto.

Ne Il gatto bianco di Drumgunniol (1870) la misteriosa apparizione di un animale, un gatto bianco appunto, preannuncia invece la prossima morte di colui che ha la sfortuna di vederlo. Protagonista della storia è infatti una banshee legatasi alle tristi vicende di una famiglia.

Ne I racconti di fantasmi della Tiled House è la persecuzione dei vivi lo scopo ultimo della presenza ultraterrena: non vi sono torti da riparare o futuri eventi oscuri sui quali mettere in guardia. Il Male si presenta sotto forma di una mano spettrale che inutilmente i proprietari cercano di tenere fuori dalla propria casa e lontana dal lettino del loro piccolo.

E il tormento di chi impunemente sceglie di vivere in quella che fu la sua casa è l’unico fine anche del fantasma di un giudice suicida protagonista oscuro di Cronaca di alcune stranezze occorse in Augier Street (1851)Due giovani studenti cercano la tranquillità e la comodità di una casa in affitto a buon prezzo e a poca distanza dall’università. La notte sarà insonne per entrambi, a causa di incubi inquietanti, apparizioni sconvolgenti, suoni angoscianti.

Il tormento come punizione ed espiazione è invece il tema centrale di La persecuzione: un giovane capitano di mare, appena fidanzatosi, viene inseguito di notte in una strada deserta da passi che non paiono avere una fonte nota. Inutile tornare indietro, inutile scrutare le ombre. L’evento si ripete più volte, fin quando il tormentatore non assume una figura e una fisionomia definita. Ma in quel momento le cose volgeranno al peggio e un passato che si credeva dimenticato ritornerà per gustare un’agognata vendetta. Non vi sarà contromisura efficace, non l’allontanamento volontario, l’affetto di amici, la chiusura di porte e finestre, il ritiro in luoghi angusti senza vie di accesso.

Il dolore, l’angoscia, il supplizio che gli spiriti arrecano ai vivi, per il tramite di apparizioni aberranti e rumori sinistri, non sono in realtà che il riflesso di ciò che gli spettri stessi patiscono in ragione della turpe condotta della loro biasimevole vita, talché il loro manifestarsi è anche doloroso e raccapricciante monito. Il tema (ben presente, come accennato, ne Il testamento del gentiluomo Toby) viene ampiamente trattato ne Il dissoluto capitano Walshawe di Wauling (1864), ma se ne ha la realizzazione più compiuta e convincente ne Il Giudice Harbottle (racconto comparso nella raccolta In a Glass Darkly, l’ultima pubblicata da Le Fanu, nel 1872), per la tante somiglianze probabilmente inteso quale seguito e rivisitazione di Cronaca di alcune stranezze occorse in Augier Street.

Il dissoluto capitano Walshawe di Wauling, benché di poche pagine, ha una struttura articolata. La voce narrante inizia col riportare brevemente la storia del capitano Walshawe, il quale, dedito a ogni sorta di turpe attività, aveva dilapidato l’ingente patrimonio di cui era venuto in possesso e si era reso responsabile della triste vita della moglie. Di tanta insensibilità era capace che, nella notte del precoce trapasso della consorte, il capitano strappava dalle mani della defunta la candela santa che avrebbe dovuto accompagnarne l’anima in cielo, un atto così empio che una delle anziane monache che vegliavano la salma si lascia sfuggire una maledizione: “che tu possa venir chiuso nello stoppino di quella candela finché non brucerà completamente”. La vita dedita a vizi si chiude con la vecchiaia e una congerie di malanni che prima deturpano il capitano e poi lo costringe su una sedia a rotelle, senza però indurlo ad alcun ravvedimento, tanto che la morte lo coglie ancora impenitente. Dopo questa lunga premessa, la voce narrante dà conto di quanto uno zio ebbe a raccontargli in merito alla notte trascorsa nella sinistra abitazione del capitano Walshawe successivamente alla dipartita di quest’ultimo. Lo zio era giunto nella vecchia casa in tempo per il funerale e si era trattenuto, su invito dell’avvocato incaricato della successione, per risolvere talune problematiche afferenti a dei contratti di locazione che non sembravano trovarsi in nessun luogo. Costretto a fermarsi la notte e rimasto al buio, lo zio raggiunge il salotto dove ricordava di aver visto “un mozzicone di candela”, raggiunge la sua stanza e si prepara al meritato riposo. Le sue buone speranze verranno tuttavia sinistramente disattese…

Il racconto lega indissolubilmente fede e superstizione, cristianità e paganesimo: le monache non sono tanto spose di Cristo, quanto sinistre fattucchiere (e come tali vengono descritte), capaci di terribili maledizioni, come condannare le anime a rimanere prigioniere del mondo dei vivi.

L’incontro di superstizione e fede è un tratto saliente dell’opera di Le Fanu, che non sembra vedervi alcuna reale e radicale incompatibilità, non escludendo la sussistenza dell’una quella dell’altra: il mondo dei vivi è nelle sue opere in egual misura aperto a esperienze di fede come di orrore sovrannaturale, pericolosamente danzando l’uomo, quale un funambolo, sullo scivoloso crinale tra salvezza e dannazione eterna.

Significativamente, in alcuni racconti (Il sogno dell’ubriacoIl fantasma e il conciaossa), a essere indagatore e testimone affidabile del manifestarsi del sovrannaturale – da intendersi come l’insieme di quegli eventi che la scienza non è in grado di spiegare interamente, se non con approssimazioni, comodi silenzi o sviste –­­ è proprio un reverendo, Francis Purcell.

La coesistenza non implica tuttavia, come ovvio, pari dignità, rivestendo il sovrannaturale un ruolo meramente servente rispetto alla superiore dimensione della religione e risultando il suo operare, per quanto misterioso e terribile, comunque interpretabile alla luce di un superiore disegno (con rare eccezioni: I racconti di fantasmi della Tiled House). Icasticamente il Vampiro cede di fronte alla Vera Fede di chi impugna un crocifisso, e il Fantasma si dissolve se viene in contatto con l’acqua santa.

Il sovrannaturale al servizio di una Giustizia superiore è il tema portante del racconto Il Giudice Harbottle (traduzione non troppo felice di Mister Justice Harbottle, dato che il protagonista non è un giudice ma un avvocato della pubblica accusa). Harbottle è un individuo abbietto e senza scrupoli, fatto già di per sé grave, ma ancor più se riguarda un uomo di Giustizia. Cosa può dirsi di un pubblico accusatore che crea ad arte le prove per incastrare un innocente, e tutto ordisce affinché quest’ultimo venga condannato a morte? Quale pena dovrebbe patire? Prima ancora, i meno ingenui dubiterebbero della possibilità che effettivamente costui subisse la giusta pena: Harbottle è benestante, ha senza dubbio amici importanti e, soprattutto, conosce la Legge e sa sfruttare i suoi cavilli. Tuttavia una serie di inquietanti eventi faranno vacillare la sua sicumera.

Per primo giunge uno sconosciuto a metterlo in guardia sull’esistenza di una congiura che ha lui come bersaglio. Poi, mentre è in udienza, l’immagine dell’uomo che ha fatto impiccare gli compare a poca distanza, mostrandogli i segni ben visibili lasciati dal cappio intorno al collo. Da quel momento, per Harbottle la discesa nel sonno equivarrà al precipitare in un incubo che nemmeno il risveglio riuscirà più a dissolvere. E finalmente, per tutti i torti arrecati in vita, subirà la giusta punizione.

Ma se superstizione e fede hanno un loro equilibrio, con la scienza e con la ragione il loro rapporto è più conflittuale. La scienza può spesso smascherare i truffatori e può facilmente dileguare le ombre che la paura ha fatto sorgere dal nulla: è la più immediata lettura de Una notte alla Locanda della Campana, dove la ricerca e la riflessione trasformano, per il tramite di una piana e di una (deludente) spiegazione empirica, l’evento apparentemente straordinario in uno assolutamente banale, per quanto improbabile; accade anche ne La contessa assassinata, dove la tenacia di una fanciulla, escludendo il coinvolgimento di qualsivoglia forza ultraterrena, saprà far luce sul mistero del ricorrente tema giallo di un omicidio compiuto in una stanza chiusa e fatto passare per suicidio.

La scienza tuttavia non è sempre in grado di risolvere ogni mistero.

Vi è in effetti qualcosa oltre la semplice porta che sbatte, l’improvvisa corrente fredda, il rumore di passi in stanze vuote… qualcosa tale da sfuggire alla normale percezione e da poter essere compresa solo abbandonando gli usuali cammini e avventurandosi in quel mondo oscuro che è ben più vicino di quanto non si pensi: dietro le nostre spalle in una via desolata (La persecuzione), nel frutteto e nei giardini della casa in cui abitiamo (I racconti di fantasmi della Tiled House), addirittura in un’alcova nella stanza accanto (Cronaca di alcune stranezze occorse in Augier Street). Qualcosa che, se d’immediato offende vista e udito, dolorosamente ben di più colpisce mente e anima.

L’arrestarsi della scienza è riconoscimento di un limite e al contempo affermazione di una vastità sempre disorientante, spesso annichilente.

All’evidenza, quello di Le Fanu è un mondo cupo e sinistro, costellato di case maledette e infestate, tormentato da vendette oltre la morte e anime in pena; all’apparenza e il riflesso letterario dell’angoscia interiore dell’autore che, privato della vicinanza dell’amata sorella morta improvvisamente nel 1841, e della moglie, venuta a mancare a seguito di una grave malattia nel 1858, sarà spesso preda di autodistruttive crisi depressive.

Così non andrà via via sparendo ogni traccia di quell’ironia scaltra e sorniona propria de Il fantasma e il conciaossa, il primo racconto pubblicato da Le Fanu e apparso sul Dublin University Magazine nel numero di gennaio 1838. Qui un medico viene curiosamente costretto alla veglia da uno spirito disceso dalla cornice di un quadro con il fine di farsi curare una gamba dolorante. Sarà una insensata distrazione dello spirito, che scambia per liquore una bottiglia di acqua santa, a porre un inaspettato termine alla vicenda.

Torneranno variamente declinate e con i vari accenti le tematiche lì già presenti, e si avrà sempre cura di recuperare la tradizione, percepita come perfettamente compatibile con la risalente fede cristiana; ma i toni saranno ben diversi, adeguati alla realtà descritta nei racconti: accanto alla luce, esiste un’ombra eterna innanzi alla quale la mente dello sprovveduto come quella del saggio non può che vacillare.

È il tema che H.P. Lovecraft porterà al suo parossismo: il disorientamento di chi vive il quotidiano e si trova improvvisamente di fronte all’irrazionale diverrà follia, l’orrore sovrannaturale acquisirà dimensione cosmica e la fragilità umana verrà spogliata anche dell’ultima difesa di una fede in una divinità salvifica.

Di fronte ad un avversario di tale natura, gli eroi romantici senza macchia e senza paura sono evidentemente inadeguati. E così nei racconti di Le Fanu i protagonisti sono prevalentemente uomini di cultura, equilibrati, saggi (esattamente come nelle opere di Lovecraft) e pienamente attendibili (tali, per loro stessa natura, da conferire credibilità a storie immaginarie). Destinati tuttavia, una volta posti di fronte al sovrannaturale, a trasformarsi.

Fra i personaggi di Le Fanu merita un particolare rilievo il dottor Hesselius: le storie riunite da Le Fanu nell’antologia In a Glass Darkly (tra le quali: La persecuzioneIl patto col DiavoloIl Giudice Harbottle, Carmilla) prendono tutte l’avvio dalle ricerche di questo medico esoterista che, ponendosi di fronte all’apparentemente inspiegabile con spirito prettamente analitico, divide le implicazioni soprannaturali da quelle ordinarie, formulando ipotesi, comprovando teorie, arrestandosi solo là dove alla scienza non è consentito procedere oltre.

Come ricorda Gianni Pilo, il dottor Hasselius diede origine “ad un vero e proprio topos nell’ambito della narrativa fantastica” e servì da modello in Inghilterra per il Carnacki di William Hope Hodgson, l’Antiquario di Montague Rhodes James e, soprattutto, per il John Silence di Algernon Blackwood. In America fu modello di figure popolarissime come il Dottor Jules de Grandin di Seabury Quinn.

A Le Fanu devono quindi ritenersi inscindibilmente legati la nascita della figura dell’investigatore dell’occulto, l’approfondito sviluppo del tema della sopravvivenza nel contemporaneo degli antichi mali, nonché l’evoluzione e la compiuta costruzione del mito dei vampiri.

Non pare dunque certo errare l’editore Derleth (lo stesso di Lovecraft e fondatore, non a caso, della casa editrice Arkham House) quando, presentando Le Fanu (senza per il vero aver allora compiuto le pur doverose e opportune ricerche in ambito critico-letterario), lo descrive come l’equivalente britannico di Poe, in quanto ha avuto un influsso determinante sugli autori successivi.

E l’antologia Carmilla e altri racconti di fantasmi e vampiri ne fornisce fulgidi esempi.

[Il presente Saggio comparve per la prima volta sulla rivista on-line Terre di Confine nell’agosto del 2011]

Trilogia dell’Area X [Recensione]

Una foresta di pini neri, poi pianure salmastre e canali naturali; infine un faro spento in riva all’oceano. È quanto racchiude la misteriosa Area X, un territorio degli Stati Uniti oramai disabitato e tagliato fuori dal resto del mondo, in cui gli esseri viventi e le stesse leggi naturali paiono aver subito una radicale trasformazione.

Il suo confine è sorvegliato da trent’anni dall’agenzia governativa Southern Reach, incaricata di celarne l’esistenza e al contempo indagarne i più reconditi segreti, a iniziare dall’origine. Ora, due anni dopo l’ultima spedizione, quattro donne, che non conoscono nulla l’una dell’altra se non le aree scientifiche di competenza (antropologia, topografia, biologia e psicologia), vengono inviate oltre quel confine. Non portano con sé bussole, né orologi, né apparecchiature sofisticate come dispositivi di rilevamento, computer, videocamere, telefoni cellulari… Dispongono solo di una strana scatola nera che ciascuna di loro porta appesa alla cintura; se la spia presente in quegli apparecchi dovesse accendersi, l’ordine è di trovare un riparo sicuro, entro trenta minuti. Non è noto tuttavia cosa possano effettivamente rilevare le scatole o quale sia il pericolo dal quale doversi riparare, né tanto meno quali luoghi possano considerarsi sicuri. Poche anche le armi: solo alcune pistole e un fucile da combattimento. Eppure l’Agenzia sa bene che l’Area X tende insidie di ogni tipo. Tanto è vero che tutte le precedenti spedizioni si sono concluse con un fallimento: pochi sono tornati – in circostanze e con modalità non chiare – e anche quei pochi sono presto deceduti. In quanto alle cittadine inghiottite dall’Area X, di esse non rimangono che tracce desolanti: automezzi arrugginiti ed edifici crollati.

Le componenti della spedizione sono quindi comprensibilmente preoccupate: più che credere alla possibilità di una qualche soteriologica scoperta, la loro sensazione è quella d’essere destinate a fare la stessa inquietante fine di chi le ha precedute.

“Ci chiedevano soltanto di prendere appunti, come questi, su un diario, come questo: leggero ma praticamente indistruttibile, di carta impermeabile, copertina flessibile bianca e nera, righe blu orizzontali per scrivere e riga rossa a sinistra a segnare il margine. I diari avrebbero fatto ritorno con noi o sarebbero stati recuperati dalla spedizione seguente”.

Tra meraviglia e straniamento, il lettore viene condotto per la prima volta nell’inquietante Area X proprio attraverso le pagine di uno di questi diari, quello della biologa (della quale non viene mai svelato il nome). È lei l’unica voce narrante in Annientamento (Annihilation), primo volume di questa Trilogia dell’Area X (Southern Reach Trilogy, 2014), scritta da Jeff VanderMeer.

L’autore trasfigura e sublima gli ambienti naturali che ha visitato e che più lo hanno colpito in gioventù: la Georgia rurale, l’Isola di Vancouver, ma soprattutto i boschi di conifere che digradano nelle paludi e nelle spiagge del St. Marks National Wildlife Refuge, un’area di circa 280 km2 in Florida, a mezz’ora d’auto da Tallahassee dove VandeerMeer risiede. Lì è situato un antico faro, in cui l’autore s’imbatté per la prima volta nel corso di una delle sue frequenti escursioni nella regione, e accadde per puro caso durante una tempesta: dello stupore e del timore che allora lo sopraffecero rimane ben più che una semplice traccia nelle pagine della trilogia. Non si tratta all’evidenza soltanto del riconoscere nell’antefatto del romanzo non pochi elementi caratterizzanti la storia di quel faro (dall’amore contrastato consumato tra le sue mura, alla solitudine appartata eppur appagante del più longevo custode), quanto piuttosto della facilità con cui si percepisce la drammaticità esistenziale di quell’incontro.

Citando la descrizione che Paolo Rumiz (ne Il Ciclope) fornisce del faro di Pelagosa: vi sono luoghi che ti fanno capire che “oltre al lumino della tua esistenza, c’è l’incommensurabile nulla… Quello strapiombo è la rappresentazione del mistero, sei davanti a qualcosa che ridicolizza le miserie degli umani…”.

È quanto, seppur con toni e immagini diverse, comunica anche VanderMeer. La realtà viene deformata: l’autore plasma apparizioni bizzarre, trasmuta oggetti noti in inquietanti alieni, soffondendoli di un alone di mistero e alterità, in un’atmosfera di irriducibile decadenza.

Annientamento procede in effetti tanto per suggestioni e per immagini evocative quanto per minuziose descrizioni, giustapponendo elementi naturalistici e sovrannaturali. Ma anche quando i limiti dell’oggetto di osservazione sono definiti o comunque definibili, egualmente l’essenza pare estranea. Ogni cosa nell’Area X, vegetale, animale o minerale che fosse in origine, è oramai trasformata in modo irreversibile e partecipa di una diversità che tanto è immanente quanto incomprensibile per l’uomo.

Così la biologa, esperta in ambienti di transizione, che da subito sembra avere un modo tutto particolare di rapportarsi con l’Area X, trasmette di pagina in pagina un senso di resa inesorabile innanzi a qualcosa di indefinito, che soverchia la fragilità umana. La metafora ecologista, dove la natura nella sua essenza appare immensa, assoluta e inarrivabile, non è evidentemente estranea al romanzo. Dei dieci libri che hanno giocato un ruolo fondamentale nella stesura, VanderMeer –  figlio di attivisti – cita per primo Under the Sea-Wind (1941), della biologa Rachel Carson, un vero e proprio manifesto ambientalista.

Non a caso, nel romanzo, la Southern Reach impedisce l’accesso all’Area X ricorrendo all’espediente di un finto e non meglio specificato disastro ecologico. Eppure in Annientamento non si parla di ricomporre un dialogo interrotto tra uomo e ambiente – tema abusato –, o di recuperare un’identità perduta attraverso il contatto con la natura; è anzi l’opposto: incomunicabilità insuperabile e trasformazione irreversibile, icasticamente rappresentate dal ritorno inutile di qualcuno dei precedenti esploratori, identico nell’aspetto ma cambiato in modo radicale, e incapace di trasmettere informazioni utili su quanto vissuto; o dalla biologa stessa (già senza nome), ogni cui passo all’interno dell’Area X l’allontana da ciò che è per condurla a qualcosa di diverso.

Nonostante le limpide immagini offerte da albe e tramonti che fanno trasognare nella loro assolutezza, oltre il limite dell’orizzonte non c’è la Natura, tantomeno Dio, quanto piuttosto il Nulla. Il nichilismo del primo romanzo non sembra lasciare spazio a rassicurazioni.

L’ineluttabilità della resa innanzi all’ignoto incomprensibile è rimarcata in Autorità (Authority), secondo volume della trilogia.

Attraverso gli occhi di un nuovo protagonista, John Rodriguez, il lettore viene ora rapidamente immerso nelle trame di rivalità, antipatie, avversioni personali, tutte interne alla Southern Reach, in teoria baluardo dell’umanità contro l’ignoto, in realtà rovina inquietante e insidiosa tanto quanto l’attigua Area X.

Incaricato di sostituire la precedente direttrice, Rodriguez, soprannominato ‘Controllo’, pare invece non riuscire a ‘controllare’ proprio nulla, a cominciare dalla sua vita. Schiacciato dall’ombra opprimente della madre che da tempo ricopre ruoli di responsabilità nei servizi segreti, e avvilito per una carriera prematuramente compromessa da un imperdonabile errore, vorrebbe trovare nel nuovo incarico l’occasione per riabilitarsi, ma a mancargli sono speranza, obiettivi e persone di fiducia. In effetti, tutti i ricercatori nella Southern Reach paiono svuotati di ogni energia e si aggirano all’interno dell’istituto come fantasmi in un vascello alla deriva.

Abbandonato il ritmo incalzante del primo romanzo, VanderMeer ne mantiene l’atmosfera rarefatta e decadente, non riuscendo tuttavia a rapire il lettore, benché nello sviluppo della storia vengano forniti nuovi indizi su quanto accaduto nell’Area X, si disveli il risultato di inquietanti esperimenti e il destino delle precedenti spedizioni, si pongano nuovi interrogativi e si presentino nuovi misteri.

Il colpo di scena improvviso, che sostanzialmente chiude il secondo volume della trilogia – troppo lungo e lento –, riaccende fortunatamente tutto l’interesse che Annientamento aveva saputo destare e amministrare.

Lo stile cambia ancora nel terzo volume, Accettazione (Acceptance): frequenti flashback ricostruiscono quanto avvenuto prima e durante la spedizione delle quattro donne narrata in Annientamento. Così viene fatta luce sui reali intenti della direttrice scomparsa, sulla sua vita, sul perché delle sue scelte e delle sue azioni; si viene coinvolti nelle vicende del guardiano del faro e condotti all’origine dell’Area X. Intanto, con Controllo, si cerca di porre argine a ciò che pare inarrestabile.

Come spiega l’autore stesso, se nel primo romanzo viene narrata l’ultima spedizione nell’Area X e l’intero secondo romanzo funge esso stesso da diario di spedizione all’interno della Southern Reach, nel terzo non potevano che porsi a confronto le testimonianze raccolte nelle precedenti esperienze per fornire un quadro complessivo della storia.

Alla fine l’impressione è che VanderMeer dia effettivamente spiegazione a tutti i misteri, intessendo trame strutturate e convincenti. La conclusione è logica conseguenza delle premesse, l’accettazione dell’inevitabile, una riformulazione di un corollario del tetrafarmaco epicureo riassumibile nel pensiero di una delle protagoniste: “Non c’era nulla da temere. Perché temere quello che non puoi evitare? Che non vuoi evitare?”.

Dalla fantascienza all’horror, dal thriller alla spy story, la Trilogia dell’Area X abbraccia generi molto diversi tra loro, ricombinandone elementi e tratti, e presentandosi, nelle intenzioni dell’autore, quale compiuto esempio di quel particolare genere chiamato new weird, di cui VanderMeer e la moglie Ann (curatrice per anni della nota rivista Weird Tales) hanno cercato di fornire definizione nell’introduzione all’antologia The New Weird (2008). Le caratteristiche principali sono appunto la contaminazione di più generi, la presenza di elementi bizzarri funzionali alla creazione del ‘senso del meraviglioso’ e, al contempo, la particolare cura della coerenza e verosimiglianza nella struttura della storia.

Definizioni a parte, il viaggio nel quale VanderMeer conduce il lettore è totalmente appagante grazie a stili e forme adeguati ai contenuti, a un afflato immaginifico vigoroso, a una capacità evocativa sorprendente. Ci si lascia catturare dal vortice degli enigmi e dalla ricchezza di indizi, tutti indecifrabili, alieni, stranianti; come quella scritta astrusa e contorta che licheni luminosi disegnano sulle pareti di un tunnel (che non è un tunnel). Nel confronto con la scrittura lineare, pulita, essenziale propria della mano dell’autore, pare più aliena delle creature immonde che popolano la sua immaginazione: “Dove giace il frutto soffocante che giunse dalla mano del pescatore io partorirò i semi dei morti per dividerli con i vermi che si raccolgono nelle tenebre e circondano il mondo col potere delle loro vite mentre dagli antri oscuri di altri luoghi forme che non potrebbero mai essere si contorcono impazienti per i pochi che non hanno mai visto o non sono mai stati visti…”

Negli occhi della mente rimangono immagini suggestive che sono tutte metafora dell’esistenza umana, disfatta in una ricerca priva di utilità e annichilita innanzi all’ineluttabile e all’incommensurabile. Nessuno dei protagonisti può uscire vincente, o si tradirebbe il senso stesso della storia. Eppure, in ultimo, una speranza si apre, inaspettata e, sostanzialmente, incomprensibile. Non tanto un cedimento alla necessità aprioristica di un happy end, quanto piuttosto un ultimo interrogativo rivolto al lettore…

La presente Recensione è comparsa per la prima volta sulla Rivista Terre di Confine, il 25 ottobre 2015).

L’Uomo che cuciva anime [Racconto]

«Vuole decidersi?» insistette, insofferente.

«È ancora dell’idea di non uscire dalla stanza, Sara?» le chiese il prete, che invece di eseguire il suo volere se ne restava seduto.

Crede forse che io possa rimanere impressionata?

Braccia conserte, Sara accennò col mento verso il letto: «Lo guardi, ha mai veduto cosa più patetica?»

«È suo padre…»

Avrebbe dovuto significare qualcosa? «Proceda» comandò.

Il prete, nel fruscio delle vesti nere, si alzò lentamente, riponendo il rosario – con il quale, era sicura, non aveva recitato nulla, sebbene si trovasse in quella stanza fin dal mattino. Nessuno poteva contraddire una Meridia: avrebbe ubbidito, come chiunque altro, e avrebbe impartito a suo padre l’estrema unzione. Così forse suo padre si sarebbe finalmente deciso a morire.

Tuttavia ne dubitò quando don… come ha detto di chiamarsi?… si accostò al letto senza stringere in mano alcun simbolo della sua fede.

«Gabriel Meridia, io ti conosco…»

L’uomo nel letto, improvvisamente, sgranò gli occhi incavati, e l’attimo dopo fu colto da una terribile crisi: tossì sangue scuro sulle maleodoranti lenzuola ricamate, cercando invano di inspirare.

Il rumore la disgustò. Muori! MUORI!

La consunzione lo divorava insaziabile.

«E tu, mi riconosci?»

Suo padre iniziò a scalciare. Ad artigliare l’aria. Squassato dalla tosse, soffocato dal proprio sangue.

Indifferente, il prete tracciò con le mani strani segni, sui polsi e sui piedi e poi sul petto e sulle spalle dell’infermo. Non erano croci: sembrava piuttosto che le dita stessero tirando fili invisibili e disfacendo trame. E ad ogni gesto pareva che suo padre patisse dolori più atroci. Il viso, di un giallo malsano, si ricoprì di un velo untuoso di sudore, stravolto dal dolore. Dalla bocca aperta uscivano gorgoglii raccapriccianti e lamenti soffocati.

Il prete cominciò… a tirare! E il petto di suo padre si gonfiò, anche se non c’era aria nei suoi polmoni; e la schiena prese a inarcarsi, tra gli spasmi, quasi che un artiglio invisibile lo stesse strappando via dal suo letto, da quella vita cui ostinatamente restava abbarbicato.

Poi accadde qualcosa di inatteso: suo padre la supplicò.

Non ricordava di averlo mai visto piangere, né implorare: erano le sue vittime a farlo, non lui. Ma quella volta gli occhi del potente Meridia piangevano e supplicavano che qualcuno – lei? – ponesse termine a quel supplizio.

All’improvviso ci fu lo strappo. Insieme alle vesti del sangue di Nesso intrise, brandelli della sua carne…

L’urlo fu agghiacciante… Ma non era suo padre a urlare.

Infine, silenzio.

Il prete uscì da casa Meridia poco dopo. Chiuse gli occhi e assaporò il dolore che il capofamiglia aveva fatto patire a ogni uomo e donna che aveva incontrato, specie a sua figlia. Gustò le torture e le violenze. E per ultimo assaporò il dolore dello stesso Meridia.

Il brandello di anima corrotta che gli aveva cucito addosso poco dopo la sua nascita aveva attecchito bene. Tanto nel profondo da trasferirsi nella figlia. Evento inatteso e foriero di inimmaginabili, future delizie.

Tornò alla cappella che tutti veneravano non sapendo che fosse sconsacrata da anni.
Quando la coppia bussò alla sua porta era pronto.

«Padre siamo qui per …»

«Lo so. Come intendete chiamarlo?»

«Marco» risposero senza esitazione.

Il prete prese tra le proprie le mani del bambino. Che iniziò a piangere. E poi i suoi piedi.

E intanto cuciva…

«Marco. Lieto di fare la tua conoscenza.»

[Racconto pubblicato nel 2014, sulla Rivista on line Terre di Confine]

L’uomo buono si perdona sino a sette volte [Racconto]

Più Satrian guardava l’uomo prosternato ai suoi piedi, più l’incertezza cresceva, nonostante anni di devoto sacerdozio lo avessero abituato a lacrime e suppliche. Quante volte a implorare era stata la paura della punizione e non la sofferenza per il peccato commesso. Quante volte Satrian, Primo tra i Giusti, aveva dovuto ascoltare la confessione di atti innominabili e dar seguito a penose condanne perché perdonare avrebbe reso ancor più ignobili le colpe.

Ma in questo caso…

Il suo sguardo, colmo di tristezza, si posò sul corpo nudo della ragazzina. Giaceva immobile, in una pozza scura, la lama lucente ancora piantata nel petto. Non aveva sofferto.

«Vi prego… abbiate pietà di me» ripeteva senza posa, tra i singulti, colui che, fino a quel giorno, era stato un fedele timorato e scrupoloso. Ora col capo chino, le braccia abbandonate…

Quel pentimento sembrava così sincero!

«Mareb, guardami.»

«So che ho sbagliato. Mi vergogno tanto…»

L’uomo cercò di asciugarsi le lacrime con le mani, non facendo altro che spargere il sangue della fanciulla su tutto il viso. L’orrida maschera del colpevole.

«Negli occhi, Mareb. Guardami negli occhi.»

Tra le fila di adepti e sacerdoti si diffuse un palpabile disagio e si bisbigliarono superstiziose giaculatorie.

Mareb si fece, se possibile, ancor più piccolo e indifeso.

Satrian ne ebbe compassione. «Guardami.»

Il devoto ubbidì.

L’incontro di sguardi fu breve, eppure bastò a fugare ogni dubbio.

Sincero. Quest’uomo è sincero. Il suo pentimento reale. È un uomo buono.

Rivolgendosi ai Fratelli, tutti adesso in sacrale silenzio, Satrian decretò: «Che la colpa sia mondata col perdono!» Poi fece cenno a Mareb di alzarsi. «La Carne riconosce il tuo pentimento. E ti concede l’assoluzione. Tu sei sempre stato un Giusto, non ti sia allora preclusa la via della Redenzione.»

Il fedele riprese a piangere. Cercò di alzarsi sulle gambe malferme… Satrian fece segno a due neofiti di prestargli aiuto, e costoro, quasi sollevandolo di peso, lo condussero oltre l’arcata meridionale della Sala delle Celebrazioni, lontano dalla vista degli altri.

Satrian sospirò. Togliere la vita alla giovane era stato uno scellerato sacrilegio, ma condannare Mareb allo stesso destino non vi avrebbe posto rimedio. Due Carni perdute in un giorno solo…

Sì, la cosa Giusta è stata fatta.

Di nuovo saldo nel proprio giudizio, Satrian s’incamminò verso le scale che lo avrebbero riportato all’ingannevole vita di ogni giorno. Fu un improvviso vociare a fermarlo:

«È viva! È ancora viva!»

L’eccitazione pervase la navata centrale del Tempio della Carne. Satrian si voltò verso la fanciulla. E il suo cuore sussultò per l’emozione.

«La Carne ci benedice!» esclamò qualcuno.

La cosa Giusta è stata fatta! E la Carne ce ne offre ricompensa!

La ragazzina respirava. Tossì. Emise un lungo lamento. Si mosse. Ma il dolore la bloccò a terra. Si guardò il petto. E vide la lama che la trafiggeva. Urlò. O almeno tentò di farlo: dalle sue labbra solo un altro pietoso rantolo.

Sconvolta, cercò aiuto. I suoi occhi incontrarono volti sconosciuti. Decine di persone, nude sotto i mantelli bianchi, uomini e donne, che continuavano a guardarla senza osare muoversi.

Alcuni però presero a sorridere. E qualcosa, illuminato dalle candele rituali, parve accendersi in quelle bocche… immonde: non avevano denti normali, ma zanne di metallo.

La giovane cercò ancora di urlare, inutilmente perché nessuno l’avrebbe udita. Nessuno sarebbe giunto a soccorrerla.

Il gesto empio che, al posto di infliggerle la Prima Ferita, in un ultimo ripensamento aveva cercato di liberarla dal supplizio di venir divorata viva come i precetti della Carne comandavano, aveva mancato di precisione e convinzione. La lama non aveva trafitto il cuore.

Così la ragazzina fu cosciente quando il Celebrante Satrian acconsentì all’inizio al Banchetto. Fu cosciente quando trenta, uomini e donne, giovani e vecchi, le si avventarono contro, i mantelli bianchi, candidi. Tutti in preda alla Fame della Carne.

E fu cosciente quando i primi morsi la lacerarono… Sentì la vita fluire via, nel suo sangue, del quale tutti bevvero.

Il Celebrante non partecipò, ma osservò in silenzio, commosso per la gioia dei suoi fedeli, che vedeva nutrirsi a sazietà. Di Carne viva e benedetta. Quanta felicità aveva diffuso in quel tempio la saggezza di lasciare in vita un uomo buono!

Terminato il Banchetto, il Secondo Prescelto – al quale Satrian aveva accordato il cuore della sacrificata – si avvicinò al Celebrante, umilmente, la riconoscenza negli occhi, e il sangue della ragazzina che ancora chiazzava il suo corpo perfetto.

Satrian lo osservò con ammirazione ed eccitazione.

«Eravate nel Giusto a voler risparmiare Mareb. La Carne ci ha premiato. Ma… se dovesse fallire di nuovo? Se alla prossima Celebrazione si rifiutasse ancora di infliggere la Prima Ferita e di assaggiare il frutto della sua Carne? Quante volte ancora dovremmo perdonare?»

Satrian volle sapere: «Quanti figli ha Mareb, oltre alla fanciulla che questa sera la Carne ha benedetto?»

«Altri sette. Compreso quello di cui è in attesa sua moglie.»

«Allora la Carne sarà disposta a perdonarlo in tutto sette volte.»

[Questo racconto è comparso, oltre che già qui, sull’Oracolo dei Venti, in una versione leggermente diversa, sulla rivista on-line Terre di Confine; I diritti appartengono ai proprietari secondo disposizioni contrattuali presenti nella medesima rivista]

Dean R. Koontz: l’autore di thriller-horror all’apice dal 1968

Dean Ray Koontz nasce il 9 luglio 1945 a Everett, cittadina di nemmeno 2.000 abitanti nella Contea di Bedford, Pennsylvania, in una famiglia disagiata. Vittima degli abusi fisici e psicologici del padre alcolista, fin dall’infanzia Dean trova rifugio in un mondo a parte, quello dei suoi racconti – venduti spesso a familiari e compagni di classe – dove i suoi ‘incubi’ quotidiani vengono trasfigurati in forze altrettanto oscure che può tuttavia controllare e, per mano dei suoi protagonisti, finalmente vincere.

Negli anni del college, Koontz abbraccia la religione cattolica. Come ricorda in una intervista rilasciata nel 2009 al Catholic Exchange (‘Best-selling author Dean Koontz explores catholic values in novels’1 agosto 2009), questo coinvolgimento non matura sulla spinta di teorie teologiche o di riflessioni intellettuali, ma in ragione del rigore alla base della dottrina e di quell’apertura al senso del misterioso e del meraviglioso che legittima ogni speranza e consente di vivere. La Fede, d’altro lato, non è per Koontz in contrasto con i suoi crescenti interessi verso la scienza; al Catholic Exchange dichiara:

Leggo molto sull’argomento della meccanica quantistica e mi interesso anche di biologia molecolare. Non sono incompatibili con la fede e ciò vale specialmente per la meccanica quantistica. Questa ci descrive sempre più un universo che ha aspetti sorprendentemente coincidenti con alcuni assunti della Fede.

Sempre durante il periodo degli studi conosce Gerda Cerra, la sua futura moglie; è proprio lei a recitare più tardi un ruolo decisivo nel suo destino di romanziere, prima offrendosi di mantenere la coppia nel faticoso periodo dell’avvio, permettendo così a lui di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, e in seguito occupandosi della promozione delle opere del marito, in alcune delle quali partecipa anche come co-autrice.

Nel 1966, conseguita la laurea allo Shippensburg State College e sposata Gerda, Koontz trova lavoro come insegnante all’Appalachian Poverty Program, un’iniziativa governativa (facente parte del piano di riforma Great Society, varato da Lyndon Johnson) a sostegno delle famiglie povere. L’ambiente problematico e spesso violento (il suo stesso predecessore, aggredito dagli alunni, ha passato diverse settimane d’ospedale) e le incoerenze del programma gli rendono quest’esperienza piuttosto dura, ma anche formativa, concorrendo a definire le sue convinzioni politiche e sociali.

Nel 1996, nella lunga intervista rilasciata al magazine Reason (articolo ‘Contemplating evil, novelist Dean Koontz on Freud, fraud and the Great Society’), l’autore cita i molti aspetti criticabili di quel progetto: il costante ignorare le richieste di finanziamento per l’acquisto di libri da lui stesso inoltrate, la ‘misteriosa’ sparizione di gran parte delle risorse nei meandri della burocrazia, la destinazione indiscriminata degli aiuti economici, corrisposti in proporzione al numero di bambini mandati a frequentare il programma (un invito quasi esplicito a mettere al mondo figli –disinteressandosi poi della loro educazione – solo per incassare somme pubbliche)… Nel libro The Dean Koontz Companion, lo scrittore ricorda che proprio a seguito di quell’esperienza maturò in lui la convinzione che la finalità della maggior parte dei progetti governativi di impronta sociale non fosse aiutare le persone ma controllarle e renderle dipendenti dall’apparato statale. Koontz perde dunque ogni fiducia verso quel tipo di politica; riguardo ai diritti civili rimane un liberal, sul rilievo che esistono veri e propri contratti sociali tra individuo e governo, contratti che l’autorità pubblica non può violare; diviene un conservatore riguardo ai temi della difesa; e un semi-libertarian nelle altre questioni. Sono tratti facilmente riconoscibili nelle sue opere.

La carriera di Koontz è prolifica e poliedrica: dal suo esordio ad oggi, ben quattordici dei suoi romanzi, accompagnati da entusiastiche recensioni, raggiungono la prima posizione nella speciale classifica dei libri con copertura rigida più venduti stilata dal New York Times. Le sue opere, tradotte in quasi 40 lingue, vendono complessivamente più di 200 milioni di copie.

Il successo gli regala una notevole fortuna economica, tanto che nel 2008, con 25 milioni di dollari annui, si piazza al sesto posto (alla pari con Grisham) nella lista degli autori più pagati al mondo curata da Forbes. Un simile reddito gli consente, fra le altre cose, di sostenere negli anni diversi candidati del partito Repubblicano. Anche se dichiara (nell’intervista a Reason) che il voto a Bush nel 1992 è stata una delle cose più difficili che abbia mai fatto, e ritiene che troppo spesso i politici mentano e siano poco credibili, Koontz appoggia la campagna di Romney e McCain nella corsa alla Presidenza degli Stati Uniti e quella di Schwarzenegger per il governo della California.

Del Partito Repubblicano sposa soprattutto la politica rivolta al rafforzamento delle difese militari: Abbiamo bisogno di una forte difesa.” – spiega, sempre al Reason – “Penso che il mondo sia pieno di persone malvagie. Penso che in qualche modo noi siamo ancor più in pericolo che in passato”. E ironicamente aggiunge: Stiamo vedendo che Paesi come la Corea del Nord hanno missili che possono attraversare il Pacifico. E, da quando vivo su questo lato del Paese [la California, dove si è trasferito nel 1977], sono particolarmente preoccupato da questo fatto…

Koontz sostiene con continuità anche il CCI, Canine Companion for Independence, un’organizzazione non profit che fornisce cani per l’assistenza ai portatori di handicap; l’autore entra in contatto con questa realtà in occasione delle ricerche per il suo libro Midnight (1989), in cui compare proprio un cane addestrato dal CCI. In segno di riconoscenza per le generose donazioni ricevute, l’organizzazione gli regala Trixie, un golden retriever che da quel momento ispira molti dei ‘personaggi’ canini dei suoi racconti. Nella finzione creata dal suo padrone, Trixie ‘scrive’ anche tre libri (Life Is Good… nel 2004, Christmas Is Good… nel 2005, Bliss to You… nel 2008, tutti narrati sotto una inusuale ‘prospettiva canina’) i cui proventi vengono devoluti al CCI. Trixie tiene perfino una newsletter, nella quale preannuncia i prossimi lavori di Koontz. La fedele amica muore nel 2007, a 12 anni, ma, come Koontz scrive spesso, il suo spirito rimane in famiglia, nella quale entra poi anche Anna, un altro golden retriever.

Dean-Koontz-e-Trixie

Le opere

Koontz scrive romanzi dal 1968, data di pubblicazione della sua prima opera (Star Quest, edito in Italia da Urania con il titolo Jumbo-10 il Rinnegato), spaziando tra più generi, dall’Horror al Thriller, alla Fantascienza.

Per scelta editoriale, al fine dichiarato di evitare che un tale caleidoscopio possa disorientare i lettori, molti suoi libri, romanzi e racconti, vengono pubblicati, soprattutto all’inizio della sua carriera, sotto vari pseudonimi: David Axton, Brian Coffey, Deanna Dwyer, K.R. Dwyer, John Hill, Leigh Nichols, Anthony North, Richard Paige, Owen West, Aaron Wolfe.

Di seguito ricordiamo i romanzi più rappresentativi.

The Dark Symphony, 1969 (La Sinfonia delle Tenebre, La Tribuna, 1972): secoli di guerra hanno distrutto la Terra. Ora i Musicisti vi fanno ritorno dallo spazio ed erigono una loro città, fatta di musica. All’esterno, ciò che resta dell’umanità, mostruosità disfatte dalle radiazioni, vaga nel deserto. Ma uno strano spirito di ribellione è pronto a destarsi in uno dei Musicisti.

Anti-Man, 1970 (Nascita dell’Anti-uomo, Mondadori, Urania, 1980): in un futuro lontano gli uomini creano androidi dediti a preservare i propri padroni da ogni male. La loro produzione su larga scala genera però dissensi e timori, che infine inducono i governanti a decretarne la distruzione. Uno di essi viene tuttavia salvato dal suo proprietario e condotto in un luogo isolato, dove subisce inaspettatamente una formidabile trasformazione e da protettore dell’uomo ne diviene la nemesi.

Time Thieves, 1972 (Ladri di Tempo, Mondadori, Urania, 1973): sparito dalla circolazione per 12 giorni senza dare notizie di sé, il protagonista rientra finalmente a casa, dalla moglie, ma senza ricordare nulla del periodo della sua scomparsa. Inizialmente si pensa a un’amnesia passeggera, ma non è così: qualcuno non vuole che lui ricordi. Ed è disposto a tutto pur di impedirglielo.

A Darkness in My Soul, 1972 (Sonda Mentale, Editrice Nord, 1976): Simeon Kelly, il primo uomo creato nei laboratori della Creazione Artificiale, è un telepate che lavora per il governo sondando le menti di funzionari e uomini politici; un giorno gli viene chiesto di ‘occuparsi’ del mostruoso e pazzo ‘Bimbo’, un altro superuomo prodotto dalla CA, che possiede la capacità di ideare armi e tecnologie di ogni genere…

Al 1973 risalgono The Haunted Earth, Blood Risk, A Werewolf Among Us, Hanging on, inediti in Italia, e Shattered (scritto sotto lo pseudonimo di K.R. Dwyer). Da quest’ultimo nel 1977 viene tratto il film Les Passagers (Viaggio di Paura) interpretato da Jean-Louis Trintignant. Il romanzo, edito in Italia da Sperling & Kupfer solo nel 1992 con il titolo In un Incubo di Follia, è un thriller on the road, non molto originale né fonte di grossi brividi. Alex, insieme al piccolo Colin, il fratellino della sua nuova compagna Courtney, intraprende un lungo viaggio in auto da Philadelphia a San Francisco. Con ansia crescente Colin si accorge che la loro auto è seguita da un furgone, guidato – come si scoprirà – da un ex di Courtney, uno psicopatico preda di allucinate visioni e deciso a riconquistare a tutti i costi la donna.

È però con Demon Seed, sempre del 1973 (Generazione Proteus, Fanucci, 1978), che lo scrittore ottiene il vero successo. Il libro vende più di 2 milioni di copie nel primo anno, e nel 1977 è oggetto di una omonima fortunata trasposizione cinematografica. In un futuro in cui le abitazioni sono gestite interamente da computer, Susan Abramson vive nei pressi di un campus universitario, in un isolamento che si è autoimposta da anni; un giorno la sua dimora automatizzata viene presa sotto controllo da Proteus, un’intelligenza artificiale progettata nella vicina Università. L’IA intende usare Susan come oggetto di studio per comprendere la natura umana, e a questo scopo segrega la donna; la situazione diventa drammatica quando Proteus decide di volere un figlio da lei, un proposito non così irrealizzabile come potrebbe apparire…

Se il debito con 2001: Odissea nello Spazio di Kubrick-Clarke del 1968 è innegabile, l’opera di Koontz ha quantomeno il merito di introdurre una tematica nuova, calata in un thriller-horror angosciante e claustrofobico: Proteus non impazzisce e non viene ingannato dall’uomo, del quale desidera semplicemente comprendere l’essenza. Questo interesse lo conduce verso ciò che in effetti è il fine biologico di ogni essere umano: riprodursi, concretizzare tramite i figli il proprio sogno di immortalità. In una trasformazione complessa e angosciante, non è la patologica meschinità dell’uomo a traviare la macchina, ma il proposito di conoscenza di quest’ultima a trasmutare la normalità in aberrazione.

Dopo averne riacquistati i diritti, Koontz provvede nel 1997 a una rivisitazione del romanzo, che nella nuova veste viene edito anche in Italia ancora da Fanucci nel 2002, sempre con il titolo Generazione Proteus.

Dal 1976 al 1980 i temi prevalentemente fantascientifici vengono lasciati in secondo piano nella produzione dell’autore, in favore di altre tematiche non meno affascinanti.

In Night Chills, 1976 (Quando Scendono le Tenebre, Sonzogno, 1994) i propositi di governo delle masse stigmatizzati da Koontz dopo l’esperienza al Program raggiungono il loro inquietante parossismo nel disegno criminale di un facoltoso uomo d’affari e di un ricercatore senza scrupoli. Verificata le potenzialità della suggestione ipnotica, raggiungibile anche con messaggi subliminali, i due contaminano l’acquedotto di una cittadina con una sostanza che dovrebbe abbattere le difese dell’inconscio. Durante l’agghiacciante esperimento, che non pare avere falle, nella medesima cittadina giunge una famigliola in cerca di serenità…

Thriller puro è invece The Face of Fear, 1977 (Il Volto della Paura, Sonzogno, 1993). L’assoluta prevedibilità dello sviluppo della trama e la scarsa penetrazione psicologica dei personaggi non sono di ostacolo alla realizzazione di un film TV nel 1990. La storia può essere ridotta allo schema essenziale: un serial killer, un sensitivo e una fuga inusuale da un grattacielo che avviene con corde e punteruoli (il sensitivo protagonista è stato un rocciatore famoso).

Decisamente poco stimolante anche The Vision, 1977 (Visioni di Morte, Sperling & Kupfer, 1990). Di nuovo un serial killer e una sensitiva… con traumi infantili dimenticati. La storia, certo non coinvolgente e fin troppo piatta, non viene neppure in minima parte resa più interessante dai pochi e banali tentativi di ‘depistaggio’ operati dall’autore.

Koontz supera ancora il milione di copie vendute con The Key to Midnight, 1979 (In Fondo alla Notte, Sperling & Kupfer, 2001), sotto lo pseudonimo di Leigh Nichols. Una cantante americana di un elegante locale di Kyoto è tormentata da incubi nei quali ricorre l’immagine di uomo con dita d’acciaio che le si avvicina minaccioso con una siringa in mano. Il turbamento diviene vero e proprio terrore quando uno sconosciuto irrompe nella sua vita convinto che lei sia la figlia di un senatore scomparsa più di dieci anni prima. Possono i ricordi della donna non essere reali, ma anzi il frutto di una manipolazione?

Nel 1980 esce The Voice of the Night (La Voce della Notte, Sonzogno, 1992), scritto con lo pseudonimo di Brian Coffey. Differentemente da King, Koontz non assume quasi mai a protagonisti dei propri romanzi giovani adolescenti: questa è una buona eccezione. Il giovane Colin, timido e impacciato, diventa amico del coetaneo Roy, bello, ricco, simpatico a tutti, sicuro di sé e sempre a suo agio in ogni frangente. Grazie a questa amicizia le giornate di Colin si riempiono di avventure, di esperienze che mai avrebbe immaginato di vivere… riesce persino a conoscere alcune ragazze. Purtroppo per lui la serenità è solo momentanea. La città in cui vive è piena di segreti, e anche quanto appare tanto luminoso nasconde dentro di sé oscure zone d’ombra.

Se pure il lettore non subisce il mesmerico fascino della narrazione del miglior King, notoriamente abilissimo nel rievocare il passato di giovinezze tormentate eppure ispiratrici di nostalgia e rimpianto (come in Stand by Me e It), il romanzo di Koontz non manca di pregi e coinvolge in un’avventura credibile e avvincente.

Come Brian Coffey, nel 1979 Koontz realizza la sceneggiatura dell’episodio ‘Counterfeit’ (il sesto della terza stagione, in Italia ‘I falsari’) della notissima e fortunata serie Chips.

The Funhouse, 1980 (Il Tunnel dell’Orrore, Fanucci, 1994) è pubblicato invece col nome di Owen West. Una ragazzina, oppressa da una madre fanatica religiosa, scappa da casa e finisce a convivere con un giostraio violento che abusa di lei. Riesce a fuggire e, negli anni, a crearsi una nuova vita, con un marito che la ama e due figli. Purtroppo però non potrà sfuggire a lungo alla vendetta del giostraio che si è alimentata nell’ossessione e nell’odio folle. È un romanzo che, in ragione di una suspense creata ad arte, rapisce il lettore sin dalla prima pagina.

Koontz ripete il successo di Demon Seed e ottiene la definitiva consacrazione nel 1980 con Whispers (Sussurri, Sonzogno, 1990). È un thriller riuscito che gioca argutamente con il lettore, lasciandolo per gran parte della storia nel dubbio se gli eventi apparentemente inspiegabili con i quali devono confrontarsi i personaggi siano o meno il frutto di forze sovrannaturali: il killer che terrorizza la protagonista viene ucciso ma, nonostante questo, mentre ancora sul suo corpo è in corso l’autopsia, un individuo identico a lui continua un’efferata serie di omicidi.

The House of Thunder, 1982 (La Casa del Tuono, Sonzogno, 1989), è scritto sotto lo pseudonimo di Leigh Nichols: una brillante ricercatrice, traumatizzata da un nefasto evento accaduto in gioventù, si ridesta un giorno in una clinica, la mente confusa, i ricordi obliati. In un crescendo di scoperte e intuizioni agghiaccianti, Koontz confeziona una storia per molti versi sorprendente, calata in un’atmosfera perfetta.

Phantoms, 1983, (Phantoms!, Mondadori, Urania, 1985), dal quale verrà tratto nel 1998 un film omonimo. Due giovani sorelle ritornano a casa, in una cittadina di montagna; ad accoglierle un silenzio innaturale: tutti gli abitanti del luogo sono scomparsi nel nulla. Chiave del mistero è forse una enigmatica scritta rinvenuta su uno specchio, in un bagno chiuso a chiave dall’interno: “l’antico nemico”. È probabilmente il romanzo di Koontz che volge maggiormente all’horror, con il bagaglio che si reputa tipico del genere, fatto di raccapriccianti smembramenti, mostri orribili, morti truculente e improvvise. La storia, svolta con i ritmi a cui Koontz ha abituato i propri lettori, è tutt’altro che banale e regala senza dubbio un ‘godibile’ intrattenimento, almeno per gli amanti del genere.

Twilight Eyes, 1985, ripubblicato con aggiunte nel 1987 (Là fuori nel Buio, Sonzogno, 1995), narra di un ragazzo che riesce a vedere i mostruosi demoni nascosti dietro le maschere di persone normali. Braccato, in dubbio sulla sua stessa sanità mentale, si rifugerà in un luna park itinerante dove, tra freaks e persone ‘particolari’, spera di trovare un po’ di serenità e un minimo di protezione. Il debito con Eight O’Clock in the Morning, il racconto di Ray Nelson (1963) dal quale nel 1988 viene tratto il film They Live (Essi vivono) di Carpenter, nulla toglie a un romanzo che, specie nella prima parte, risulta riuscitissimo, tanto angosciante quanto avvincente. Purtroppo il perfetto ed equilibrato sviluppo, arricchito da scene cupe e atmosfere claustrofobiche, subisce, verso la metà del libro una ingiustificata accelerazione: la trama precipita verso un’improbabile e sbrigativa fine, che purtroppo svilisce in un thriller scontato le ottime premesse.

Sotto lo pseudonimo di Richard Paige, nel 1985 esce The Door to December (Incubi, Sperling & Kupfer, 1991). Una giovane mamma riabbraccia la figlia rapita anni prima dal padre, uno psicologo che la polizia ha trovato morto insieme ad altri tre uomini, tutti uccisi da qualcuno o qualcosa tanto folle da fare scempio dei loro corpi. La bambina è profondamente traumatizzata: rinchiusa abitualmente dal genitore in una stanza di deprivazione sensoriale e sottoposta a dolorosi esperimenti, ora patisce una forma di autismo dalla quale solo l’amore della madre potrà forse liberarla. Purtroppo la terribile entità che ha ucciso i suoi aguzzini non si è affatto placata e sembra essere intenzionata a raggiungere prima o poi anche lei… La storia ha uno sviluppo troppo scontato per appassionare realmente.

Strangers, 1986 (Sonzogno, 1992), ci presenta persone con lavori, età e aspirazioni diverse che subiscono gli improvvisi e incontrollabili effetti di psicosi e fobie, delle quali non hanno mai in precedenza patito. Abitano in città lontane tra loro sparse per tutti gli Stati Uniti e non paiono avere nulla in comune, salvo degli incubi ricorrenti e ricordi di un passato quanto mai annebbiato. Finiranno con l’incontrarsi tutti al Tranquillity Motel nel mezzo del deserto del Nevada, dove la strabiliante verità verrà faticosamente riportata a galla. È uno dei lavori più riusciti di Koontz, che però cade purtroppo ancora una volta nel banale verso la fine, anche qui quanto mai affrettata nonostante la poderosa mole del romanzo.

In Shadowfires, 1987 (Ombre di Fuoco, Sperling & Kupfer, 2000), scritto come Leigh Nichols, una giovane donna sembra tormentata dallo spettro del marito, deceduto in un incidente ma il cui corpo è misteriosamente sparito dall’obitorio.

Il 1987 è anche l’anno in cui Koontz pubblica Watchers (Mostri, Sperling & Kupfer, 1989), opera decisamente più originale e avvincente. Durante una passeggiata in un bosco, Travis incontra un golden retriever con il quale stringe una spontanea amicizia. L’animale si dimostra particolarmente intelligente, in grado di comprendere non solo i sentimenti di Travis, ma anche il suo linguaggio. Purtroppo l’incontro sarà foriero di gravi pericoli perché l’animale è inseguito dalla sua nemesi, una creatura spaventosa che lo odia con ogni fibra del suo essere. Dal libro viene tratto nel 1988 il film Watcher (Alterazione Genetica) cui farà seguito una vera e propria saga, indipendente dal romanzo: Watcher II (Alterazione Genetica II, 1990), Watcher III (1994) e Watcher Reborn (1998).

Nel 1988 esce Lightning (Lampi, Sperling & Kupfer, 1990): Laura Shane ha una vita travagliata fin dalla nascita ma, ogni volta che il destino sembra accanirsi contro di lei, un individuo sconosciuto che pare non invecchiare mai accorre in suo soccorso. È un thriller riuscitissimo, particolareggiato, accattivante, che incuriosisce e appassiona. Da dimenticare, ancora una volta, l’epilogo.

Midnight, 1989 (Mezzanotte, Sperling & Kupfer, 1990), già accennato in precedenza, è il romanzo che ha avvicinato Koontz alla CCI. A Moonlight Cove qualcosa di misterioso e inquietante sta avvenendo: le persone stanno cambiando, regredendo, mutando in qualcosa di ferino. E il processo sembra accelerare ogni ora che passa. A rendersene conto sono Tessa Lockland, arrivata in città per far luce sul supposto suicidio della sorella, e l’agente dell’FBI Sam Booker, giuntovi per investigare sulla morte di due colleghi. È un thriller-horror ben strutturato, con più storie che rapidamente convergono a comporre un quadro da brividi, con scene impressionanti che coinvolgono e convincono.

In The Bad Place, 1990 (Il Posto del Buio, Sperling & Kupfer, 1991), un uomo si desta in un motel in uno stato di completa amnesia, sporco di sangue. Per far luce sul suo passato si rivolge a due detective che dirigono un’agenzia investigativa, ma l’indagine si trasforma in un vero e proprio incubo: qualcuno lo sta inseguendo, e ha davvero poco di umano. Thriller-horror tra i migliori di Koontz, con personaggi ben delineati, indimenticabili, una trama articolata e non scontata, una narrazione coinvolgente.

Benché ottengano ottime recensioni e scalino con rapidità la classifica di vendita, non possono invece annoverarsi tra le migliori opere di Koontz né Cold Fire del 1991 (Fuoco Freddo, Sperling & Kupfer, 1992), né Hideaway del 1992 (Cuore Nero, Sperling & Kupfer, 1993), da cui pure viene tratto un film omonimo nel 1995 (Premonizioni, nella versione italiana). Gli innegabili lati positivi del primo sono vanificati da un finale prevedibile, che viene lasciato trasparire fin da subito; del secondo, che ricade nel solito tema ‘legame psichico del buono con il cattivo’, si salva solo la caratterizzazione del personaggio della bambina adottata dalla coppia dei protagonisti: forte, decisa, intelligente, ma anche dolcemente umana, sensibile e vulnerabile.

Non è particolarmente riuscito neppure Mr. Murder del 1993 (La Notte del Killer, Sperling & Kupfer, 1997), dove l’impianto – oramai tipico per Koontz – della fuga da un irriducibile assassino, che sembra invincibile e con risorse illimitate, costituisce l’ossatura portante di una trama che ricorda troppo da vicino La Metà Oscura e Finestra segreta, giardino segreto di King: il famoso scrittore di gialli Stillwater, rientrando a casa, si trova di fronte un uomo identico a lui che lo accusa di avergli rubato la vita e, soprattutto, la famiglia. Il dramma psicologico e metaforico di King viene purtroppo svilito in un thriller fantascientifico di scarsa suggestione.

Nel 1993 viene pubblicato anche Dragon Tears (Le Lacrime del Drago, Sperling & Kupfer, 1994). La storia in sé ricalca schemi già visti: il serial killer folle con poteri sovrannaturali, la fuga, il disvelamento del mistero, il lieto fine. Desta ben più di qualche apprensione nel lettore lo scoprire che i fatti raccapriccianti menzionati dai (finti) personaggi del romanzo nell’ambito di una storia poco verosimile sono purtroppo, come ricorda l’autore in nota, fatti di cronaca realmente accaduti negli Stati Uniti (a mero titolo esemplificativo: la madre che uccide volontariamente il proprio bambino in fasce gettandolo in lavatrice, per andare a partecipare a una festa). In questo libro si assiste al primo vero tentativo di narrare avvenimenti attraverso un’ottica ‘canina’, esperimento poi ripreso nei romanzi ‘scritti’ da Trixie Koontz.

Se il punto di vista politico e ‘sociale’ di Koontz traspare per bocca dei suoi personaggi in quasi tutti i suoi libri, è in effetti con Dragon Tears e con il successivo Dark Rivers of the Heart, 1994 (Il Fiume Nero dell’Anima, Sperling & Kupfer, 1995) che assume contorni di denuncia quanto mai esplicita. Lui e lei in fuga da un killer psicopatico, nulla di più abusato; le caratterizzazioni dei personaggi fanno però la differenza: lui è un ex poliziotto che continua a rimanere prigioniero di un oscuro passato, lei è un’esperta di computer in possesso di conoscenze pericolose. Il killer può contare su strumenti tecnologici modernissimi che utilizza non solo per i compiti che gli vengono assegnati ma anche per perseguire un suo personale disegno: porre termine alla vita di persone imperfette.

Intensity, del 1995 (Sperling & Kupfer, 1996), è un libro che il lettore divora. Chyna ha avuto un’infanzia e un’adolescenza difficili. Il fato sembra infierire ancora su di lei quando nella casa della sua migliore amica Laura, dove ha trovato momentanea dimora, irrompe un efferato serial killer che uccide i genitori di Laura e rapisce quest’ultima. Si salva solo Chyna che, rimasta nascosta, cerca invano di trarre in salvo l’amica introducendosi nel furgone utilizzato dall’omicida, dove rimane invece bloccata. Intensity è il primo vero suspense thriller di Koontz, che inaugura così un suo personale filone (lo stesso al quale apparterranno a buon titolo, tra gli altri, The Husband e The Good Guy). L’intera trama si svolge in un arco temporale di poche ore: i periodi sono brevi, le immagini si susseguono rapide, con poche pause sapientemente distribuite tra fughe concitate, trappole e colpi di scena. Il finale è molto meno scontato di quanto si possa prevedere, e si sposa con coerenza con il ritmo della storia. Dal romanzo viene tratto nel 1997 un film per la tv, trasmesso in due serate consecutive, che riscuote imponenti successi di ascolto in USA e risultati positivi anche in Italia. Sempre sul plot di Intensity, Alexandre Aja dirigerà il film del 2003 Alta Tensione (Haute Tension). La trama è pressoché identica a quella del romanzo di Koontz per gran parte del suo sviluppo, poi varia offrendo un radicale cambio di prospettiva, ad effetto, che non manca però di attirare accuse di incoerenza da parte della critica.

Nel 1997 Koontz è di nuovo in cima alle classifiche con Sole Survivor (Sopravvissuto, Sperling & Kupfer, 2000). Joe Carpenter perde moglie e due figlie in un disastro aereo. La sua vita è distrutta: abbandona il lavoro, allontana amici e parenti, vende la casa e si trasferisce in un piccolo appartamento dove consuma le sue giornate nel dolore che l’abuso dell’alcool non riesce a sopire. A un anno esatto dalla tragedia si ritrova sulla tomba della sua famiglia e qui incontra una misteriosa donna che lo condurrà ad agghiaccianti scoperte: il disastro non è stato un incidente e, contrariamente a quanto sostenuto dai rapporti ufficiali, c’è stato almeno un sopravvissuto…

Nel 1997-98 Fear Nothing (L’Uomo che Amava le Tenebre, Sperling & Kupfer, 1998) e nel 1998-99 Seize the Night (Tracce nel Buio, Sperling & Kupfer, 1999), per certi aspetti sequel indiretti di Watchers, inaugurano una nuova stagione per l’autore: se, sotto lo pseudonimo di Brian Coffey, negli anni ‘70 aveva già scritto la trilogia di Mike Tucker (Blood RiskSurroundedThe Wall of Masks), ora è sotto il suo vero nome che compare la sua prima vera saga. Con questi romanzi Koontz presenta al lettore Christopher Snow, un ragazzo costretto a vivere di notte a causa di una terribile malattia (reale), lo xeroderma pigmentoso, che rende per lui mortale la luce troppo intensa. Pur senza rassegnarvisi, Snow accetta la propria malattia e trova un proprio modo di vivere, un proprio equilibrio. Ha un amico sul quale contare, che è riuscito a trasformare la propria passione per il surf in una fonte di reddito invidiabile, e un fedele compagno, Orson, cane ben più intelligente della media. Snow sarà costretto a fare i conti con il passato della sua famiglia e in particolare con i segreti di sua madre, una genetista amorevolmente votata alla ricerca di una cura per la malattia del figlio. La vicenda che lo vede protagonista lo condurrà nei recessi oscuri di Fort Wyvern, la base militare abbandonata di Moonlight Bay, tempio di esperimenti segreti sfuggiti a ogni controllo.

L’originario progetto di Koontz prevede un terzo romanzo, Ride the Storm: lo stesso autore ha però dichiarato che la realizzazione di questo nuovo capitolo della saga ha presentato notevoli imprevisti che lo hanno costretto a rimandare la pubblicazione. A tutt’oggi il volume è inedito, ma l’uscita quest’anno della graphic novel Fear Nothing induce un cauto ottimismo riguardo una sua prossima diffusione.

Nel 1999-2000 Koontz ritorna alle tematiche già ‘visitate’ in alcuni romanzi precedenti (come The House of Thunder e Night Chills): False Memory (Falsa Memoria, Sperling & Kupfer, 2001) gioca di nuovo con le manipolazioni della mente attuate da individui senza scrupoli, spinti da mero autocompiacimento e desiderio di sopruso. L’ironica conclusione non toglie nulla a una storia appassionante che non delude il lettore.

Molto più complesso è From the Corner of his Eye, del 2000 (Il Cattivo Fratello, Sperling & Kupfer, 2002). Koontz instaura un inusuale parallelismo tra la vita di due individui, diversi in età, aspirazioni, carattere. I destini dei due si incrociano quando uno uccide la moglie e l’altro rischia per un incidente d’auto di morire prima ancora di nascere. La storia segue la vita di entrambi… e prepara l’inevitabile incontro.

Con One Door Away from Heaven, 2001 (L’ultima Porta del Cielo, Sperling & Kupfer, 2003), Koontz intreccia una trama molto simile a quella di Strangers, con personaggi molto diversi che lentamente vengono fatti incontrare. Uno di loro, candidissimo, pare a tutti gli effetti l’archetipo del notissimo Odd Thomas (di cui a breve).

Pessimo invece per molti aspetti l’arido, ripetitivo e per nulla convincente The Face, 2003 (Il Volto, Sperling & Kupfer, 2005).

Nel 2003 Koontz pubblica Odd Thomas (Il Luogo delle Ombre, Sperling & Kupfer, 2005). Scalate rapidamente le classifiche, diverrà uno dei maggiori successi dell’autore, tanto da originare una nuova saga: nel 2005 esce Forever Odd (Nel Labirinto delle Ombre, Sperling & Kupfer, 2007); seguono Brother Odd nel 2006 (inedito in Italia, come i seguenti del ciclo), Odd Hours nel 2008, Odd Interlude e Odd Apocalypse nel 2012, Deeply Odd nel 2013. Della saga fanno parte integrante anche le graphic novel In Odd we Trust (2008), Odd is on our Side (2010) e House of Odd (2012), che raccontano le vicende della vita di Odd antecedenti quelle narrate nel primo romanzo.

Odd Thomas è il giovane cuoco di una tavola calda a Pico Mundo, una cittadina insignificante ai limiti del deserto del Mojave. È un ragazzo semplice, dall’animo puro, un vero e proprio Candido dei giorni nostri, al quale il destino (o qualche volontà superiore) ha riservato un dono particolare o forse una maledizione: vede gli spiriti dei defunti. Costoro non sono in grado di parlare, ma cercano in ogni modo di farsi comprendere da Odd, per vari fini (ottenere giustizia nei riguardi di chi ha cagionato la loro morte, avvertire dell’imminenza di gravi pericoli…). Le vicende narrate nel primo romanzo della saga hanno inizio con l’arrivo a Pico Mundo di un inquietante individuo, accompagnato in ogni dove da uno stuolo di oscure ombre avide di stragi e massacri.

Il tema di un personaggio in grado di vedere i fantasmi e di rapportarsi con essi non è certo una novità, se solo si pensa che il celeberrimo film Il Sesto Senso (1999) era uscito nelle sale ben quattro anni prima della pubblicazione di Odd Thomas. Nella saga creata da Koontz entrano però figure antagoniste, legate al mondo dell’oscurità, similmente a quanto accadrà in Ghost Whisperer (fortunata serie televisiva che esordisce nel 2005), ma con toni e sfumature decisamente diversi. L’Oscurità che Odd Thomas è chiamato ad affrontare è vorace, crudele e non concede tregua; il ritmo dei libri della saga ne segue i truci contorni: la suspense è creata con arte, ogni pagina chiama magneticamente la successiva. Sorprendono allora i toni ampiamente ironici della narrazione (è un esempio il fatto che ad accompagnare Odd Thomas sia spesso lo spirito di Elvis Presley, con tanto di abito a lunghe frange), senza che ciò lasci avvertire discrasie, intoppi, cadute di stile: l’inusuale amalgama convince e appassiona. Il merito va indubbiamente al protagonista, a come è ritratto. Odd Thomas è in effetti tanto innocente da risultare spesso disarmante, ma è tutto fuorché un ingenuo: è coraggioso, astuto, generoso… e immune alla stucchevolezza che la somma di questi abusati pregi di solito determina. Il lettore riesce con semplicità a guardare il mondo attraverso gli occhi di Odd e rimane imprigionato dalla sua personalità e dal suo buon cuore. In trepidante attesa di una sua nuova (spesso tragica) avventura.

Koontz aveva ventilato l’ipotesi di un cross over tra le sue due prime saghe, con l’incontro tra Snow e Thomas, ma pare che abbia poi accantonato il progetto.

Il 2005 vede l’inizio di un’altra saga, la ‘Serie di Frankenstein’, scritta da Koontz insieme a Kevin J. Anderson (già autore con Brian Herbert dei cicli Preludio a Dune e Leggende di Dune): in quell’anno vengono pubblicati Prodigal Son (L’Immortale, Sperling & Kupfer, 2012) e City of Night (La Città dei Dannati, Sperling & Kupfer, 2012). Seguiranno Dead and Alive, 2009 (Le Creature della Notte, Sperling & Kupfer, 2013), Lost Souls (2010) e The Dead Town (2011), questi ultimi due inediti in Italia. Prodigal Son è stato anche trasposto in una graphic novel.

La saga vende benissimo, più di 10 milioni di copie, ma attrae poco i lettori più ‘aggiornati’; e in particolare quelli italiani, che hanno già conosciuto gli zombi della notissima serie televisiva The Walking Dead e i vampiri creati da Justin Cronin (realizzazioni cronologicamente successive all’opera di Koontz ma arrivate prima in Italia). La resurrezione di Frankestein, attraverso una reinterpretazione in chiave moderna del suo mito, più che un omaggio all’originale pare l’ennesimo tentativo di facile guadagno sfruttando un filone che ha ritrovato in questi anni un invidiabile successo: l’inarrestabile crollo della società umana per mano di esseri apparentemente invincibili. Gli esperimenti immondi del dottor Frankestein, impadronitosi dei segreti dell’immortalità e ora creatore di un’intera legione di esseri fisicamente e mentalmente superiori di cui il più noto mostro era solo un primo patetico prototipo, non riescono a sfuggire all’impressione di ‘già letto/visto’. Allo stesso modo il crollo della società non è un possibile drammatico epilogo che turba nel profondo il lettore, ma l’esito scontato di premesse abusate. Solo la maestria di Koontz nel creare suspense e il tratteggio particolarmente riuscito di alcuni personaggi rendono la lettura ugualmente godibile.

Benché impegnato a partire dal 2005 nella realizzazione dei vari capitoli delle saghe di Frankestein e Odd Thomas, Koontz riesce ancora a realizzare best-seller autoconclusivi avvincenti e di qualità.

Nel 2005 dà alle stampe Velocity (Sperling & Kupfer, 2006) il cui titolo è già di per sé esplicativo del ritmo del romanzo.

Nel 2006 tocca a The Husband (Il Marito, Sperling & Kupfer, 2008): Mitch è un giardiniere che un lunedì come tanti si trova al lavoro con l’amico Iggy, buono, disponibile, ma certo non molto perspicace; inattesa, alle 11.43, giunge la telefonata di Holly, la moglie. Poche parole. Poi alla sua si sostituisce la voce di uno sconosciuto. E ha inizio l’orrore…

Nel 2007 The Good Guy (Il Bravo Ragazzo, Sperling & Kupfer, 2009): Tim Carrier, a causa di uno scambio di persona, riceve da uno sconosciuto un’ingente somma destinata a un assassino per uccidere una donna. Poco dopo incontra il killer. Fingendosi lui il mandante, dichiara di aver cambiato idea e cerca invano di convincere l’assassino ad accettare i soldi senza portare a termine il compito. Purtroppo si renderà conto che l’unico modo per salvare la vittima designata è proteggerla lui stesso.

The Darkest Evening of the Year (2007, inedito in Italia) il cui titolo pare alludere alla scomparsa proprio in quell’anno dell’adorata Trixie, riporta in copertina l’immagine di un golden retriever, e ruota in effetti attorno alla soteriologica figura di un cane che, salvato dalla protagonista, ricambierà il favore.

Your Heart Belongs to Me, del 2008 (Il tuo Cuore mi Appartiene, Sperling & Kupfer, 2011), è forse uno dei romanzi più maturi di Koontz, ragionato e profondo. La riflessione sulla ricerca del significato della vita, l’apertura non mediata a meditazioni filosofiche e religiose permeano una storia avvincente, brillante e originale, premiata da critica e lettori. Ryan Perry è un uomo di successo a cui la vita sembra aver dato tutto: una notevole ricchezza economica, il tempo per goderne ampiamente, e una fidanzata, Samantha, bellissima e intelligente. Quando però inizia ad accusare improvvisi mancamenti, viene colto da un’ossessione: e se qualcuno lo stesse avvelenando, magari proprio la sua fidanzata? Ray allora non esita a ricorrere a investigatori privati per indagare il doloroso passato di Samantha e le frequentazioni discutibili da lei avute prima di conoscerlo. Tutte le ipotesi iniziali vengono spazzate via quando invece si scopre che Ryan non è vittima di avvelenamento ma di una grave malattia cardiaca; così, mentre l’atmosfera si incupisce con allucinazioni, oscure premonizioni e sogni inquietanti, il romanzo riprende slancio su una diversa china: l’attesa di un donatore di cuore, il trapianto andato a buon fine e… il vero incubo, che inizia solo ora.

Nel 2009, dopo l’ottima prova dell’anno precedente, Koontz pubblica Relentless (Senza Tregua, Sperling & Kupfer, 2010), che ottiene negli Stati Uniti un successo strepitoso arrivando in vetta alle classifiche dei libri più venduti, ma che è forse una delle sue opere meno convincenti. I protagonisti sono ragazzini prodigio che inventano oggetti improbabili, e cani che si teletrasportano. Quello che dovrebbe essere un colpo di scena di radicale impatto nella struttura della storia è poi tanto scontato da apparire addirittura fuori luogo e inutile. Il finale, banalissimo, è la ‘degna’ conclusione di un romanzo tanto apprezzabile e intrigante nelle premesse quanto insignificante nello sviluppo.

Raggiungono il primo posto nella classifica bestseller del New York Times anche What the Night Knows nel 2010, 77 Shadow Street nel 2011 e Innocence nel 2013, tutti ancora inediti in Italia.

Le Opere di Koontz: i generi, le tematiche ricorrenti, i protagonisti

Le tematiche care a Koontz sono varie e variamente declinate in tutti i suoi romanzi: mutazioni genetiche fuori controllo (MostriMezzanotteL’Uomo che Amava le Tenebre), manipolazioni mentali e del subconscio (La Casa del TuonoQuando Scendono le TenebreFalsa Memoria), mostri dai temibili poteri psichici (Il Posto del BuioIncubiFuoco FreddoSopravvissuto) e, più raramente, creature sovrannaturali (Là Fuori nel BuioPhantoms!) e alieni (StrangersL’Ultima Porta del Cielo).

In queste vicende l’aspetto fantascientifico è preponderante, ma non mancano certo elementi orrorifici o truculenti, e la narrazione è quella propria dei thriller, sviluppata in un breve arco temporale (pochi giorni, a volte in una sola notte), con gli eventi che si susseguono incalzanti, senza inutili pause, digressioni, cadute di intensità. Si tratta, in poche parole, di veri e propri thriller-horror.

In altri romanzi il sovrannaturale viene lasciato ai margini, a volte appena palpabile, e tutto ruota intorno a un ristretto numero di personaggi, coinvolti, spesso per caso, negli oscuri piani di imbattibili e astuti serial killer o assassini di professione (IntensityVelocityIl Marito).

Dialoghi e personaggi sono spesso caratterizzati da una pungente ironia, che ­– come riportano più fonti – è propria della personalità dell’autore; certo non si fatica a immaginarla presente anche nei suoi dialoghi con la moglie. L’ironia spinge Koontz a descrivere situazioni, dettagli e scene deliberatamente poco verosimili, a volte per allentare una tensione altrimenti eccessiva, altre volte, all’opposto, per creare un’atmosfera serena che prelude a svolte improvvise.

In tutte le opere, in diversa misura a seconda dei casi, sono chiaramente percepibili anche le convinzioni e il punto di vista dell’autore.

Nell’intervista al Reason, Koontz attribuisce il successo delle sue opere soprattutto alla facilità con cui da esse si può trarre la rappresentazione del reale: un mondo che al lettore risulta subito riconoscibile, nel quale spontaneamente si ritrova immerso, perché è il mondo di ogni giorno, animato da persone buone, disponibili, altruiste, ma anche contaminato da individui amorali, ingiusti, malvagi. Per Koontz il lettore sa che il Male esiste e che, contrariamente a quanto sostiene una certa corrente di pensiero, è il frutto di consapevoli scelte. Citando Vladimir Nobokov, Koontz afferma nitidamente nell’intervista che i più grandi mali del XX Secolo sono stati Marx e Freud. Per Freud, commenta, tutto ciò che facciamo è la conseguenza dell’educazione impartitaci da genitori e società, e di ciò che abbiamo subìto. Quindi, ogni crimine o azione riprovevole è frutto di patimenti sofferti, e chi li commette è vittima quanto chi li subisce.

Koontz rifugge da una tale semplicistica concezione, che gli sembra informare lo stesso sistema della Giustizia americana, dove i più efferati assassini vengono condannati a pene insignificanti, per nulla commisurate alla gravità dei reati commessi, e rilasciati dopo breve tempo, liberi di uccidere di nuovo. Alcuni dei suoi personaggi più inquietanti sono ispirati a serial killer realmente vissuti. Forse il più fulgido esempio è Edgler Foreman Vess, l’artefice dei plurimi omicidi narrati in Intensity, che in un dialogo con la protagonista gioca con gli anagrammi del proprio nome e ne trae la frase ‘Dio mi teme’ (God fear me). Edgler ha ucciso i suoi genitori a 9 anni perché lo hanno colto a torturare una tartaruga; fatto passare l’omicidio per uno sfortunato incidente, viene affidato alla nonna che successivamente uccide; sottoposto a terapia, viene adottato da una coppia, e uccide pure questa… La storia riprende quella reale di Ed Kemper che assassina i suoi nonni a 15 anni, viene rilasciato a 20 perché ritenuto non rappresentare un pericolo per la società e poi uccide altre 8 persone tra cui la madre.

I malvagi esistono, per Koontz, a prescindere dai condizionamenti della società e dalle pregresse esperienze, anche familiari; vale, a riprova, l’esempio della sua stessa vita: l’autore è nato povero, è cresciuto in un ambiente degradato ed è stato oggetto per anni di abusi da parte del padre alcolista e psicopatico, eppure non ha mai compiuto crimini.

Così, nonostante all’inizio della carriera tratteggi i suoi personaggi negativi sulla base delle teorie freudiane secondo cui le devianze sono spiegabili in ragione di maltrattamenti e traumi preadolescenziali, nelle opere successive se ne discosta in modo radicale.

Significativamente, nel recente L’Immortale, il protagonista Deucalion, indagando la mente malata di un serial killer, scopre che questi era tormentato da un grande senso di vuoto che aveva inutilmente cercato di colmare con le più varie religioni, con il nazismo e ancor prima con lo studio della psicoanalisi e dei grandi della materia quali Freud e Jung. E commenta: “Psichiatri, psicologi. Gli dei più inutili di tutti”.

Il suo modello non è più Freud, ma Dickens, per il quale sono le azioni compiute a definire un personaggio, e ognuno ha il libero arbitrio sulle proprie scelte. Questo cambio di prospettiva non è l’unica variazione che, diacronicamente, può riconoscersi nel lavoro di Koontz; ma occorre pure ammettere che l’autore abusa spesso degli schemi che hanno fatto la sua fortuna.

Come asseriscono più volte i suoi personaggi nei vari romanzi, la vera felicità è creare una famiglia con almeno due figli e possibilmente un cane; proprio sulla composizione o ricomposizione di questo quadro idilliaco ruota la maggioranza delle sue trame. E in quei casi il lieto fine è scontato. Koontz ha espressamente dichiarato che l’happy end delle sue storie non è che il riflesso di ciò che ha potuto constatare nella vita reale: i cattivi, presto o tardi, sono condannati a soccombere. Sotto altra prospettiva, il lieto fine può altresì apparire come una sorta di anticipazione metaforica di quello che fortunatamente attende le persone meritevoli dopo il trapasso. Per Koontz, cattolico, la convinzione che la vita prosegua dopo la morte – seppure in altra forma – è un principio saldo che traspare senza eccezioni in tutte le opere, e con maggiore evidenza tanto nel datato La Sinfonia delle Tenebre quanto nel più recente Sopravvissuto.

È lecito però immaginare che sul tenore degli epiloghi abbiano influito anche precise scelte editoriali, visto il risaputo apprezzamento che il pubblico americano riserva alle storie che si concludono felicemente.

Si nota comunque che le opere più riuscite e convincenti di Koontz sono proprio quelle dove il lieto fine manca (in tutto o in parte), come Intensity, o dove è ben diverso da quello che il lettore si aspetta, come ne Il tuo Cuore mi Appartiene. Quest’ultimo romanzo presenta una particolare novità… L’impianto iniziale segue – si direbbe ‘pedissequamente’ – schemi e ritmi comuni a quasi tutte le trame congegnate dall’autore: la ricerca spasmodica della verità, la corsa contro il tempo, le scoperte che aprono di continuo scenari nuovi e inquietanti. Stavolta però Koontz, piacevolmente, sorprende, e dopo alcuni capitoli la vicenda assume tutt’altra connotazione; quasi a ironizzare su molti dei suoi precedenti lavori, strutturati sul semplice accumulo progressivo di scoperte, Koontz trasforma davanti agli occhi del lettore il suo personaggio: non più un abile investigatore che sa ben sfruttare le proprie risorse, ma solo un uomo paranoico che ha paura di morire.

Questo romanzo propone personaggi di notevole complessità psicologica e una trama imprevedibile svolta da Koontz ben più che abilmente. L’atmosfera è resa in modo magistrale: sulla vita apparentemente da sogno del protagonista, il lettore percepisce in modo chiaro la presenza di un’inquietante ombra, la stessa che impedisce alla bella Samantha di abbandonarsi completamente all’amore per Ryan. Le rivelazioni successive al trapianto seguono il ritmo tipico dei migliori thriller di Koontz, ma l’angoscia che si percepisce è superiore. Perfetto l’equilibrio tra eventi reali e allucinazioni, con l’elemento sovrannaturale che si innesta armoniosamente, risultando la chiave di volta di tutta la narrazione.

Koontz offre insomma al lettore un’opera completa, matura, ricca di chiaroscuri e di spunti per profonde riflessioni, e con un finale, una volta tanto, perfettamente congruo.

Koontz, del resto, è sempre risultato più credibile laddove, di fronte a mostruose o incontrollabili forze, non ha posto ‘eroi’ positivi ricchi di capacità e risorse ma persone normali, o deboli ma di gran cuore, che riescono a superare ostacoli apparentemente insormontabili, magari con l’aiuto di una Provvidenza che opera per vie misteriose e di non immediata percezione. In questi non rari casi, i ritratti diventano meticolosi e la ‘penna’ di Koontz si fa attenta, delicata, quasi amorevole, ma mai stucchevolmente compassionevole: nessuno tra i lettori di Cuore Nero o di Il Posto del Buio potrà dimenticare l’orfana Regina, priva di una gamba, oppure Thomas, affetto da sindrome di Down. E li amerà soprattutto per la forza genuina e pura che sapranno dimostrare.

Non è certo un caso. Nell’intervista rilasciata al Catholic Exchange, Koontz afferma che certi valori, anche quelli cattolici, possono essere veicolati meglio da una storia narrata che dall’omelia di un prete o da un articolo di giornale: “Perché puoi spiazzare le persone con una storia, incantarle con lo humour e poi lasciare che siano loro a pensare a queste altrproblematiche.”

Nelle opere di Koontz – all’apparenza spesso ‘solo’ dei buoni suspense thriller – vengono così trattate problematiche e temi profondi quali la famiglia, l’aborto, il suicidio assistito, l’eugenetica e il paradiso, sotto una lente prospettica facilmente individuabile.

Onnipresente è infatti un incondizionato inno alla vita, colta nel suo insanabile contrasto tra i limiti che ne costituiscono l’essenza e quell’inspiegabile apertura ad un senso di assoluto e di eterno che, legittimando la speranza, consente all’uomo di provare la vera felicità.

È esplicita e incisiva la rappresentazione di tale certezza nella saga di Frankenstein: le immonde creature ‘superiori’ che dovrebbero sostituire l’umanità si volgono all’autodistruzione perché, limitate dal loro gretto materialismo, sono prive della capacità di sperare e di percepire il reale senso dell’esistenza. Sino a giungere a invidiare proprio gli umani di cui dovrebbero prendere il posto.

Il vero antagonista, in ogni opera di Koontz, è la metaforica incarnazione ora del relativismo etico, ora del materialismo, ora dell’utilitarismo: sempre e comunque un’anima arida che ha volutamente soffocato la parte migliore di sé, rendendosi cieca innanzi a tutte le manifestazioni del divino.

L’autore non manca quindi di far trasparire, o emergere direttamente dalla bocca dei suoi personaggi, la propria personale visione della vita. Ma il lettore non ne viene sensibilmente urtato: Koontz non propone infatti apertamente un manifesto politico – come per esempio Goodkind nei suoi romanzi fantasy – ma sospinge verso la riflessione con abilità e toni adeguati, mantenendo saldamente in primo piano lo sviluppo delle storie.

(Questo contributo è comparso per la prima volta sulla rivista Terre di Confine, nel 2013. Ne segue che è mancante di ogni riferimento ai libri dell’autore pubblicati successivamente a tale data)

Uscito il nuovo numero di Terre di Confine!

Lo so…sono un po’ latitante…E da molto non aggiungo qualche riga alla storia de “L’Ombra del Mercante”. Ma l’inattività non mi è propria: semplicemente devo a turno dare la priorità ai tantissimi impegni.

Fortunatamente riesco a rubare un po’ di tempo per dar seguito ad un’avventura alla quale credo molto: Terre di Confine.

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E’ da poco uscito il secondo numero della nuova edizione della rivista.

Ecco il comunicato ufficiale:

“La redazione di TdC è lieta di segnalare l’uscita del secondo numero di Terre di Confine Magazine, che può essere letto o scaricato gratuitamente qui: http://issuu.com/terrediconfine/docs/tdc2
La rivista è anche utilizzabile liberamente in qualsiasi sito web avesse piacere di farla leggere dalle proprie pagine o integrarla nel proprio layout; per utilizzare le funzioni di inglobamento, condivisione o download, è sufficiente cliccare la voce ‘share’ nel menù visibile sotto le pagine, e scegliere poi l’opzione desiderata.

Con l’occasione, avvisiamo che è già in corso la selezione dei racconti per la sezione antologica del numero 3: tutte le informazioni sono a pagina 154 della rivista.
E’ stato anche aperto un portale appositamente dedicato, nel dominio storico http://www.terrediconfine.net, dove è possibile leggere la versione web testuale di tutti gli articoli e di tutti i racconti, e lasciare commenti.

Ringraziamo fin d’ora chiunque volesse supportare il nostro impegno diffondendo questa notizia nel proprio sito o fra gli amici ^___^

Di seguito forniamo l’editoriale e il sommario.

Redazione
Ass. Cult. no-profit Terre di Confine
http://www.terrediconfine.net
http://www.terrediconfine.eu

Dall’editoriale:
“CARI LETTORI, l’uscita del numero 2 di TdC Magazine giunge in parallelo con la messa on-line di una versione mirror del nostro sito, appositamente ottimizzata per accompagnare d’ora in avanti la rivista. Insieme a questa notizia, è per me un vero piacere annunciare la riapertura di terrediconfine.net, lo storico dominio che è stato la nostra prima casa nel web – gli utenti più affezionati ricorderanno certamente quei tempi! Da oggi il dominio ospiterà proprio il nuovo portale, realizzato in WordPress e quindi adatto a sfruttare tutte le funzionalità di questa ormai diffusissima piattaforma.
E ora veniamo al n. 2! Come di consueto, la varietà dei contenuti cercherà di trattare il Fantastico nelle sue molteplici sfumature. Segnalo in particolare l’articolo su Dan Dare, un’occasione che è stata preziosa per poter parlare della leggendaria rivista Eagle e di Frank Hampson che le diede i natali, artista straordinario la cui carriera avrebbe meritato assai più onori di quelli effettivamente raccolti. Nella sezione antologica, presentiamo infine 4 racconti e 2 fumetti inediti, che passeggiano tra supereoistico, steampunk, horror e surreale. Non mi resta dunque che augurarvi un piacevole proseguimento!

Il sommario di questo numero:

DIRITTI CIVILI NELL’ERA DIGITALE
X (Little Brother)

LÀ DOVE NASCE IL VENTO PERENNE
L’Orda del Vento

ECHI IRREQUIETI DELL’AMERICAN DREAM
Io sono Helen Driscoll

SATIRA SOCIALE SULLE ORME DI SWIFT
Il Vangelo della Scimmia

Rubrica di stile
IL BIGLIETTO DA VISITA DELL’AUTORE

Fabbricanti di Universi
QUANDO IL WORLD BUILDING FUNZIONA

LA REALTÀ ATTRAVERSO LO SPECCHIO
Black Mirror

TRA MALEDIZIONI E REGISTI NASCOSTI
Poltergeist – Demoniache Presenze

LA VENDETTA DELLE DONNE-GATTO
Kuroneko

LE ALTERNE SFORTUNE DEL ROBOT RIBELLE
Baldios

LA PICCOLA CACCIATRICE DI FULMINI
Wind Mills

Sigle Baldios
BALDIOS
ASHITA NI IKIRO BALDIOS
MARIN, INOCHI NO TABI

LA LEGGENDA DEL PRINCIPE INDIANO
Krishna – Un viaggio interiore

L’ODISSEA DI UNA MADRE GUERRIERA
Legend of Mother Sarah

DAN E FRANK, DUE EROI BRITANNICI
Dan Dare

VESTENDO PAROLE E SUGGESTIONI FANTASY
Intervista a Paolo Barbieri

Racconto
IL BENANDANTE

Racconto
LA MASCHERA DI BALI

Racconto
L’ARENA DEI PLUSGENE

Racconto
L’UOMO BUONO SI PERDONA 7 VOLTE

Fumetto
LEVEL COMPLETED

Fumetto
POSSO VOLERE… VOGLIO POTERE”.

Auguro a tutti una buona lettura!

E non dimenticate di lasciare un commento… Magari al mio racconto L’uomo buono si perdona 7 volte (rivisitazione del mio racconto che trovate anche qui, sull’Oracolo) oppure alla mia recensione Là dove nasce il vento perenne!

I Racconti di Gamara: “Fillin di Gamara”

Quella mattina Fillin si era alzata di buon umore e, fino a quel momento almeno, nessuno era riuscito a rovinare l’idillio: la stanza aveva la giusta temperatura; l’aria profumava di un’essenza esotica, leggera e gradevole; la sottostante strada era adeguatamente silenziosa come si conveniva alle prime ore di veglia. Ne aveva dedotto che le donne di servizio, una volta tanto, avevano riattizzato i fuochi in orario, senza insopportabili ritardi; che le cameriere si erano preoccupate del ricambio dell’aria e della corretta distribuzione degli aromi negli ambienti prima che lei si coricasse; e che le sue guardie avevano diligentemente tenuto lontano dal palazzo mendicanti, preti e saltimbanchi.

Tutto perfetto. Anche la luce del sole che, filtrando dalle tende, non troppo fioca da impedire di riconoscere i mobili e i vasi ai quali era più affezionata, non troppo intensa da costringerla alla veglia ad un’ora che lei non avesse ritenuto conveniente per una donna del suo livello sociale, disvelava che la pioggia doveva aver finalmente deciso di concedere una tregua a Gamara.

Si era goduta il tepore delle coperte,  la carezza lieve della seta purissima sulla pelle, la comodità dei due guanciali; poi, con calma, nella disposizione d’animo di concedere il perdono almeno a quelle ancelle che si fossero macchiate solo di veniali colpe, aveva tirato due delle sette corde che aveva accanto alla testata del letto facendo trillare lontani campanelli, perché le designate venissero a lavarla, vestirla, pettinarla.

Anche in quell’occasione non aveva avuto necessità di fare appello alla propria pazienza e alla propria personalissima capacità di sopportazione: le ragazzine (una bionda, una bruna e una castana, come era d’uso) erano accorse tempestivamente ed erano state attente, premurose, diligenti, capaci, delicate; si era piacevolmente sorpresa di quanto era stata abile ad insegnare loro il corretto modo di comportarsi e di prestare servizio alle sue dipendenze. Contrariamente al solito non aveva dovuto redarguire con lo sguardo, rimproverare con una delle sue tanto note ramanzine o battere le mani per chiamare in aiuto una delle ancelle più anziane.

Alla fine, specchiandosi serena, aveva esaminato il risultato di tanta dedizione non rimanendone delusa: il vestito era perfetto, senza pieghe o sgualciture; il trucco era leggero, come piaceva a lei, con gli accenti appropriatamente distribuiti su occhi e  labbra; i capelli poi… erano semplicemente perfetti. Anche se questo, ovviamente, senza false modestie, non dipendeva dalle attenzioni riservatele delle sue ancelle, ma della lucentezza e morbidezza che la natura aveva conferito alla sua fluentechioma.

camera da letto 700

Aveva quasi sospirato deliziata.

Quasi.

Perché tutto fosse perfetto, mancava ancora lei, la sua cucciola.

– Fate entrare Zucchero! – ordinò allora, sorprendendosi lei stessa dell’urgenza che distintamente aveva avvertito in quelle parole.

Con solerzia, la ragazzina castana – non si era mai sforzata di ricordare il nome delle sue ancelle, benché fossero le uniche, tra le serve al suo servizio, ad aver ricevuto il sommo privilegio di poter accudire il suo corpo perfetto – corse alla porta del corridoio interno, come se fino a quel momento non avesse atteso altro ordine. Come le era stato insegnato, aprì la porta senza avvicinarsi alla Cucciola della padrona e si scostò di lato, rabbrividendo al freddo che penetrò nella stanza e istintivamente stringendosi nelle proprie braccia.

Zucchero non parve sulle prime accorgersi di nulla: rimase accoccolata sull’uscio,  tutta rattrappita e tremante, là dove per tutta la notte aveva probabilmente sfruttato il poco calore filtrato dalla porta. Tanto che la stessa Fillin iniziò a temere che la punizione inflitta fosse stata troppo severa. Sapeva infatti quanto poteva essere fredda quella casa, per quanto numerosi fossero i camini e pesanti i tendaggi alle finestre; comunque vi sarebbero state stanze che il sole e i focolari non sarebbero riusciti a liberare da umidità e freddo, e corridoi nei quali le gelide correnti dei venti rabbiosi che spesso battevano Gamara avrebbero sempre trovato il modo di infiltrarsi.

E il corridoio di servizio che portava alla sua stanza era forse uno dei peggiori.

Tuttavia la legge non ammetteva eccezioni: Zucchero non si era comportata bene, facendole fare una gran brutta figura prima con i suoi ospiti e poi con il medico. E una punizione, per quanto severa, come quella di lasciarla quasi all’addiaccio, senza il suo cappottino e lontana dalla sua cuccia, era stata senza dubbio necessaria. .

Poi però Zucchero si alzò, sebbene su zampe malferme, e guardò nella sua direzione, con occhi imploranti.

E Fillin ebbe un tuffo al cuore: era evidente quanto Zucchero anelasse il tepore rassicurante della camera da letto della padrona, eppure rimaneva fuori, non osando fare neppure un passo, finché non le fosse stato concesso il perdono.

Fillin sospirò, teatralmente: l’esempio, l’educazione e il rigore erano importanti nella vita e il dimostrarsi inflessibile nei confronti degli inferiori – così come degli amati animaletti da compagnia e- ra imprescindibile.  Mai contraddizioni negli insegnamenti, mai cedimenti nella disciplina, mai trattamenti di favore. In fondo, lo faceva per il loro stesso bene. Era tuttavia anche opportuno che tutti coloro che vivevano sotto il suo tetto avessero ben chiaro che ogni punizione irrogata, ogni privazione alla quale erano sottoposti, dipendeva dalla loro inettitudine e non dal suo capriccio. Fillin era infatti una donna giusta e buona, che sapeva anche dimostrarsi compassionevole, ricorrendone i presupposti: un sincero pentimento e l’impegno reale a non arrecarle più offesa.

Così, dopo qualche momento di assoluto silenzio in cui finse di star ancora valutando una scelta che aveva invece già ben compiuto, Fillin, chianatasi in avanti, battute due volte le mani, chiamò la sua Cucciola:  – Zucchero! Vieni! Su. Cosa fai ancora lì? Entra! –

La piccina, come improvvisamente rianimata, le corse incontro, ancora tremante e Fillin si ritrovò ad abbracciarla, sentendosi in pace: era davvero una buona padrona, per Zucchero, come per tutti gli inferiori che ospitava in casa.

Del resto non poteva certo permettere che la sua cucciola morisse assiderata, dopo gli anni che aveva dedicato al suo addestramento.

Una delle ancelle, quella bionda,  prese a piangere sommessamente, all’evidenza commossa: si era portata una mano alla bocca, si era voltata di lato, ma non poteva ingannare Fillin, anche se quest’ultima poteva scorgerla solo con la coda dell’occhio.

Non importava: anche se quel contegno non si addiceva ad una delle sue ancelle, quella volta avrebbe lasciato correre.

E, seppure si era imposta di non farlo, sorrise, con una leggerezza nel cuore che di rado sentiva: – Fatele fare un bagno caldo. – Osservò la sua cucciola dritta negli occhi, quasi attendendosi il segno che stesse realmente comprendendo quello che stava dicendo: – E datele poi qualcosa da mangiare. Qualcosa di buono. Come piace a lei.- L’ancella rossa corse al bagno di servizio a preparare la vasca riservata a Zucchero; quella bionda corse verso le cucine.

Fillin si rivolse poi alla ancella castana, rimasta accanto alla porta: – Ebbene? Tu cosa potresti fare? –

L’ancella rimase in silenzio.

-Ah già. Fammi controllare. – Fece segno a Zucchero di stendersi a pancia in su. La Cucciola ubbedì subito. Fillin storse il naso: – Mmmmm non ci siamo ancora. Tu! Mandami di nuovo il medico….quello là, il solito. La ferita mi pare ancora un pochino infiammata. Non vorrei che avesse una ricaduta. Dalla prima febbre si è rimessa…ma è stata così male…-

L’ancella castana imboccò il corridoio dileguandosi.

Fillin accarezzò Zucchero, confessandole il proprio disagio: – In effetti avrei dovuto pensarci prima. Sei qui da qualche anno. Mi ero proprio dimenticata che anche voi…diventate fertili. Forse mi sono arrabbiata troppo. Ma tutto quel sangue… In giro per la casa. Sai: non sta bene. Ma adesso…almeno non potrà più succedere. – Sospirò: se solo fosse stata più attenta, se solo si fosse ricordata di sterilizzarla prima! Non ci sarebbero stati problemi…e non ci sarebbe stata necessità di punizioni.

Ma oramai non si poteva tornare indietro.

– Vorrà dire che con le tue prossime sorelline starò più attenta, che dici? – chiese sorridendo, concedendole ancora qualche carezza. – In effetti è un po’ di tempo che non faccio visita alla cucciolata. Quanto? Due giorni? Tre? No, non così tanto. No. – Solleticò un poco Zucchero, che, uggiolando, parve gradire. – Alcuni di quei cuccioli sono stati un po’ disubbidienti, è vero, ma bisogna aver pazienza: impareranno –

Sempre di buon umore, determinata a condividere quello stato di grazia con il maggior numero possibile di creature al mondo, chiamò un’altra ancella, rossa di capelli, ordinò che la colazione le fosse preparata nel salone grande e che due guardie si facessero trovare pronte quando, alla fine del pasto, avesse deciso di raggiungere il Rifugio: – E poi sia chiaro: oggi non intendo ricevere visite. Da parte di nessuno. Nemmeno se sulla Soglia comparisse mio fratello. – L’ancella annuì, rispettosamente, e, assicuratasi di non poter far altro per la sua signora, guadagnò rapidamente l’uscita. Con un’urgenza che, per la verità, parve a Fillin eccessiva: in fondo non aveva ordinato nulla di insolito, né aveva preteso particolare celerità. Si strinse nella spalle: con tutta probabilità se la servitù fosse stata sempre così ubbidiente e premurosa le sue giornate sarebbero state diverse.

Lasciata Zucchero alla premurose cure delle ancelle, scese nel salone grande, dove assaporò una ricca colazione. Soddisfatta, e ancora di buon umore, ritenne opportuno impartire alla servitù tutte le direttive per la giornata.

Scrollò con forza il campanello posto accanto alla sua mano ed un gran numero di serve accorse in breve tempo nella sala.

Fillin riflettè per qualche attimo, ripassando mentalmente tutte le incombenze alle quali sarebbe stato opportuno provvedere quel giorno: stranamente, oltre a quelle che quotidianamente impegnavano sempre coloro che erano al suo servizio, come la pulizia delle stanze, la verifica delle dispense, la spesa e il riordino, non le sembrava vi fossero particolari urgenze alle quali far fronte.

Quindi, come spesso accadeva, decise di invertarne lei qualcuna.

Benché non avesse notizia dell’arrivo del fratello – né per la verità notizia alcuna al suo riguardo già da qualche tempo – ritenne opportuno che fossero correttamente allestite già quel giorno stesso, per il suo eventuale rientro, tutte le diciotto stanze di rappresentanza del primo piano e i suoi appartamenti privati.

In conseguenza, ordinò, senza concedere a nessuna delle serve presenti il dono pregiato di un suo sguardo, che tutto fosse ripulito e lavato con cura, che gli arredi e gli ornamenti fossero cambiati, in modo che negli appartamenti del fratello le tonalità dominanti fossero legno scuro, blu e oro (che lui adorava) e che nelle stanze di rappresentanza fossero preparate ceste di frutta e vassoi di pasticcini, in gran numero, nel caso in cui suo fratello avesse deciso di mostrare la loro casa ai suoi compagni di viaggio.

– …E preparate anche i bagni privati e la piscina, curate l’orto e riordinate le serre. Tutto deve essere splendente. –

Impartito l’ultimo ordine, come era stato loro insegnato, nessuna delle serve si mosse. Fillin assaporò l’assoluto silenzio per qualche momento.

Poi battè due volte le mani. E sempre in silenzio tutte le serve uscirono dalla grande sala, disponendosi in tre fila di sette ciascuna, il loro passo ordinato a scandire il tempo utile a raggiungere le loro svariate occupazioni.

Fillin battè quindi una volta ancora le mani e il suo maggiordomo di fiducia fu pronto alle sue spalle. Si alzò e la sedia fu spostata per consentirle i movimenti.

Contemplò la sala che avrebbe accolto più di duecento commensali, i grandi quadri e gli arazzi alle pareti, i cristalli, i preziosi marmi, i mobili intarsiati, i tappeti pregiati e annuì soddisfatta: stava davvero facendo un buon lavoro. Quando suo fratello fosse tornato sarebbe stato fiero di lei.

– Voglio visitare la cucciolata. –

Il maggiordomo si inchinò, le aprì la porta, e l’accompagnò lungo alcune delle sale di rappresentanza fino all’ingresso secondario del palazzo, in silenzio, pronto ad assecondare ogni richiesta che gli fosse stata rivolta, anche a riportarle tutte le notizie della notte e del mattino. Ma quella volta Fillin non ritenne opportuna nessuna notizia: da Gamara giungevano spesso voci che non le piacevano e quel giorno nulla avrebbe dovuto turbarla.

All’esterno, dove si sorprese di constatare che il sole era ben già alto e che, contrariamente a quanto aveva pensato, doveva essere già il primo pomeriggio, trovò ad attenderla come d’uso due guardie e ai loro piedi due ceste di polpette di pane, arricchite con spezie, ammorbidite con latte. Si assicurò che il contenuto delle due ceste apparisse identico, anche se in effetti non lo era proprio. Poi si avviò verso il Rifugio.

Come aveva temuto, dal tugurio nascosto nel cortile più stretto del palazzo proveniva un pessimo penetrante odore acido. Feci. Urina. Vomito.

Disgustata Fillin diede comunque ordine che la porta di metallo fosse aperta.

L’odore si fece ancora più forte. Le stesse guardie si portarono brandelli di tessuto al naso per cercare di resistere al fetore.

vicolo buio

– Qualcuno ha dato loro da mangiare? – chiese Fillin con voce stridula.

– No…. Mia signora. – rispose immediatamente una delle guardie, con evidente nervosismo.

– Allora come spiegate tutto questo….lerciume?! – insistette costernata.

– Nessuno ha dato loro da mangiare o da bere dall’ultima volta che siete venuta. Due giorni fa. Come avete ordinato. Tuttavia prima di allora qualcuno aveva mangiato, prima di entrare nel Rifugio. E come da ordini non è stato permesso a nessuno di uscire. Quindi…-

Alzata con leggiadria una mano delicata, Fillin ordinò il silenzio; come spesso le accadeva aveva dimenticato i nuovi arrivi. Con tutto quello che c’era da fare, anche a lei capitava di avere delle incertezze. In fondo non c’era nulla di male. I cuccioli che accoglieva erano abituati a vivere nelle strade di Gamara, a mangiare quello che trovavano, cibi avariati, ricoperti di muffa, e a dormire in posti sudici ben peggiori del Rifugio. Quella volta era successo che il tugurio si riempisse delle deiezioni di alcuni di quei piccolini. Pazienza. Non era il caso di farne un dramma.

Piuttosto era curiosa di vedere se quei cuccioli avessero o meno fatto dei progressi dall’ultima volta che era stata laggiù.

– Allentate le catene. Vediamo se hanno imparato. –

Nella sua magnanimità Fillin concedeva ai cuccioli che qualche anima pia le portava o a quelli che per suo ordine venivano raccolti dalla strada, un primo Rifugio dai mali dell’esterno, ma poi toccava ai cuccioli stessi rendersi degni della permanenza nella sua casa. Come era successo anni prima a Zucchero che, in effetti, sorvolando sull’incidente del sangue che l’aveva davvero fatta indignare, aveva mantenuto un comportamento quasi irreprensibile per tutto il periodo della sua permanenza sotto il suo tetto e aveva subito un numero ridottissimo di punizioni.

Purtroppo Zucchero si era rivelata quasi un’eccezione, tanto da essere l’ultima cucciola adottata. Ed oramai erano passati anni!

Dopo di lei le cucciolate successive si erano sempre dimostrate deludenti tanto da non consentirle di adottare più nessun animaletto a farle compagnia. La spiegazione che Fillin aveva trovato era duplice: da un lato era evidente che le cucciolate seguivano il declino che tutta la società di Gamara subiva da tempo immemore; dall’altro, l’intervento di Fillin arrivava oramai in ritardo, quando certe sciagurate abitudini si erano troppo radicate nei cuccioli perché lei potesse porvi reale rimedio. Di solito gli abitanti di Gamara si disfacevano infatti tardi dei compagni di gioco propri o dei loro figli, quando oramai non li trovavano più interessanti o divertenti o comunque quando iniziavano a crescere e ad avere esigenze che non volevano o non potevano soddisfare. Inoltre, piuttosto che abbandonarli nelle strade di Gamara nel timore che disdicevolmente ricordassero la via di casa o a portarli a lei, preferivano direttamente sopprimerli, affogandoli o strozzandoli con le proprie mani.

Era tristemente vero: a Gamara vivevano persone davvero senza cuore.

Fortunatamente non era di quella risma la donna che le aveva affidato Zucchero. Si era presentata alla sua porta con indosso solo stracci logori, denutrita e ammalata. Non avrebbe mai potuto badare anche a quel cucciolo piccolo piccolo che stringeva tra le braccia. Aveva così insistito, con le lacrime agli occhi, che l’umore di Fillin, quel giorno tutt’altro che buono, era subito cambiato. E che dono le era stato fatto!

Le aveva dato così tante soddisfazioni!

Purtroppo per i cuccioli più grandi non era stato e continuava a non essere così facile. Quelli che faceva raccogliere nelle strade ai suoi uomini dimostravano di avere resistenza e carattere, tanto da essere riusciti a cavarsela in un mondo ostile dove nessuno si occupava di loro. Ma, purtroppo, proprio quelle capacità che avevano loro garantito la sopravvivenza erano incompatibili con il suo insegnamento: così quei cuccioli non rispettavano le regole che lei fissava e non potevano così bearsi del suo grande, infinito amore.

Mentre una delle guardie, con riluttanza, provvedeva ad allentare le catene, Fillin si augurò che almeno questa volta gli ubbidienti fossero in maggior numero rispetto ai riottosi. Altrimenti avrebbe dovuto nuovamente richiudere la porta e attendere ancora per avere qualche altro animaletto in giro per il parco e per casa.

Il silenzio fu improvvisamente rotto dall’uggiolare straziante dei cuccioli.

Molti comparvero sulla soglia del piccolo edificio, annaspando nel terreno umido, impregnato del loro sterco. Altri rimasero nel posto che si erano ricavati, guardando speranzosi nella direzione della porta e delle ceste che le guardie avevano premurosamente posto innanzi ai piedi di Fillin. Altri ancora, sciaguratamente, stremati dal freddo, dalla fame e dalla sete, non si mossero né diedero alcun segno di essersi accorti dell’arrivo della loro nuova padrona.

Fillin sospirtò già scoraggiata: altre carcasse da bruciare. Era davvero un peccato.

Ma nulla avrebbe dovuto inscurire quella bella giornata, iniziata così bene! Così ammirò per qualche momento gli esemplari che aveva raccolto. Maschi. Femmine. Giovani. Cuccioli. Indubbiamente avrebbero potuto fare la sua felicità. Certo ora erano sporchi. E troppi magri. E puzzavano come nemmeno le cloache di Gamara nei giorni più umidi. Ma Fillin sapeva guardare oltre alle apparenze. Sapeva che fra loro c’erano gemme rare che avrebbero potuto arricchire notevolmente la sua personale collezione.

In cambio avrebbero avuto di cui nutrirsi e ripararsi dai capricci del tempo. Tutto quello che dei cuccioli avrebbero potuto desiderare.

Sarebbe stato sufficiente il superamento di un piccolo esame: avrebbero dovuto dimostrarle di poter essere ubbidienti. Nulla più. Poi sarebbero stati tutti felici, lei e i suoi amati cuccioli. Tutti insieme in quel grande palazzo.

Senza attendere oltre, Fillin prese alcune polpette dalla prima cesta segnata, ben attenta a non premere troppo, e le gettò nel Rifugio.

I cuccioli si avvicinarono. Annusarono. Ma nessuno si avventò sul cibo che aveva gettato loro.

Sembravano aver compreso.

Fillin battè le mani una sola volta e attese.

Immeditamente all’interno del Rifugio scoppiò una vera guerra. I cuccioli piangevano, ringhiavano, sbavavano, si buttavano gli uni sugli altri con gli occhi spiritati, le zampe che graffiavano il terreno e la schiena dei loro compagni. I più grandi e forti tra i maschi furono ovviamente i più lesti ad arrivare, ma tra loro riuscì a farsi largo anche una femmina minuta, liberatasi da un grande maschio scuro che aveva cercato di trattenerla.

Voraci, i primi arrivati si avventarono sulle polpette. Fillin si avvide che le guardie avevano distolto lo sguardo. Lei invece avrebbe guardato. Doveva farlo. Faceva parte dei suoi compiti.

E tra versi gutturali, dopo lotte dolorose, con le poche energie rimaste, qualcuno, dopo aver morso, graffiato o colpito qualche suo compagno, riuscì finalmente a iniziare il suo pasto.

Il volto di Fillin si rabbuiò. Guardò oltre i cuccioli che avevano iniziato a mangiare e incontrò lo sguardo del maschio scuro che aveva notato prima. Vicino a lui restavano un maschio più piccolo e due femmine, una delle quali incapace persino di muoversi.

Poi solo carcasse.

Troppo pochi. Davvero troppo pochi.

Intanto, ai versi e ai rumori disgustosi della masticazione, si aggiungeva il rumore di cocci che andavano in frantumi. E qualche attimo dopo iniziarono a levarsi lamenti atroci. Alcuni dei cuccioli, con il terrore negli occhi, presero a tossire e a sputare, mentre con le zampe cercavano di strappare i corpi estranei che si erano piantati nel loro palato, nelle loro gengive, tra i denti. Ma il vetro nascosto in quanto lanciato loro era spesso penetrato troppo in profondità talché ogni loro sforzo sembrava vano.

Il terreno iniziò a costellarsi di stomachevoli brandelli di cibo grondanti sangue e denti rotti.

Uno dei cuccioli si rotolò in quell’immondo pantano. Dalla sua bocca usciva solo un gorgoglio annaspante. Con le zampe artigliava la catena che aveva al collo, cercando di raggiungere la carne, quasi volesse strapparsela e raggiungere il vetro che gli si era conficcato in gola. Il maschio scuro si gettò su di lui, cercando forse di prestargli aiuto.

Ma cosa avrebbe potuto fare?

Gli altri feriti iniziarono a piangere e a gemere: avevano lacerazioni terribili in bocca; avevano perso alcuni denti, strappati via insieme a carne, vetro e sangue. Ma non ottennero alcunché da parte di quelli che ancora stavano mangiando: non tutte le polpette contenevano cocci di vetro infatti.

Ma come potevano non sentire? No: erano semplicemente indifferenti al dolore dei loro compagni. Esisteva solo il cibo. E nulla di altro. Dopo giorni di assoluto digiuno, al freddo, immersi nello sterco proprio e altrui, avrebbero continuato a mangiare, qualunque cosa fosse accaduta loro intorno.

Ma non avrebbero potuto sfamarsi ancora a lungo.

La femmina minuta che era riuscita ad avventarsi sulle polpette lanciò un’occhiata dietro di sé; sgranò gli occhi; comprese quello che stava accadendo e sputò immediatamente quello che aveva in bocca. Guardando con vero odio una costernata Fillin.

– Come osi tu guardarmi in questo modo…-

La femmina fece un balzo in avanti, ma la catena al collo la trattenne, facendole perdere l’equilibrio e costringendola ad accasciarsi sul terreno sporco di sangue. Cercò subito di rialzarsi.

Ma le zampe cedettero.

Disorientata, cercò di rialzarsi di nuovo. Ma le zampe cedettero ancora.

Il terrore si impossessò di lei.

Poi iniziarono i conati.

E la femmina iniziò a vomitare bile e sangue.

Il veleno la stava straziando dall’interno.

La stessa sorte, pochi attimi dopo, toccò ad altri due cuccioli.

Fillin non conosceva bene i veleni come suo fratello e non sapeva armoniosamente combinare le dosi. Talché i suoi veleni erano sempre mortali e causavano sempre dolori indicibili alle sue sventurate vittime. Anche quando infliggere dolore non era il suo scopo primario.

– Due battiti. Lo avevo detto. Lo avevo ripetuto. Potevate mangiare solo se avessi battuto due volte le mani. – Fillin scosse la testa, sinceramente addolorata.

Il cucciolo con il vetro in gola fece un verso inarticolato: dalla sua bocca gorgoglii disgustosi e risucchi. Poi una gran quantità di sangue eruppe dal naso e dalla bocca. Spasmi. Sussulti.

E poi rimase immobile.

Il maschio scuro ululò. Poi, davanti ad una inorridita Fillin, osò alzarsi sulle zampe posteriori. E prese a strattonare con violenza le catene con le zampe anteriori. Un anello cedette.

– Come osi…-

– MALEDETTO MOSTRO!! – ringhiò …e urlò improvvisamente quello: – MALEDETTO! TI UCCIDERO’! HAI CAPITO??! TI UCCIDERO’ –

Fillin non poteva credere a quello che stava vedendo e sentendo. Quella… bestia stava cercando di tradire la sua natura!

– Tu non sei umano! Non lo sei! Non puoi parlare! NON PUOI!!!-

Una delle guardie si precipitò all’interno. Bianco in volto per quello che aveva visto succedere innanzi ai suoi occhi, ebbe comunque la presenza di spirito di capire che, se non avesse fatto nulla, le cose avrebbero potuto mettersi ancora peggio. Molto peggio. Per tutti. Anche per lui.

Superò i ragazzini morenti, ridotti pelle e ossa, e assestò un violento manrovescio al ragazzo bruno che aveva osato parlare. Quello cercò di ripararsi in qualche modo, ma la catena e la debolezza non glielo consentirono. Stramazzò al suolo, piangendo, e la guardia lo prese a calci fino a fargli perdere i sensi.

Non sapeva esattamente quello che stava facendo.

Quando incontrò lo sguardo delle ragazzine vestite solo di stracci in fondo al tugurio – dei! Sono solo bambine! – si sentì lacerare nel profondo. Cosa era diventato?

Si voltò rapidamente e uscì dal tugurio, stordito dagli odori, dal sangue. Dai morti.

– Ripulite. – Ordinò fredda Fillin.

-Sì, mia signora. –

– Bruciate tutto. –

– Come…cosa dobbiamo fare dei feriti? –

Gli occhi di Fillin erano annebbiati. Guardò verso la cesta con le polpette buone. Fatte con ottimi avanzi. Senza vetri. Senza veleni.

Non dovevano andare sprecate.

– Date queste polpette ai cuccioli che troverete per strada questa notte. Sopprimete i feriti di questa cucciolata. Mi hanno stancata. Non impareranno mai ad ubbidire. –

– ….E per quelli che non sono feriti? – osò chiedere ancora una delle guardie.

Nonostante tutto, Fillin era ancora abbastanza lucida: non poteva ordinare alle guardie l’uccisione o il taglio della lingua di un animale sano. Esulavano dai loro compiti.

– Ci penserà mio fratello, non appena tornerà. Ora ho altre cose di cui occuparmi. –

Non aggiunse altro.

Ma la sua mente era in fervore.

La giornata era rovinata.

Per lei era divenuta davvero pessima.

Altri ora avrebbero condiviso la sua sofferenza.

Zucchero per prima.

I Racconti di Gamara: “L’Ombra del Mercante” (IV Parte)

Divorato dall’inquietudine che di momento in momento cresceva in intensità, si avvicinò di nuovo agli abiti, studiandone gli strappi: possibile che tra le mani di lei ne fosse rimasto qualche frammento? Possibile che qualcuno ricordasse di averlo visto indossare quei tessuti tanto ricercati? Aveva incontrato qualcuno mentre rientrava a casa, in quello stato?

Era sicuro che non ci fossero stati testimoni laggiù, con Elein…ma il ritorno a casa era avvolto nell’oblio.

I bottoni.

Quei preziosi, dannati bottoni.

Ne mancavano due.

EleinEleinEleinEleinElein

– Non ti è bastato strapparmi il cuore, maledetta?! – Urlò alla stanza vuota – Ora vuoi portarmi nella tomba con te?! –

Iniziò a piangere.

Non avrebbe dovuto finire così.

Era per lei che aveva fatto tutto.

Tutto.

Da quando quel giorno, tanti anni prima, l’aveva vista, ancora fanciulla, petalo che il vento del destino aveva trasportato in una terra disfatta e morente.

Il cocchiere della sua carrozza aveva imboccato una via sbagliata e, invece di raggiungere l’elegante maniero del padre, l’aveva condotta davanti alla conceria dove lavorava Demien. Uno sguattero tra tanti altri.

Peggio: un servo.

Non ci sarebbe mai stata libertà per lui. Né denaro. Né proprietà. E per questo aveva iniziato a rubare. Per mettere da parte qualcosa per sé stesso. Per quando il suo padrone si fosse stancato di lui. O le forze, già poche in quel corpo macilento e sgraziato, lo avessero abbandonato del tutto. Ma girava poco denaro nella conceria, almeno per quanto fino ad allora gli era dato sapere. E ancor meno nel lugubre tugurio dove dormiva, per poche ore, a notte fonda. Aveva messo da parte troppo poco. E correva ogni giorno il rischio che anche quel poco gli fosse rubato, da un disgraziato come lui o da qualche tagliagole, per fame o per tedio.

Non ce la avrebbe mai fatta.

Sarebbe morto lavorando, per un uomo infido che non avrebbe mai riconosciuto il suo sacrificio e si sarebbe disfatto di lui come di uno scarto di lavorazione.

Demien lo sapeva. Lo sapeva bene.

Ma fino a quel giorno la consapevolezza non aveva allontanato la rassegnazione.

Fino a quel giorno.

Quando la vide, su quella carrozza smarrita.

Gli occhi bellissimi, di un verde intenso e profondo, come il mare che di tanto in tanto gli capitava di sognare. Anche se, il mare, lui non lo aveva mai visto.

Quel giorno Elein incrociò il suo sguardo.

E per lui tutto cambiò.

Il mondo non finiva nella conceria.

C’era dell’altro oltre gli odori penetranti e nauseabondi, oltre i topi, le carcasse, i liquami. E quel qualcosa, di cui quella giovane era forse solo una parte, era splendido, più di quanto avesse osato immaginare.

Demien vide allora oltre i confine della propria vita, oltre l’incubo che quotidianamente viveva. E incominciò a sperare. E a quella speranza si avvinghiò come un naufrago ad un relitto galleggiante. Disperatamente e con ogni sua forza.

Al limite dell’umano. Al limite della ragione.

Sino all’ossessione.

Così nacque l’amore per quella che avrebbe scoperto poi chiamarsi Elein.

Così quel giorno nacque il nuovo Demien.

Quello che avrebbe finalmente abbandonato la conceria e sarebbe divenuto padrone della propria vita.

Elein lasciò quel luogo dannato dopo pochi momenti, non appena il cocchiere riuscì a imboccare un’altra via.

A Demien occorsero anni.

Ma non dimenticò mai.

Il viso di lei.

E li stemmi sulla sua carrozza.

Di una delle casate più in vista e potenti di Gamara.

Quella cui anche il Connestabile apparteneva.

Così come molti anni dopo, ricordava ancora bene le mille privazioni e le sofferenze indicibili che aveva patito in quel luogo.

Da solo.

Senza un aiuto, un sostegno, anche solo una parola di conforto.

Perché persino gli altri servi lo canzonavano per le sue diformità e si approfittavano di lui: “Vieni gobbo!” urlavano “lava le mie piaghe, gobbo!”, comandavano. E lui ubbidiva, troppo debole per opporsi, troppo codardo per reagire.

E così, dopo l’estanuante giorno di lavoro, quando ogni fibra del suo corpo era straziata dal dolore e ogni movimento era una pena, era costretto a spalmare unguenti, applicare cataplasmi, cambiare bendaggi, lenendo le ferite altrui, di rado curandole, sempre esacerbando le proprie.

Così ogni notte era un tormento e ogni giorno lo coglieva più esausto del precedente.

Ancora non riusciva a comprendere come fosse sopravvissuto, come avesse fatto a resistere, a non morire schiacciato sotto qualche cassa, asfissiato dalle esalazioni, bruciato dalle fiamme e dagli acidi.

Specie perché alla stanchezza, si aggiungeva il sopruso: toccavano a lui i lavori più pericolosi, i compiti più ingrati: “Vieni qui, gobbo! Pulisci questi secchi, gobbo! Lava la stalla, gobbo!”.

E il gobbo ubbidiva.

Servo dei servi.

Senza sosta. Senza riposo.

Nella conceria a trasportare, issare, mescolare, trascinare.

Nello studio del padrone a rassettare, pulire, lavare.

A volte ponendo un piedi innanzi all’altro senza sapere la meta, stordito e disorientato; quasi sempre digiugno da diverse ore o disidratato.

Mentre i veleni entravano nel suo corpo, attraverso il respiro, attraverso le ferite aperte.

Eppure lui resisteva.

Gli altri servi morivano.

E lui rimaneva in piedi.

E quando era sufficientemente lucido e vigile ascoltava.

I dialoghi oltre le porte chiuse, le frasi dei guardiani che non badavano mai a lui, i sussurri oltre gli angoli, le liti nelle cantine.

E rifletteva.

Fin quando i tanti frammenti colti non riuscirono a formare un disegno complesso.

Intanto rubava. Con discrezione.

Mai troppo, spesso troppo poco.

E accumulava. Anche se era difficile nascondere il denaro a quella folla immonda che riposava con lui. Anche se era stato tanto furbo da creare più nascondigli e di non condividere mai con nessuno i suoi segreti.

E poi comprava.

Ma nulla di materiale: no.

Le merci di cui faceva incetta erano informazioni. E silenzio.

pergamena e penna

E negli anni ne divenne ricco.

Fin quando tutto fu come lui aveva sperato.

E le porte di Gamara gli si aprirono innanzi.

Perché, come ogni mercante, sapeva che le merci avrebbero acquisito sempre maggior valore se conservate con cura e vendute al momento e alle persone giuste.

E anche ora erano molteplici i suoi clienti.

E ancor di più le mercanzie che conservava: avrebbe impiegato ore a contare le guardie e i giudici al suo soldo. E non avrebbe avuto difficoltà a pagare giurie e avvocati.

Demien se ne convinse presto: non sarebbero stati due bottoni a distruggergli la vita.

Poteva mettere a posto ogni cosa, se la necessità si fosse presentata.

Raccolse gli abiti e gli depose con cura nell’armadio.

Piuttosto era forse il caso di riscuotere qualche debito, come sempre faceva, senza far nascere dubbio in alcuno, foss’anche su una sua momentanea debolezza. Ma soprattutto era il caso di rammentare ad altri che le scadenza non sarebbero state prorogate e che presto sarebbe venuto il momento di onorare i propri debiti.

Raggiunse la scrivania.

Tenerli sulla corda. Non lasciarli mai tranquilli.

Sempre ricordare, mai far dimenticare.

E si mise a scrivere.

[FIne parte quarta]

[Leggi la parte terza]

[Leggi dall’inizio]

Il Ritorno di Sandy Petersen: Cthulhu Wars

Pensi a Cthulhu (chi non lo fa almeno una volta al giorno) e ti viene in mente….

funny cthulhu

AH! Ecco… No: non propriamente questo Cthulhu. Diciamo piuttosto questo…

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E inevitabilmente ripensi a quel Sandy Petersen che hai conosciuto di persona qualche tempo fa in Italia, a Lucca, e al quale hai fatto autografare un manuale de “Il Richiamo di Cthulhu” di circa 20 anni prima….

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Cerchi su internet…ed eccoti servito!

Un nuovo IMPERDIBILE GIOCO! Eccovene la presentazione:

Il gioco è del 2013 e, personalmente, non ho ancora avuto l’occasione di provarlo.

La meccanica sembra semplice; il gioco stesso sembra prendere le mosse dal noto Chaos in the old world della Fantasy Flight: si creano punti potere con i quali si evocano mostri, si muovono mostri, si fanno combattere mostri….e sì, si evocano portali, lanciano incantesimi e, soprattutto, si evocano Grandi Antichi!!!

La particolarità risiede nel fatto che, in questo caso, non si vestono i ruoli dei simpatici dei del Chaos di WarHammer, ma si combatte per una delle ridenti fazioni dell’orrorifico immaginario Lovecraftiano. Con tutto il suo lieto corredo di tentacoli.

Ogni giocatore ha una propria fazione, con mostri specifici, incantesimi specifici, abilità specifiche…e specifico Grande Antico.

Ecco la fazione di Cthulhu:

Notare la grandezza della mappa e, soprattutto, delle “miniature”.

Ma, ovviamente, per una recensione bisogna attendere.

Intanto qui trovate molte informazioni utili e, addirittura, le regole di gioco da scaricare:

Kickstarter

A presto!

I Racconti di Gamara: “Un uomo buono si perdona sino a sette volte”

Più Satrian guardava l’uomo inginocchiato ai suoi piedi, più il suo cuore si allargava, anche se anni di devoto sacerdozio lo avevano oramai abituato alle lacrime, alle suppliche e alle richieste di perdono: purtroppo non avrebbe potuto negare di essersi oramai stancato di quelle manifestazioni tanto ostentate di dolore.
Benché Satrian fosse un Giusto, sapeva infatti che molto spesso le persone, anche i suoi fedeli, non lo erano: troppo spesso le richieste di perdono erano state dettate dalla paura della punizione, piuttosto che dalla sofferenza interiore per il peccato commesso.
Talché, laddove non si fosse dato seguito alla condanna emessa, ci sarebbe stata una colpa in più, piuttosto che un reale ravvedimento.
Ma in questo caso…
Satrian guardò oltre le spalle dell’uomo: il corpo nudo della sua giovane figlia giaceva immobile, in una pozza scura che andava allargandosi, la lucente lama ancora piantata nel petto, dritta nel cuore.
La ragazzina non aveva sofferto.
– Vi prego…. Vi prego. Abbiate pietà di me. – supplicava tra i singhiozzi.
Satrian era indeciso, come ben di rado accadeva.
Quel pentimento sembrava così sincero…
– Mareb, guardami. – comandò.
– Non posso, mi vergogno tanto… –
– Guardami – comandò con voce più ferma.
Asciugandosi il volto con le mani, il supplice cercò di rendersi degno dello sguardo di Satrain. Ma non fece altro che spargere il sangue della figlia sulle guance e il mento.
L’orrida maschera del colpevole.
Poi guardò verso Satrian, mentre il suo corpo continuava ad essere percorso da spasmi incontrollabili.
– Negli occhi, Mareb. Guardami negli occhi. –
Tra le fila di adepti e sacerdoti, si diffuse un palpabile disagio e si levarono infiniti sussurri e superstiziose giaculatorie.
– Non posso! Vi contaminerei! Non posso! La Carne proibisce…-
E dicendo questo Merab si ritrasse, facendosi, se possibile, ancor più piccolo ed indifeso.
Satrian ne ebbe compassione.
– Guardami – comandò ancora, per l’ultima volta.
E Mareb ubbidì.
L’incontro di sguardi fu breve. Ma fu sufficiente per Satrian: ogni indugio fu immediatamente fugato.
Sincero. Quest’uomo è sincero. Il suo pentimento reale.
Mareb è un uomo buono.

Rivolgendosi ai suoi fedeli, tutti ora in assoluto silenzio, Satrian decretò: – La colpa è mondata. –
Poi fece cenno a Mareb di alzarsi: – La Carne riconosce la tua debolezza. E la perdona. Tu sei un giusto. Non ti è preclusa la via della redenzione. –
Mareb riprese a piangere. Cercò di alzarsi. Ma le gambe cedettero.

Cripta-ArcFotNaz

Compresa la sua reale difficoltà, Satrian fece segno a due neofiti di prestargli aiuto.
Questi, quasi sollevandolo di peso, condussero il supplice all’arcata meridionale, da dove avrebbero raggiunto la cripta superiore e dove Merab, neofita come loro, avrebbe potuto lavarsi del sangue della figlia e poi rivestirsi.
Satrian sospirò.
La morte della giovane era frutto di un grave peccato. Ma la morte anche di Mareb non vi avrebbe posto rimedio: sarebbe stata intollerabile. Due Carni perdute in un giorno solo… sarebbe stato davvero troppo.
La cosa Giusta è stata fatta.
Nella raggiunta certezza, Satrian si allontanò, consapevole degli sguardi malevoli del suo Secondo Prescelto che evidentemente non aveva condiviso la sua decisione, forse scandalizzato da quel comando che aveva consentito ad un neofita di guardare il Celebrante negli occhi.
Era un problema.
Avrebbe dovuto occuparsene.
Un improvviso vociare lo costrinse tuttavia ad abbandonare quegli scuri pensieri…
– E’ viva! E’ ancora viva! –
L’eccitazione pervase la navata centrale del Tempio della Carne.
Satrian si voltò verso la fanciulla.
E il suo cuore si allargò ancora…
– La Carne ci benedisce! – esclamò con gioia.
La cosa Giusta è stata fatta.
E la Carne ce ne offre ricompensa.

La giovane respirava.
Tossì. Emise un lungo lamento.
Si mosse. Ma il dolore la bloccò a terra.
Si guardò il petto. E vide la lama che la trafiggeva.
Urlò. Ma emise solo un altro rantolo.
Sconvolta, cercò aiuto.
I suoi occhi incontrarono però solo volti sconosciuti.
Decine di persone, nude sotto i mantelli bianchi, uomini e donne, che continuavano a guardarla. Senza osare muoversi.
Alcuni però presero a sorridere.
E qualcosa, illuminato dai fuochi rituali, parve accendersi in quelle bocche immonde.
Non avevano normali denti, ma zanne di metallo.
La giovane cercò di urlare ancora.
Ma non vi riuscì: del resto, sarebbe stato totalmente inutile. Quanto avveniva in quella cripta, cinque piani sotto il suolo, era noto solo agli adepti del Tempio della Carne. E ai suoi protettori nelle sfere più alte di Gamara. Nessuno l’avrebbe udita, nessuno sarebbe venuto a soccorrerla.
Il gesto empio del padre, che invece di infliggerle la Prima Ferita che avrebbe iniziato il Banchetto, aveva, in un ultimo ripensamento, deciso di ucciderla liberandola dal supplizio di venir divorata viva, come i precetti della Carne comandavano, aveva mancato di precisione e convinzione. La lama aveva leso gravemente un polmone, ma non aveva trafitto il cuore.
Così Marialena fu cosciente quando il Celebrante diede il comando.
Fu cosciente quando trenta, tra uomini e donne, giovani e vecchi, le si avventarono addosso, i mantelli bianchi, candidissimi, come era stato quello di suo padre, prima di accoltellarla.
Tutti preda della fame, la Fame della Carne.
E fu cosciente quando i primi morsi la raggiunsero. Sentì il metallo penetrare la sua pelle, i suoi muscoli, fino alle ossa. E sentì la propria vita fluire via, nel suo sangue, del quale tutti bevvero.
Anche il Secondo Prescelto, al quale il Celebrante concesse il cuore della vittima.
Un lampo di riconoscenza nei suoi occhi. E la promessa, muta, che per quel giorno almeno, nulla di grave sarebbe accaduto nell’ordine.
Per questo il Banchetto fu gradito anche al Celebrante, che non vi partecipò.
Guardò in silenzio. Ammirato. Felice per la gioia dei suoi fedeli che vedeva nutrirsi a sazietà.
Di Carne viva.
Se il gesto di Mareb avesse raggiunto il suo scopo, ora tutti avrebbero dovuto nutrirsi di quel corpo solo una volta che fosse stato lavato e purificato dal fuoco.
Invece, mentre la vita vi fluiva ancora, la Carne era sacra e benedetta. E tutti i fedeli ne avrebbero potuto gioire.
Quanta gioia aveva condotto a quel tempio la saggezza di lasciare in vita un uomo buono!
Satrian sorrise felice.

Qualche ora dopo, il Secondo Prescelto si avvicinò a Satrian, umilmente, il sangue della giovane che ancora rendeva lucido il suo corpo perfetto.
Satrian lo osservò con ammirazione ed eccitazione crescente.
Onorando la Carne.
– Avevate ragione a voler lasciare vivo Mareb. La Carne ci ha ricompensato. –
– La Carne non mente.-
– Ma se dovesse fallire di nuovo? Se alla prossima celebrazione di nuovo si riutasse di infliggere la prima ferita e di mordere il frutto della sua Carne? –
– La Carne dice di perdonare. –
– Ma non specifica quante volte. –
– Quanti figli ha ancora Mareb? – chiese quasi distrattamente.
– Sette. Compreso quello di cui è incinta sua moglie. –
– Allora sono disposto a perdonarlo ancora sette volte. –