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Il Ritorno di Sandy Petersen: Cthulhu Wars

18 settembre 2013

Pensi a Cthulhu (chi non lo fa almeno una volta al giorno) e ti viene in mente….

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AH! Ecco… No: non propriamente questo Cthulhu. Diciamo piuttosto questo…

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E inevitabilmente ripensi a quel Sandy Petersen che hai conosciuto di persona qualche tempo fa in Italia, a Lucca, e al quale hai fatto autografare un manuale de “Il Richiamo di Cthulhu” di circa 20 anni prima….

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Cerchi su internet…ed eccoti servito!

Un nuovo IMPERDIBILE GIOCO! Eccovene la presentazione:

Il gioco è del 2013 e, personalmente, non ho ancora avuto l’occasione di provarlo.

La meccanica sembra semplice; il gioco stesso sembra prendere le mosse dal noto Chaos in the old world della Fantasy Flight: si creano punti potere con i quali si evocano mostri, si muovono mostri, si fanno combattere mostri….e sì, si evocano portali, lanciano incantesimi e, soprattutto, si evocano Grandi Antichi!!!

La particolarità risiede nel fatto che, in questo caso, non si vestono i ruoli dei simpatici dei del Chaos di WarHammer, ma si combatte per una delle ridenti fazioni dell’orrorifico immaginario Lovecraftiano. Con tutto il suo lieto corredo di tentacoli.

Ogni giocatore ha una propria fazione, con mostri specifici, incantesimi specifici, abilità specifiche…e specifico Grande Antico.

Ecco la fazione di Cthulhu:

Notare la grandezza della mappa e, soprattutto, delle “miniature”.

Ma, ovviamente, per una recensione bisogna attendere.

Intanto qui trovate molte informazioni utili e, addirittura, le regole di gioco da scaricare:

Kickstarter

A presto!

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I Racconti di Gamara: “Un uomo buono si perdona sino a sette volte”

16 settembre 2013

Più Satrian guardava l’uomo inginocchiato ai suoi piedi, più il suo cuore si allargava, anche se anni di devoto sacerdozio lo avevano oramai abituato alle lacrime, alle suppliche e alle richieste di perdono: purtroppo non avrebbe potuto negare di essersi oramai stancato di quelle manifestazioni tanto ostentate di dolore.
Benché Satrian fosse un Giusto, sapeva infatti che molto spesso le persone, anche i suoi fedeli, non lo erano: troppo spesso le richieste di perdono erano state dettate dalla paura della punizione, piuttosto che dalla sofferenza interiore per il peccato commesso.
Talché, laddove non si fosse dato seguito alla condanna emessa, ci sarebbe stata una colpa in più, piuttosto che un reale ravvedimento.
Ma in questo caso…
Satrian guardò oltre le spalle dell’uomo: il corpo nudo della sua giovane figlia giaceva immobile, in una pozza scura che andava allargandosi, la lucente lama ancora piantata nel petto, dritta nel cuore.
La ragazzina non aveva sofferto.
– Vi prego…. Vi prego. Abbiate pietà di me. – supplicava tra i singhiozzi.
Satrian era indeciso, come ben di rado accadeva.
Quel pentimento sembrava così sincero…
– Mareb, guardami. – comandò.
– Non posso, mi vergogno tanto… –
– Guardami – comandò con voce più ferma.
Asciugandosi il volto con le mani, il supplice cercò di rendersi degno dello sguardo di Satrain. Ma non fece altro che spargere il sangue della figlia sulle guance e il mento.
L’orrida maschera del colpevole.
Poi guardò verso Satrian, mentre il suo corpo continuava ad essere percorso da spasmi incontrollabili.
– Negli occhi, Mareb. Guardami negli occhi. –
Tra le fila di adepti e sacerdoti, si diffuse un palpabile disagio e si levarono infiniti sussurri e superstiziose giaculatorie.
– Non posso! Vi contaminerei! Non posso! La Carne proibisce…-
E dicendo questo Merab si ritrasse, facendosi, se possibile, ancor più piccolo ed indifeso.
Satrian ne ebbe compassione.
– Guardami – comandò ancora, per l’ultima volta.
E Mareb ubbidì.
L’incontro di sguardi fu breve. Ma fu sufficiente per Satrian: ogni indugio fu immediatamente fugato.
Sincero. Quest’uomo è sincero. Il suo pentimento reale.
Mareb è un uomo buono.

Rivolgendosi ai suoi fedeli, tutti ora in assoluto silenzio, Satrian decretò: – La colpa è mondata. –
Poi fece cenno a Mareb di alzarsi: – La Carne riconosce la tua debolezza. E la perdona. Tu sei un giusto. Non ti è preclusa la via della redenzione. –
Mareb riprese a piangere. Cercò di alzarsi. Ma le gambe cedettero.

Cripta-ArcFotNaz

Compresa la sua reale difficoltà, Satrian fece segno a due neofiti di prestargli aiuto.
Questi, quasi sollevandolo di peso, condussero il supplice all’arcata meridionale, da dove avrebbero raggiunto la cripta superiore e dove Merab, neofita come loro, avrebbe potuto lavarsi del sangue della figlia e poi rivestirsi.
Satrian sospirò.
La morte della giovane era frutto di un grave peccato. Ma la morte anche di Mareb non vi avrebbe posto rimedio: sarebbe stata intollerabile. Due Carni perdute in un giorno solo… sarebbe stato davvero troppo.
La cosa Giusta è stata fatta.
Nella raggiunta certezza, Satrian si allontanò, consapevole degli sguardi malevoli del suo Secondo Prescelto che evidentemente non aveva condiviso la sua decisione, forse scandalizzato da quel comando che aveva consentito ad un neofita di guardare il Celebrante negli occhi.
Era un problema.
Avrebbe dovuto occuparsene.
Un improvviso vociare lo costrinse tuttavia ad abbandonare quegli scuri pensieri…
– E’ viva! E’ ancora viva! –
L’eccitazione pervase la navata centrale del Tempio della Carne.
Satrian si voltò verso la fanciulla.
E il suo cuore si allargò ancora…
– La Carne ci benedisce! – esclamò con gioia.
La cosa Giusta è stata fatta.
E la Carne ce ne offre ricompensa.

La giovane respirava.
Tossì. Emise un lungo lamento.
Si mosse. Ma il dolore la bloccò a terra.
Si guardò il petto. E vide la lama che la trafiggeva.
Urlò. Ma emise solo un altro rantolo.
Sconvolta, cercò aiuto.
I suoi occhi incontrarono però solo volti sconosciuti.
Decine di persone, nude sotto i mantelli bianchi, uomini e donne, che continuavano a guardarla. Senza osare muoversi.
Alcuni però presero a sorridere.
E qualcosa, illuminato dai fuochi rituali, parve accendersi in quelle bocche immonde.
Non avevano normali denti, ma zanne di metallo.
La giovane cercò di urlare ancora.
Ma non vi riuscì: del resto, sarebbe stato totalmente inutile. Quanto avveniva in quella cripta, cinque piani sotto il suolo, era noto solo agli adepti del Tempio della Carne. E ai suoi protettori nelle sfere più alte di Gamara. Nessuno l’avrebbe udita, nessuno sarebbe venuto a soccorrerla.
Il gesto empio del padre, che invece di infliggerle la Prima Ferita che avrebbe iniziato il Banchetto, aveva, in un ultimo ripensamento, deciso di ucciderla liberandola dal supplizio di venir divorata viva, come i precetti della Carne comandavano, aveva mancato di precisione e convinzione. La lama aveva leso gravemente un polmone, ma non aveva trafitto il cuore.
Così Marialena fu cosciente quando il Celebrante diede il comando.
Fu cosciente quando trenta, tra uomini e donne, giovani e vecchi, le si avventarono addosso, i mantelli bianchi, candidissimi, come era stato quello di suo padre, prima di accoltellarla.
Tutti preda della fame, la Fame della Carne.
E fu cosciente quando i primi morsi la raggiunsero. Sentì il metallo penetrare la sua pelle, i suoi muscoli, fino alle ossa. E sentì la propria vita fluire via, nel suo sangue, del quale tutti bevvero.
Anche il Secondo Prescelto, al quale il Celebrante concesse il cuore della vittima.
Un lampo di riconoscenza nei suoi occhi. E la promessa, muta, che per quel giorno almeno, nulla di grave sarebbe accaduto nell’ordine.
Per questo il Banchetto fu gradito anche al Celebrante, che non vi partecipò.
Guardò in silenzio. Ammirato. Felice per la gioia dei suoi fedeli che vedeva nutrirsi a sazietà.
Di Carne viva.
Se il gesto di Mareb avesse raggiunto il suo scopo, ora tutti avrebbero dovuto nutrirsi di quel corpo solo una volta che fosse stato lavato e purificato dal fuoco.
Invece, mentre la vita vi fluiva ancora, la Carne era sacra e benedetta. E tutti i fedeli ne avrebbero potuto gioire.
Quanta gioia aveva condotto a quel tempio la saggezza di lasciare in vita un uomo buono!
Satrian sorrise felice.

Qualche ora dopo, il Secondo Prescelto si avvicinò a Satrian, umilmente, il sangue della giovane che ancora rendeva lucido il suo corpo perfetto.
Satrian lo osservò con ammirazione ed eccitazione crescente.
Onorando la Carne.
– Avevate ragione a voler lasciare vivo Mareb. La Carne ci ha ricompensato. –
– La Carne non mente.-
– Ma se dovesse fallire di nuovo? Se alla prossima celebrazione di nuovo si riutasse di infliggere la prima ferita e di mordere il frutto della sua Carne? –
– La Carne dice di perdonare. –
– Ma non specifica quante volte. –
– Quanti figli ha ancora Mareb? – chiese quasi distrattamente.
– Sette. Compreso quello di cui è incinta sua moglie. –
– Allora sono disposto a perdonarlo ancora sette volte. –

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I Racconti di Gamara: “L’Ombra del Mercante” (III parte)

12 settembre 2013

Un gradino.
E poi un altro ancora.
Una lenta discesa. Mentre, intorno, la luce di una fiaccola coglie forme annerite, i cui contorni sembrano danzare nelle alcove delle pareti.
Statue. Antichi monumenti.
Ma paiono morti che si destano dalle loro nere cripte.
Un gradino. E ancora un passo.
Laggiù qualcosa attende…

…Poi la luce.
Oltre le palpebre chiuse.
E, lontano, il suono di una campana.
Quanti rintocchi?
Aprì gli occhi.
La luce filtrava oltre gli scuri delle finestre. Il sole era già alto.
Come aveva fatto a dormire così a lungo?
Fuori, le tante voci di uomini e donne rivelavano che Gamara era già ben desta.
Si alzò, ma senza avvertire alcuna reale urgenza, nonostante l’ora: era strano, ma in fondo piacevole.
Era abituato a lavorare fino a tardi e a destarsi con le prime luci dell’alba. Ogni giorno dell’anno. Quali che fossero le condizioni del tempo.
Del resto, il suo lavoro non prevedeva la necessità di sortite all’esterno.
A lui bastavano i suoi libri, qualche foglio di carta, meglio ancora se di preziosa pergamena, inchiostri e penne. Erano gli altri a cercarlo e a compiere per lui tutte quelle attività che avrebbero richiesto incontri, lunghi dialoghi, estenuanti contrattazioni…e pagamenti.
Sebbene un poco intontito, i ricordi del sogno appena lasciato che andavano sbiadendo rapidamente,
Demien si alzò; nudo, raggiunse la finestra, aprì in parte gli scuri e per qualche momento studiò la sottostante strada: alcuni volti noti, una moltitudine di sconosciuti. Eppure sembravano libri aperti, davanti ai suoi occhi, le loro storie così profondamente incise nel loro modo di muoversi, atteggiarsi e rapportarsi con il mondo, da essere tanto facilmente leggibili, quanto prive di reale importanza. Ecco i garzoni delle varie botteghe artigiane indaffarati a cercare di soddisfare le impossibili richieste dei loro padroni; le guardie cittadine che si facevano pagare un extra dai mercanti della via per la loro protezione e che la notte avrebbero esatto dai ladri la loro quota concordata sulla refurtiva; le madri di famiglia che conducevano le loro figlie più giovani dal ricco signore in fondo alla via al fine dichiarato di farle prendere a servizio come sguattere nella sua casa, ma nutrendo l’inconfessabile speranza che almeno quelle vergini stuzzicassero prima e soddisfacessero poi i suoi più reconditi e perversi appetiti in modo da incassare laute ricompense.
Demian sorrise.
Storie già lette.
Storie poco interessanti.

finestra buia
Abbandonò il proprio studio, già divenuto tedioso, e riportò il suo sguardo all’interno della stanza.
Lì vide gli abiti del giorno prima, fradici e sporchi, abbandonati sull’assito del pavimento.
Per qualche momento li osservò come se appartenessero ad un’altra persona: non sarebbe mai stato tanto sbadato e distratto da lasciarli in quelle condizioni. Poi però ne riconobbe il tessuto e il valore. Ricordò dove e a che prezzo li aveva comprati.
Cercò ugualmente di convincersi che l’ansia e l’allarme che andavano comunicandogli erano solo impressioni, probabilmente conseguenza di qualche bicchiere di troppo bevuto la notte precedente.
Poi vide gli strappi.
E le macchie scure.
E il cuore mancò un battito.
EleinEleinEleinElein
Alzò lo sguardo.
E si ritrovò davanti uno sconosciuto.
Sussultò.
Lunghi capelli neri, sciolti fino alle spalle, che non riuscivano a nascondere l’ovale sgraziato del volto di un colorito insano.
Occhi scuri, cerchiati ed incavati, come pozzi infetti.
Braccia troppo esili.
E spalle cadenti, di diseguale altezza.
L’odiosa gobba…
EleinEleinEleinElein
– Non sono così! Non sono più così! –
Si scagliò in avanti.
Ma inciampò negli abiti lasciati a terra.
E cadde bocconi, davanti allo specchio.
Il maledetto specchio che aveva lasciato scoperto.
Era…patetico.
Iniziò a piangere.
– Non è successo. Non è mai successo… –
Istintivamente si guardò il palmo delle mani.
Sporchi.
Di terra….e di…fuliggine?
Ma non di sangue.
Calma.
Pioveva. Molto forte. Ed era buio.
– Sì. Pioveva. –
Nessuno poteva aver sentito o visto qualcosa.
Certo non avrebbero mai potuto riconoscerlo.
EleinEleinEleinElein
Si rialzò.
Sedette sui talloni per qualche momento.
Poi si avvicinò di nuovo alla finestra, pensando di aprirla per prendere un po’ d’aria.
Ma cambiò idea: qualcuno avrebbe potuto accorgersi della sua presenza. Tornò al letto, senza coricarvisi, fissandone, inorridito, le lenzuola macchiate. Andò alla scrivania, ingombra di carte, ma non si sedette, incapace di rimanere fermo.
Nervoso, all’erta, come la sua mente, che valutava ipotesi, scartava vie d’uscite, analizzava altre soluzioni. Ancora annebbiata dalla speranza che si fosse trattato solo di un sogno.
Ma gli abiti erano sempre là, al centro della stanza,in un mucchio scomposto, i ricchi ornamenti e la preziosa stoffa rovinati.
Aveva speso in quegli abiti ben più di quanto fosse ragionevole fare. Ma gli accorgimenti di Namart, il miglior sarto di quella parte di Gamara, gli erano indispensabili.
Quando li indossava la gobba spariva e la sua figura guadagnava altezza, eleganza ed equilibrio.
Insieme alle scarpe, che cancellavano la diversa lunghezza delle gambe, lo trasformavano in un uomo distinto che tutti avrebbero creduto di nobili origini, anche se nel suo sangue non scorreva una sola goccia di nobiltà.
Del resto erano pochi anche nella ristretta cerchia degli Antichi Nobili dell’Aquila a potersi permettere gli abiti di Namart.
Quello che contava davvero erano i soldi. E a Demien non facevano certo difetto.
Ora però rischiava di perdere anche quello.
Tutto.
Calma.
Non c’erano testimoni.
Come potevano arrivare a lui?

[fine terza parte]

Luca Germano

[Leggi la seconda parte]

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I Racconti di Gamara: “L’Ombra del Mercante” (II parte)

31 agosto 2013

Demian barcollò, rapito dalla vertigine che diveniva ogni momento più forte, man mano che l’occhio, seguendo l’inusuale ritmo di rilievi, concavità e linee irregolari che plasmava la facciata dell’edificio, incontrava, senza apparente soluzione di continuità e preciso disegno, figure vagamente antropomorfe, simboli arcani e ornamenti vegetali…
…E poi arti deformi, corna oblunghe, volti distorti dal dolore e membra squassate.
Forse una strage perpetrata da orde demoniache.
Forse il supplizio delle vittime sacrificate a dei pagani.
Distolse lo sguardo.
Ma ovunque lo volgesse, ad attenderlo non vi erano che altre ombre, se possibile più buie di quelle prima vedute, che rinnovavano senza posa la minaccia di nuovi orrori che non poteva immaginare se non più angoscianti.
Eppure non si gettava a terra, né fuggiva dal vicolo; nemmeno chiudeva gli occhi.
Fin quando d’improvviso, senza ragione, la minaccia gli apparve promessa e la fuga divenne insaziabile ricerca.
Quasi non osava guardare, ma voleva farlo.
E ogni volta che l’ombra assumeva nuove immonde forme, il suo sguardo si ritrovava ad indugiarvi, fin quando, del demone che si svelava, non aveva colto ogni turpe deformità, ogni sproporzione, ogni lineamento alieno; dell’atroce tormento, ogni gratuita sofferenza, ogni strazio, ogni muto lamento.
Riusciva ad allontanarsi dalla contemplazione solo quando veniva distratto da un improvviso movimento sospetto che non aveva ragion d’essere, da una forma che sembrava essersi fatta più vicina o più grande, da una massa che minacciava una ben prossima rovina.
Oppure, più spesso, da un’ombra più nera che non aveva prima notato.
Si sorprese di constatare che, per quanto disturbante fosse quanto andava mostrandosi e per quanto si sentisse spaventato e stanco, in misura decisamente maggiore era… affamato. Di orrore.
E di dolore.
Solo si rammaricava di non poter vedere di più.

buio grata

Non dubitava infatti che anche oltre il limite del suo sguardo, là dove neppure in minima parte giungeva la luce che l’ancella aveva lasciato accesa, egualmente bestie immonde e demoni affollassero i cornicioni, si avvinghiassero agli stipiti e ai davanzali delle finestre, protendessero artigli oblunghi e sgraziati busti fuori da alcove buie e nicchie profonde, dando prosecuzione al medesimo incoerente e folle ritmo.
Perché unica e tragicamente chiara doveva essere l’allucinata e perversa ispirazione che aveva costituito il progetto ardito e folle dell’Architetto di quell’edificio.
Tanto da arrivare persino a deformarne la stessa struttura, le fughe, le linee, gli spazi della facciata che pareva valicare i propri limiti e stendersi oltre il logicamente lecito.
Poi un nuovo lampo.
E solo allora, non prima, Demien riconobbe davvero l’incubo di una mente devastata.
Gli incroci bestiali erano forse eco di miti fanciulleschi, benché trasfigurati nel delirio di un età matura, e così le forme avizzite e sterili di piante morte, poco più che la riproposizione di studi rivisitati e reinterpretati nell’aridità di una anima che non conosce speranza.
Ma la congerie immonda che il lampo mostrò ai suoi occhi…quella no: non poteva essere semplice estro creativo, seppure deviato, né stanco ritorno; non poteva essere il frutto di una mente che seguiva ancora una logica ed una estetica; non poteva essere…l’opera di un uomo!
No!
Era delirio.
Era follia.
L’occhio smise di vagare.
E rimase imprigionato.
Per l’eternità del lampo.
La mente di Demien, per tutta la vita.
EleinEleinEleinEleinEleinElein…
Feti ciechi che dilaniavano le carni delle proprie madri nutrendosi dei loro corpi martoriati; donne che si trafiggevano l’utero, per tentare di uccidere gli abomini dei quali erano gravide; fanciulli che soffocavano bevendo da seni deformi e purulenti, altri che inutilmente si dibattevano mentre venivano inchiodati a strani troni sormontati da soli incandescenti che ne liquefacevano le carni… E bambini, che non erano bambini, con bocche che sembravano cicatrici là dove avrebbe dovuto trovarsi il naso e che si aprivano in senso longitudinale rispetto al viso; e altri imprigionati in una lastra ondulata che sembrava un lago, ma era verticale rispetto al terreno; donne che bruciavano vive in sale immense, mentre i loro mariti erano infilzati con nere lance conficcate nei sovrastanti soffitti.
Solo per breve attimo Demien si interrogò su come fosse possibile che tali dettagli fossero visibili e riconoscibili nei fregi e nelle sculture che aveva di fronte; solo per breve attimo dubitò della verità di quanto vedeva.
E intanto continuava a piovere.
E l’acqua, in rivoli rapidi e improvvisi zampilli, scivolava sulle linee contorte, negli avvallamenti, seguendo convessità e fregi, quasi che ogni cosa in quell’edificio piangesse per la propria miserevole natura.
Ma non c’era solo profondo dolore e ineguagliabile strazio.
Le deformità d’incubo, che Demian vedeva, comunicavano al contempo odio sempiterno e incontenibile ira.
E allora Demien comprese di essere tra anime a sé eguali.
– Non mi serve più la luce, ancella! – urlò alla notte: – Spegni pure, se devi: non subirò alcun male, qui. Poichè non vi sono demoni, ma giusti che io non ho tormentato! –
Ma l’ancella non rispose.
E la Luce non si spense.
Demien si voltò verso la porta che non lo aveva accolto.
Chiusa. Nella luce.
– E non ho bisogno di entrare nel palazzo che custodisci. Dillo alla Tua signora. – gridò ancora.
E incominciò a ridere.
– Fai finta di non sentire ancella? O hai paura di me?! –
L’uscio non si schiuse né l’ancella o altri rispose.
– Non mi serve il tuo aiuto. Lo sapevi vero? Nessuno mi giudica qui. Io sono tra amici. –
E si voltò di nuovo verso l’incubo per saziarsi dell’immonda sua natura.
Ma l’attenzione fu attirata esclusivamente dalla porta.
La porta che prima non c’era e che ora invece aveva innanzi.
Aperta.
Nell’oblio.

[ fine seconda parte ]

Luca Germano

[Leggi il seguito]

[Leggi la prima parte]

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I Racconti di Gamara: “L’ombra del Mercante”

23 agosto 2013

Le unghie conficcate nei palmi; la gola e i polmoni che bruciavano; la milza trafitta da mille lance; le gambe pesanti come marmo. E il cuore che batteva come un martello nelle tempie. E le dannate lacrime che non cessavano di scendere.
Demian si maledisse.
Trattenne un conato. Non il secondo.
Sputò bile. E il sangue delle ferite che si era procurato mordendosi inavvertitamente labbra e guance.
Si inginocchiò a terra.
E venne squassato dalla tosse, mentre il suo corpo, ostinandosi a non morire, cercava di evitare il soffocamento.
Annaspò in cerca d’aria.
Ne prese boccate gelide, che lungi da arrecargli sollievo, sembravano esacerbare le dolorose fitte che avvertiva in gola e nel petto.
EleinEleinEleinEleinEleinEleinElein
Si ritrovò a terra, le mani che affondavano in una sostanza untuosa e viscida che, ai margini della coscienza, riconobbe e si augurò essere solo fango.
E solo allora si accorse che stava di nuovo piovendo.

vicolo buio
In violenti scrosci, la pioggia dilavava facciate e strade: presto il sistema di scolo sarebbe collassato, come sempre accadeva, anche quando i temporali non erano di grande intensità, e le vie di Gamara, strette o larghe che fossero, si sarebbero trasformate in rii gorgoglianti ed immoti acquitrini. E le profondità remote della città avrebbero bevuto, fino a sazietà, forse finalmente dissetando le genti immonde che voci e leggende affermavano condurre laggiù, nel buio, la loro bieca esistenza, fin quando anche le radici della terra avrebbero rigurgitato l’acqua divenuta scura e malata e infetta, carica dei rifiuti di secoli, delle deiezioni di migliaia e migliaia di uomini e, non di rado, di segreti che si volevano cancellati dalla memoria del mondo.
Ma questo non riguardava Demian, né gli interessava.
Si sedette, il volto verso il cielo, gli occhi chiusi.
Pioggia e lacrime e sangue.
Sentiva l’appiccicoso peso degli abiti fradici che si inzuppavano ulteriormente.
E l’odore della pietra bagnata, del proprio sudore, del sangue.
Ebbe un altro conato, ma il suo stomaco era già vuoto.
Il cuore batteva ancora all’impazzata, ma ora riusciva almeno a respirare.
Aprì gli occhi: l’imponente nera facciata irregolare di un palazzo gli si stagliava innanzi.
La via era buia, lontana ogni fonte di luce.
Dove si trovava?
Quasi cancellato dalla pioggia, percepiva un vago odore di spezie, tante, indefinibili, ma non c’era traccia dell’odore tipico delle cucine. Né rumore alcuno, di stoviglie o di passi, né voce, o suono o canto che provenisse dai grandi saloni che immaginava dietro le ampie finestre scure che aveva innanzi.
Solo lo scrosciare della pioggia. E il vento che, a tratti, si alzava improvviso.
Quasi che il grande vuoto che aveva dentro si fosse allargato al mondo tutto.
Poi il lampo.
E il demone mostruoso che fino a quel momento lo aveva studiato nell’immobilità suadente ed ingannevole dell’ombra, si protese verso di lui.
Demian inorridì, ma non scappò.
Attese.
Sapeva che per lui la vita era finita già qualche ora prima. Che venisse pure il demone a fare scempio delle sue carni: la sua anima era morta e non avrebbe fatto davvero gran differenza il modo in cui la sua carne mortale avrebbe abbandonato il mondo, se marcendo tra le pietre di Gamara o consumata nelle viscere della Bestia.
Ma quando un nuovo lampo disvelò l’incubo che aveva innanzi, ogni proposito cedette e Demian, schiacciata la schiena contro la parete opposta, si ritrovò a pregare gli dei che aveva sempre ignorato perché almeno il supplizio avesse breve durata.
Mentre il tuono dirompeva la notte e sembrava chiamare a Gamara le entità ctonie sopite nei suoi neri abissi.
E Demian immaginava l’abominio discendere dalla parete del nefasto edificio, possente nel suo corpo di toro, mostruoso nelle sue contorte appendici, che parevano ad un tempo serpi e tentacoli. E non aveva forse veduto le orrende deformità del muso? Non erano volti di bambini straziati quelli che aveva scorto sopra le froge?
EleinEleinEleinEleinEleinEleinElein
Urlò. Con la forza del terrore. E della disperazione.
Ma di nuovo il buio inghiottì la via e di nuovo nulla accadde.
Così Demian cercò di alzarsi, per fuggire da quel luogo atroce, ovunque si trovasse, dimenticato ogni altro proposito, trasformata improvvisamente la rassegnazione nel desiderio di vivere ancora, anche solo qualche ora, ma quel tanto almeno che gli consentisse di allontanarsi da quell’incubo.
Le gambe cedettero. E Damian cadde di nuovo. Nel fango. E nella propria orina.
Poi una luce, da dietro le sue spalle, trafisse il buio.
– Chi c’è? – chiese da dietro una voce flebile. Di giovane donna, gli parve.
EleinEleinEleinEleinEleinEleinElein
No. Non era lei. Non poteva esserlo.
– Fammi entrare. Non mi lasciare qua fuori. Con quella…cosa. – supplicò, voltandosi d’immediato. Riconobbe la soglia di un edificio elegante. Posò la mano, umida e sporca, sul portone che aveva innanzi: era pesante, rinforzato e non v’era dubbio sul fatto che fosse saldamente chiuso. La luce proveniva da uno spiraglio, di una finestra coperta con un immenso tendaggio.
– Non posso.-
– Ti prego.-
– Non posso far entrare nessuno qui. Solo la Padrona decide chi può entrare. E lei non ti ha invitato.-
Un’ancella? Non era un problema: non c’era serva in tutta Gamara che non fosse corruttibile: quelle donne, giovani o anziane che fossero, agognavano sempre qualcosa, che spesso non era denaro. E di sicuro Damian poteva accontentarla. Qualsiasi richiesta gli avesse fatto.
– Ti posso pagare. Nella misura e nel modo che preferisci. Ma lasciami entrare. –
Attese la risposta, ma già immaginava il tepore di un corpo femminile accanto al suo, avvolto in soffici coperte pulite. E ancor prima un bagno caldo. E una delicata pietanza. La voce della donna era giovane; quella di una fanciulla. E Demian già assaporava la delicatezza della sua pelle che avrebbe ricoperto di baci. E la dolce peluria che avrebbe accarezzato.
– Non posso farti entrare – rispose però l’ancella.
– Ti prego. – Insistette, già esplorando le tasche delle giubba riccamente ornata e ora fradicia e lurida alla ricerca di qualche moneta.
– No. Ho chiesto solo perché ho sentito il tuo urlo. E già ho sbagliato. Non commetterò altri errori. Altrimenti per me è la fine…-
– Aspetta allora. Aspetta! – Ancora non riusciva a scorgere l’ancella, neppure la sua ombra. Eppure…Eppure se avesse incrociato il suo sguardo, avrebbe certo compreso la sincerità delle sue parole e la purezza del suo cuore. – C’è un mostro qui. Un demone! La Tua signora certo non vorrà che un innocente venga divorato! –
Nel sentire quello che scaturiva dalla sua bocca, Demian ne comprese tutta l’assurdità. Stava per aggiungere qualcosa, ma la voce dell’ancella che parlava ora stranamente in rima lo dissuase:
Non ti farebbe mai entrare. Nulla hai che le possa interessare.-
Gli sembrò di riconoscere le parole di una vecchia filastrocca per bambini. Ma il ricordo era lontano. Troppo perché, in quel frangente, quella notte, lo potesse richiamare al presente.
– Ti prego…- Tentò ancora.
– Lascerò la luce. Per qualche tempo almeno. Perché tu possa affrontare i tuoi demoni. Altro non posso e non voglio fare. – E subito dopo, Demian la sentì allontanarsi.
Ma la luce rimase.
Di nuovo il lampo. E poi il tuono.
E di nuovo nulla accadde.
Stranamente più calmo, Demian si voltò indietro. Verso il mostro.
E si ritrovò a contemplare una statua, terribile e certo non innocua, nemmeno per chi avesse avuto mente e anima saldi. Perché davvero volti umani, di fanciulli, erano scolpiti sopra le sue froge e davvero tentacoli immondi scaturivano dalla sua schiena.
Il tragico era che l’odiosa statua non era la sola.

[Fine Prima Parte]

[Leggi il seguito]

Luca Germano

[*la foto nel racconto non è dello scrivente: i diritti spettano al legittimo proprietario ove protetti]

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I Racconti di Gamara: “L’uomo che cuciva anime”

11 febbraio 2013

– Vuole decidersi? – insistette Sara, sempre più insofferente alle inspiegabili esitazioni del Prete che rimaneva comodamente seduto invece di eseguire il suo volere.
– E’ ancora dell’idea di non uscire dalla stanza? – chiese quello di rimando.
Credeva forse che potesse rimanere impressionata?
Braccia conserte, Sara si limitò ad un cenno del mento verso il letto: – Lo guardi: ha mai veduto cosa più patetica? –
– E’ suo padre… –
Avrebbe dovuto significare qualcosa? – Proceda. – Comandò fredda.
Il Prete, nel fruscio delle vesti nere, si alzò lentamente, riponendo il rosario che – era sicura – non aveva recitato, sebbene fosse stato in quella stanza fin dalla mattina.
Nessuno poteva dire di no ad una Meridia: il Prete avrebbe impartito l’estrema unzione e forse, dopo, suo padre si sarebbe finalmente deciso a morire. Il Prete lo avrebbe fatto, avrebbe ubbidito. Come chiunque altro.
Tuttavia ne dubitò quando il Prete… come aveva detto di chiamarsi? … si accostò al letto senza stringere in mano alcun simbolo della sua Fede.
– Gabriel Meridia… Io ti conosco… –
L’uomo nel letto, improvvisamente, sgranò gli occhi incavati e l’attimo dopo fu colto da una terribile crisi: tossì sangue scuro sulle maleodoranti lenzuola ricamate, cercando invano di inspirare.
Il rumore la disgustò.
Muori! MUORI!
La consunzione lo divorava insaziabile.
– …e tu, mi riconosci? –
Suo padre iniziò a scalciare. Ad artigliare l’aria. Squassato dalla tosse, soffocato dal proprio sangue.
Indifferente, il Prete iniziò a tracciare strani segni sulle mani e sui piedi e poi sul petto e sulle spalle dell’infermo.
Non erano croci: anche se il movimento delle dita era rapido, sembrava piuttosto che il Prete stesse tirando fili invisibili e disfacendo trame.
E ad ogni gesto sembrava che suo padre patisse dolori più atroci: il viso, di un giallo malsano, si ricoprì di un velo untuoso di sudore, stravolto dal dolore.
Eppure non urlava: dalla bocca aperta uscivano gorgoglii raccapriccianti e lamenti soffocati.
Poi il Prete incominciò…a tirare!
E il petto di suo padre si gonfiò, anche se non c’era aria nei suoi polmoni, e la schiena prese ad inarcarsi, tra gli spasmi, quasi un artiglio invisibile lo stesse strappando via dal suo letto, da quella vita cui ostinatamente restava attaccato.
Poi accadde qualcosa di inatteso: suo padre la supplicò. Non ricordava di averlo mai visto piangere, né supplicare: erano le sue vittime a farlo. Non lui. Ma quella volta gli occhi del potente Meridia piangevano e supplicavano.
Anche solo perché qualcuno – lei? – ponesse termine a quel supplizio.
Poi…lo strappo.
…Insieme alle vesti del sangue di Nesso intrise, brandelli della sua carne….
L’urlo fu agghiacciante.
Ma non era suo padre ad urlare.
Poi, finalmente, fu silenzio.

Il Prete uscì da casa Meridia poco dopo. Chiuse gli occhi e assaporò il dolore che il capofamiglia aveva fatto patire ad ogni uomo e donna che aveva incontrato, specie a sua figlia. Gustò le torture e le violenze. Ed infine assaporò il dolore dello stesso Meridia.
Il brandello di anima corrotta che gli aveva cucito addosso poco dopo la sua nascita aveva attecchito bene. Tanto nel profondo da trasferirsi nella figlia. Evento inatteso e foriero di inimmaginabili, floride conseguenze.
Tornò lento alla cappella che tutti veneravano non sapendo che fosse sconsacrata da anni.
Quando la coppia bussò alla sua porta era pronto.
– Padre siamo qui per…-
– Lo so. Come intendete chiamarlo? –
– Marco – risposero senza esitazione.
Il Prete prese tra le proprie le mani del bambino. Che prese a piangere. E poi i suoi piedi.
E intanto cuciva…
– Marco. Lieto di fare la tua conoscenza. –

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Lucca Comics 2011: Giochi, Ospiti, Concerti. Più di 150.000 presenze (parte 2)

14 novembre 2011

Come precedentemente raccontato, all’interno degli stands gli appassionati di ogni età potevano trovare quanto di loro maggior gradimento: giochi, videogiochi, libri, conferenze, autori, disegnatori, scrittori …

L’esterno si accendeva ogni giorno dei colori degli abiti di decine e decine di cosplayers. In fondo all’articolo ne potrete scorrere qualche esempio, dai più riusciti…ai più improbabili.

La sera risuonava invece delle note delle più famose sigle degli anime degli anni ’80, interpretate dai cantanti di allora!

Il venerdì, 1° giorno della fiera, ha visto il ritorno sul palco dei Superobots, un gruppo originariamente “a componenti variabili” che oggi si esibisce ancora con la voce solista più nota, quel Douglas Meakin che tutti ricordano nelle sigle Blue Noah – Mare Spaziale, Forza Sugar, Babil Junior, Trider G7, Toriton, Super Robot 28, Ken il Falco, Daltanoius, Sampei, Candy Candy.

Eccone alcuni momenti tratti da affezionati spettatori*:

Forza Sugar

Trider G7

Sampei

Dei Rocking Horse, ma stessa voce solita, anche Lulù l’Angelo dei Fiori

Douglas ha fatto rivivere sensazioni fortissime e incredibili ad un pubblico partecipe e rapito, anche se non numeroso quanto quello delle due serate successive. Un pubblico che ha volentieri perdonato a Douglas qualche amnesia nel cantato…specie nell’interpretazione di Fantaman quando, per motivi ignoti, proprio il nome del cattivissimo Dottor Zero lasciava spazio ad imbarazzanti silenzi. Per chi voleva dominare il mondo un affronto non da poco… Del resto si ritiene che anche la non particolarmente fortunata Candy Candy non abbia particolarmente apprezzato la chiosa di Douglas dopo la sua sigla: “Adesso è una vecchia t…a“. 

Se già il venerdì era stato un perfetto mix di amarcord e buona musica, il sabato ha forse raggiunto i più alti livelli.

Erano sul palco infatti il maestro Vince Tempera e il paroliere Luigi Albertelli, personaggi notissimi che non abbisognano di grandi presentazioni.

Vince Tempera ha lavorato con Battisti, Mina, Bertè. Ha diretto l’orchestra di molti festival di SanRemo e ha preso il posto di Pregadio alla Corrida.

Luigi Albertelli ha scritto le parole di Zingara,  Piccola e fragile, Non voglio mica la luna,  Ricominciamo.

A Lucca Comics sono più noti però per essere i papà di Atlas Ufo Robot, con il quale vinsero il disco d’oro, più di un milione di copie vendute, nel 1978!

Tantissimi i successi di allora: Goldrake, Ape Maia, Capitan Harlock, Daitarn 3, Hello Spank,  Remì le sue avventure, Anna dai capelli rossi, nonché

Huck e Jim

Capitan Harlock

Con loro l’ottimo gruppo La mente di Tetsuya e una delle voci di allora Silvio Pozzoli.

Inutile dire che rivedere insieme voce e autori di alcune delle più belle sigle mai dimenticate ha destato nei moltissimi spettatori moti di sincera commozione.

Ottima l’idea di introdurre il concerto con un filmato rievocatore che dai giorni attuali, attraverso il richiamo ad oggetti divenuti mitici per aver segnato l’infanzia di molti (dal cellulare e dal lettore mp3 di oggi al gameboy e al mangiacassette di allora), riconduceva a quel 4 aprile del 1978 quando per la prima volta una “signorina buonasera” annunciava su Rai2 la proiezione di Atlas Ufo Robot.

Il cartone che segnò una generazione intera, significamente chiamata la Goldrake generation.

Qualche sorriso a margine anche per le scuse di Albertelli per i 18 “Tekkaman” di seguito contenuti nella sigla da lui scritta…ed il poco fantasioso “mi chiamo Mork su un uovo vengo da Ork” della sigla della fortunatissima serie Mork & Mindy.

La domenica successiva è stata la volta di Giorgio Vanni, cantante delle note sigle Naruto e Dragonball e la celeberrima Cristina D’Avena, arrivata un po’ in ritardo  e “gratificata” con una poco lusinghiera bordata di fischi quando ha iniziato il concerto con una delle sue nuove sigle (la “nuova” Mila e Shiro). Per fortuna (per lei), compreso l’errore, la vecchia Mila e Shiro le ha fatto subito seguito…

Personalmente non sono mai stato un estimatore di Cristina D’Avena e delle sue canzoni che, per quanto orecchiabili, erano diversi gradini sotto quelle di altri (vedi sopra). Non è quindi con particolare entusiasmo che segnalo la folla oceanica al suo concerto. Del resto quel giorno le presenze a Lucca avevano superano le 100.000.

Concludo con qualche foto ai cosplayer della rassegna…


[*Il sottoscritto ha a disposizione solo foto dei concerti e non filmati: ringrazia quindi coloro che consentiranno il mantenimento dei link]