Posts Tagged ‘Recensioni Libri’

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Ecco il Quinto Numero di Terre di Confine (nuova serie)!

4 maggio 2016

Oniricalienamente

Cari Lettori, ce l’abbiamo fatta anche stavolta! Contro ogni pronostico e avversità, eccoci a presentarVi un nuovo numero del Vostro affezionatissimo TdC Mag! Come sempre gratuito, come sempre coloratissimo, come sempre ricco di stimoli, immagini e opinioni.

Ci siamo riavvalsi del prezioso supporto de La Bottega del Barbieri. è proprio l’ampia retrospettiva di Daniele Barbieri sulla figura dell’alieno nella Fantascienza a caratterizzare TdCM #5, insieme a una suggestiva riflessione di Ivano Landi sul mistero di Picnic a Hanging Rock, un’analisi che accarezza l’anima dell’Australia aborigena, quel suo cuore metafisico conosciuto come il Tempo del Sogno.Fabrizio Melodia ci ripropone poi il suo appuntamento con i fanta-temi, parlandoci di Psicostoria.

A completare la sezione Letteratura: Marco Pulitanò ben descrive quanto profonda e meschina possa rivelarsi la Cecità umana; con la nostra Cuccu’ssette c’immergiamo tra le onde e le perturbanti manifestazioni di Solaris; Elisa Giudici, nostra ospite gradita, ci illustra pregi, difetti e attitudini epigonogeniche di Ender’s Game; nuovo anche l’arrivo di Glinda Izabel, che con Rebel accompagna TdC nei territori finora inesplorati degli young adults e dei romance; e infine, restando in tema di lande da esplorare, Luca Germano ci guida tra gli inquietanti meandri dell’Area X.

La parte antologica propone racconti di Clelia Farris, Fabio Lastrucci e Vincent Spasaro, Riccardo Dal Ferro e Francesco Pomponio, per chi ama il fantastico con punte di surreale, horror e distopia.

Nella sezione Cinema e TV, l’inObsidiabile Severino Forini affronta la leggenda di Onibaba; mentreAndrea Carta s’inoltra in terra teutonica per commentarci Le Fantastiche Avventure dell’Astronave Orion (con le immancabili sinossi di SerieTV.net).

Alla coppia MistèCorà è affidato il gustoso buffet anime, con un piatto per ognuna delle tre più rinomate portate nipponiche: film (Le Ali di Honneamise), OVA (Bubblegum Crisis) e serie TV (l’inedito Dougram).

Nello spazio Fumetti, ecco il saggio di Marco Pellitteri sul mitico Astroboy; e Orlando Furioso di nuovo alle prese con un supereroe che alla Casa delle Idee scippa addirittura il nome: Capitan Marvel.

Per l’angolo foto-cosplay, Davide Longoni e Leonardo Colombi intervistano Monica Pachetti e Roberto Giancaterina. Aprono e chiudono il numero due photodream d’annata: la meravigliosa Skin Diamond, ritratta da Scott Pierre Price, posa in atmosfera a metà tra glamour e postapocalittico.

Insomma, è primavera: sedetevi, rilassatevi e gustatevi TdC Magazine #5!

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Giunge l’atteso Quarto numero della Nuova Serie di Terre di Confine!

11 agosto 2015

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Gamara è vasta; nelle sue scure vie il passo è indeciso, rallenti, spiato, atterrito, angosciato; quando alla fine cerchi la fuga per lasciarti tutto alle spalle, ti ritrovi tra i suoi più miserabili vicoli ciechi, davanti alla sgradevole bottega di Kimaj o perso nel mercato marcio. Così mi ritrovo con niente da comunicare al mondo, nessun racconto da pubblicare.

Fortunatamente l’attività in Terre di Confine non si interrompe; non vi troverete miei racconti questa volta, ma una lunga recensione sul fenomeno letterario di S. o La Nave di Teseo. 

Sempre lieto di poterVi spingere ad una nuova lettura.

Ecco come di consueto l’editoriale del Quarto Numero:

“Cari Lettori, ben ritrovati al quarto appuntamento con la vostra TdC Magazine! In questa introduzione ai contenuti è un piacere ringraziare La Bottega del Barbieri, che ha contribuito alla sezione Letteratura con il gustoso articolo su Harlan Ellison e la recensione de La Svastica sul Sole curati, rispettivamente, dall’astrofilosofo Fabrizio Melodia e dal boss Daniele Barbieri in persona. La sezione antologica si avvale anch’essa degli scritti di bottegai DOC come Riccardo Dal Ferro, Fabio Lastrucci e Mauro Antonio Miglieruolo, con l’imprescindibile Andrea Carta (per l’occasione trasmigrato dalla sezione Fumetti) a completare il canonico quartetto di fantaracconti. Gradito l’esordio su TdC dei booksbloggerAgnese Mignozzi e Michele Del Vecchio, e di Solange Mela con un nuovo capitolo di ‘Stile e Dintorni’;Nicola Parisi si è adoperato a intervistare un sempre in forma Silvio Sosio, e dalla Colonia Lunarel’immancabile Marco Pulitanò ci parla di una droga virtuale chiamata Snow Crash.

I fan e controfan di Lost si saranno poi chiesti cosa mai contengano i misteriosi cofanetti con la S. cubitale che J.J. Abrams ha disseminato in tutte le librerie del globo terracqueo: ebbene il nostro buon Luca Germano è qui per soddisfare anche questa curiosità.

Nella sezione Cinema e TV, The Obsidian Mirror ci regala stavolta un articolo ricco di approfondimenti sulla saga coreana Whispering Corridors, una pentalogia di film horror accomunati dall’ambientazione scolastica e da un sapore psicologico squisitamente orientale; Lucia Patrizi ci conduce invece alla riscoperta dell’affascinante Dark City. Lo spazio telefilm propone Kronos, grazie al gusto vintage diCuccu’ssette e all’ormai abituale collaborazione con SerieTV.net. L’anime di turno è l’apocalitticoIdeon, trattato con la consueta sagacia dal duo asteroidale Jacopo Mistè e Simone Corà, e sigle gentilmente tradotte da Cristian Giorgi.

Veniamo al doppio appuntamento con i fumetti: incursione di Orlando Furioso in pieno periodo maccartista con Fighting American, e discesa di Leonardo Colombi negli abissi psicanalitici di Homunculus.

Ultime ma non ultime due succose gallerie fotografiche (con la novità del nuovo ‘Cosplay Corner’), a corredo delle interviste curate da Davide Longoni: abbiamo incontrato per voi il talentuoso concept artist messicano Michel Omar B., e l’italianissima NadiaSK, best performance al World Cosplay Summit 2014.

Cos’altro mi resta dunque da aggiungere, se non: lunga lettura e prosperità!”

Ed ecco il link alla pagina dove potrete leggere e scaricare la rivista: http://www.terrediconfine.eu/terre-di-confine-magazine-4/

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Le Fanu: Racconti di Vampiri e Fantasmi

4 settembre 2011

Joseph Sheridan Le Fanu (1814-1873) è principalmente noto per “Carmilla”, scritto nel 1872, cinquantatré anni dopo “il Vampiro” di Polidori (pubblicato nel 1819 e ritenuto l’iniziatore di quello che sarebbe divenuto un vero e proprio genere), ma ben venticinque anni prima del celeberrimo “Dracula” di Bram Stoker (1897).

Il racconto della contessa dalla pelle chiarissima e dai capelli scuri, misteriosa, sfuggente ed inquietante, che diviene notte tempo spietata assassina che dissangua le proprie vittime, si connota in effetti per la presenza di tutti quegli elementi che saranno ben più che di semplice ispirazione per il Dracula di Stoker: il fascino decadente ed ammorbante del mostro immortale che ammalia l’ingenua e candida fanciulla; la discesa in un incubo che sembra non avere fine, conducendo ogni scoperta ad un nuovo e angosciante orrore; la ricerca dell’esperto risolutore e poi la caccia senza tregua, sino alla distruzione purificatrice. In una cinquantina di pagine, Le Fanu rievoca e riassume con abilità e consapevolezza il tema del vampiro, riportando per primo, come nota Gianni Pilo nella prefazione all’antologia di che trattasi, la tradizione del risurgente nel suo territorio d’origine.

Proprio l’attenta lettura e rievocazione delle antiche leggende, con approfondita ricerca delle fonti, è punto focale però non solo di “Carmilla”, ma dell’intera opera di Le Fanu ed in particolare della maggioranza dei suoi racconti che, contrariamente ai convincimenti e forse le speranze del loro autore, gli diedero ben più lustro e fortuna dei suoi non pochi, ma totalmente dimenticati romanzi.

I racconti di Le Fanu attingono in effetti all’inesauribile tradizione dell’immaginario fantastico della sua terra natia, l’Irlanda, dove le Banshee (letteralmente: donna-fata) accompagnano le più antiche e nobili famiglie ed elevano il loro straziante canto quando una morte prematura è prossima; dove tra montagne disabitate e castelli in rovina può accadere di incontrare il Pooka, robusto destriero che parla con voce umana e che, interrogato, può dare responsi sui giorni futuri; e dove, in particolare, gli spiriti dei defunti si mostrano ai vivi e con essi interagiscono per i fini più vari, non sempre comprensibili, di rado commendevoli, ma spesso interpretabili alla luce di un disegno superiore che proprio per loro intervento viene a delinearsi.

Ne “Il Testamento del Gentiluomo Toby” (1868) il più giovane di due fratelli, dopo la morte improvvisa del nobile Toby, padre severo e collerico, accoglie nella casa di famiglia che quest’ultimo gli aveva lasciato in eredità con pregiudizio diretto dei diritti del primogenito, un bulldog dall’atteggiamento strano che sinistramente rievoca, per espressione e temperamento, proprio l’immagine del defunto. Il giovane signore viene presto tormentato da oscuri incubi nei quali l’inquietante animale, da prima amato e poi sempre più temuto e odiato, assume proporzioni gigantesche e a più riprese lo ammonisce del prossimo castigo, laddove al torto patito dal primogenito non si ponga rimedio. Lo spirito del padre che ritorna sotto forma animale tanto impaurisce e tormenta, quanto consiglia e ammonisce perché la verità sia disvelata e un male peggiore non venga a realizzarsi; purtroppo il tono cupo della narrazione suggerisce fin da subito che il monito non sarà adeguatamente ascoltato.

Al disvelamento della verità, crudele e terribile, è anche volta l’apparizione de “Il fantasma della signora Crowl” (1870): una fanciulla viene catapultata nella realtà di un’antica magione dove, accanto alla zia, dovrà badare all’anziana padrona inferma, depositaria unica di un inconfessabile segreto.

Ne “Il gatto bianco di Drumgunniol” (1870) la misteriosa apparizione di un animale, un gatto bianco appunto, preannuncia invece la prossima morte di colui che ha la sfortuna di vederla. Protagonista della storia è infatti una banshee legatasi alle tristi vicende di una famiglia.

Ne “I Racconti di fantasmi della Tiled House” è il tormento dei vivi lo scopo ultimo della presenza ultraterrena: non vi sono torti da riparare o futuri eventi oscuri sui quali mettere in guardia. Il Male si presenta sotto forma di una mano spettrale che inutilmente i proprietari cercano di tenere fuori dalla propria casa e lontana dal lettino del loro piccolo.

E il tormento di chi impunemente sceglie di vivere in quella che fu la sua casa è l’unico fine anche del fantasma di un giudice suicida protagonista oscuro di “Cronaca di alcune stranezze occorse in Augier Street” (1851). Due giovani studenti cercano la tranquillità e la comodità di una casa in affitto a buon prezzo e a poca distanza dall’università. La notte sarà insonne per entrambi, a causa di incubi inquietanti, apparizioni sconvolgenti, suoni angoscianti.

Il tormento come punizione ed espiazione è invece il tema centrale di “La Persecuzione”: un giovane capitano di mare, appena fidanzatosi, viene inseguito di notte in una strada deserta da passi che non paiono avere una fonte nota. Inutile tornare indietro, inutile scrutare le ombre. L’evento si ripete più volte, fin quando il tormentatore non assume una figura e una fisionomia definita. Ma in quel momento le cose volgeranno al peggio: perché il passato che si credeva dimenticato ritorna per gustare la sua agognata vendetta. E non vi sarà contromisura minimamente utile, non l’allontanamento volontario, l’affetto di amici, la chiusura di porte e finestre, il ritiro in luoghi angusti senza vie di accesso.

Il dolore, l’angoscia, il supplizio che gli spiriti arrecano ai vivi, per il tramite di apparizioni aberranti e rumori sinistri, non sono per il vero che il riflesso di quello che essi stessi patiscono in ragione della turpe condotta della loro biasimevole vita, talché il loro manifestarsi è anche doloroso e raccapricciante monito. Il tema (ben presente, come accennato, ne “Il Testamento del Gentiluomo Toby”) viene ampiamente già trattato ne “Il dissoluto capitano Walshawe di Wauling” (1864), ma è con “Il Giudice Harbottle” (comparso nella raccolta “In a Glass Darkly” l’ultima pubblicata da Le Fanu, nel 1872, e, per la tante somiglianze, probabilmente inteso quale seguito e rivisitazione di “Cronaca di alcune stranezze occorse in Augier Street”) che se ne ha la realizzazione più compiuta e convincente.

Il racconto “Il dissoluto capitano Walshawe di Wauling”, benché di poche pagine, ha una struttura articolata: la voce narrante riporta prima brevemente la storia del capitano Walshave che, dedito ad ogni sorta di turpe attività, aveva dilapidato l’ingente patrimonio del quale era venuto in possesso e si era reso responsabile della triste vita della moglie, dolorosamente segnata dalle sue mancanze e iniquità. Di tale insensibilità era capace che, persino nella notte del precoce trapasso della moglie, il capitano non mancava di compiere un atto empio: strappare dalle mani della defunta la candela santa che avrebbe dovuto accompagnarne l’anima in cielo. Questa volta tuttavia non resterà impunito. L’anima del capitano viene infatti maledetta da una delle anziane monache che vegliavano la salma: ”che tu possa venir chiuso nello stoppino di quella candela finché non brucerà completamente”. Il contrappasso di una vita dedita a vizi viene, per il vero, a colpire il dissoluto capitano ben prima che la maledizione possa esprimere la propria reale efficacia: la vecchiaia si accanisce infatti sul suo corpo e una congerie di malanni prima lo deturpa e poi lo costringe su una sedia a rotelle, senza però indurlo ad alcuna introspezione e ripensamento. Tanto che il capitano giunge a morte ancora impenitente. Dopo questa lunga premessa, la voce narrante dà conto di quanto uno zio ebbe a raccontargli in merito alla notte trascorsa nella sinistra abitazione del capitano Walshawe successivamente alla dipartita di quest’ultimo. Lo zio era giunto nella vecchia casa in tempo per il funerale e si era trattenuto, su invito dell’avvocato incaricato della successione, per risolvere talune problematiche afferenti a dei contratti di locazione che non sembravano trovarsi in nessun luogo. Costretto a fermarsi la notte e rimasto al buio, lo zio raggiunge il salotto dove ricordava di aver visto “un mozzicone di candela”, raggiunge la sua stanza e si prepara al meritato riposo. Le sue buone speranze verranno tuttavia sinistramente disattese.

Il racconto lega indissolubilmente fede e superstizione, cristianità e paganesimo: le monache non sono tanto spose di Cristo, quanto sinistre fattucchiere (e come tali vengono descritte), capaci di terribili maledizioni, come condannare le anime a rimanere prigioniere del mondo dei vivi.

L’incontro di superstizione e fede è un tratto saliente dell’opera di Le Fanu che non sembra vedervi alcuna reale e radicale incompatibilità, non escludendo la sussistenza dell’una quella dell’altra: il mondo dei vivi è nelle sue opere in egual misura aperto ad esperienze di fede come di orrore sovrannaturale, pericolosamente danzando l’uomo, quale un funambolo, sullo scivoloso crinale tra salvezza e dannazione eterna.

Significativamente, in alcuni racconti (“Il sogno dell’Ubriaco”, “Il Fantasma e il Conciaossa”), ad essere indagatore e testimone degno di fiducia del manifestarsi del sovrannaturale – da intendersi come l’insieme di quegli eventi che la scienza non è in grado di interamente spiegare se non con approssimazioni, silenzi di comodo e sviste – è proprio un reverendo, Francis Purcell.

La coesistenza non implica tuttavia, come ovvio, pari dignità, rivestendo il sovrannaturale un ruolo meramente servente rispetto alla superiore dimensione della religione e risultando il suo operare, per quanto misterioso e terribile, comunque interpretabile alla luce di un superiore disegno (con rare eccezioni: “I Racconti di fantasmi della Tiled House”).

Icasticamente il Vampiro cede di fronte alla Vera Fede di chi impugna un crocifisso; il Fantasma si dissolve se viene in contatto con l’acqua santa.

Il sovrannaturale al servizio di una Giustizia superiore è il tema portante del racconto “Il Giudice Harbottle” (traduzione per il vero non felice di “Mister Justice Harbottle”: il protagonista non è infatti un giudice, ma, come si comprende dalla narrazione, un avvocato della pubblica accusa).

Harbottle è un uomo abbietto e senza scrupoli, fatto invero già di per sé particolarmente grave ed increscioso in un uomo di Giustizia. Ma cosa può dirsi di un pubblico accusatore che crea ad arte le prove per far condannare un innocente e tutto ordisce perché venga condannato a morte? Quale pena dovrebbe patire? Prima ancora, i meno ingenui dubiterebbero della possibilità che effettivamente costui subisse la giusta pena: Harbottle è benestante, ha senza dubbio amici importanti e, soprattutto, conosce la legge e i suoi intoppi. Tuttavia una serie di inquietanti eventi faranno vacillare la sua sicumera. Per primo giunge uno sconosciuto a metterlo in guardia sull’esistenza di una congiura che ha lui come bersaglio. E poi, mentre è in udienza, l’uomo che ha fatto impiccare gli compare a poca distanza, mostrandogli i segni ben visibili della corda intorno al collo. Per Harbottle, la discesa nel sonno equivarrà a precipitare in un incubo…che non si dissolverà con il ritorno alla veglia. E finalmente per tutti i torti compiuti in vita, subirà la giusta punizione.

Ma se superstizione e fede hanno un loro equilibrio, con la scienza e con la ragione il rapporto è più conflittuale.

La scienza può spesso smascherare i truffatori e può facilmente dileguare le ombre che la paura ha fatto sorgere dal nulla: è la più immediata lettura de “Una notte alla locanda della Campana” dove la ricerca e la riflessione trasformano, per il tramite di una piana e (deludente) spiegazione empirica, l’evento apparentemente straordinario in uno assolutamente banale, per quanto improbabile; nonché di “La contessa assassinata”, dove la tenacia di una fanciulla, escludendo il coinvolgimento di qualsivoglia forza ultraterrena, saprà far luce sul mistero del ricorrente tema giallo dell’assassinio in una stanza chiusa fatto passare per suicidio.

Ma la scienza non è sempre in grado di risolvere ogni mistero.

Vi è in effetti qualcosa oltre la semplice porta che sbatte, l’improvvisa corrente fredda, il rumore di passi in stanze vuote, tale da sfuggire alla normale percezione e da essere compresa solo laddove si abbandonino gli usuali cammini e ci si avventuri in quel mondo oscuro che è ben più vicino di quanto non si pensi: dietro le nostre spalle in una via desolata (“La Persecuzione”), nel frutteto e nei giardini della casa in cui abitiamo (“I Racconti di fantasmi della Tiled House”), addirittura in un’alcova nella stanza accanto (“Cronaca di alcune stranezze occorse in Augier Street”).

Qualcosa che, se d’immediato offende vista e udito, dolorosamente ben di più colpisce mente e anima.

L’arrestarsi della scienza è riconoscimento di un limite e al contempo affermazione di una vastità sempre disorientante, spesso annichilente.

All’evidenza è un mondo ben cupo e sinistro quello di Le Fanu, costellato di case maledette e infestate, tormentato da vendette oltre la morte e anime in pena; all’apparenza il riflesso letterario dell’angoscia interiore dell’autore che, privato della vicinanza dell’amata sorella, morta improvvisamente nel 1841, e della moglie, venuta a mancare a seguito di una grave malattia nel 1858, sarà spesso preda di autodistruttive crisi depressive.

Così non vi sarà più traccia di quell’ironia scaltra e sorniona propria de “Il Fantasma e il Conciaossa”, il primo racconto pubblicato da Le Fanu e apparso sul Dublin University Magazine nel numero di gennaio 1838.

Qui un medico viene curiosamente costretto alla veglia da uno spirito disceso dalla cornice di un quadro con l’unico fine di farsi curare una gamba dolorante. Sarà una insensata distrazione dello spirito, che scambia per liquore una bottiglia di acqua santa, a porre un inaspettato termine alla vicenda.

Torneranno variamente declinate e con i vari accenti le tematiche quivi già presenti e si avrà sempre cura del recupero della tradizione percepita come perfettamente compatibile con la risalente fede cristiana.

Ma i toni saranno ben diversi, perfettamente adeguati alla realtà descritta nei racconti: accanto alla luce, esiste un’ombra eterna innanzi alla quale la mente dello sprovveduto come quella del saggio non può che vacillare.

E’ il tema che Lovecraft porterà al suo parossismo: il disorientamento di chi vive il quotidiano e si trova improvvisamente di fronte all’irrazionale diverrà follia, l’orrore sovrannaturale acquisirà dimensione cosmica e la fragilità umana verrà spogliata anche dell’ultima difesa di una fede in una divinità salvifica.

Di fronte ad un avversario di tale natura, gli eroi romantici senza macchia e senza paura sono evidentemente ben più che inadeguati. E così nei racconti di Le Fanu i protagonisti sono prevalentemente uomini di cultura, equilibrati, saggi (esattamente come nelle opere di Lovecraft) e pienamente degni di fiducia (tali, per loro stessa natura, da conferire credibilità a storie immaginarie). Destinati tuttavia, una volta posti di fronte al sovrannaturale, a notevolmente trasformarsi.

Fra i personaggi di Le Fanu merita un particolare rilievo il dott. Hesselius: le storie riunite da Le Fanu nell’antologia “In a Glass Darkly” (tra le quali: “La Persecuzione”, “Il Patto col Diavolo”, “Il Giudice Harbottle”, “Carmilla”) prendono in effetti tutte l’avvio dalle ricerche di questo medico esoterista che, ponendosi di fronte all’apparentemente inspiegabile con spirito prettamente analitico, divide le implicazioni soprannaturali da quelle ordinarie, formulando ipotesi, comprovando teorie, arrestandosi solo là dove alla scienza non è consentito procedere oltre.

Come ricorda Gianni Pilo il dott. Hasselius diede origine “ad un vero e proprio topos nell’ambito della narrativa fantastica” e servì da modello in Inghilterra per il Carnacki di Hodgson, l’Antiquario di Montague Rhodes James e, soprattutto, per il John Silence di Algernon Blackwood. In America fu modello di figure popolarissime come il Dottor Jules de Grandin di Seabury Quinn.

A Le Fanu devono quindi in sintesi ritenersi inscindibilmente legati la nascita della figura dell’investigatore dell’occulto, l’approfondito sviluppo del tema della sopravvivenza nel contemporaneo degli antichi mali, nonché l’evoluzione e la compiuta costruzione del mito dei vampiri.

Non pare dunque certo errare l’editore Derleth (lo stesso di Lovecraft e fondatore, non a caso, della casa editrice Arkham House) quando, presentando Le Fanu (senza per il vero aver allora compiuto le pur doverose ed opportune ricerche in ambito critico-letterario), lo descrive come “l‘equivalente britannico di Poe, in quanto ha avuto un influsso determinante sugli autori successivi”.

E l’antologia qui brevemente commentata ne fornisce fulgidi esempi.

[La presente recensione è anche pubblicata su Terre Di Confine]

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Apolicalisse Z: I Giorni Oscuri

30 aprile 2011

Sono solo in quattro: un avvocato, un pilota, una suora, una sedicenne. Hanno una discreta scorta di viveri, qualche arma, ma soprattutto un elicottero con il quale stanno cercando di raggiungere le Canarie, apparentemente l’unico luogo nel quale la razza umana abbia trovato sicuro rifugio. Il viaggio non è semplice: spesso si deve abbandonare la sicurezza dei cieli per fare rifornimento e ogni volta, per quante precauzioni si possano prendere, il rischio di essere assaliti e divorati dalle orde di non-morti che sono divenute signore di Europa e Africa è alto. Tuttavia, la fortuna sembra dalla loro parte: ecco finalmente la meta del loro viaggio. Purtroppo per loro quello che trovano è molto diverso da quello che si erano aspettati.

L’ultimo rifugio ha fame, mancano i medicinali, mancano ingegneri e medici. Tutto all’opposto non mancano intrighi, spie e sospetti. Il mondo può drasticamente cambiare, ma alcune cose non cambiano mai. E così i sopravvissuti di una catastrofe, speranzosi di aver trovato finalmente un riparo, sono costretti a lottare di nuovo, con tutte le loro forze, per sopravvivere.

E una volta ancora non avranno come nemici soltanto i non-morti, ma anche i loro simili.

Commento:

Il secondo capitolo di Apocalisse Z non corregge sfortunatamente gli errori già evidenziatisi nel primo: lo svolgimento della trama è legato unicamente alle azioni raccontate in presa diretta, senza lasciare particolare spazio alle riflessioni e alle vicissitudini interiori dei personaggi; si abbandona l’artificio del diario scritto da uno dei protagonisti, ma sorprendentemente non si abbandona la narrazione in prima persona, ancora una volta difficilmente spiegabile sotto il profilo logico; ben pochi ancora gli elementi di novità.

Al persistere di alcuni difetti, si aggiunge sorprendentemente ora la totale perdita di caratterizzazione (pur stereotipata) dell’unico personaggio, Viktor, che Manuel Loureiro si era sforzato di far emergere e distinguere dagli altri: nel primo libro l’ucraino indulgeva spesso all’alcool e si esprimeva con difficoltà, spesso non coniugando i verbi ed inserendo al termine delle frasi espressioni in russo; senza alcuna ragione Viktor utilizza invece ora perfettamente e senza esitazione i congiuntivi e sembra aver dimenticato la sua lingua madre.

D’altra parte, anche il gatto Lucullo, protagonista di tante scene e disavventure nel primo romanzo, viene lasciato totalmente al margine della narrazione degli eventi.

La sensazione è quella di una scelta consapevole dell’autore che difficilmente si può condividere.

Rispetto al primo romanzo, può valutarsi positivamente la struttura della storia, ora un poco più complessa: i protagonisti sono costretti a dividersi e le loro vicende sono narrate separatamente in prima ed in terza persona; l’ambientazione è più varia; si avverte una maggiore possibilità di movimento e, almeno in parte, si perde la sensazione opprimente di una riedizione letteraria di un film di Romero.

Positivo è anche il giudizio sulla scorrevolezza del romanzo che si legge ancora una volta tutto d’un fiato, mentre rapidamente si sprofonda di orrore in orrore, nella netta consapevolezza che all’incubo non ci sarà mai termine. La tensione è sempre mantenuta alta.

Loureiro è in effetti assai abile a costruire, come nel primo romanzo, scene dove la caduta nel baratro è a un passo e dove imprevisti positivi e negativi si alternano di continuo costringendo i protagonisti a scelte tragiche o ad azioni apparentemente folli.

I mostri, del resto, sono sempre gli stessi e, benché venga finalmente spiegato molto loro riguardo, appaiono sempre e comunque raccapriccianti incubi frutto di una mente perversa: basta la loro presenza per creare un mondo di viva angoscia nel quale si teme che qualsiasi azione possa essere l’ultima.

Personaggi: 5  Scarsa l’analisi psicologica dei personaggi. Viktor, unico personaggio per il quale è spesa qualche parola in più, ha perso persino la caratterizzazione stereotipata del primo romanzo

Ambientazione: 6  Nulla di particolarmente impegnativo.

Trama: 7 Benchè non possa definirsi innovativa è ben costruita.

Tensione: 8 Costante per tutto il romanzo: ansia ed angoscia non abbandonano mai il lettore.

Narrazione: 7 Poteva essere migliore, ma nel complesso soddisfacente

Voto Complessivo: 6.6

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Apocalisse Z: La fine dell’umanità per mano degli Zombie

28 aprile 2011

Apocalisse Z

Di Manuel Loureiro, Editrice Nord

E’ il 30 dicembre quando per la prima volta i media danno notizia di un attacco terroristico in Dagestan, repubblica ex sovietica del Caucaso, ai danni di una base militare segreta ancora sotto il diretto controllo russo. Si parla di centinaia di morti, ma le informazioni sono frammentarie ed imprecise: ai giornalisti stranieri sul posto viene impedita ogni libertà di movimento e poi, asseritamente per la loro sicurezza, imposto il trasferimento. Le prime immagini che giungono dal Dagestan sono quindi amatoriali, trasmesse da CNN+: si vedono unità speciali dell’esercito russo avanzare lungo una strada deserta di un paese vicino alla base presa d’assalto; i soldati, giovanissimi, appena scesi dal blindato, indossano maschere antigas; improvvisamente incominciano a sparare come pazzi contro qualcosa; poi fuggono in direzione del blindato da cui erano scesi solo poco prima. Dalle immagini non riesce a comprendersi altro, salvo che la situazione è grave.

Nei giorni successivi gli eventi precipitano: la popolazione civile del Dagestan viene evacuata; la Russia chiude le proprie frontiere e chiede l’aiuto straniero per far fronte ad una grave emergenza sanitaria. Pare infatti che l’attacco terroristico abbia causato la fuoriuscita di un gas tossico (forse Sarin) o di un qualche agente patogeno. Gli aiuti stranieri sembrano tuttavia impotenti: gli stessi medici inviati dall’OMS e dal Center for Desease Control and Prevention of Atlanta cadono vittima di non meglio precisati incidenti determinati dai contatti con i pazienti.

Su internet, ovviamente, si diffondono notizie tanto incredibili quanto allarmanti: sembra che il patogeno sfuggito ad ogni controllo sia un ceppo particolarmente resistente di ebola e che gli infettati muoiano tra atroci sofferenze, orribilmente deformati dalla malattia. Pare anche che la malattia scateni negli infetti improvvisi quanto incontrollabili attacchi di furia omicida. In alcuni siti si parla addirittura di raccapriccianti episodi di antropofagia…

Un giovane avvocato spagnolo, rimasto da poco vedovo, segue con attenzione quanto intorno a lui sta accadendo. Scrupolosamente riporta sul suo blog tutti gli avvenimenti della giornata, aggiungendo i suoi personali commenti. Sembra che il mondo stia impazzendo: oramai si parla di pandemia. Anche se probabilmente le sue preoccupazioni sono eccessive, è ben lieto che la sua casa gli possa garantire una quantomeno relativa sicurezza: ha provveduto da poco a montare alcuni pannelli solari che dovrebbero assicurargli un buon apporto di energia anche in caso di black out; i suoi surgelatori sono pieni; le mura del suo giardino sono alte e sicure. E a tenergli compagnia ha il suo Lucullo, un gatto che gli ha letteralmente salvato la vita…

Purtroppo per lui la sua casa non potrà a lungo proteggerlo dall’apocalisse.

Commento.

Apocalisse Z è romanzo che non riserva particolari sorprese per il lettore: anche se manca lo scontatissimo assalto al supermercato da parte dell’orda inarrestabile, ci si ritroverà infatti immersi spesso in situazioni che rievocheranno con facilità immagini e scene dei ben noti films di Romero. Si tratta certo spesso di richiami voluti, quasi vere e proprie “citazioni” (la ricerca di una barca per abbandonare la città, la salvezza insperata nell’utilizzo di un elicottero), ma la sensazione che domina è comunque quella dell’ennesima ripresa di un tema, quello della distruzione della civiltà umana da parte degli zombie, che sugli schermi cinematografici prima e televisivi poi (in ultimo con il telefilm The Walking Dead e l’anime High School of the Dead) pare già essere stato sufficientemente trattato e sfruttato.

Per il vero infatti, la sensazione del “già letto” non è determinata da una scarsa capacità immaginativa dell’autore – che si sforza al contrario di creare una storia tesa ed avvincente – quanto piuttosto dal limitato respiro che gli stessi ristretti margini del soggetto consentono.

Le stesse creature protagoniste non offrono infatti significative variabili: il non-morto può essere più o meno rapido nel suo inseguimento della preda; può avere una maggiore o minore forza fisica rispetto al vivente; può ignorare (come in Romero) o non disdegnare (come in The Walking Dead) il nutrimento che gli potrebbe derivare da esseri viventi diversi dall’uomo (cani, cervi, ratti). Ma si tratta fondamentalmente di dettagli poco incisivi: è certo che, pena il trasformare lo zombie in qualcosa di essenzialmente diverso, non potranno difettare nell’architettura della storia la facilità del contagio e l’inarrestabilità dell’avanzata delle orde. Questi sì elementi essenziali e imprescindibili, ma anche inevitabilmente caratterizzanti: ogni deviazione, ogni eccezione sarebbe evidente nota stonata.

Allo stesso modo le orde degli zombie non possono semplicemente uccidere i pochi sopravvissuti: devono lacerare, dilaniare, strappare, mordere. E devono farlo senza esitazioni, ripensamenti, moti di pietà o successivo pentimento. Per le medesime motivazioni or ora evidenziate sotto diverso profilo: altrimenti non sarebbero orde di zombie.

Il non-morto si connota infatti per differenza rispetto al vivente: il non-morto, in quanto non-vivo, non ha sovrastrutture psicologiche, non conosce gerarchie sociali, non riconosce neppure il simile (un altro non-morto) che semplicemente ignora (come verrà pur brevemente segnalato nel libro che segue Apocalisse Z: Apocalisse Z i Giorni Oscuri). In quanto tale, il non-morto, privo di qualsivoglia ricordo di ciò che era stato, deambula e attacca solo in ossequio a superstiti o ricreati bisogni primari, non per malvagità, della quale non è capace semplicemente perché privo della possibilità di distinguere tra bene e male. Lo zombie è in effetti un uomo destrutturato, senza convenzioni sociali e senza paradigmi etici, in altri termini: puro “es”, privo del controllo esercitato dal super-io e privo quindi del rimorso, dell’ansia, dell’inquietudine nascenti dalla loro contraddizione.

Per quanto possa apparire assurdo, in netto contrasto con la corruzione della sua carne – che significatamene però non si decompone – l’essenza del non-morto è pura: non pura malvagità, ma pura istintualità, come tale spinta al suo parossismo, che si materializza in una violenza cieca ed assoluta che, appunto, morde, lacera, disfa.

Indubitabilmente è un essere depauperato, privo di tutto quello che lo aveva reso completo: senso di famiglia, appartenenza sociale, valori, sentimenti.

Ma al contempo si è spogliato (o più correttamente: è stato spogliato), oltreché di tutti i valori morali positivi, anche di tutte le perversioni morali proprie dell’uomo contemporaneo che innescano stucchevoli processi giustificativi.

Da qui il senso stesso della sua letteraria esistenza: una denuncia radicale del nefasto, dell’oscuro, del marcio che si annida nella società moderna così come la sua fame cieca ed ingiustificata (lo zombie divora per quanto non abbia alcuna necessità di sostentarsi) diviene metafora dell’ottuso consumismo che ammorba la società moderna.

L’uomo-vivo, al suo cospetto, non può ovviamente che provare paura, irrefrenabile e incontrollabile, perché innanzi a sé non ha soltanto il monito concreto della prossima fine letta su un piano meramente individuale, ma anche la materializzazione tangibile dello sgretolamento inevitabile della sua società, di tutto ciò che ha saputo (malamente) creare.

Ma non di rado il savio ed il saldo nei propri principi morali riconoscerà anche nel mostro che ha di fronte il suo simile, il “buono” tormentato che non ha pace nemmeno nella morte. E ne avrà pietà. L’eliminazione della minaccia sarà atto necessitato, ma anche liberatorio e giusto.

In Apocalisse Z troviamo questo non-morto “puro”: e come sempre veniamo ghermiti dall’angoscia di fronte al suo lento ma inarrestabile avanzare e dall’orrore innanzi al parossismo della sua violenza.

Nessuna ingiustificata variazione sul tema, nessun cedimento verso soluzioni di comodo e nessun ignobile stravolgimento.

Ben apprezzabile nel complesso e nelle scelte, accettate come necessarie le scene di macabra ed assurda violenza in esso contenute, spesso grottesche, il romanzo appare tuttavia il frutto acerbo di una elaborazione non perfettamente compiuta.

Nato sulle pagine di un blog il romanzo avrebbe necessitato infatti ancora di un’ulteriore, generale rilettura, volta alla correzione di errori e sviste ed all’eliminazione di elementi sovrabbondanti e, se pur di rado, stucchevoli.

Sotto il primo riguardo non sfuggono al lettore le misteriose scomparse e ricomparse di elementi dell’equipaggiamento di volta in volta date per disperse o dimenticate.

Sotto il secondo, si rileva che, se pure la narrazione in prima persona appare senza dubbio di effetto consentendo al lettore nella prima parte del romanzo di ritrovarsi immediatamente nell’incubo del protagonista, il suo mantenimento per l’intera narrazione appare di ardua logica giustificazione: nessun superstite discenderebbe tanto nei dettagli, specie in quelli più raccapriccianti ed angoscianti, specie laddove la motivazione della tenuta del diario fosse, come dichiarato, espressamente quella di cercare di mantenere o recuperare il proprio equilibrio mentale. La soluzione appare vieppiù incongrua quando vengono riportati parola parola interi dialoghi, vengono create artificialmente pause e cesure e quando, per creare suspense, il protagonista conclude un paragrafo benedicendo o maledicendo la scoperta di qualcosa la cui natura viene disvelata solo qualche pagina dopo.

Nell’impalpabilità di tutti gli altri personaggi, trova una qualche dignità solo il pilota ucraino Viktor. Il suo indulgere alla facile bevuta e la sua scarsa padronanza del linguaggio (realizzata con l’utilizzo di verbi non coniugati e l’intercalare di espressioni in russo) ne rendono tuttavia la figura eccessivamente stereotipata e poco credibile.

Il confronto con il di poco successivo Il Passaggio dell’americano Cronin, anch’esso romanzo apocalittico, è sotto molti riguardi impietoso.

Nonostante gli evidente difetti, la storia scorre tuttavia rapidissima, di incubo in incubo: il lettore si ritrova d’immediato catapultato nel fetore della decomposizione, tra palazzi spettrali e infestati, tra città deserte disseminate di lamiere e pozze di sangue. Quasi trattiene il fiato, preso dalla vertigine dell’orrore e dall’ansia per il prossimo passo nella stanza buia ammorbata da un odore nauseante e dalla quale proviene un sinistro rumore; volta velocemente pagina, scappando dall’orda inarrestabile insieme a compagni verso i quali non può che nutrire sospetti; rabbrividisce con il protagonista mentre cerca scampo nelle acque gelide di un fiume.

Raramente si ha un momento di pausa e, in quelle circostanze, il lettore riprende fiato esattamente come i protagonisti del romanzo.

Le atmosfere sono perfette: vuoto e silenzio si alternano a versi angoscianti e urla terribili. Il lettore vede con nitidezza le mostruosità narrate e ne è partecipe. Soffre, teme, si rianima…per poi ripiombare nell’angoscia più nera. Da brividi l’ingresso in un ospedale apparentemente deserto; raccapriccianti gli incontri all’interno del reparto pediatrico.

Il ritmo è sempre incalzante, talché, laddove il romanzo avesse ricevuto una opportuna rivisitazione, il lettore avrebbe potuto godere al pieno di una terribile, angosciante e riuscita storia d’orrore.

Personaggi: 6 Scarsa l’analisi psicologica dei personaggi. Viktor, unico personaggio per il quale è spesa qualche parola in più, appare eccessivamente stereotipato.

Ambientazione: 6 Un mondo distrutto dalla follia e dalla contaminazione. Nulla di particolarmente impegnativo.

Trama: 7 Benchè non possa definirsi innovativa è be costruita, specie nella prima parte.

Tensione: 8 Costante per tutto il romanzo: ansia ed angoscia non abbandonano mai il lettore.

Narrazione: 6 1/2 Poteva essere migliore, ma nel complesso soddisfacente

Voto Complessivo: 6.7

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Il Passaggio di Justin Cronin

9 aprile 2011

Jeanette ha solo 19 anni quando dà alla luce Amy. Il padre è un viaggiatore di passaggio che si è fermato al ristorante nel quale lei lavora come cameriera e che, come scoprirà dolorosamente in seguito, è ben peggio di quello che sembra. La vita è spietata con Jeanette: viene picchiata, perde il lavoro, perde la casa; per racimolare qualcosa è costretta a prostituirsi. Tutto le pesa incredibilmente, ma tira avanti. Perché deve prendersi cura della sua Amy. Di quella bambina schiva, taciturna, che accetta i tanti trasferimenti senza lamentarsi, che si accontenta di quel poco che lei le può offrire, che sembra tanto delicata quanto intelligente. E che non dorme mai (ma è sufficientemente astuta da fingere di farlo). Ne è sicura: Amy è destinata a grandi cose.

L’agente dell’FBI Wolgast ha ricevuto un incarico insolito che mai avrebbe pensato di svolgere: offrire ad alcuni condannati a morte un’alternativa all’iniezione letale e alla sedia elettrica. Nemmeno lui sa di cosa si tratta esattamente: sa solo che i condannati, una volta apposta la loro firma, lasceranno il braccio della morte per un altro centro di detenzione, dall’ubicazione ignota, gestito dai militari. Non sembra per la verità una scelta difficile: da un lato c’è la morte certa, dall’altro una mera incognita. Chiunque, sano di mente, rischierebbe. Chiunque. Ma nei pensieri dell’agente nascono sospetti sempre più oscuri. Cosa sarà dei detenuti una volta arrivati nel centro? Perché la Sicurezza Nazionale si premura di cancellare ogni traccia della loro esistenza? Senza dubbio sono stati scelti per essere delle cavie. Ma di quale esperimento? Le cose già si complicano con Carter, il dodicesimo detenuto: qualcosa nella ricostruzione dei fatti per i quali è stato dichiarato colpevole non convince. Forse è addirittura innocente. Ma Wolgast, venendo a compromessi con la propria coscienza, tacita i propri dubbi ed esegue gli ordini. Carter firma e segna il suo destino. Wolgast sta ancora cercando di ritrovare un proprio equilibrio quando gli viene assegnato l’ultimo compito. La tredicesima cavia. Questa volta tuttavia non si tratta di un detenuto, ma di una civile. Di una bambina di appena sei anni.

E’ passato quasi un secolo da quando un esperimento sfuggito ad ogni controllo ha determinato la distruzione degli Stati Uniti di America. Sono morti milioni e milioni di individui. La civiltà è stata cancellata. I superstiti, meno di trecento anime, vivono in una Colonia, in quella che una volta era l’autoproclamatasi Repubblica della California. Le alte barricate e le potenti luci che cancellano le stelle proteggono la Colonia dagli assalti notturni dei Virali. Ma i viveri scarseggiano e i discendenti delle Prime Famiglie devono fare i conti con dissidi interni e pericoli di giorno in giorno più gravi. La vita di privazione e stenti, condotta al limite delle possibilità umane, tra pericolose sortite all’esterno per gli approvvigionamenti e terribili assalti notturni, non ha comunque preparato i sopravvissuti all’incontro che cambierà drasticamente il loro modo di vedere il mondo: quello con una Bambina Venuta dal Nulla che non sembra dormire mai…

Commento:

Laddove si ponesse attenzione a solo alcuni degli elementi caratterizzanti il poderoso tomo (quasi 900 pagine) de “Il passaggio” (peraltro soltanto il primo di una trilogia) non si troverebbero particolare novità: l’esperimento nato con le migliori intenzioni che viene però volto dai militari ad oscuri fini; il virus incontrollabile in grado di trasmutare le vittime in mostri sanguinari; la contaminazione inarrestabile che conduce morte, disgregazione sociale, perdita di valori e principi condivisi; l’inarrestabile caduta della civiltà che si accompagna alla perdita di ogni speranza; la sopravvivenza di pochi individui destinati a combattere e rischiare la vita per conquiste minime in altri tempi di ben scarso pregio quali fucili, scatolette di cibo, carburante.

La sensazione del “già letto” non è certo cancellata, ma semmai acuita, dalla presenza dei non pochi elementi soprannaturali che caratterizzano la storia: sogni premonitori, entità malefiche inarrestabili che sembrano in grado di leggere nei più profondi meandri dell’animo umano, grandi disegni che sovrastano le miserie dell’individuo. Il richiamo al ben noto libro di Stephen King, l’Ombra dello Scorpione, è immediato e spontaneo.

Persino la morte di uno dei personaggi meglio caratterizzati del romanzo richiama alla memoria la prematura dipartita di quell’Eddie che chi ha letto la saga della Torre Nera di King ben ricorda.

Tuttavia, anche il lettore che si sia più volte avvicinato a libri simili a “il Passaggio”, non si annoia nello scorrerne le pagine.

Cronin riesce in effetti nella assai ardua impresa di mantenere vivi interesse e tensione per l’intera lunghezza della narrazione. Un punto di forza è certo dato dai personaggi, numerosi ma non sovrabbondanti, intorno ai quali la storia viene creata agevolmente, senza scelte eccessivamente scontate o soluzioni di comodo. Credibili ed umanissimi, i sopravvissuti alla devastazione virale vengono travolti da situazioni angoscianti e raccapriccianti alle quali devono far fronte senza poter contare su nulla di realmente risolutore: non hanno poteri straordinari, non hanno armi devastanti, non sono neppure portatori si supremi valori morali o detentori di verità assolute.

Le azioni delle quali sono protagonisti, anche le più eroiche, sembrano in tal modo verosimili, dettate più dalla necessità di far fronte all’imprevisto che dal coraggio o dall’incoscienza.

La trama che li avviluppa è ben svolta, con appropriati e tempestivi cambi di prospettiva: perfettamente funzionale allo scopo risulta l’inserimento di pagine di diari, di documenti e di rapporti.

L’atmosfera è ben sorretta da colpi di scena ben preparati, da descrizioni attente e crude, dall’incalzare degli eventi.

A livello di struttura il romanzo è nettamente diviso in due parti: la prima, dedicata alla scoperta del virus, alla descrizione degli effetti della contaminazione, allo scoppio dell’epidemia; la seconda, ambientata quasi un secolo dopo gli avvenimenti in precedenza narrati, esclusivamente dedicata alla riscoperta dell’accaduto da parte dei sopravvissuti, alla loro quotidiana lotta contro i virali, alla loro ricerca di una nuova speranza.

In ragione di tale scelta pochi sono i flashback: lo svolgimento degli avvenimenti è quindi lineare, di facile lettura, ma non piatto. Non di rado la narrazione degli avvenimenti viene interrotta per seguire quanto accade nel medesimo momento ad altri protagonisti.

Sempre in ragione della scelta compiuta molto spesso il lettore è già a conoscenza di eventi e circostanze ignoti ai protagonisti, soluzione questa che consente di apprezzare maggiormente la perspicacia o l’ingenuità di questi ultimi. Al contempo il piacere della scoperta ed il dubbio di fronte all’ignoto sono sensazioni che non abbandonano il lettore: il Passaggio infatti fino alla fine offre spunti interessanti, alimenta dubbi e cela misteri.

Tanto da giustificare la speranza che il seguito non sia la stanca prosecuzione di un’opera che ha oramai detto tutto, ma l’occasione di nuove inquietudini, sorprese e rivelazioni.

Senza dubbio un horror teso, cupo ed inquietante fra i migliori recentemente pubblicati.

Personaggi: 8 Molto ben descritti, credibili, variegati.

Ambientazione: 7 Un mondo pressocché contemporaneo nella prima parte con alcuni elementi di variazione determinati dal verificarsi di eventi in realtà mai accaduti; un mondo post-apocalittico nella seconda parte, tetro, desolato, ammorbato. Comunque convincente.

Trama: 7 Benchè non possa definirsi innovativa, presenta caratteri di indubbio interesse

Tensione: 7 Costante per tutto il romanzo.

Narrazione: 7 Adatta alla storia narrata, con un ritmo azzeccato.

Voto Complessivo: 7.2

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La Legge dei Nove – Goodkind (commento)

18 aprile 2010

E’ da pochi giorni uscito l’ultimo libro di Terry Goodkind, La Legge dei Nove (fino al 30 aprile in vendita a soli 5 Euro)

Ecco un breve video tratto dal sito ufficiale di Goodkind, un “estratto” dell’ultimo romanzo:

Il libro è un discreto Thriller che per stile, ritmo e personaggi ricorda molto da vicino opere di un altro autore del genere, Dean Richard Koontz.

Nei dialoghi tra i personaggi sembra persino a volte ben più che semplicemente affiorare l’ironia del più noto ed affermato maestro.

A chi non conosce Goodkind, a chi non ha letto nulla della sua notissima saga trasposta recentemente da Sam Raimi in una serie televisiva dal basso profilo, il libro appare quindi godibile, veloce, piacevole e discretamente avvincente.

A coloro che sono stati lettori della Saga della Spada della Verità (tra i quali il sottoscritto), il romanzo appare invece come una superflua appendice che recupera tutti i temi cari a Goodkind, ripropone situazioni e scene già viste, soffre di risoluzioni eccessivamente “rapide” e poco credibili, in una sorta di ri-edizione in chiave diversa del primo libro della Saga, L’Assedio delle Tenebre.

Che l’ostinata continuazione di una saga che aveva oramai poco ancora da comunicare fosse dietro l’angolo, svoltata l’ultima pagina di Scontro Finale, era timore radicato nei lettori più attenti: troppo sospetta la creazione di un mondo nel quale la magia avrebbe dovuto lentamente scomparire del tutto ma che avrebbe comunque ospitato una discendente dei Rahl (Jensen).

Ed ecco infatti di nuovo un personaggio che improvvisamente viene catapultato in un mondo d’incubo dall’arrivo di una splendida e misteriosa donna; ancora un “nonno” che nasconde grandi segreti e che ha fornito al nipote-allievo insegnamenti imprescindibili e quasi unici; ancora la fuga, la trappola, il totale soggiogamento a forze invincibili ed oscure. Non mancano l’oscura profezia, l’enigma “magico” che solo il protagonista è in grado di risolvere, nonché l’inganno astuto dell’eroe depositario di giustizia e verità che trionfa sull’ottusità del nemico irriducibile.

Piuttosto che conseguenza di scarsa inventiva, è probabile che la ripetitività sia scelta deliberata – la chiusa del romanzo offre in tal senso ben più di un indizio – come senza dubbio frutto di delberata scelta furono i quattro periodi di prigionia patiti da Richard durante la saga (il rapimento da parte di Demna; la prigionia dorata nel Palazzo dei Profeti; la convivenza obbligata con l’oscura Nicci; la prigionia nell’esercito imperiale).

All’evidenza tale rilievo non può valere come esimente; come attanuante il suo apporto non è particolarmente significativo.

Il giudizio non può essere quindi realmente positivo.

Personaggi:  6 Ben descritti, accattivanti, ma poco più che trasposizioni di altri che il lettore di Goodkind già ben conosce:  Alex/Richard,    Jax/Kalhan, Ben/Zedd.

Ambientazione: 5-6 Il mondo di oggi, aperto alle influenze di quello inventato dall’autore. Echi della nota saga di Donaldson “Lo Specchio dei Sogni”

Trama: 7 per chi non ha letto la Saga; 5-6 per gli altri.

Tensione: 7 Un buon Thriller con aperture sovrannaturali come in molti romanzi di Koontz.

Narrazione: 7 Adatta alla storia narrata, con un ritmo azzeccato.

Voto Complessivo: 6 1/2

Per la bibliografia completa delle opere di Goodkind: Terre di Confine

NOTA: PER IL 2011 USCIRA’ UN NUOVO ROMANZO CON ALTRE AVVENTURE DI KAHLAN E RICHARD. Forse molti punti oscuri de La Legge dei Nove troveranno spiegazione…